La moneta magica è metallica. Testimonia che il soprannaturale non si preannuncia. Si manifesta a suo volere. Seguendo delle leggi incomprensibili. Indipendenti dal volere umano.
Il giardino è frequentato a tutte le ore. Non solo perché permette di godere dell’aria fresca e della bella vista mare. Ha una struttura semplice. È un area rettangolare. Lungo i lati dei camminamenti in sasso che ospitano una ordinata serie di panchine. Quasi una sorta di chiusura. Al suo interno erba e una bassa fontana, posta al piano del prato, di forma rettangolare. È alimentata da quattro flebili zampilli.
Questo è solo cornice. Tutto è pensato per non togliere d’importanza all’unico albero presente. Signore e dominatore di questa superficie. È situato un poco decentrato. Collocazione che non lo sminuisce.
La sua è una vera presenza. È un imponente sempreverde. Più alto di quindici metri. Ha una circonferenza che supera i nove. Lì si trova a suo agio dal 1870. Parte delle sue radici strisciano sul terreno. Altre provengono dalla ben visibile ramificazione delle parti più basse della chioma. Quest’ultime crescendo assumono dimensioni non trascurabili. Diventano parte del tronco. Contribuendo ad ingrossarlo e a sostenerlo. Collaborando a conferendogli quell’alone di saggezza. Dovuto a una natura che nulla produce di superfluo o inutile.
Seduto sulla panchina osservo le persone. Passa un uomo semplice. Con barba incolta e sguardo felice. Sul capo una coppola. Confezionata in lino di color blu scuro. Porta con sè un grosso sacco. Con le mani armeggia in tasca.
Un leggero rumore mi raggiunge. Guardo in quella direzione e vedo sul terreno una moneta. È caduta dalla tasca dell’uomo. Guardo il piccolo soldo e rimango titubante. Superata l’indecisione mi alzo e raccolgo lo spicciolo. Mi risiedo e appoggio il denaro sulla panchina.
Penso all’uomo dal cappello blu. Lo immaginavo lungo la strada, oramai, ben lontano da dove aveva perso Il quattrino. Alzando la testa, con sorpresa, lo rivedo vicino al maestoso e longevo albero.
Mi alzo, lo raggiungo e gli porgo la moneta. Spiegando che gli era caduta mentre camminava.
Mi ringrazia e aggiunge: Ne ho tante. Mi sorride. Ci salutiamo e io ritorno verso la panchina.
Guardo dove avevo raccolto la moneta restutita e con gran sorpresa e stupore la rivedo nell’esatto punto dove poco prima l’avevo raccolta.
Questa moneta magica è ora magicamente custodita nel mio portafoglio.
La famiglia dei Folco è una stirpe di ceramisti nati e attivi per molte generazioni nella città di Savona.
La manifattura Folco è una fiorente industria ceramica savonese. La sua attività comincia nel Seicento. Periodo nel quale inizia la produzione di ceramiche con tipiche e raffinate decorazioni. A questa bottega si riconduce una cospicua parte della produzione delle maioliche cotte a Savona nella metà del Seicento.
La bottega è avviata da Nicola, nato a Savona, intorno al 1628 e morto nel 1669.
A Nicola nella gestione della fornace si unirono i suoi fratelli: Giovanni Antonio e Giacinto. Del primo si conosce l’anno di nascita, il 1620. Giacinto è nato nel 1629 e morto nel 1705. È ordinato sacerdote.
La successiva generazioni dei maiolicari Folco comprende i figli di Giovanni Antonio. Sono tre: Bartolomeo, nato nel 1658. Giuseppe nel 1661 e Giovanni Battista nel 1665. Poche sono le notizie su questi fratelli ceramisti.
È molto probabile che Giovanni Battista è il padre di Filippo Folco. Un ceramista savonese. Del quale non si conosce né la data di nascita né quella di morte. Attivo intorno alla metà del Settecento. Nel 1752 o 53 sostituì Angelo Levantino nel ruolo di console della corporazione dell’arte sottile. La sua marca è la lettera F maiuscola. Sovrastata da un falco con corona. Questa attribuzione è avvalorata dal Maggi. In seguito Arrigo Cameirana assegna questo marchio alla produzione della famiglia Ferro.
Filippo Folco ha un figlio. Di nome Giovanni Battista. Apprendista dal 1763 nell’officina di Giacomo Boselli. Padre di Sebastiano. Quest’ultimo nato a Savona nel 1772. Lì deceduto nel 1854.
Sebastiano è un importante ceramista e architetto. A lui si deve l’inizio della fabbricazione di manufatti realizzati in terraglia bianca. Vasi. vassoi e piatti con la tesa lavorata a traforo. Marcati con le lettere S e F. Le iniziali del suo nome e cognome. Scritte in carattere corsivo. Intrecciate e incusse a stampo nella pasta. Nelle vicinanze una stella cometa dipinta sotto vernice.
Questa produzione divenne attività industriale nel 1821. Quando si mette in società con l’orefice Gerolamo Boggiano e il maestro fabbricante di terraglie Pasquale Bonistali di Empoli. L’attività aveva come scopo la nuova fabbricazione di terraglie all’uso di Francia.
La famiglia dei Folco è una stirpe di ceramisti nati e attivi a Savona. Anche al loro operare si deve la nascita della fiorente industria ceramica savonese.
Alla sua produzione Settecentesca appartengono delle ceramiche decorate con piccole vignette. Queste hanno soggetto di paesaggio o istoriato. Il colore impiegato è il monocromatico turchese e al manganese. Un ossido metallico che crea una molteplice cromia. Colori che partono dal rosso porpora brillante per giungere a un marrone violaceo scuro che può essere quasi nero. Il color viola melanzana delle antiche porcellane cinesi deriva dall’ossido di manganese.
La produzione tardo neoclassica vede la realizzazione di un opera ambiziosa. Un altare interamente in ceramica di color bianco. Ad imitazione del marmo. Realizzato attorno al 1830. Montato a Savona presso lavilla Folco Ricci alla Fontanassa. È conservato nella cappella del padiglione Vigiola dell’ospedale di Savona.
In città sono attive varie fornaci e molti importanti decoratori. Dalla collaborazione fra questi lavori scaturì un florido commercio di maioliche. Destinato non solo a far fronte al bisogno locale ma anche all’esportazione.
Le numerose fornaci attive a Savona erano in gran parte situate nel Borgo San Giovanni.
Fra queste la manifattura Chiodo a Savona è la più importante attività ceramica ubicata nella città. Rimase attiva dalla fine del Seicento sino al 1770.
Giovanni Francesco Chiodo è il probabile capostipite. Nasce nel 1647. A quattordici anni è apprendista presso la famiglia di ceramisti Salamone. A lui e al socio, Domenico Peirano, i Salamone cedettero l’attrezzatura della loro manifattura. La vendita avvenne nel 1694.
Presso la manifattura Chiodo trovarono impiego importanti decoratori. Vi lavorarono Giovan Antonio Guidobono. A lui si deve il deciso rinnovamento della decorazione. Non meno importanti furono Giovan Agostino Ratti e Andrea Levantino. Quest’ultimo apri una propria manifattura ceramica a Albissola.
Il marchio applicato da questa manifattura alla sua produzione ceramica raffigura un chiodo. Per i pezzi di maggior pregio al chiodo è aggiunto il vessilo. Questa seconda marca è anche identificabile con una tromba.
L’uso di queste due marche iniziali è ampliato e in seguito sostituito da una nuova sigla raffigurante la lanterna. Un simbolo già da tempo molto noto e apprezzato da tutta la clientela. Diventato garanzia della bontà della ceramica sul quale era apposto.
In origine, il sigillo della lanterna è concesso nel 1641 dal senato genovese alla fabbrica dei Grosso. Un laboratorio di ceramica attivo a Albissola. Nel 1698 questo marchio è ceduto alla manifattura Chiodo Peirano di Savona. Concessione sempre avvallata dal permesso del senato genovese.
Ben presto la fortuna commerciale della Manifattura Chiodo è tale che la richiesta di maiolica è superiore alla loro capacità di produzione.
L’impossibilità di far fronte alle numerose ordinazioni costrinse i Chiodo ad affidare parte della produzione a fabbriche minori. Queste dovevano porre il marchio della lanterna accompagnata dal segno o dalle iniziali dell’esecutore.
Da qui deriva la straordinaria varietà delle figure che raffigurano la lanterna. Molteplicità incrementata anche dalla larga contraffazione del marchio. Realizzata da parte di ceramisti di Savona e Albissola.
Alla morte di Giovanni Francesco subentrò nell’attività il figlio Paolo. Nato nel 1671. Morto nel 1752. Questi ebbe due figli: Giovanni Agostino e Giovanni Battista.
Il primo nasce nel 1723 e decede nel 1787. Fu attivo nella manifattura Chiodo a Savona sino alla chiusura dell’attività.
Il secondo fratello nasce nel 1733 e muore nel 1801. Architetto e chimico. È ordinato sacerdote. Non esistono fonti che documentino la sua attività presso la manifattura Chiodo a Savona. Nel laboratoro ceramico probabilmente fu pittore e apportatore di tutte le molteplici innovazioni tecniche. Alla base della realizzazione di maioliche di maggior pregio e raffinatezza. Caratterizzate da pareti sottili e, quando percosse, da un suono tondo e acuto.
I miglioramenti toccarono tutte le fasi della lavorazione. Si apportano perfezionamenti ai torni e alle fornaci. Sempre a lui si fanno risalire i miglioramenti nella composizione e nella lavorazione dell’argilla. Progressi che resero quest’ultima più plasmabile e priva di impurità.
Si introducono nuovi modelli con decorazioni a rilievo e con baccellature. Realizzate a stampo. Questo per competere con gli argenti sbalzati. Si assiste al miglioramento dei pigmenti del colore impiegato. Alla base di nuove delicate sfumature.
L’attività della manifattura Chiodo a Savona si concluse nel 1770.
I decoratori di maiolica a Savona attivi nel Seicento e nel Settecento sono numerosi.
Fra questi non pochi si sono guadagnati il diritto di appartenere alla storia della ceramica ligure ed italiana.
In quei secoli a Savona la lavorazione della ceramica era un’arte fiorente e molti decoratori e laboratori erano dediti a questa occupazione.
Di seguito l’elenco dei più significativi maestri decoratori di maiolica attivi a Savona nel XVII e XVIII secolo.
Giovan Antonio Guidobono è la figura di maggior spicco. È un decoratore attivo nella seconda metà del Seicento, quando è pittore presso la fabbrica Chiodo, decoratori maiolica Savona
È promotore di un modo di decorare del tutto nuovo. Presto imitato dai maiolicari a lui contemporanei. Attivi a Savona e Albissola.
Per usare le parole di Giuseppe Morazzoni. Tratte da La maiolica antica ligure. Libro edito nel 1951. Questo nuovo stile di decoro della maiolica deriva dalla sua esperienza di pittore e affrescante. Pratica che gli suggeri di far campeggiare delle figure monocrome. Dipinte con il blu cobalto. Su un fondo di ceramica dei toni dell’azzurro o celeste.
Questo nuovo stile permetteva la realizzazione di ceramiche con morbidezza ed armonia sino ad allora impensabile.
Lascia l’occupazione presso la fabbrica Chiodo per aprire una propria fornace di maioliche. Muore nel 1685.
Tre degli undici figli di Giovan Antonio Guidobono si impegnano nel lavoro di maiolicaro e perpetuano lo stile decorativo del padre, decoratori maiolica Savona
NicolòGuidobono si associa a Bernardo Ferro. Decorano ceramiche a Savona. Lavorano a cavallo del 1700. Sono autori di ceramiche istoriate. Di alta qualità. Recano il marchio della Fortezza. Conosciuto anche come Castello o Fornace. Alla cessasione della società il marchio resterà in uso alla famiglia Ferro.
Domenico Guidobono. Savona 1668 – Napoli 1746. Pittore e decoratore di ceramiche. Con la sua morte cessa l’attività della fornace di maioliche dei Guidobono.
Giovan Bartolomeo Guidobono. Savona, 20 ottobre 1654 – Torino, 1709. È detto Prete savonese. Soprannome dovuto al fatto di essere consacrato sacerdote. Decoratore di ceramiche presso la bottega paterna. In seguito affermato pittore.
Giovan Battista Croce. È il migliore fra gli imitatori dello stile dei Guidobono.
Tratta in prevalenza soggetti: biblici, mitologici e eroici. Realizzati in monocromia turchina. È autore di decori ricchi di ornati. Di intrecci bizzarri. Di animali e eccelle nella decorazione con Fiori.
Il decoro delle sue ceramiche non arriva mai alla delicatezza raggiunta dalle opere di Giovan Antonio Guidobono.
Antonio Travi. Sestri Ponente, 1608 – Genova, 10 febbraio 1665. Pittore paesaggista.
Forse è autore di decorazioni ceramiche che precorrono lo stile di Giovan Antonio Guidobono.
Giovan Agostino Ratti. Savona 1699 – Genova 1775. Pittore e decoratore di ceramiche.
Con lui si assiste all’abbandono dei soggetti biblici, mitologici e storici. Decori tipici delle opere dei Guidobono e del Croce. Di contro si affermano delle scene ispirate dal vero e dipinte in modo verisitico. Dal quotidiano riproduce i costumi, le burle a cui aveva assistto e gli ambienti che lo circondavano. Raffigura contadini e festose scene. Oppure scene con soggetti forti e drammatici.
Giuseppe Valente. Il suo stile decorativo lo vede autore di figure ricche di espressività. Il suo pennello non dipinge ma, schizza con foga sicura. Tratteggia putti e popolani traboccanti di letizia.
Impiega il blu cobalto con abbondanza. Modulandone fortemente l’intensità. Non usa né mezzi toni nè sfumature. Realizza forti contrasti. Fatti di violente luci e profonde ombre.
A lui si fanno risalire tre varianti nella forma dell’idra.
I Brusco sono una famiglia di maiolicari. Attivi a Savona dalla fine del Seicento fino al 1820.
Giovan Battista Brusco è il capostipite. Ha tre figli ma solo due seguiranno le orme paterne. Sono Angelo Misano e Paolo Gerolamo. Del primo nulla si conosce. Il secondo è nato a Savona 8 giugno 1742. Lì decede il 30 marzo 1820. È soprannominato il Bruschetto. Portò le innovazioni neoclassiche nella fabbrica di Giacomo Boselli.
Gian Tommaso Torteroli oppure Torterolli. Detto il Sordo. Nasce nel 1732. Muore nel 1821. Izialmente è lavorante presso la fabbrica Chiodo. In seguito passa a quella di Giacomo Boselli.
Decoratori minori di maiolica attivi a Savona.
Paolo Gerolamo Marchiano, Miniaturista e Decoratore di maioliche per passatempo. La decorazione calligrafa della maiolica savonese della prima metà del Seicento potrebbe essere a lui riferita. Uno stile di decoro al quale i maiolicari savonesi e albissolesi rimasero fedeli anche dopo l’apparire dei Guidobono.
Gerolamo Besio è Decoratore presso la fabbrica Chiodo e Giacomo Boselli. Pittore di farfalle, fiori e animali. Tutti schizzati nervosamente e distribuiti copiosamente a formare delle scene gioiose.
Agostino Berti e Giacomo Berti sono due fratelli, di loro ben poco si conosce.
Il Quadrato del Sator è un affascinante mistero e un vero rompicapo!
Un arcano che ha fatto versare fiumi d’inchiostro. Causando notti insonni a molti ermeneuti di ogni tempo.
Il Quadrato del Sator è composto da cinque termini appartenti alla lingua latina. Le enigmatiche parole sono: Sator. Arepo. Tenet. Opera. Rotas.
La loro traduzione, ai fini della comprensione, del segreto racchiuso nel Quadrato di Sator non aiuta di molto.
Sator ha il significato di seminatore o coltivatore.
Arepo è parola enigmatica. Non si incontra in nessun testo appartenente alla lingua latina. Di certo è l’espressione di maggiore complessità di interpretazione.
Tenet è da intendersi come reggere o guidare.
Opera racchiude l’idea di un qualcosa da compiere con cura.
Rotas indica le ruote.
Cinque vocaboli costituiti da 5 lettere cadauno. Composti entro la figura geometrica del quadrato. Una forma destinata a racchiudere e delimitare. Un suggerimento d’identificazione con il recinto sacro.
Al numero 5 si affianca il 25 e si conclude con il 4.
Il testo è una composizione di cinque parole. Fra loro prive di un rapporto di subordinazione se non quello della successione. Dove la loro lettura è invariata da qualunque punto inizi la lettura.
Questa caratteristica è propria del palindromo. Una parola che può essere intesa in entrambi i sensi. Rimanendo identica quando pronunciata da sinistra verso destra e alla rovescia.
Nel Quadrato del Sator questa caratteristica vale anche per la lettura dall’alto al basso e vicersa.
Una identificazione fra ciò che è posto in alto e ciò che si trova in basso. Una diversa raffigurazione del Sigillo di Salomone. Costituito dall’intreccio di due triangoli equilateri. Uno composto di fuoco e l’altro d’acqua.
Il Quadrato del Sator è visibile in molte località italiane. La figura è nota anche in qualche edificio europeo.
Le raffigurazioni risalgono alle epoche più disparate.
In Italia la più antica identificazione è in un graffito tracciato nell’antica città romana di Pompei. Località sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 dopo Cristo. A questa scoperta precede il ritrovamento del Quadrato del Sator in Siria. Rinvenimento datato al 260 a.C.
Oltre alla forma quadrata questa iscrizione è conosciuta con aspetto circolare e più raramente in forma pentalfa.
Giuliano Kremmerz AVVIAMENTO ALLA SCIENZA DEI MAGI
Nell’immagine. Un pentacolo con al centro il Quadrato del Sator. Inscritto fra due triangoli equilateri. Formanti il Sigillo di Salomone. Una forma geometrica contiene il busto di un uomo. L’altra un capro. Tutto è inscritto nel cerchio solare. Mosso da un leone, un’aquila, un angelo e un toro.
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