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Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

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Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

Le maioliche in stile compendiario nascono e si affermano nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

Il manoscritto di Cipriano Piccolpasso[1] intitolato i Tre libri dell’arte del vasaio [2] introduce alla tecnica delle maioliche in stile compendiario. Quest’opera è datata per l’anno 1548 ma, è composta nei due lustri precedenti.

Nel testo troviamo una descrizione di come avveniva la decorazione del pezzo ceramico sottoposto alla smaltatura con il bianco allattato, malamente oggi detto bianco faentino.

La tecnica voleva che Sopra questo smalto si dipingeva con zaffera nera ed azzurra. Cioè con la nera si tirano i contorni e con l’azzurra si ombra. Dipingenseli con zallolino e con il zallo, e non con altro. Avvertendo di dare i colori netti, e non molto grassi.

Le maioliche in stile compendiario sono caratterizzate da uno smalto morbido di color bianco coprente. Dato sul pezzo ceramico con abbondanza, a formare una superficie spessa[4].

Per riportare le parole del Piccolpasso Il bianco ferrarese si dà il doppio più grosso[5] dell’invetriatura abituale.

Il Piccolpasso qualifica come ferrarese questo tipo di smalto. Ora è conosciuto come faentino. 

Anche il Liverani parla di questo tipo di smalto. Affermando che Non è svilito alla funzione di portante della decorazione pittorica, bensì attraente in sé[3].

Questo nuovo smalto stannifero permise l’affermarsi di decorazioni semplici ed essenziali.

Realizzate a punta di pennello.

Basate sull’uso di una essenziale tavolozza cromatica. Composta da qualche verità d’azzurro e da due toni di giallo, lo zallolino e lo zallo.

Nella prima metà del XVI secolo questo modo di decorazione convive con l’affermata maiolica istoriata.

Ben presto la credenza[6] delle classi agiate dell’epoca si riempie di maioliche in stile compendiario. Arricchite, quando la commissione lo permetteva, dallo stemma nobiliare della casata.

Lo stile compendiario è così battezzato, nel 1938, da Gaetano Ballardini[7]. Nasce e si afferma nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

I bianchi faentini potevano essere lasciati privi di qualunque ornamento. Al fine di poter mostrare per intero tutta la preziosità insita in quello smalto.

Altre volte presentavano una decorazione sobria e isolata. Collocata al centro o al margine del pezzo ceramico. Composta da piccole scene appena schizzate, realizzate con tocchi rapidi.

Protagonisti sono: putti, cherubini, amorini alati, figure femminili e Santi. Tutti raffigurati in un leggero movimento e accompagnati da ghirlande a fiori e foglioline.

L’eccezione era la maiolica che presentava tutta la superficie bianca ricoperta da un racconto pittorico. Realizzato con i colori tipici del compendiario. Figurata con una scena biblica, religiosa, storica o mitologica.

Al decoro ora necessitava una spazio minore. Questo influì sulla forma del manufatto. Le superfici acquisiscono importanza. 

Non sono più lisce e si arricchiscono di una maggiore plasticità.

Diventando: increspate, scannellate, costolate, baccellate, sbalzate e traforate. Elaborati e figurati diventano le basi, i manici e i beccucci. 

Queste forme erano ottenute in due modi. Con la tradizionale lavorazione al tornio, comune anche alle ceramiche appartenenti agli stili precedenti. Mediante stampi in gesso provenienti da lavori in metallo, quasi certamente in argento.

In questi pezzi ceramici si assiste all’affermazione della linea, della forma, dell’aspetto plastico e del volume.

Degli aspetti che nella produzione precedente erano asserviti alla ricca ed esuberante policromia di una tavolozza composta di colori e coloretti necessaria al decoro dei pezzi appartenti allo stile dell’istoriato[8].

Molteplici le figure di maestri faentini innovatori e felici interpreti di questo stile.

Virgilio Calamelli più noto come Virgiliotto, Leonardo di Ascanio Bettisi più noto come Don Pino, Francesco Mezzarisa detto Risino[9], Domenico Pirotti[10], Francesco Vicchi, Battista Mazzanti e molti altri. Alcuni di modesta levatura e non facilmente individuabili.

Virgilio Calamelli, figlio di Giovanni da Calamello, è un rinomato maiolicaro faentino.

Dopo i successi nella produzione di ceramiche in stile istoriato e nella decorazione a quartieri è fra i promotori dei bianchi.

Di lui si hanno notizie dal 1531[11] e non oltre il 1570.

Sposa Elisabetta di Baldassare Dalle Palle, Appartenente a una famiglia di vasai faentini. Dal matrimonio nascono due figli. Nel 1550, Gian Battista Baldassare Marco e nel 1552 Baldassare che sarà noto come Domenico.

Nel 1563 Don Pino subentra nella bottega di Virgiliotto. Questo avviene prima della morte del secondo. La produzione ceramica non subì variazione, probabilmente continuò a lavorare con le stesse maestranze e con una parte dei vecchi stampi.

Esistono forme ceramiche identiche siglate VR FA [da leggere V(I)R(GILIOTTO) FA(VENTINUS)] oppure DO PI [da leggere DO(N) PI(NO)].

 

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Nell’immagine. Il fronte di una crespina in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio. Al centro del cavo è posto un putto alato con in una mano una lancia. Raffigurato in posizione eretta e appoggiato su un solo piede.

Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.

Cavo a calotta schiacciata con parete lavorata a baccellature. Parte centrale liscia. Orlo verticale desinente in un labbro ondulato e arrotondato. Piede a tromba.

Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto. Fine del XVI secolo.

La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.

 

Appunti sulla maiolica

Il singolare fascino del Blanc de Chine

La ceramica incontra l’alchimia

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

I Guidobono e il decoro antica savona in bianco e blu

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[1] Cipriano Piccolpasso, Casteldurante [località che dopo il 1636 cambia il nome in Urbania, ora nelle Marche nella provincia di Pesaro e Urbino] 1524 – Casteldurante, 21 novembre 1579. Architetto, storico, ceramista e pittore di maioliche. Molto noto è il suo trattato intitolato I tre libri dell’arte del vasajo. Datato 1548 e rimasto inedito sino al 1857. Il testo del manoscritto è ricco di ricordi, informazioni tecniche e osservazione sull’arte ceramica della prima metà del XVI secolo.

[2] Cipriano Piccolpasso. I tre libri dell’arte del vasajo. Nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa. Cosa che persino al di d’oggi è sempre tenuta nascosta. Del cav. Cipriano Piccolpassi Durantino. Roma. Dallo Stabilimento tipografico. 1857.

[3] Giuseppe Liverani. La maiolica italiana sino alla comparsa della porcellana europea. Milano. Electa 1958. pagina 46.

[4] Caratteristica dovuta all’abbondante presenta nello smalto di stagno. La presenza pari a un terzo del peso di questo metallo non era infrequente e permetteva realizzazione di un colore bianco più candido e lattiginoso.

[5] Tutte le osservazioni di Cipriano Piccolpasso sui bianchi traggono origine dal periodo trascorso a Faenza e dalla sua visita alla bottega del Calamelli.

[6] La credenza era un termine presente negli inventari dei ceramisti. Serviva per indicare i servizi da tavola composti da: piatti, vassoi, portovi, saliere, fruttiere, versatoi, candelieri, rinfrescatoi ecc.

[7] Gaetano Ballardini. Faenza 1° ottobre 1878 – ivi 26 maggio 1953. Storico dell’arte. Fra i primi studiosi della ceramica antica. Fondò nel 1908 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, di cui fu il direttore fino alla sua morte.

[8] La fortuna goduta dal motivo della grottesca non subisce flessione di popolarità e rimane una costante dei decori ma, nello stile compendiario, alla versione dipinta viene preferita la versione plastica. Trasformandosi in un elemento di presa o di sostegno. Realizzato, quando è di presa, a forma di arpia. Dall’aspetto di un piede di forma di zoomorfa quando d’appoggio.

[9] Dai documenti d’archivio si acquisisce che Francesco Mezzarisa di Faenza, già dal febbraio 1540, aveva assunto presso la sua bottega Pietro Zambalini. Avrebbe lavorato per un quiquennio con l’esclusiva mansione di sovraintendere alla produzione dello smalto di color bianco. Sovraintendendone il colore e la qualità. Questo ad avvalorare l’importanza assunta dai bianchi nei commerci del laboratorio. Il grande alberello, ora al museo di Faenza, proviene da questa bottega. É opera del pennello di Antonio Romanino Cimatti. Dipinto in stile compendiario con scene figurate nel 1556.

[10] Appartiene alla celebre bottega di Casa Pirota. Pietro detto Pirotto mori nel 1505. Lascia il suo esercizio ceramico in eredita ai quattro figli: Domenico, Gianfrancesco, Lorenzo (o Gianlorenzo) e Matteo. Attorno al 1528 la pestis magna privò la Ca’ Pirota di Gianfrancesco, Lorenzo e Matteo.

[11] Nell’ottobre del 1531, Virgilio Calamelli appare come testimone in un atto notarile. Era orfano di padre. Abitante a Faenza in via San Vitale, nel quartiere degli orciai.

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La ceramica incontra l’alchimia

La ceramica incontra l’alchimia.

La ceramica incontra l’alchimia.

La ceramica incontra l’alchimia.

Questo avviene con la nascita della tipologia di ceramica in stile compendiario.

 

Una varietà in netta reazione con le caratteristiche stilistiche presenti nei pezzi di maiolica italiana prodotti nella prima metà del Cinquecento.

Cinque decadi durante le quali si assiste al predominio del primo e nel secondo istoriato, un gusto dove le decorazioni sono caratterizzate da un vigoroso virtuosismo pittorico e coloristico.

Lo stile compendiario delinea questo superamento, si afferma dopo il 1550 e si esaurisce attorno al 1650, La ceramica incontra l’alchimia.

 

Circa cento anni che segnano per la maiolica prodotta in Italia un nuovo successo.

Questa tipologia si identifica con l’affermarsi del fenomeno dei bianchi.

 

Ovvero dei pezzi ceramici smaltati in color bianco e caratterizzati da una decorazione semplicissima, quasi essenziale ed espressa con pochi colori, quali: l’azzurro, il giallo e l’arancio

A cui si aggiunsero, in alcune botteghe e in alcuni periodi, il verde e il manganese

La scelta dei due toni di giallo forse potrebbe essere motivata per richiamare l’effetto pittorico dell’oro, La ceramica incontra l’alchimia.

Questi pezzi ceramici si presentano decorati con minuti soggetti, disposti al centro o ai lati della superficie ceramica da decorare, raffigurano putti o piccole figure, attorniate da ghirlande di foglioline.

Altre ceramiche appartenenti a questo genere pittorico si pongono in controtendenza.

In questo caso troviamo una decorazione che occupa la totalità della superficie disponibile, anche in questo caso realizzata con l’unica tavolozza cromatica impiegata in questo stile.

Il nome di compendario trae origine da un genere di pittura con nome uguale, questa era in auge nell’impero romano, dal I° secolo al III° secolo d. C. e caratterizzata da un’immagine ridotta all’essenzialità e privata di ogni caratterizzazione.

La produzione dei bianchi si affianca e convive con il vasellame istoriato dei periodi precedenti.

Questo stile decorativo trova nella produzione ceramica della città di Faenza, il suo luogo di nascita e il suo epicentro, La ceramica incontra l’alchimia.

Lo stile compendiario dà vita a una nuova fase nella storia della maiolica che interesserà la produzione della penisola italica e dell’intera Europa.

Il successo commerciale ottenuto da questi manufatti faentini è alla base della loro imitazione nella produzione ceramica di molte località.

Fa queste le città di Urbino, Deruta, Torino, Genova, Savona, Montelupo Fiorentino e in moltissime altre.

Passa in Francia e ad ampie regioni dell’Europa centrale, luoghi dove le maestranze faentine si rifugiano per sottrarsi alle persecuzioni religiose.

Questo nuovo sviluppo nella storia della ceramica italiana non è privo di un evento inatteso, in quanto trova radice nell’esoterismo e nell’alchimia, infatti il mezzo di ideazione e diffusione del nuovo stile è deputato alla dottrina della trasmutazione alchemica.

L’argilla si trasmuta per mezzo del bianco.

 

Il più nobile dei colori, il simbolo della purezza e associato in alchimia all’idea di sintesi di ogni policromia.

Colore che è unito all’azzurro, questo ad indicare la chiarezza del cielo o le vaste distese d’acqua e associato al giallo. il colore del sole e del fuoco, identificabile con la luce e dunque delegato a illuminare la vita e a rappresentare il calore che è alla base della germinazione, permettendo la vita.

Un accostamento cromatico di colori freddi e di colori caldi.

Questa operazione in chiave alchemica assume un significato simbolico, infatti si pone come l’inizio di un nuovo processo oppure, in alternativa, la partenza di nuove trasformazioni per la materia.

 

Per approfondire: La ceramica incontra l’alchimia

 

Appunti sulla maiolica

 

 

Il singolare fascino del Blanc de Chine

 

 

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

 

 

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

 

 

Maioliche in stile compendiario

 

 

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

 

 

I Guidobono e il decoro antica savona in bianco e blu

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Nell’immagine il fronte di una crespina, baccellata e con bordo ondulato, in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio ed è composta da una figura, posta al centro del cavo, raffigurante San Giovannino o San Giovanni detto il battista da giovane, beneficente. Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.

Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto, Fine del XVI secolo.

La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.

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Appunti sulla maiolica

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 Appunti sulla maiolica 

 

La maiolica è un prodotto appartenente alla grande famiglia delle ceramiche.

È costituita da un biscotto. Termine che in campo ceramico indica una argilla modellata e sottoposta a una prima cottura in forno. In seguito ricotta dopo averla ricoperta con smalti stanniferi o piombiferi.

Un buon biscotto appare di un colore roseo-carnicino chiaro.

Deve essere leggero, compatto, sonoro e con buona capacità di aderenza per lo smalto.

Queste caratteristiche dipendono dai componenti nella pasta e dalla cottura a cui è sottoposta.

La maiolica nacque nell’oriente islamico e da lì giunse in Spagna.

Probabilmente si diffuse in Italia nel 1115. Quando i pisani conquistarono l’isola di Maiorca nelle Baleari.

Senza addentraci. Aggiungo che l’importazione delle ceramiche smaltate avveniva in tutti i porti della penisola. I ceramisti siciliani conoscevano la tecnica della verniciatura della maiolica con smalto stannifero.

Nella nostra penisola ebbe grande produzione e diffusione nella città di Faenza. Tanto che la parola faenze è diventata nel tempo un sinonimo di maiolica.

Nei tempi antichi i vasai usavano l‘espressione dar di maiolica. Con il significato di rendere lucente la superficie del manufatto in lavorazione. Operazione che avveniva per mezzo dell’applicazione dello smalto. Dato allo stato liquido. Seguito da una successiva cottura.

Il rivestimento a smalto piombifero era chiamato vernice o cristallina.

Dopo la cottura rende la superficie della ceramica trasparente e con un aspetto vitreo.

Lo stesso procedimento usando uno smalto stannifero genera una superficie opaca.

Il ricoprire la maiolica con dello smalto ha funzioni pratiche e estetiche.

Le prime perché rende impermeabile la terracotta e ne elimina la porosità. Le seconde perché leviga la superficie e la rende brillante.

L’argilla è modellata. Fatta essiccare e sottoposta alla biscottatura.

Una prima cottura in forno a una temperatura compresa fra i 960° e i 1030° Centigradi. Un grado di calore che lascia il materiale poroso e adatto alla successiva smaltatura.

Questa operazione crea il biscotto.

Quest’ultimo è immerso nella coperta. Un liquido biancastro. Alla base della realizzazione della coperta lucida. Fatto asciugare e quando richiesto decorato con colori in grado di resistere al fuoco.

Segue una seconda cottura.

Fra i 900° e i 1000° Centigradi. Con questo secondo ingresso nel forno si assiste a una cottura che fonde fra loro i colori, l’invetriatura e la superficie porosa del biscotto. Creando un pezzo ceramico pronto all’uso. Con aspetto lucente, levigato, colorato e compatto.

La cottura in forno è di due tipi a gran fuoco o a piccolo fuoco. Quest’ultima è detta anche a terzo fuoco.

Il primo tipo è usato per decorare il biscotto dopo averlo immerso nello smalto stannifero. Usando dei colori in grado di resistere alle alte temperature. In antichità erano: il verde, giallo, blu, rosso e viola manganese.

Per i colori che non resistono alle alte temperature si procedeva a sottoporre il pezzo a tre differenti cotture. Di cui la terza a temperatura minore.

Se in questo modo si assiste all’arricchimento della tavolozza cromatica. Di contro rende le superfici meno resistenti all’usura. Questo perché non avviene la fusione fra gli elementi permessa dalla tecnica a gran fuoco.

La maiolica può essere lavorata a ingobbio o a lustro metallico.

L’ingobbio è chiamato anche intonacatura. É una tecnica di lavorazione della maiolica dove l’impasto ceramico è ricoperto da un velo di terra bianca o colorata. Questa ricopre e nasconde l’argilla e a sua volta sarà ricoperto con lo smalto.

Peculiarità di questa lavorazione è la possibilità di incidere sulla superficie ceramica un disegno ad ornamento che prenderà forma dal colore dell’argilla sottostante. Questa tecnica decorativa si chiama graffito.

Le ceramiche realizzate con la tecnica dell’ingobbio si possono trovare definite anche come Bianchetti o Mezza maiolica.

La maiolica a lustro metallico è caratterizzata dal riflesso iridescente e cangiante della superficie esterna.

Questa caratteristica avviene ricuocendo il pezzo già smaltato, dipinto e cotto in presenza di ossidi metallici.

Quest’ultimi aderiscono e interagiscono con la superficie dipinta. Conferendole una nuova lumeggiatura nei toni gialli e rossastri che richiamano l’oro. Oppure argentei, madreperlacei, azzurrini, verdastri e rosso rubino.

Nel XIV secolo ma, ancor più nel XV e XVI, centro di produzione e diffusione di questa tipologia di maiolica fu la Spagna. Erano prodotte nelle città di Malaga e Manises, sobborgo di Valenza. Da quei luoghi giunsero in Italia.

Nel Cinquecento questi manufatti entrarono nella produzione dei ceramisti attivi nelle di città di: Deruta, Pesaro e Urbino.

Giorgio Andreoli è nato ad Intra, ora nel comune di Verbania, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. É il più celebre riverbatore di maioliche del XVI secolo. Le sue opere sono firmate Mastro Giorgio da Gubbio .

Maiolica si traduce in francese majolique. In spagnolo barro esmaltado. In tedesco  Majolika e in inglese maiolica.

 

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Maioliche in stile compendiario

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