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Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Le principali vicende della Reale Fabbrica di Maiolica di Torino.

 

Nel 1725, Giorgio Giacinto Rossetti e lo zio paterno Giovanni Battista ricevono la regia patente per esercitare una attività economica nell’ambito della produzione ceramica. Con questa lo stato sabaudo conferisce loro la possibilità di esercitare questa attività all’interno del suo regno. Questa autorizzazione è accordata con una durata decennale. A  quest’epoca Giorgio Giacinto Rossetti è ventenne.

Le forniture di terra provenivano da Pecetto, ora Pecetto Torinese, un borgo situato a pochi chilometri da Torino.

A Torino aprono una Fabrica di maiolica sì fina, che ordinaria di qualunque disegno, tanto alla Cina, che a figure. Un’attività che parte con una sovvenzione statale infruttifera di 3000 lire, avvallata il 3 dicembre dello stesso anno da Giovanni Battista, quale garante cointeressato.

A questo prestito infruttifero si affianca l’apporto finanziario di Giovanni Ludovico Roveda.

L’attività dei Rossetti, già dai primi mesi del 1725, è soggetta a sofferenze gestionali.

Le nuove e necessarie risorse finanziarie arriveranno dall’ingresso nell’attività di un nuovo finanziatore, il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene, rappresentato da Pietro Bistorto. É questo l’inizio di una operazione che porterà, in breve tempo, il nobile sabaudo al predominio della fabbrica. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per il mancato rispetto degli accordi fra i soci, nel 1727, Giorgio Giacinto Rossetti rinuncia alla partecipazione all’impresa. Decisione seguita, nel 1728, anche da Giovanni Battista. 

Questi due avvenimenti portano alla liquidazione della fabbrica. Cessazione che vede il Roveda creditore delle 3100 lire investite nell’impresa. E lascia il conte Carlo Giacinto Roero con il debito, verso lo stato sabaudo, dei prestiti statali ricevuti dai Rossetti, ammontanti a 8000 lire.

In questa nuova situazione, la fabbrica vede il trasferimento della regia patente a nome del banchiere Pietro Bistorto. In quanto facente le veci del conte Carlo Giacinto Roero di Guarene. Inoltre il prolungamento della durata, da dieci a quindici anni.

Giovanni Ludovico Roveda non si fa liquidare e mantiene un ruolo attivo nell’attività che ha contribuito a fondare. Di contro il Bistorto è nominato direttore della manifattura e come tale stipendiato con un quinto degli utili.

Nel 1729, si assiste all’ampliamento della fabbrica. Questo avviene al di fuori del territorio della città, in località Vigna Cumianan, una zona collinare posta sulla direttrice di vigna della regina. Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

É questo uno spostamento effettuato in vista di un definitivo trasferimento dell’attività produttiva. Esercizio fin allora svolto all’interno della città di Torino, in uno spazio sito nella Grande Contrada Po. Quest’area era la sede originaria della manifattura, dove, dopo il trasferimento, si manterrà il solo magazzino.

Questi sono anni in cui la manifattura è in un costante passivo e tutte le maestranze hanno da percepire retribuzioni arretrate.

Questa situazione persiste pur avendo aumentato sia la quantità e sia la qualità della maiolica realizzata. Anche con l’apporto di queste migliorie, la produzione era solo in parte effettivamente venduta e le rimanenze erano immagazzinate in attesa di compratore. Una delle ragioni di questa stagnazione era che il prodotto ceramico locale non attraeva la clientela torinese.

Un altro componente della famiglia Rossetti, attivo come pittore, nella Real Fabbrica di maiolica, è Giovanni Battista. Egli è il fratello minore di Giorgio Giacinto, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per Giovanni Battista l’occupazione torinese inizia nel 1728, all’età di sedici anni e si conclude nel 1729. 

Anno in cui lascia Torino. Dapprima per lavorare a Pavia, nella manifattura Rampini e successivamente si trasferisce a Lodi, dove è attivo assieme a Giorgio Giacinto. 

Nel settembre del 1737, anche lui, seguirà il fratello maggiore nel nuovo ritorno a Torino.

Nel 1731, in data 15 settembre, si ha la rottura fra il Bistorto e il conte Roero. Questo avviene a seguito della non chiara gestione finanziaria del primo ai danni del secondo.

Da quel momento, la gestione della manifattura passa nelle mani del Roveda che come nuovo direttore attua una politica di contenimento delle spese. Un accorgimento che si dimostrò sufficiente e che non permise all’attività di decollare.

È il conte Roero che richiama Giorgio Giacinto Rossetti a Torino, offrendogli un nuovo impiego presso la Reale fabbrica di Maiolica. Individuando in lui la persona adatta a mettere in buono stato, et nomina la fornace di maioliche. In questo modo risolvendo la crisi in cui versava la manifattura torinese, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Giorgio Giacinto Rossetti, dopo aver lasciato Torino, è attivo con successo a Lodi, dove rimarrà dal 1728 al 1736. Quest’ultimo è l’anno del suo rientro nello stato sabaudo.

Un ritorno, dove sempre lavorando alla produzione delle maioliche, ha già come obbiettivo la realizzazione dell’Oro bianco, ovvero della porcellana dura.

Questa costosa e complicata ricerca inizia a Torino nel 1736 e lì si conclude nel 1746. Dapprima con l’inoltro della richiesta e il rilascio della regia patente per la produzione della porcellana, autorizzazione ottenuta in data 21 giugno 1737. Poi con l’avvio dei suoi primi suoi esperimenti.

L’arrivo di Giorgio Giacinto a Torino è dell’agosto 1736. Quando la fabbrica di maiolica è diretta da Carlo Antonio Billotto. Fra i due si instaura una solida collaborazione. Sotto la loro direzione, per la prima volta, avviene che la manifattura vede un aumento del venduto e un calo delle rimanenze. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

In questi locali, previo gli accordi con il conte Roero, si apre anche la fabbrica per la produzione di porcellana fine e trasparente.

 

Questo avvalendosi dello stesso personale già impiegato nella realizzazione della maiolica e tenendo chiara separazione dei costi e degli utili delle due attività. Per la divisione degli utili, si accorda che i due terzi siano destinati al Rossetti e il terzo rimanente al conte Roero.

La messa a punto della formula per la realizzazione della porcellana è una temeraria operazione. Nella cui riuscita Giorgio Giacinto Rossetti assume il ruolo dell’assoluto protagonista. Assumendo, contemporaneamente, anche la responsabilità delle grandi risorse economiche necessarie.

Nel 1740, Giorgio Giacinto Rossetti intraprende viaggi fra Parigi, Vienna e Venezia, compiuti per accrescere le sue conoscenze tecniche sulla lavorazione della porcellana. Da Vienna, ritorna a Torino con gli Hausmalern Jacob Helkis e Anton Wagner.

Rossetti avvalendosi del loro aiuto e delle conoscenze acquisite durante i viaggi realizza i suoi pezzi in porcellana. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Prodotti, all’epoca, giudicati molto simili per bianchezza e pittura alle porcellane cinesi.

Ai nostri giorni, di questa produzione sono noti solo pochi modelli. Fra questi la figura a soggetto orientale, raffigurante una divinità buddhista cinese conosciuta come Guan Yi. La ceramica è ora esposta a Londra, nel British Museum. É databile attorno al 1740 e si caratterizzata per l’approssimativa smaltatura e l’indeterminato modellato.

Il 1743 vede sia il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene sia Giovanni Ludovico Roveda fuori uscire dall’impresa e ricevere la loro conseguente liquidazione.

 

Questo è dovuto al progetto ideato da Carlo Antonio Billotto e Giorgio Giacinto Rossetti di acquisire l’intera proprietà di entrambe le attività ceramiche. Queste passeranno di mano, diventando proprietà di una società composta dal Billotto e dai fratelli Rossetti. Il primo titolare di tutti i contratti d’affitto in essere e i secondi titolari delle regie patenti.

È in questo periodo che avviene l’apertura di un secondo punto vendita. Gestito in persona da Gaspare Siro, già deputato allo smaltimento di porcellane e maioliche nel magazzino sito nella contrada degli orefici.

La società è destinata a durare circa un decennio, per poi disfarsi il 12 maggio del 1753.

Questo avviene a seguito della richiesta di scioglimento dell’impresa presentata dai fratelli Rossetti. Domanda motivata dal comportamento fraudolento del Billotto. Quest’ultimo autore di considerevoli mancanze nella tenuta dei registri. Quali le discrepanze negli inventari e per la sua inclinazione ad avvantaggiarsi della fiducia a lui accordata, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

Nel 1763 scade e non è rinnovata la privativa sulla maiolica, un privilegio ottenuto nel 1748 e con una durata di quindici anni. È anche negato il divieto, preteso dai fratelli dai fratelli Rossetti, di commercializzazione all’interno dello stato sabaudo delle maioliche bianche estere. Anche se, quest’ultima richiesta, troverà una ridotta e indiretta accoglienza nell’aumento del dazio sulle importazioni di maioliche bianche e di colore scuro. Una maggiorazione che porta i diritti di dogana da 24 soldi e due denari a 50 soldi.

Da questo momento in poi la reale fabbrica vede un progressivo scemare. Accentuato dalla morte, nel 1764, della seconda moglie di Giorgio Giacinto Rossetti. Seguita, nel 1768, di quella di Giovanni Battista, fratello minore di Giorgio Giacinto.

 

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Con quest’ultimo decesso iniziano le vicende ereditarie.

 

Giovanni Battista nomina eredi universali la moglie, Margherita Belli e i sei figli. Questi, assieme a Giorgio Giacinto, continuano in comunione la gestione del Negozio della fabbrica della maiolica.

Al 1776 risale il primo testamento di Giorgio Giacinto, rivisto e sostituito nel 1777. Nel documento si nomina erede universale il solo figlio di secondo letto Pietro Maria. Il quale, sin dal 1° marzo 1778, con ancora in vita il padre, riceve la disponibilità dell’intero patrimonio paterno. Giorgio Giacinto decede poco dopo, il 21 ottobre 1778, per un accidente.

Da questo momento, gli eredi Rossetti iniziano la dismissione del Negozio della fabbrica della maiolica.

 

L’attuazione avviene con lo svolgersi di un asta, tenuta dal 16 dicembre 1778 al 11 gennaio 1779. Incanto dove si offrono le molte rimanenze di fabbrica. Questo al fine di svuotare i magazzini. Fra gli acquirenti: i membri della famiglia Rossetti, commercianti, professionisti ed ecclesiastici, in minore percentuale compaiono i membri della nobiltà.

A questa prima vendita, seguirà la divisione dei beni della società e il suo scioglimento. Questo avviene nel momento in cui gli eredi di Giovan Battista Rossetti diventano maggiorenni, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

La società è poi ceduta a Pietro Maria Rossetti. Gli accordi stipulati fra le parti quantificano il prezzo di cessione in 5600 lire. Valore da pagare in rate. Tutte onorate interamente da Pietro Maria che in questo modo acquisirà l’intera proprietà dell’impresa ceramica.

 

Luigi Gabriel e Giuseppe Rossetti stipulano un contratto di locazione con Pietro Maria. I primi due sono fra loro fratelli e cugini del terzo. I due rimettono al terzo la loro porzione della Casa grande detta della Majolica e del campo di Pecetto. Inizialmente per i prossimi dieci anni a venire. Periodo in seguito rinnovato per altri quindici anni.,

Pietro Maria Rossetti intende dar vita a una manifattura de vasellami simili alla terraglia d’Inghilterra. Questo perché aveva intuito che questo nuovo impasto, composto da terraglia tenera, col tempo avrebbe fatto scomparire la maiolica, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Pietro Maria impiega per realizzare i suoi manufatti delle terre provenienti dal Canavese e dal Biellese e indica questa produzione con la marca incussa P. ROSSETTI.

 

Nella conduzione della fabbrica Pietro Maria è affiancato stabilmente dal figlio Giacinto Maria. A quest’ultimo, il 13 marzo 1811, lascia in affitto la fabbrica. I due sottoscrivono un contratto della durata di nove anni che prevede, per i primi quattro anni, un canone di 4200 franchi annui. In seguito ridotto, per i successivi cinque, a 3200.

Pietro Maria Rossetti affida l’attività ceramica al figlio quando aveva superato i sessant’anni e decede poco dopo, il 13 febbraio 1813.

L’attività paterna è ora nelle mani di Giacinto Maria. Questa gestione si presenta sempre più sofferente, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

La manifattura in questi anni è fautrice di una produzione ceramica di scarsa qualità. Il cattivo andamento degli affari la vede costretta a una forte riduzione nel numero degli operai occupati. Nel 1822 erano ventotto i lavoranti in organico.

Tutti dei presupposti per una uscita di scena di Giacinto Maria. Scomparsa avvenuta con l’affitto dei locali della sua attività ceramica alla società fornata dai ginevrini: François Richard, Fréderic Dortu e César Prelaz. Produttori, nel comune svizzero da Carouge, di vasellame realizzato con la Terra di pipa. Fabbricazione che trasferirono nella città di Torino, dove acquisirono un privilegio decennale, circoscritto al solo Piemonte.

Giacinto Maria Rossetti decede il 28 settembre 1835, ponendo fine a una famiglia che ha contribuito a fare la storia della ceramica nella penisola italica.

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Bibliografia:

  • Cristina Campanella, La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane, A cura di Cristina Maritano, Silvana editoriale, 2025.
  • Anna Cremonte Pastorello di Carnou, L’Oro bianco e il suo mistero. Divagazioni sull’arte della ceramica in Torino, Vische e Vinovo, Associazione Immagine per il Piemonte, Alzani editore, Pinerolo 2007.

Nell’immagine: Vassoio in maiolica dipinto in color blu con il motivo a Berein.

Nelle carte testamentali d’inventario questo tipo di decoro è indicato con il nome a barocco o baroch, cioè di figura strana o bizzarra.

Dimensioni 42,7 x 32,3 cm H 2,6 cm.

 

Questo scritto è un ricordo dedicato a un amica, Cristina Campanella. Un tributo al suo notevole impegno nello studio della storia della ceramica. 

Il suo lavoro sulla manifattura Rossetti ha permesso la pubblicazione postuma del libro intitolato La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane,. A cura di Cristina Maritano, Edito da Silvana editoriale, nel 2025.

Studio a cui rimando per ogni approfondimento.

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Benandanti Malandanti folclore friulano

Benandanti Malandanti folclore friulano

Benandanti Malandanti folclore friulano.

 

Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Il loro ruolo all’interno della società contadina friulana e le accuse di stregoneria da parte della Santa Inquisizione.

 

I Benandanti e i Malandanti sono delle figure contrapposte che richiamano fortemente alle tradizioni popolari del loro territorio. Dei personaggi che ci trasportano nell’Italia nord orientale, nella regione storico geografica del Friuli.

Delle figure che rievocano il lavoro dello storico Carlo Ginzburg. Promotore di una attività basata sulla consultazione e sullo studio dell’amplia documentazione sull’argomento. Tutti dei documenti conservati nell’archivio della Curia Arcivescovile della città di Udine.

Prima del lavoro di Ginzburg sul tema mancavano studi di qualunque specie. A lui, storico della stregoneria, spetta il merito di aver distinto la figura del Benandante da quella dello stregone. E di averla ravvicinata a quella dello sciamano.

Coloro che prima di lui si erano occupati del tema, avevano identificato il termine Benandante come uno sinonimo del vocabolo stregone. Questa assimilazione è il frutto di ben precise interferenze volute dalla Santa Inquisizione e dal Sant’Uffizio. Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Questi due poteri, non paghi della sola identificazione della figura dello stregone, affiancano a questa presenza quella del  diavolo e il sabba. Questo al fine di meglio perseguire i loro fini. 

Questo ingresso avviene con l’ammaestramento delle confessioni rilasciate dagli imputati di stregoneria. 

Gli incriminati sono posti sotto tortura e suggestionati dalle parole pronunciate degli inquisitori. Sono incalzati nelle loro risposte a sovrapporre e identificare la stregoneria diabolica con le superstizioni e gli antichi culti esistenti, in precedenza, in quella regione.

 

Benandanti Malandanti folclore friulano
Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano, il loro ruolo all’interno della società contadina friulana. Le accuse di stregoneria dalla Santa Inquisizione.

Ginzburg studia gli atteggiamenti religiosi della società contadina friulana fra la fine del XVI e la metà del XVII secolo. Individua la discrepanza ben presente tra il giudizio colto dei giudici inquisitori e quello popolare, proprio degli accusati, i Benandanti. Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Questi ultimi sono i testimoni e i fautori di una stregoneria popolare. Questa trova la sua nascita e la sua giustificazione nell’esistenza in quella regione di un antico culto di fertilità. Una pratica incarnata dai Benandanti, difensori dei raccolti, della fertilità dei campi e della prosperità della collettività.

I Benandanti potevano essere sia uomini sia donne, erano possessori di capacità magiche innate. Tutti erano accomunati dall’essere nati con la camicia, ovvero con il sacco amniotico integro, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Quest’ultimo era poi in parte conservato e tenuto appeso al collo. Garantendo, con la sua presenza, la continuità dei poteri del Benandante. Infatti la sua perdita coincideva con la scomparsa anche dei poteri magici.

Quattro volte l’anno, una volta per ogni stagione, nel periodo delle quattro tempora, i Benandanti erano chiamati al loro compito. Lasciavano i loro corpi fisici e intraprendevano, durante il sonno, un viaggio extra corporeo. Questa era un’esperienza onirica, percepita dai Benandanti come reale.

 

In quei viaggi, gli uomini, sotto forma di piccoli animali, volando fra le nuvole. In luoghi predefiniti. Lì combattevano contro i Malandanti, ovvero le streghe e gli stregoni. Nello scontro, i Benandanti erano equipaggiati con steli di finocchio, i Malandanti erano muniti con canne di sorgo. La vittoria dei Benandanti garantiva la prosperità della collettività, mentre la loro sconfitta portava carestia e malattia.

Le donne erano anch’esse impegnate a far prevalere il bene sul male. Questo avveniva con la partecipazione a grandi feste. Presiedute da una donna, la Badessa e, con la partecipazione di un folto gruppo di ospiti composto da: spiriti, fate e altre creature sovraumane.

Benandanti Malandanti folclore friulano
Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano, il loro ruolo all’interno della società contadina friulana. Le accuse di stregoneria dalla Santa Inquisizione.

I Benandanti sono delle figure che ci trasportano in un mondo fatto di magia e mistero. 

I documenti sulle loro vicende risalgono alla fine del Cinquecento e a parte del Seicento.

Dalla lettura di questi testi si ha una visione delle loro credenze e del loro operato. Entrambi incentrati sui viaggi notturni compiuti al di fuori del corpo fisico.

Come si diventava un Benandante?

Fanno parte di questa compagnia tutti quelli che sonno nati vestiti. Et quando vengono alli venti anni, chiamati a guisa del tamburo che chiama li soldati, et a noi bisogna andare.

L’essere nati vestiti significava l’essere avvolti, al momento della nascita, dalla membrana amniotica. Del tessuto placentale è conservato, benedetto e sempre portato al collo del Benandante.

In quale forma i Benandanti si recavano a questi incontri notturni ?, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Durante il sonno, lo spirito del Benandante risponde alla richiesta di chiamata. È lo spirito mio che va fuori. Et se per caso, mentre noi siamo fuora, uno andasse con il lume, et reguardasse il corpo sempre. Lo spirito non ritornerebbe mai dentro fino a che non finissimo di guardare per quella notte. Et se quel corpo, apparendo come morto, fosse posto sotto terra. Il spirito andrebbe vagando per il mondo fino a quel ora che quel corpo doveva morire.

Un ben andante parla dei suoi viaggi notturni.

Dal dialogo fra un uomo istruito e un Benandante. Il primo, con atteggiamento di burbanzosa superiorità verso le superstizioni del popolo, chiede: Ė egli vero, valent’uomo che tu sia un Benandante?. Il secondo annuisce. L’altro s’informa subito su ciò che più gli interessa: Se egli aveva cognizione de le streghe et de loro malie et fattucchierie. Tutte delle conoscenze che tendono a riassumere il potere dei Benandanti. Il secondo annuisce. Allora l’uomo istruito domanda suo convegni notturni: dove vanno, quanti sono, cosa fanno e così via. Il Benandante risponde che Egli va la notte in spirito sul prato della chiesa di San Canziano [d’Isonzo], in compagnia di altri Benandanti.

Tra i quali un vecchio che aveva cognizione di morti. Cioè che li vedeva ne le pene ne le quali erano, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

A questi convegni: Alcuno andava sopra lievori, altri sovra cani, altri sovra porcelle. Et altri sovra porci di quelli de li peli longhi et che li stanno ribuffati in su, et chi sopra altri animali. Giunti sul prato, Così gl’uomini come le donne saltano, et alle volte mangiano, et a quella giesiola vanno con caldelette accese .

Quando avvenivano questi viaggi notturni.

Il giovedì de tutte le quattro tempora de l’anno erano destinati a andare insieme con questi stregoni in più campagne. Come a Cormos, avanti alla chiesa di Iassico, et insino su la campagna di Verona. Nel calendario liturgico del rito romano le Quattro Tempora erano quattro distinti periodi dell’anno dedicati alla preghiera e al digiuno. Ogni arco di tempo durata di tre giorni, non consecutivi ma, appartenenti alla stessa settimana

Cosa succedeva durante il viaggio al di fuori del corpo fisico.

I Benandanti Combattevano, giocavano, saltavano, et cavalcavano diversi animali. Et facevano diverse cose fra loro; et le donne battevano con canne di sorgo gli uomini che erano con loro. Et li quali avevano in mano delle mazze di finocchio.

E alla fine dell’incontro scontro, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Quando le streghe, strigoni et vagabondi tornano da questi giochi pieni di caldo e stanchi. Nel passar delle case se trovano acqua chiara et netta nei secchi, la bevono. S’anco non vanno alla cantina et mettono sotto et sopra tutto il vino.

Nelle tradizioni popolari friulane il Benandante come era considerato.

Esistono degli stregoni detti Benandanti, i quali impediscono il male, mentre altri stregoni lo fanno.

Li stregoni et le streghe quando si partono vanno a far del male, et bisogna che siano seguitati, per impedirlo, dai Benandanti.

che sono buoni,

I Benandanti erano anche dei guaritori.

Questo ragazzo, noto come Benandante, aveva dapprima curato con successo un bambino. Dopo averlo disfatto miracolosamente dalle malie. Egli aveva infatti suggerito di porre sotto il cuscino o il capezzale dell’infermo: Aglio et finocchio. Così che per quella notte le streghe non sarebbero andate a molestar quella creatura. Anche qui, il finocchio è usato come un arma contro le streghe. Con questo accorgimento, il bambino aveva passato, dopo molti giorni, una notte tranquilla.

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Luigi Canina Oropa

Luigi Canina Oropa

Luigi Canina Oropa.

Luigi Canina e il progetto della monumentale chiesa da erigere a Oropa.

 

 

L’architetto casalese Luigi Canina è un significativo esponente dell’architettura tardo neoclassica, un’ordine in voga nella prima metà del Ottocento. Oltre a ciò era anche un erudito, uno studioso di arte e archeologia ed l’editore dei suoi numerosi studi.

 

Luigi Canina Oropa
Roma, dai Tipi dello stesso Canina, 1844

 

Durante il suo soggiorno romano è il commissario alla antichità del Governo Pontificio. Un impiego che lo vide autore di varie attività urbanistiche, come la sistemazione della Via Appia.

Carica che anche l’occupò, nel ruolo di direttore, di molteplici scavi archeologici. Aperti sia nel Foro Romano, sia nella città etrusca del Veio e infine nell’antico centro abitato di Tuscolo. Quest’ultimo situato sui Colli Albani.

A questi incarichi aggiunse i lavori, di commissione privata, di sistemazione di Villa Borghese.

 

Luigi Canina Oropa
Luigi Canina, Ad onorevole memoria di Alberto Thorvaldsen,

 

La lontananza dalla sua città natale però non gli sottrasse delle opportunità che si manifestarono nel Regno di Sardegna. Opportunità anche dovute all’ampio prestigio conquistato e alla grande fama di cui godeva.

 

Questa occasione si presenta nel 1844. Quando il Consiglio Amministrativo del Santuario d’Oropa è alla ricerca di un architetto a cui affidare il progetto della Basilica da edificare in quella località. Da subito la prima scelta cadde sul Canina che accetta con fervore.

L’architetto casalese realizza, al suo rientro a Roma, i disegni e un modello ligneo del suo progetto. Tutto del materiale inviato ai committenti nell’agosto del 1847 e ancora, al giorno d’oggi, in quella sede conservato.

 

Per l’artefice casalese questa è un genere di commissione mai ricevuta. Un progetto mai prima ideato, in quanto a Luigi Canina è richiesta la realizzazione di una chiesa monumentale a Oropa. Un edificio da inserire in un paesaggio dominato da un Sacro Monte e da un Santuario.

Come si apprende dal libro scritto da Mario Trombetto, intitolato Storia del Santuario d’Oropa, l’edificio da costruire è pensato di ampie dimensioni. Doveva misurare 62 metri di lunghezza, 34 di larghezza e 20 di altezza.

Il progetto caniniano si ispirava ai modelli paleocristiani romani, prevedeva la costruzione di un edificio a tre navate divise da una doppia fila di colonne.

I lavori iniziarono con ritardo, a partire dal 1854 e mai giunsero a compimento. 

 

Questo è dovuto al concatenarsi di diverse cause. Di certo la più significativa è l‘iniziale ritardo nella partenza dei lavori. Causato dal sopraggiungere della malattia del Canina e alla sua successiva morte, avvenuta nel 1856.

A questo si aggiunse l’eccessiva lentezza di esecuzione dei lavori. Una situazione dovuta alla scarsezza della manodopera disponibile, questo a seguito della epidemia di colera in atto.

Non ultimo influirono le difficoltà prodotte dal periodo storico in corso nella penisola, quello del Risorgimento e delle conseguenti Guerra d’Indipendenza.

Il coincidere di tutti questi fatti, impedì la realizzazione della fabbrica ideata dall’architetto casalese.

Il progetto della fabbrica ideata da Luigi Canina per la chiesa d’Oropa è definitivamente abbandonato nel 1877 e sostituito con quello di Ignazio Amedeo Galletti. Progettato tra il 1878 e il 1879 e messo in esecuzione dal 1885.

 

 

 

 

LUIGI CANINA – Pianta topografica di Roma antica.

 

 

 

Antica acquaforte raffigurante il Sacro Monte e il Santuario di Oropa.

 

 

 

FOGLIANO – La madre di dio venerata in Oropa.

 

 

 

L’architetto casalese Luigi Canina, la via Appia e altri importanti suoi interventi.

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Luigi Canina architetto Appia

Luigi Canina architetto Appia

Luigi Canina architetto Appia.

L’architetto casalese Luigi Canina, la via Appia e altri importanti suoi interventi.

 

 

Luigi Canina nasce nel 1795 a Casale Monferrato, all’epoca un grosso borgo agricolo, ora una cittadina appartenente alla provincia di Alessandria. Decede a Firenze nel 1856. Città toscana dove è sepolto nella Basilica di Santa Croce. Fu accademico di San Luca e membro di molte prestigiose Accademie d’Europa.

Inizia gli studi nel convento agostiniano di Valenza e li conclude a Torino, dove consegue la laurea in architettura.

Per il suo impegno culturale, il Canina è una figura da annoverare fra i più importanti protagonisti del sapere della prima metà del XIX secolo.

 

La sua stupefacente e molteplice attività si svolse in numerosi campi. I principali ambiti di azione del casalese Canina sono l’architettura, la storia e l’archeologia.

A questi, da considerarsi i preminenti, si aggiunge il suo impegno nel settore dell’editoria, della storiografia, nell’amministrazione pubblica e nella tutela dei monumenti antichi.

 

Luigi Canina architetto Appia
Carlo Albani, Di Luigi Canina da Casale Monferrato, Tipografia Bertero 1873.

 

È merito suo se la cattedrale dedicata a San Evasio, edificata della città di Casale Monferrato, preserva l’antica e ancora visibile facciata. Un fronte all’epoca destinato alla demolizione per essere ricostruito in forme di gusto tardo neoclassico.

Canina per lungo tempo vive a Roma. Una città da lui apprezzata per la sua poderosa vocazione cosmopolita. Una inclinazione quella capitale dello Stato Pontificio che la faceva uno spazio favorevole alla nascita di contatti e scambi con i numerosi artisti lì attivi. Inoltre ebbe stretti rapporti con le più significative figure del tardo neoclassicismo europeo.

Questo era il suo modo di aggiornarsi e una sua inclinazione. Due modi che lo portano in Gran Bretagna, a visitare l’Esposizione Universale di Londra del 1851. In Inghilterra si dedica anche al progetto di restauro del castello di Alnwich.

 

Luigi Canina architetto Appia
Carlo Albani, Di Luigi Canina da Casale Monferrato, Tipografia Bertero 1873.

Questa prolungata lontananza non gli impedì di mantenere degli stretti contatti con la sua città natale e più in generale con il Regno di Sardegna.

L’architetto Luigi Canina e i lavoro sulla via Appia.

Fra i suoi più significativi interventi troviamo: Il progetto del giardino di Villa Borghese e per la chiesa di Oropa. In archeologia, l’architetto Luigi Canina conduce gli scavi sulla via Appia. Nel campo editoriale, la stesura di una monumentale opera sull’architettura antica.

Questi non sono che una piccola parte dei suoi lavori, un operosità nella quale si annovera una vastissima produzione di ricerche, studi e monumenti. Tutti esempi della complessa personalità artistica dell’architetto casalese.

 

 

LUIGI CANINA – Pianta topografica di Roma antica.

 

 

 

Luigi Canina e il progetto della monumentale chiesa da erigere a Oropa.

 

 

 

Antica acquaforte raffigurante il Sacro Monte e il Santuario di Oropa.

 

 

 

FOGLIANO – La madre di dio venerata in Oropa.

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piatto fritole frittole venezia

piatto fritole frittole venezia.

Piatto da fritole o frittole in uso a Venezia.

 

 

I piatti prodotti a Venezia e utilizzati per servire le fritole o frittole sono realizzati in metallo. Nella maggior parte dei casi, risalgono al XIX secolo.

Rappresentano un affascinante e poco nota componente della tradizione gastronomica veneziana e dell’artigianato artistico tipico della città di Venezia.

Per il loro uso sono anche detti piatti per frittelle o, come direbbe un vero veneziano, da frittoea.

Realizzati in metallo, molti in ottone, recano al centro, entro un ampio bordo decorato, una figura realizzata a sbalzo. Quest’ultima, per lo più, richiama la città di Venezia e la laguna.

 

piatto fritole frittole venezia
Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 20,8 cm

 

Fra i decori è molto diffusa la riproduzione del leone di San Marco. Raffigurato  sia con il libro aperto che chiuso, oppure con la spada sguainata. A questi felini si affiancano i ritratti di profilo del. Doge, il ponte di rialto, la facciata della basilica di san marco e gli stemmi araldici. Piatto fritole frittole venezia.

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Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 21,1 cm

 

Altri si presentano con soggetti vegetali, quali: fiori singoli o composti entro un vaso, grappoli d‘uva e coppe ricolme di frutti.

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Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 31,7 cm

 

Tutti dei prodotti d’arte che trovano i loro lontani parenti negli elemosinieri, i recipienti metallici impiegati nelle chiese per raccogliere le elemosine. Da questi piatti per questua i piatti per fritole prendono la struttura decorativa, ma tralasciano l’impiego dei motivi religiosi.

Le frittole sono un dolce tipico del territorio sottoposto al controllo della

Repubblica Serenissima.

 

Di origine cinquecentesca, erano preparate dai fritoleri e vendute calde lungo le calli veneziane.

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Piatto per fritole in ottone Venezia Diametro 21,6 cm

 

La nascita della corporazione dei fritoleri risale al Seicento. A ognuno dei componenti l’associazione era assegnata, in esclusiva, un area di vendita e ai figli la possibilità di subentrare all’attività famigliare.

La professione cosi regolata si tramanda per lungo tempo e solo alla fine dell’Ottocento i fritoleri svaniscono dalle strade della città lagunare.

 

Fortunatamente, per tutti i golosi, la scomparsa non tocca l’apprezzato dolce che dal Settecento è assunto ad essere dolce nazionale dello Stato Veneto.

In tutti questi secoli la ricetta ha subito varie modifiche ma, quelle classiche veneziane sono solo fatte di sola pasta fritta, priva di qualunque ripieno.

Gli ingredienti principali di questo dolce sono: le uova, la farina, lo zucchero, l’uvetta e i pinoli. L’impasto era poi fritto.

A cottura terminata sono cosparse di zucchero e servite su un apposito piatto in metallo sbalzato, il piatto da fritole. piatto fritole frittole venezia.

 

Oggi, questi piatti sono dei rari e preziosi oggetti da collezione, i testimoni della ricca tradizione veneziana. La loro bellezza artigianale e il loro legame con la cultura gastronomica rendono questi manufatti particolarmente apprezzati da collezionisti e appassionati di storia.

Se desideri ulteriori informazioni su questi piatti o sulla tradizione delle frittole veneziane, contattami e sarò lieto di aiutarti.

 

 

 

 

Le Porcellane Vezzi a Venezia nel Settecento.

 

 

 

 

Leone di San Marco di Venezia.

 

 

 

San Giorgio agiografia e curiosità.