QUADRI MARCO – Ukku il primo damasco della storia.
QUADRI MARCO – Ukku il primo damasco della storia.
Marco Quadri propone la storia e la tecnica del primo damasco. L’Ukku.
La tecnica della lavorazione del ferro in oriente iniziò in India attorno al 1200 a. C.
l nome Ukku in lingua Teluga significa ferro.
Il termine appare secondo riferimenti storici nel terzo secolo. Ai tempi delle conquiste di Alessandro Magno.
L’acciaio in arabo Alsulb fu scoperto nel Sud dell’India. Nelle regioni Tamil Nadu, Andhra, Karnataka e Maharashtra.
Da questi luoghi venne ben presto esportato ovunque. Questo per le sue intrinseche qualità di plasticità e durezza. L’ideale per forgiare una buona lama.
Attorno al XIII secolo con il consolidarsi del primo impero Moghul. L‘Ukku assunse la fama di straordinario acciaio.
Un riconoscimento che conservò per più di quattro secoli e che è tuttora attuale.
Il mondo islamico è da sempre sensibile agli acciai di qualità. Lo utilizzò per le armature, gli scudi e naturalmente le famose spade di Damasco.
Quest’ultime vennero forgiate in tutto il mondo islamico. Dallo Yemen al Khorasan. Dal Libano all’Egitto.
Secondo un antico credo musulmano circa il livello qualitativo dell’acciaio per la costruzione di spade. Al primo posto troviamo l’acciaio yemenita. Al secondo una regione non ben identificata di nome Qal’i e al terzo posto quello indiano.
Ora, se si considera che lo Yemen, per la sua posizione geografica, ha sempre avuto intensi scambi commerciali con l’India, l’ipotesi che i migliori acciai abbiano avuto la stessa origine, appare molto probabile.
Altre fonti arabe citano l’ottimo acciaio del Sarandib. Questo è l’antico nome dello Sri Lanka e quindi delle stesse regioni, India del Sud-Tamil-Sri Lanka.
E’ chiaro che l’Ukku fu per il damasco che ora conosciamo il materiale di partenza. Il damasco in arabo è chiamato Firind.
Per giungere agli straordinari risultati metallurgici di motivi come “La scala di Maometto” e diversi altri. Gli antichi fabbri arabi non solo sapevano lavorare il duro acciaio ma pure forgiarlo con correzioni delle percentuali di carbonio.
Modifiche atte a realizzare quelle stupende e taglienti scimitarre che a tutt’oggi possiamo ancora ammirare.
L’Ukku è chiamato dagli Europei Wootz.
Questo materiale nel XVIII e XIX secolo interessò il mondo occidentale. Attrazione mirante alla scoperta del segreto che racchiudeva.
In Inghilterra il Faraday lo studiò a lungo. Senza conseguire risultati di rilievo.
in Francia ogni tentativo fallì. Pare che la lega venisse considerata troppo dura per la lavorazione.
In Russia vi furono esiti positivi. Chiamarono Bulat il risultato della lega d’acciaio che riuscirono ad ottenere.
Circa verso la metà del XVII secolo la produzione dell’Ukku iniziò il suo lento declino e si arrestò del tutto all’inizio del secolo seguente.
Le ragioni furono diverse sia tecniche che economiche.
Da considerare che le tradizioni dell’acciaio da crogiolo furono per lungo tempo trasmesse oralmente da padre a figlio o allo studente più preparato.
In modo che il segreto non venisse divulgato. Tale criptica attitudine può rappresentare una ragione accettabile che spieghi il dissolvimento di quest’arte.
Inoltre il continuo sviluppo delle armi da fuoco ed il loro impiego nelle guerre causò una notevole flessione nella domanda di armi bianche.
L’alto costo della produzione dell’Ukku ne provocò la fine.
Si deve, altresì, considerare che non tutto l’acciaio indiano era Ukku. Benchè esso venisse prodotto in tutto il sub-continente indiano. Da Ceylon al Rajashtan.
La produzione di questo acciaio fu sempre appannaggio di una coincisa elite di forgiatori. Le cui spade non erano indirizzate a gente comune.
Una ulteriore osservazione va dedicata all’area della città di Damasco. Dove vennero sfruttate miniere di ferro locali e forgiate lame composite in splendido damasco. Utilizzando anche e in parte l’Ukku.
In ultima analisi. Il segreto dell’Ukku rimase tale per diversi secoli.
Anche se a partire dal secolo IX gli spadai arabi forgiarono lame in acciaio stratificato con diverso tenore di carbonio. Fatto che fece così perdere agli Indiani il totale monopolio dei tempi antichi.
Il fenomeno Ukku ha sicuramente segnato una impronta indelebile sulla metallurgia dell’acciaio al carbonio.
Una via che è tuttora fortunatamente riaperta grazie alle ricerche del Dr. J.D. Veroheven.
Colui che è riuscito a riprodurre questo mitico acciaio.
La tecnica.
L’acciaio Ukku è prodotto tramite fusione in un crogiolo di piccole dimensioni a forma ovoidale.
Il risultato finale è costituito da una lega omogenea del peso di circa Kg. 2,5.
Il minerale di ferro grezzo viene frantumato e posto nel crogiolo. Intercalandolo con materiale organico quale foglie e rametti.
Il contenitore viene quindi sigillato ermeticamente e messo nella fornace per la fase di riscaldamento.
Si suppone che per sigillare la forma venisse impiegato un materiale refrattario.
Un misto di argilla, magnesio e polvere di carbone e che il minerale di ferro contenesse una certa quantità di manganese.
Il rivestimento di base consente l’eliminazione delle ceneri di zolfo e fosforo ed altre impurità quali il silicone.
Tutti elementi dannosi per la plasticità e purezza dell’acciaio.
Il manganese ha la proprietà sia di defosforizzare che di evitare cristalizzazioni grossolane del metallo in fase di raffreddamento.
Carbonella e carbone sono i combustibili usati per il riscaldamento. La loro azione porta il metallo alla fusione.
Si ipotizza che la durata del processo fosse di circa 24 ore. Con punte di temperatura di 1.200-1.350 C°.
Una volta finita la fase di fusione il lingotto viene estratto dal crogiolo e raffreddato.
Il prodotto di fusione viene sminuzzato e purificato tramite martellamento. Quindi fuso una seconda volta.
Il risultato di questo processo è una lega di ferro-carbonio ipereutettica. Contenente acciai differenti con percentuali di carbonio di 1,2-1,8%.
Tale acciaio composito non solo ha la caratteristica di grande durezza ma pure di elevata elasticità.
La componente strutturale consiste in cementite (10% circa) mista a perlite e ferrite in lamelle per circa il 90%.
Dal momento che questo acciaio è ipereutettico il fabbro deve evitarne la tempera senza una preventiva riduzione della percentuale di carbonio (0,5-0,8%). Questo onde evitare effetti di scarsa omogeneità e grossolana struttura della martensite.
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