Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono
Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.
Il netsukè è un oggetto indossato con il compito di fissare i vari sagemono all’obi del kimono maschile.
Per questa ragione non può essere di dimensioni eccessive. Queste andrebbero a discapito della portabilità.
Deve essere privo di parti sporgenti che avrebbero l’inconveniente di impigliarsi nell’abito.
Per evitare quest’ultimo fastidio, era molto importante la forma geometrica del manufatto.
Questa, per i pezzi più antichi, è caratterizzata da un contorno triangolare.
Una caratteristica che, nel tempo e per svariate ragioni, è andata modificandosi. Affermando un perimetro ovale.
La traduzione del termine giapponese netsukè è oggetto fissato, tsuké, all’estremità, ne, di una corda.
Quest’ultima passa entro due fori, chiamati himotoshi. Questi sono posti in punti ben studiati.
Tanto da non essere immediatamente visibili o, aumentandone di molto il valore, entro gli spazi vuoti della modellazione della figura.
I giapponesi e i collezioni più esperti preferiscono i netsukè realizzati in legno.
I collezionisti alle prime armi, il più delle volte, rivolgono il loro interesse verso quelli in avorio.
Più rari sono i netsukè realizzati usando materiali diversi dal legno e dall’avorio.
Questi netsukè sono di lacca. metallo. osso. denti d’animale. corno. pietre semi preziose. corallo e conchiglie.
A questo elenco necessita aggiungere tutto ciò che per una qualsiasi ragione può attirare l’attenzione di un netsukè-shi o del suo committente.
Può succedere che un netsukè sia composto da materiali diversi o con intarsi di altri materiali.
La produzione del netsukè diviene nel XVI secolo un arte indipendente.
Quest’ultimi sono pezzi molto difficili da reperire. Il mercato antiquario offre, in genere, manufatti databili dalla la fine del XVIII secolo, del XIX e del XX secolo.
La produzione ottocentesca, soprattutto quella della seconda metà del secolo, palesa un allontanamento dall’originale concetto di netsukè.
Questo distacco, agli occhi dei più puri e esigenti, fra mercanti e collezionisti, è identificata come una vera e propria decadenza.
Caratterizzata da una esasperata perfezione tecnica e una sofisticata estetica.
E’ in quest’ultimi esemplari che compare la firma dell’autore, mai presente in pezzi del XVII secolo e precedenti.
Gli esemplari più antichi sono caratterizzati
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dalla mancanza della firma dell’autore.
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da una rozzezza dì esecuzione.
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dalla eccessiva semplicitàà
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dal palesare degli influssi derivanti dalla cultura cinese.
Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.
Gli okimono sono delle statue di piccole dimensioni oppure dei gruppi di figure. Entrambe hanno solo funzione decorativa.
In Giappone la produzione degli okimono inizia quando questo paese cominciò ad aprirsi alle influenze della cultura occidentale.
Un periodo che possiamo far coincidere con l’ingresso delle navi nere del Commodoro Perry. Siamo nel 1853.
Gli okimono sono prodotti prevalentemente per soddisfare le richieste dei compratori esteri. Questo non esclude la presenza di acquirenti giapponesi.
Questi manufatti sono esposti e apprezzati nella Esposizione mondiale e industriale di Vienna del 1871,
Successivamente a New York e a Philadelphia del 1876- Poi a Parigi del 1878, 79 e 1900, Amsterdam del 1883, Chicago del 1893 e Londra del 1910.
In tutte queste esposizioni l’arte giapponese si presenta esponendo i suoi gruppi in avorio bianchi come neve.
Questi sono molto apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Molti articoli pieni di entusiasmo comparvero sulla stampa dell’epoca.
Gli okimono interessavano scrittori, artisti, critici, mercanti e collezionisti. Creando un vero movimento culturale e introducendo nel mercato dell’arte le opere prodotte in Giappone.
Manifestazioni analoghe avvengono anche in Giappone, con la Naikoko Kangyo Hakurankai che si tenne a Tokyo nel 1877, 1881, 1890, a Kyoto nel 1895 e a Osaka nel 1903.
I soggetti più popolari per gli okimono sono i Shishi Fukujin, i sette dei della fortuna, e fra tutti, i favoriti diventano Hotei e Daikoku.
Comune è anche la raffigurazione della Takarabune, la barca con a bordo i sette dei saggi.
Altri soggetti sono i samurai, raffigurati singolarmente o in scene di duello.
I Sennin, a raffigurare la persona che ha raggiunto l’immortalità.
Varie figure buddiste come Daruma o i Rakan, Futen, il dio del vento.
Da ultimo gli Oni, i diavoli. Sempre rappresentati con senso dell’umorismo, muscolosi e con viso grottesco, mostruoso e innaturale.
Il periodo di nascita e affermazione degli okimono è fra il 1860 e il 1900. Queste composizioniraffigurano, in preferenza, scene di vita domestica o agricola, pescatori e bambini. Più rari sono le raffigurazioni di uccelli, animali e fiori.
E’ durante questo periodo che si assiste a un notevole cambiamento negli usi del popolo giapponese.
Questo è molto evidente nell’abbigliamento, dove quello tradizionale comincia a lasciare il posto a quello occidentale, caratterizzato da tasche.
In contemporanea, si assiste all’introduzione delle sigarette che iniziano a rendere obsolete le borse da tabacco.
Gli okimono erano realizzati ad opera degli stessi fabbricanti di netsukè, chiamati netsukè-shi.
Anche per questa ragione possono essere considerati un evoluzione del netsukè.
Un elemento che andava perdendo la sua utilità e dunque la sua commerciabilità.
Il legno e avorio sono i materiali principali per la realizzazione dei netsukè, lo sono anche per gli okimono.
Col tempo l’uso del legno è sempre più diminuito a favore dell’uso dell’avorio. Il legno, usato in svariate essenze, poteva venire tinto e lucidato.
Gli okimono più preziosi sono realizzati con l’avorio d’elefante e si presentano bianchi come la neve.
Sono prodotti, verso la fine del XIX secolo, dalla scuola di Tokyo. Sono opera di autori quali: Ishikawa Komei e Yoshida Homei.
Sino realizzati partendo da materiale proveniente dalle parti più pregiate delle zanne.
Il più delle volte sono caratterizzati dalla presenza nella composizione di piccoli elementi, come: pipe, attrezzi da lavoro, frecce e cosi via.
Ai fini dell’integrità della scultura necessita che tutte queste piccole parti non sono non state perse e rimesse. Per avere questa certezza è bene controllare le proporzioni. Analizzare le differenze nel colore, nel materiale e nella qualità d’esecuzione.
L’avorio proveniva in Giappone dall’India, dal Siam e dalla Cambogia. Solo una piccola parte, per mezzo di commercianti cinesi e arabi, arrivava dall’Africa.
Questo lungo tragitto lo faceva diventare una materia prima cara e preziosa e per questa ragione l’avorio è sempre lavorato con molta attenzione.
Gli artisti che usavano la parte migliore della zanna usualmente rivendevano gli scarti ad altri colleghi.
La sagoma delle sculture palesa questa caratteristica di oculatezza nell’uso.
La partenza avviene da un pezzo d’avorio ben conforme al soggetto che si pensava di realizzare.
Con questa logica si giustifica la forma triangolare dei primi netsukè.
Questo perché la materia prima di partenza è una scheggia di zanna. Una forma che ben si adatta alla struttura del pezzo.
Sempre per riutilizzare e ottimizzare gli scarti nascono gli okimono realizzati unendo avorio e legno, oppure avorio e metallo. In questi casi l’avorio è usato per realizzare la testa e i piedi. É questa un’affermazione con molte deroghe.
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