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l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

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L’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

 

L’Esposizione d’arte giapponese si inaugura a Roma il 26 aprile del 1930. É allestita al palazzo delle esposizioni.

La mostra è programmata più per ragioni diplomatiche e propagandistiche che per vero interesse per l’arte realizzata nel paese del sol levante.

L’Esposizione d’arte giapponese di Roma ha il merito di essere il primo evento ufficiale, in Italia, nell’ambito di questi tipo d’arte.

Il catalogo stampato per illustrare l’evento è privo di testo esplicativo. Composto dall’elenco delle cento settantasette opere esposte. Presentate con autore e titolo, con molte illustrazioni delle pitture. Tutte stampate a piena pagina e in bianco e nero.

La mostra si concluderà nel maggio dello stesso anno.

Gli appartenenti alla missione artistica giapponese sono guidati dal pittore Taikwan Yokoyama. Il nome è riportato nella traslitterazione usata dai giornali dell’epoca. A loro si deve all’allestimento e la trasformazione del palazzo delle esposizioni di via nazionale.

Il lavoro dei falegnami provenienti dal Giappone permise la realizzazione di originali soluzioni espositive. Queste ricreano le forme e gli spazi tipici delle case del sol levante.

Gli ambienti sono realizzati con l’uso di pilastrini in tronco di ciliegio. Il legno dell’albero è impiegato allo stato naturale. Come si presenta al momento del taglio. Senza scortecciatura e piallatura.

Le stanze sono allestite con pareti mobili, porte scorrevoli, con pochi ed essenziali mobili.

In Italia, si vedeva, per la prima volta, lo spazio abitativo come è nella realtà quotidiana giapponese.

In questi locali sono collocati i quadri portati per l’esposizione. Mai esposti prima d’ora, in Italia e in Europa.

Nell’Esposizione d’arte giapponese a Roma sono visibili delle opere di pittura giapponese ambientate come nella loro terra d’origine. Rispettando le collocazioni e le proporzioni tipiche dei gusti giapponesi.

Le opere pittoriche presenti all’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930 mirano a dare un quadro completo dell’arte giapponese. Descrivendo le diverse tendenze e delle diverse scuole che all’epoca operavano in Giappone.

Prima di questa data, il panorama sull’arte goapponese in Italia è assai limitato.

Un solo critico, Vittorio Pica, se ne è occupato.

Le conoscenze dell’intellettuale napoletano non erano dirette. Egli non si reco mai in Giappone. Tutte le informazioni, almeno sino al 1897, le ha ottiene attraverso le frequentazioni con Edmond de Goncourt.

Dal 1881, il letterato francese aveva iniziato con Pica un carteggio. Da questa corrispondenza e dalla successiva frequentazione, a Parigi, nel 1891, nasce nell’uomo di cultura italiano l’interesse per l’arte giapponese.

La conoscenza è, per la maggior parte, basata sull’analisi delle stampe giapponesi. Le Ukiyo-E ollezionate da Goncourt.

La raccolta letterato francese comprendeva fogli di importanti autori: Hokusai, Utamaro, Toyokuni e Hiroshighe.

Questa è una caratteristica degli arbori dell’interesse europeo per l’arte giapponese. Una attrattiva verso sle stampe e gli oggetti d’arte applicata.

Le prime considerate, in Giappone, forma d’arte di scarsa importanza. I secondi sono prodotti espressivamente per l’esportazione. Realizzati più per compiacere l’acquirente finale che come vera espressione d’arte del Giappone.

Questo rapporto e la conoscenza acquisita permettono a Pica di pubblicare L’arte dell’estremo Oriente.

Un libro edito nel 1894. Hai il merito di essere il primo testo in lingua italiana sull’argomento.

Il volume consacra il ruolo del Pica come divulgatore dell’arte giapponese.

Diversa è la situazione in Europa. Dove appaiono testi e riviste sull’argomento.

Fra il pubblicato, non si può non citare le due opere fondamentali. Alla base di tutti gli sviluppi futuri.

In ordine di stampa. Nel 1882, il testo di William Andeson, intitolato Japanese wood engravings.

Questa è la prima opera sull’arte giapponese scritta da un autore che si era recato per l’elaborazione in Giappone.

A questo seguì, nel 1883, lo scritto di Louis Gonse, intitolato L’art japonais.

Opera composta due tomi. Per la compilazione si avvale di Wakai Kenzaburo e Hayashi Tadamasa, due giapponesi presenti a Parigi.

Hayashi Tadamasa è un mercante d’arte giapponese. Intrattiene rapporti anche Edmond de Goncourt. É l’autore della traduzione dei testi in lingua giapponese inerenti all’opera di Utamaro. Un lavoro che permise la pubblicazione, nel 1891, della monografia intitolata O Utamaro. Le peintre des maisons vertes.

Nel panorama italiano, altri due eventi, precedenti a quello del 1930, sono da citate.

Il primo, avviene nel 1897, quando alla seconda biennale di Venezia è dedicata una sala alle opere degli artisti appartenenti alla Nihon bijutsu kyokai. Il secondo, nel 1905, è l’apertura del museo Chiossone a Genova.

Entrambi questi avvenimenti incidono sul punto di vista del Pica. Il critico che fino a quel momento è l’unico riconosciuto paladino italiano dell’arte giapponese.

Dopo la biennale molti critici scrivono sulle opere d’arte degli artisti giapponesi.

Esprimendo il proprio parere, da una parte, alimentando una concezione dissonate e la disinformazione.

Di contro, come nel vaso di Ugo Ojetti, introducono nel dibattito culturale l’opera di William Anderson. Aprendo a nuove istanze, più consone all’arte giapponese e al superamento della centralità dell’opera sull’argomento scritta dal Pica.

Da parte sua il Pica, ammirata la qualità degli oggetti esposti nel museo genovese, redige vari articoli di descrizione e commento. Tutti questi scritti sono pubblicati sulla rivista Emporium.

Gli articoli rispecchiando le idee espresse nel suo testo del 1894 ma risentono di due nuovi fattori. Il primo sono le conoscenze ottenute dalle frequentazioni con Edmond de Goncourt. Il secondo la lettura delle opere del Gonse e Anderson. Testi ora da lui introdotti in bibliografia.

All’Esposizione d’arte giapponese di Roma del 1930 seguirono recensioni sui giornali e pubblicazioni di volumi sull’argomento.

Il catalogo edito per illustrare la mostra l’Esposizione d’arte giapponese di Roma. Allestita presso il Palazzo delle Esposizioni. Comprende un elenco delle opere esposte e molte illustrazioni. Stampate in bianco e nero a piena pagina. É privo di testo critico.

Sull’argomento compaiono altri libri.

Di Pietro Silvio Rivetta La pittura moderna giapponese. Un piccolo libretto pubblicato, nello stesso anno della mostra, dall’istituto nazionale L.U.C.E. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo.

L’autore è conosciuto anche con lo pseudonimo di Toddi.

Con ben altra veste editoriale, a cura del barone Pompeo Aloisi, Ars Nipponica. Saggi raccolti in occasione della mostra Okura d’arte giapponese. Stampato a Tokyo, in lingua italiana. Contiene la traduzione in lingua italiana di molti scritti di rappresentanti della cultura giapponese dell’epoca. 

Entrambi gli autori non sono estranei alla cultura e all’arte del Giappone. Poichè tutte e due impiegati, in tempi molto diversi, nell’ambasciata italiana di Tokyo.

La conoscenza e la sensibilità per le forma d’arte giapponese maturate da Pietro Silvio Rivetta ben si colgono in alcune considerazioni presenti nel suo libro. 

Toddi sulle pagine del suo libro descrive la forma dei dipinti giapponesi ed esemplifica la concezione del paese d’origine.

Definenendoli pitture e non quadri. Volutamente in collooquio con l’esterno del dipinto. Quest’ultimo si pone come il fulcro di un più ampio oggetto artistico. Destinato a comprenetarsi con l’ambiente che lo circonda. 

Il libro scritto da Toddi appartiene alla collana intitolata L’arte per tutti. Una collezione composta di piccole monografie. Destinate a divulgare il gusto e la conoscenza storica dell’arte nel pubblico meno addentrato a questo tema.

La politica editoriale sulla collana si riassume con poche frasi. Pensò di fare dei volumetti. Dove sia nel testo che nelle illustrazioni. racchiudano tutto l’essenziale intorno ad un determinato argomento.

Libricini contenenti molte ed eccellenti illustrazioni. Almeno 24 tavole. Ben scelte e ciascuna accompagnata in margine dalla sua nota illustrativa. Brevissimo il testo, non più di 8 paginette, ma chiaro, sintetico ed esauriente. Redatto dai più autorevoli studiosi di quel argomento.

Il libretto scritto da Rivetta rispecchia tutte le caratteristiche elencate.

Pur appartenendo a una collana a scopo divulgativo contiene un innovativo intervento critico. Dove l’autore palesa conoscenza e sensibilità per l’arte giapponese. Ben denotata anche dalla, pur succinta, bibliografia.

É interessante esaminare e riassumere il testo elaborato, a commento della mostra romana, da Pietro Silvio Rivetta.

Usando le sue parole.

Nelle pagine che seguono sono riprodotte le opere di ventiquattro pittori giapponesi contemporanei.

Questa esposizione offre una possibilità unica. Non mai altrove. Nemmeno nello stesso Giappone. I pittori giapponesi appartenenti a due opposti gruppi.  Polarizzanti da un trentennio tutta l’arte pittorica tipicamente nazionale. Esposero insieme né in si gran copia le loro opere.

I due gruppi Rimangono rigidamente nella cerchia sostanziale della tradizione.

Più che nella tecnica si differenziano nel contenuto e nelle intenzioni dell’arte.

In quanto alcune vogliono essere realisticamente obiettive e quasi esaurirsi in se stesse. Mentre (l’altra fazione artistica ndr) aspira a lasciare il più ampio campo suggestivo e di fantasia a chi le contempli. Potendo da esse trarre ispirazione.

I due gruppi sono chiamati Tei ten e In ten.

Non facile è tracciare una rigida demarcazione dei due gruppi in base a meri criteri artistici. Alcuni autori od alcune opere potrebbero legittimamente emigrare dal Tei ten allo In ten o, in casi più rari, viceversa.

Non era possibile non disquisire sulla differenza nel formato fra le opere giapponesi e quelle europee.

Diciamo pitture, meglio che quadri.

In quanto l’idea di un dipinto rigorosamente squadrato e contenuto è non solo del tutto esotica. É addirittura in antitesi con la tradizionale funzione dell’arte nipponica.

Un dipinto giapponese non è che la parte centrale di un più ampio oggetto artistico, il kakemono. Destinato a fondersi in un certo qual modo all’ambiente e a creare, in esso e con esso, una determinata atmosfera.  

I kakemono sono mutati col variare delle stagioni o in particolari circostanze. (Per esempio: gli ospiti in visita ndr).

Concludendo. É facile da ciò intendere come la funzione stessa della pittura giapponese ne determini lo speciale carattere, decorativo e di suggestione. Il quale nettamente la distingue dalla pittura in stile europeo.

La aburae è la pittura ad olio. Questa tecnica non è neppur tentata per lavori di puro stile giapponese. Ai quali è anche rimasto estraneo ogni principio realistico di prospettiva e di ombre.

La pittura giapponese continua così tuttavia quella ininterrotta tradizione. Da dodici secoli continuamente si rinnova entro barriere rigide che nettamente la distinguono da ogni altra (forma pittorica non giapponese ndr).

I kakemono possono essere di due specie.

Avere nella parte centrale un dipinto a colori (tsukuri-e o pittura ornata). Oppure in bianco e nero (tsukuri-e o pittura a inchiostro di Cina).

Realizzato su seta. Oppure su quella peculiare carta assorbente che impedisce al pittore di correggere e modificare il tratta già segnato.

La legge del pennello (hippo) è quella medesima che regola la scrittura.

Presso questo popolo per quale ogni segno scritto è un immagine. Il calligrafo, in Giappone, è un artista quanto lo è il pittore. Ogni pittore è anche, nei sui dipinti, un calligrafo.

Questa legge vuole che ogni pennellata sia sicura, a pugno immobile, col solo movimento delle dita.

Questa virtuosità di esecuzione è anche uno degli elementi che van considerati da chi voglia percepire la pittura giapponese come la osserverebbe un giapponese. Ossia giudicata per ciò che, anche nelle intenzioni dell’autore, vuol valere e significare dinanzi agli occhi di un giapponese colto.

In merito a come un giapponese colto osserva la pittura. Tra i fiori di altea (titolo dell’opera esposta Ndr) di Sōmei Yuki c’è, quasi nascosto, un uccellino. Dettaglio secondario per lo spettatore europeo. Destinato a provocare una sentimentale associazione d’idee nel Giapponese. Come un usignolo fra i fiori di prugno inevitabilmente gli porta in mente, per tradizionale poetico simbolismo, l’immagine d’un idilliaco convegno di amanti.

Pietro Silvio Rivetta è autore di altre opere sul Giappone.

Per i tipi di Ulrico Hoepli, pubblica, nel 1941, Il paese dell’eroica felicita, Usi e costumi giapponesi.

Nel 1943, Nihongo no tebiki Avviamento facile alla difficile lingua nipponica.

Il Conte Pietro Silvio Rivetta (Roma 1886 – 1952).

Fu direttore del Travaso delle Idee. Scrittore e giornalista brillante. Versatile e capace di cogliere gli aspetti umoristici in tutte le materie affrontate.

Addetto all’ambasciata italiana a Tokyo nel 1910. Ottiene le cattedre di cinese e giapponese all’Istituto Orientale di Napoli. In seguito insegnò, a Roma, Giurisprudenza. 

Poliglotta. Tentò di adattare al mondo occidentale le dottrine orientali.

Il 21 marzodel 1943, il giorno equinozio di primavera, presso la Guaita del Monte Titano, fonda la Scuola del benessere integrale. Nata per divulgare la sua dottrina del massimo rendimento.

Suoi sono i volumi:

  • Geometria della realtà e Inesistenza della morte.
  • Manuale teorico pratico per la serenità in questa vita e nell’altra. Del 1946.

L’interesse per le stranezze e le possibilità combinatorie della lingua italiana lo spinsero a scrivere uno dei primi libri in italiano di Enigmistica. Il volume è  intitolato Metodo per risolvere i Cross Words PuzzlesEdito nel 1925. Dove i Cross Words Puzzles son le parole in croce.

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

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Nell’immagine. La copertina anteriore del libro di Pietro Silvio Rivetta. La pittura moderna giapponese. Edito dall’Istituto nazionale L.U.C.E. Nella collana L’arte per tutti. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo. Nel 1930.