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Antica Savona bianco blu

Guidobono ceramica ligure decoro antica savona bianco blu (Copia)

I Guidobono e il decoro Antica Savona in bianco e blu

I Guidobono sono una famiglia di ceramisti liguri. Originari della città di Savona.

Il decoro detto Antica Savona realizzato in bianco e blu si deve a loro.

Della stirpe il più conosciuto è Giovanni Antonio Guidobono. Figlio di un maiolicaro di nome Ottaviano. Padre di undici figli. Di questi Bartolomeo e Domenico seguirono la strada intrappresa dal padre. Entrambi si occupano di pittura su ceramica e furono autori di quadri ad olio e di affreschi.

Giovanni Antonio Guidobono nasce a Savona nel 1631. Muore a Torino. Probabilmente nel 1685. Alla presumibile età di cinquataquattro anni. Qui lavorava per la corte dei Savoia.

A lui è attribuita la nascita del decoro chiamato Antico Savona in bianco e blu.

Uno stile che si afferma nella città di Savona attorno alla metà del secolo XVII.

Questa tendenza prevedeva i soggetti ad ornamento del pezzo ceramico dipinti in colore blu su fondo bianco. Un decoro dipinto a chiaroscuro in un monocromo turchino.

L’adozione di questa tavolozza ha generato un secondo nome per questa tipologia: il bianco e blu. Questo perché è molto raro l’uso di colori diversi da quello usualmente impiegato.

La figurazione nella versione più elaborata prevedeva la collocazione di vari personaggi entro in un paesaggio. In questo modo erano costruite complesse scene bibliche e mitologiche. Raffigurate entro la natura.

Modelli più semplici si componevano di una figura umana o di un putto. Scene sempre ambientate entro spazi naturali.

Una rappresentazione sempre composta da un primo piano di rocce, erbe e cespugli. Su uno sfondo di prato ed alberi stilizzati. Arricchito da case o castelli. Su sfondi ariosi di nuvole.

Tutte le illustrazioni realizzate sulla superficie ceramica traevano origine da immagini dipinte. Reinterpretate con una cromia basata sui diversi toni del color blu.

L’innovazione di Giovanni Antonio Guidobono non su limitò al colore e all’aspetto della decorazione.

Si estese alla modellazione.

Formando vasi e piatti arricchiti di parti in rilevo. Nei piatti poste sulla tesa. Nei vasi aggiungendo anse dalla forma di serpente attorcigliato.

Questo per imitare lo sbalzo proprio degli oggetti fuoriusci dalla botteghe degli argentieri. Un modo per nobilitare gli oggetti in ceramica. Avvicinandoli nella forma a quelli in argento. Cercando di trasferire il pregio del metallo prezioso alla più popolare ceramica.

Un significativo esempio della qualità e bellezza del lavoro di Giovanni Antonio Guidobono è la serie di vasi da farmacia. Da lui realizzati su commissione dell’ospedale di San Paolo a Savona. Datati 1666. Ora visibili presso il Museo della Ceramica di Savona.

Nell’immagine. Alzata tonda con basso piede. Realizzata in maioloca. Savona XVIII secolo.

 

 

Scarica gratuitamente il catalogo dei libri del collezionista di ceramica antica.

 

 

I decori delle ceramiche liguri del Seicento

 

 

I decoratori di maiolica a Savona

 

 

Appunti sulla maiolica

 

 

Il singolare fascino del Blanc de Chine

 

 

La ceramica incontra l’alchimia

 

 

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

 

 

Maioliche in stile compendiario

 

 

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

 

 

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

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Guido Andloviz Andlovitz Lavenia

Guido Andlovitz direttore artistico della ceramica Lavenia

Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Guido Andloviz o Andlovitz l’impiego artistico della Lavenia e il suo ruolo di direttore artistico.

 

Il nome di Guido Andloviz si lega in modo indissolubile alla ceramica. Questo binomio si crea con la sua assunzione presso la Società Ceramica Italiana di Laveno, in acronimo SCI oppure S.C.I.

In questa manifattura Guido Andloviz ricopre il ruolo di direttore artistico. Qui firmerà parte della produzione della fabbrica lavenese con il marchio Lavenia e collaborerà con la fabbrica di porcellana battezzata Verbano. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Guido Andloviz è un designer, un ceramista e un architetto.

Nasce a Trieste il 7 marzo 1900. Decede a Grado, in provincia di Gorizia, il 9 settembre 1971. La scomparsa avvenne a seguito di un incidente stradale.

All’anagrafe il suo cognome è Andlovitz, in seguito, da lui snellito in Andloviz. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Questa mutazione è un’operazione simbolica, compiuta per indicare la sua visione dell’arte. Una concezione basata sulla purezza della forma. 

 

La sua formazione artistica si compie a Milano. Città dove frequenta la Reale Accademia di Belle Arti di Brera, scuola dove è allievo di Piero Portaluppi.

In contemporanea studia architettura presso il Politecnico di Milano. Ateneo dove si laurea nel 1923.

Appena conclusi gli studi universitari inizia la sua collaborazione presso la Società Ceramica Italiana. In questo primo momento assume il ruolo di consulente artistico.

Lavora negli stabilimenti situati a Laveno Mombello, in provincia di Varese. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

È questo l’inizio di un lungo e continuativo periodo di intenso lavoro. Un lasso di tempo che si concluderà solo con il suo pensionamento, avvenuto all’inizio degli anni ’60 del Novecento.

Nel 1927 è nominato direttore di produzione della SCI. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

In contemporanea, un altro architetto è attivo presso la fabbrica di porcellana Richard Ginori di Doccia, il suo nome è Giò Ponti.

Assieme sono gli indiscussi protagonisti del rinnovamento della ceramica italiana di quel periodo.

In questo campo le loro attività diventano complementari.

 

Ponti assume il ruolo concettuale. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Andloviz quello operativo. É lui che concretizza quello che il collega teorizzava.

In questo modo Andlovitz acquisisce un ruolo che sembra quasi preordinato e che ricoprirà per tutta la vita. Infatti, con profitto, si occuperà in continuazione della creazione delle più svariate forme ceramiche. Dunque un ruolo che ben gli si addiceva e che gli calza a pennello.

La conferma di questa collaborazione fra i due architetti si trova con la lettura del numero di luglio del 1933, della rivista Domus.

Su queste pagine Giò Ponti è l’autore di un’articolo, scritto a commento della Triennale del 1933. Con questo testo riconosce a Guido Andloviz di essere il suo massimo interprete.

 

 

 

Il lavoro di Guido Andloviz presso la Lavenia è complesso e articolato.

Da una parte vede la reinvenzione dei decori sulle sagome già esistenti e dall’altra la creazione di nuove forme.

Quest’ultime sono inizialmente caratterizzate dal nome Monza, seguito da un numero. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Questa denominazione è un esplicito richiamo al luogo designato alla loro prima esposizione e al loro primo giudizio, la villa reale di Monza. Nella quale, dapprima con scadenza annuale poi biennale, avrà luogo la Mostra internazionale delle arti decorative.

Monza è una denominazione che accomunerà tutti gli oggetti destinati all’esposizione in quel luogo.

Una manifestazione alla quale Guido Andloviz e la Lavenia partecipano sin dalla prima edizione del 1925. Proseguendo per tutte le successive.

 

Di quella prima presenza rimangono le parole di Giò Ponti, apparse sulle pagine della rivista Domus, sul numero di dicembre del 1928. Dove si legge:. Andloviz espose per la priva volta con successo a Monza nel 1925. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Gli oggetti d’arte denominati Monza sono un gruppo non omogeneo per forma e destinazione d’uso. Tutti recano il marchio Lavenia. Sono identificabili come i primi lavori che Andloviz realizzò all’interno della S.C.I.

Ricoprono un periodo di tempo che inizia attorno al 1925 e si conclude con il 1929. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Andloviz sarà sempre animato dall’interesse per la ricerca di nuove forme per vasi, ciotole e scatole.

Proprio in questo ambito è riconosciuto come un esponente italiano di grande rilievo.

La sua attenzione si rivolge verso la realizzazione di forme pure e semplici, in preferenza non adornate. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Introduce decorazioni realizzate con macchie e colature, entrambe lasciate alla casualità.

Suoi sono gli innovativi vasi o contenitori di forma irregolare.

 

Sulla produzione già in essere alla S.C.I. Società Ceramica Italiana prima del suo arrivo compie un’operazione di svecchiamento e adattamento.

Elimina quei prodotti ancora in catalogo ma, oramai fuori mercato. Adegua al nuovo gusto e alle nuove esigenze economiche quelli che presentavano delle caratteristiche ancora appetibili per l’epoca. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Il capolavoro di questo ritocco è l’innesto sulla classica forma battezzata vecchio Milano del nuovo decoro Lago Maggiore.

 

Con questa operazione da vita a un servizio da tavola concepito per una produzione in una piccola serie. Firmato dall’autore a riprova di quanto l’esito lo rese compiaciuto. Nell’opera di Guido Andloviz il siglare le sue creazioni è un raro evento.

Il repertorio iconografico dei decori ideati da Guido Andloviz comprende anche dei soggetti carpiti dal vero. Molti derivati dall’ambiente lagunare da cui proveniva. Troviamo: i pesci, le barche e gli stilizzati paesaggi d’acqua.

Da questi si giunge alle Maschere d’Italia del 1948. Alla Primavera, ai Costumi regionali, alle Mongolfiere, alle Marine a Capri e Portofino. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Suo è il recupero di alcuni temi decorativi propri della ceramica del  Settecento.

Questo da vita alle Figure vecchio Milano, dei personaggi stilizzati che ripropongono aggiornandolo il gusto delle fabbriche ceramiche milanesi del XVIII secolo. Inoltre, porta alla scoperta delle decorazioni di ispirazione cinese che compaiono su tazze, piatti e vasi.

 

Serie quali: Siena, Orvieto, Vittuone e Volterra sono caratterizzate da un decoro descrittivo, nel quale Andloviz tralascia il sintetico e grafico. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Guido Andlovitz alla ceramica Lavenia
Guido Andlovitz Piatto Orvieto decoro Marina

 

Per concludere, Guido Andloviz come direttore artistico della ceramica Lavenia è l’autore di numerosissime tipologie ceramiche.

Tutte sono delle forme  pure ed innovatrici ma, non tutte idonee ad entrare nella produzione della fabbrica. 

 

Lavori di Guido Andloviz prodotti dalla ceramica Lavenia:.  Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Vaso 3034.

 

 

Monza Villanoviana.

 

 

Vaso 1316.

 

 

Candelabro a due bracci.

 

 

Vaso Lavenia.

 

 

CAMPI ANTONIA – SCI Lavenia Vaso portaombrelli C9.

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La ceramica di Ghirla

Ceramica di Ghirla

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

 

Ghirla è un piccolo comune situato nella Valganna, in provincia di Varese e in Lombardia. In questa località e nelle immediate vicinanze la produzione di prodotti in ceramica ha una lunga storia. 

Le prime frammentarie notizie di questa attività artigianale si datano alla fine del XVIII secolo.

Da quell’epoca le informazioni si estendono sino al 1950 o 1951. In quell’anno chiude l’ultima fornace ancora in attività. Questa fabbrica era diretta da Carlo Ghisolfi figlio.

La famiglia Ghisolfi era proprietaria di quella manifattura dal 1892. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La produzione iniziale comprendeva solo del vasellame povero. Adibito alla conservazione di alimenti.

Realizzato in maiolica nera, con smaltatura a base di piombo e di stagno e colorazione a base di manganese. Un assieme non proprio salubre per la salute umana.

Questi prodotti erano conosciuti e commercializzati dando loro il nome radica. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Questa prima manifattura ceramica sorge nel 1825, per opera di Paolo Alessandro Righini, nato a Fabiasco, una località in Valmarchirolo.

La realizzazione di queste ceramiche è tralasciata per passare alla lavorazione della terraglia dolce.

Questo avviene nel 1837. A quell’epoca la fabbrica era di proprietà di Giovanni Bettoli. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Questo cambiamento è permesso da tre fattori:.

  • La manifattura di Campione d’Intelvi, oggi Campione d’Italia, fornisce le conoscenze tecniche necessarie per avviare la nuova fabbricazione.
  • La presenza in Valganna dei materiali indispensabili alla produzione. Questi sono: il quarzo, il calcare e l’argilla. In queste materie prime ricavate in luogo era contenuta una eccessiva quantità di ossido di ferro. Questo è un prodotto che in lavorazione genera un difetto, fa comparire sulla ceramica delle zone di color giallognolo.
  • Per la cottura di questo nuovo prodotto necessita un forno riscaldato a una temperatura minore e dunque di un minor esborso economico. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La terraglia dolce è un materiale che cuoce dai 970 ai 980 gradi centigradi. Quando questo impasto esce dal forno si presenta con una buona porosità e un bel color bianco. Delle caratteristiche che ben si adattano alla realizzazione di decori policromi sotto cristallina.

Un colore, conosciuto come il bleu di Ghirla, è la peculiarità della manifattura.

Un colore unico al mondo. Fatto oggetto di studio e di imitazione da parte di altre fabbriche ma, mai ottenuto in altra sede.

É il frutto degli studi e delle ricerche svolte dalle maestranza operanti a Ghirla.

Nato dal contatto delle vernici prodotte nella fabbrica e di un ossido di cobalto importato dall’Inghilterra.

Con la chiusura della fabbrica questo segreto è perso. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

 

Presso i locali della manifattura, dal 1932 a 1935, fu attiva una scuola di decorazione. Diretta dal pittore Giuseppe Talamoni. In collaborazione con Carlo Ghisolfi padre e il decoratore Guerrino Brunelli.

Lavorarono come decoratori: Mario Figini, Campagnani, Banfi, Cervini, Maria Epimedio ed Ines Pella. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Le ceramiche prodotte a Ghirla si riconoscono perché, nella maggior parte dei casi, alla base, presentano l’indicazione del luogo di provenienza, individuato dalla parola Ghirla.

In origine questa dicitura appare manoscritta e dipinta in color blu. Solo dal 1910 il termine Ghirla appare incusso nella ceramica, questo avviene soprattutto nelle stoviglie. Comunque, anche dopo questa data, l’uso di apporre a mano la parola non è mai messo da parte.

Dopo questo anno può capitare di vedere il marchio manoscritto anche in color marrone. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Le ceramiche di Ghirla più antiche sono realizzate su torni di legno e sono modellate  a mano. In seguito la produzione è realizzata a stampo.

 

Una collezione di ceramiche di Ghirla è visibile presso il Museo della Badia di San Gemolo di Ganna.

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese è conosciuta anche con il nome Vecchia Ghirla.

 

Ceramica di Ghirla
Marchi apposti sulla ceramica di Ghirla

 

 

Nel catalogo della manifattura ceramica di Ghirla sono descritti:.

 

 

Vaso con decoro a rami e foglie.

 

 

Piatto con casale e due torri.

 

 

Tulipaniera.

 

 

Vaso decorato con fiori policromi.

 

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I calchi in gesso della Quadriga briosa modellati da Davide Calandra

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I calchi in gesso della Quadriga briosa modellati da Davide Calandra.

Gli antichi calchi di gesso sono difficilmente visibili. Sono di solito custoditi dagli artisti nei loro studi. Molti per uso o incuria sono andati distrutti o persi.

Una delle poche possibilità di visione diretta di questi manufatti è data da una visita alla Gipsoteca Davide Calandra a Savigliano. Un comune in provincia di Cuneo.

Il museo raccoglie le sculture di gesso realizzate da Davide Calandra. Con queste documenta l’attività dell’artista. La loro esposizione permette di conoscere  qual’è il punto di partenza di ogni suo lavoro finito. Studi alla base della realizzazione delle opere finali in marmo e bronzo.

Le gipsoteche sono istituzioni museali non comuni. Sono destinate e allestite solo ai maggiori scultori. In questo modo l’artista da continuità al suo studio. Permettono al visitatore di conoscere la parte più privata dell’opera dello scultore.

La collezione Saviglianese espone i due modelli originali raffiguranti il fronte e il retro della Quadriga briosa. Una moneta da Lire 5. Coniata dalla zecca di Stato nell’anno 1914. Fusa in argento e prodotta in circa 272.000 pezzi. Incisa da Attilio Silvio Motti.

L’opera è modellata dallo scultore torinese a seguito del desiderio da parte dello Stato Sabaudo di rinnovamento delle monete in circolazione nel Regno d’Italia.

I modelli originali sono di grandi dimensioni. Quello per il recto ritrae il profilo del re Vittorio Emanuele III in uniforme. Il verso raffigura la Minerva alla guida di una quadriga con in mano un ramo d’ulivo.

Hanno un diametro superiore ai 50 cm. Si presentano con due diverse patinature. Una nera. L’altra sul nocciola chiaro.

Sono esposti a fianco di due stampi e di due calchi che li riproducono in dimensioni di molto minori.

Al momento non è conosciuta la ragione del realizzo di questi stampi . Non si ha notizia di quanti calchi sono stati  prodotti. Non si è a conoscienza da chi siano stati realizzati e a chi erano destinati.

 

La tecnica artistica del calco in gesso

Nell’immagine. Calco in gesso della Quadriga briosa modellato da Davide Calandra. Il recto ritrae il profilo del re Vittorio Emanuele III in uniforme.

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La tecnica artistica del calco in gesso

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La tecnica artistica del calco in gesso è molto antica. Era già ben padroneggiata nell’antica Roma.

 

L’applicazione di questo metodo permette di duplicare una statua, un busto, una testa, un rilievo e un fregio.

La realizzando di una copia fedele avviene rivestendo l’originale con una sostanza protettiva. Ponendolo entro un contenitore di adeguate dimensioni e colando del gesso fino a ricoprirlo interamente. Dopo che il gesso si è solidificato, al suo interno si è ottenuta una forma negativa dell’originale.

Per ogni  successiva colatura all’interno della forma si ottiene una perfetta copia dell’originale.

Questi calchi sono dei positivi del modello originale. Delle duplicazioni realizzate in vari materiali. Come la ceramica, il gesso, lo stucco  o la cera.

 

La terminologia di questa semplice tecnica artistica del calco in gesso è molto più variegata. Si parla di Modello. Forma. Calco. Stampo.

 

Il Modello è un soggetto tridimensionale.

È l’opera d’arte originale sulla quale si realizza la Forma. È in contemporanea la matrice e indirettamente il primo calco ricavato dalla forma.

La Forma è il calco in negativo del modello. È lo stampo usato per la produzione delle successive copie del modello.

Il lavoro sul modello per realizzare la forma è detto formatura.

Il Calco è l’impronta in negativo lasciata dal Modello. Il termine ha un duplice uso. Indica sia la forma che il prodotto che ottiene. Quest’ultimo chiamato copia.

La copia è il calco in positivo ricavato da una forma.

I termini: Calco, Stampo e Forma fra loro si confondono e indentificano.

Sono identificabili senza ambiguità solo quando riferiti a un preciso momento nell’applicazione della tecnica.

Dal Rinascimento i calchi di gesso erano usati a scopo di studio. Acquisendo un fondamentale ruolo nella formazione degli studenti d’arte.

La loro copia permetteva all’artista l’apprendimento del disegno oppure del modellato.

La visione diretta di una replica dell’antico permetteva al allievo di apprezzare più compiutamente la bellezza del dettaglio. Di entrare in maniera più diretta con la mano dell’artista.

La copia permetteva di imparare, sperimentare e perfezionare la propria preparazione.

Nei giorni nostri i calchi non si realizzano più in gesso ma in silicone.

Questa gomma è un materiale più duttile e resistente. Caratteristiche che contrastano la fragilità e pesantezza del gesso. Rendendo lo stampo del modello molto più facilmente rimuovibile.

 

I calchi di gesso della Quadriga briosa modellati da Davide Calandra

Nell’immagine. Calco in gesso della Quadriga briosa modellato da Davide Calandra. Il verso raffigura la Minerva alla guida di una quadriga con in mano un ramo d’ulivo.