MONTI VINCENZO – La feroniade

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Milano Presso La Società degli Editori Degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria MDXXXII, 1802

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MONTI VINCENZO - La feroniade

Informazioni complete

AUTORE: Vincenzo Monti

TITOLO: La feroniade

SOTTOTITOLO: –

COAUTORI: –

EDITORE: Presso La Società degli Editori Degli Annali Universali delle Scienze e dell’Industria

LUOGO DI STAMPA: Milano

ANNO DI STAMPA: MDXXXII, 1802

CARATTERISTICHE: Non facilmente reperibile

FORMATO: in 8° ( 21,2 x 14,6 cm )

PAGINE: 144

ILLUSTRAZIONI: Frontespizio figurato

LEGATURA: Brossura editoriale cerulea Copertine Impresse con fregi in gusto neoclassico

DESCRIZIONE:

La Feroniade è l’opera intorno alla quale il Monti lavorò più lungamente, iniziò la composizione nel 1784, al tempo del suo soggiorno in Roma, seguiranno aggiunte, correzioni e mutazioni, malgrado tutto questo, alla morte del poeta, il poemetto, diviso in tre canti che abbracciano circa duemila endecasillabi, rimase incompiuto per pochi versi.

Fu pubblicato postumo la prima volta, a Milano, nel 1832. Nel 1830 fu edito solo il primo canto.

È opinione diffusa che il poeta abbia trovato un’occasionale ispirazione per la composizione nel desiderio di celebrare il tentativo, compiuto dal pontefice Pio VI, di prosciugare le paludi pontine, impresa di sistemazione idraulica, immane per l’epoca, che, anche per gli sconvolgimenti politici, fu presto abbandonata.

La ninfa Feronia, era immaginata dal poeta, all’alba della vita e del mondo, come abitante nelle vicinanze di Terracina, innamorata dei fiori che crescevano per sua cura in quella terra; cui si aggiungeva il profumo dei cedri e del melograno, mentre i salici piangenti parevano piegarsi alla terra come per atto d’amore.

La dolce Feronia fu desiderata anche da Giove, ed alla divinità suprema, apparso alla ninfa in forma di giovinetto, ella corrispose: divenne così dea, adorata da molte popolazioni, mentre intorno ai suoi giardini sorgevano ricche e popolose città.

Questo suscitò la gelosia di Giunone, che, dopo aver cacciato la rivale, riversò nei luoghi fioriti di primavera la furia di molti torrenti: l’Ufente, l’Astura e il Ninfeo. Le acque irruppero nella campagna, allagando e distruggendo. Non rimase che un paludoso deserto, una distesa di terra senza vita.

Era scampato solo il bosco di Feronia; ma l’inesorabile Giunone, aiutata questa volta da Vulcano, fece sì che gli zolfi e gli asfalti sotterranei, accesi dalle scintille del dio, esplodessero con terremoto orrendo, e che ogni cosa fosse divelta, frantumata, che delle città non restassero se non miseri avanzi.

STATO DI CONSERVAZIONE: Ottimo