Katana e wakizashi sono le armi bianche che meglio identificano il samurai.
Il samurai era l’unico guerriero autorizzato a mostrarsi in pubblico indossando il daishō 大小. La coppia di spade. Composta da una lama lunga che si identifica con la katana e quella corta chiamata wakizashi.
Il presentarsi pubblicamente con questo armamento era il simbolo di apparenza alla classe sociale dei samurai.
Il termine Daishō proviene dalla riunione di due temini. Il kanji dai 大 che significa lungo e shō 小 traducibile in corto.
Identifica la coppia di lame: tachi 太刀 e tantō 短刀 oppure katana 刀 e wakizashi 脇差.
La katana è portata con il filo di taglio rivolto verso l’alto. Posta al lato sinistro del corpo, infilata nell’obi, la cintura di chiusura dell’abito. L’arma è maneggiava brandendola con le due mani.
Il wakizashi è indossato con il filo di taglio rivolto verso l’alto. Anch’essa infilata nell’obi in posizione obliqua sullo stomaco e con l’impugnatura rivolta sulla destra.
Una terza lama poteva armare il samurai. Questa è il tanto, un coltello, anch’esso portato infilato nell’obi.
Quando il samurai indossava l’armatura la spada usata è la tachi. Appesa sulla sinistra del corpo, con il filo di taglio rivolto verso il basso.
Altre persone autorizzate a portare armi bianche erano i commercianti. che potevano avere una sola lama, quella lunga. Aloro si univano i medici che erano armati di una spada in legno.
Per il samurai l’estrarre la lama dal fodero coincideva con una situazione di pericolo. É il preludio a un duello. Da questa condizione di rischio cercava di fuoriuscire facendo coincidere l’estrazione dell’arma con lo sferrare all’avversario un primo ed unico corpo mortale.
Il guerriero sceglieva le sue armi vagliando con accuratezza l’efficienza e la bellezza.
Ammirare la bellezza di una lama giapponese è un’operazione che richiede cautela. La prudenza serve per evitare di ferirsi o di ferire qualcuno. Inoltre mira a proteggere la lama da danni, ad esempio, il caso più comune, i graffi.
Per tutelare la bellezza di una lama si mettono in atto molte precauzioni.
La lama in preferenza è conservata in shirasaya. Una semplice montatura realizzata in legno di magnolia. Atta a preservare nel modo migliore la forbitura della lama.
La shirasaya è riposta in una busta di tessuto con la parte dell’impugnatura collocata nella parte superiore del sacchetto.
Il trasporto avviene tenendo la lama, riposta entro il sacchetto, perpendicolare al terreno.
L’estrazione della lama avviene ponendo il tagliente verso l’alto. Con una mano si tiene il fodero e con l’altra l’impugnatura, usando molta delicatezza avviene l’estrazione, facendola scorrere sul mune, il dorso della lama.
Importante è la manutenzione. Questa assolve lo scopo di impedire l’ossidazione della superficie. Avviene con la pulizia della polvere e dello sporco e si conclude con un leggero strato di olio di choji.
Le lame potendo sono conservate in un luogo secco, sempre in posizione orizzontale. Questo mira ad evitare che l’olio dato a protezione si accumuli sulla punta.
Tutte queste precauzioni palesano l’importanza che le NihonTo assumono nella cultura giapponese. Interesse ancora attuale, tanto che ai nostri giorni sono ancora forgiate e commercializzate.
Katana e wakizashi non sono più solo le armi bianche del samurai. Nel XXI secolo le lame giapponesi sono diventate una forma d’arte tipica della sensibilità ed estetica del popolo giapponese. Un tesoro nazionale da conservare e preservare ed in fine un’oggetto ammirato per la sua bellezza.
Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale
L’autore dello scritto è Lord Redesdale, colui che è il primo spettatore non giapponese a una cerimonia di harakiri 腹 切.
Il diplomatico presiede al rituale di suicidio con il ruolo di testimone.
In questa occasione diviene il cronista dell’episodio di harakiri.
Fornendo una descrizione che comparirà sulle pagine di appendice del suo libro intitolato Tales of old Japan. In italiano Racconti dell’antico Giappone.
Il brano descrive un esempio di seppuku. Avvenuto nella sua forma più onorata. Imposto a seguito di una sentenza di morte.
Per chi trasgrediva la legge era prevista la pena di morte e il seppuku concedeva al condannato la possibilità di togliersi la vita da solo.
Si afferma cosi il principio che il seppuku è una forma di autopunizione o di espiazione delle proprie colpe. Concesso, solo a chi, pur avendo trasgredito alle regole, è degno del massimo rispetto da parte di chi aveva pronunciato la condanna.
Quando si verificavano queste condizioni, il condannato è guardato con grande rispetto e il trapasso è onorato da una cerimonia solenne.
Il condannato è Taki-Zenzaburō. Un ufficiale al servizio del principe di Bizen. Condannato per essere l’autore dell’ordine, impartito nel febbraio del 1868, di incendiare il quartiere occidentale di Hiogo. L’odierna Kōbe.
La cerimonia è ordinata dall’imperatore in persona. Ha luogo alle 22,30 nel tempio dei Seijukuji a Hiogo.
Si svolse nella sala principale del tempio. Una grande sala con il tetto molto alto, Sostenuto da pilastri in legno scuro. Dal soffitto pendono una grande quantità di lampade dorate e di ornamenti buddisti. Di fronte al massimo altare, con il pavimento coperto da stuoie bianche e da una stuoia in feltro scarlatta.
Dopo che i testimoni si sono accomodati. Entra Taki-Zenzaburō. É descritto come un uomo robusto, di trentadue anni e di nobile aspetto. Vestito con un abito da cerimonia, dalle caratteristiche maniche in canapa che sono indossate solo nelle grandi occasioni.
É accompagnato dal kaishaku e da tre ufficiali che indossavano il jimbaori, una armatura da guerra con fregi in oro.
L’incarico del kaishakuè svolto da un parente o da un amico del condannato. In questo caso è il pupillo di Taki-Zenzaburō. Scelto per la sua grande bravura con la spada.
Col kaishaku alla sua sinistra. Taki-Zenzaburō avanzò fra i testimoni, cui rivolse il saluto che gli è reso con grande deferenza.
Lentamente e con grande dignità il condannato sali sulla parte rialzata del pavimento.
Si prostrò due volte davanti all’altare e si sedette sul tappeto rosso con la schiena rivolta all’altare.
Il kaishaku è inginocchiato dalla parte della sua mano sinistra.
Uno dei tre ufficiali si fece avanti portando un vassoio. Dove avviluppato nella pergamena, c’è un pugnale. Lungo una trentina di centimetri, con punta e taglio affilati come un rasoio.
Dopo essersi prostrato, l’ufficiale prese il pugnale e lo porse al condannato. Questi lo prese con referenza. Alzandolo prima alla testa con entrambi le mani e poi tenendolo dritto di fronte a sé.
Un nuovo inchino e pronunciò le parole:. Io, e soltanto io, diedi sconsideratamente l’ordine di sterminare gli stranieri di Kōbe. Replicando, ancora il mio ordine quando essi cercarono scampo. Per questo crimine io ora mi lacero il ventre. prego tutti voi presenti di concedermi l’onore di assistere a questo atto.
Dopo essersi nuovamente inchinato, egli si slacciò gli indumenti e rimase a busto nudo.
Quindi, secondo la tradizione, egli ripiegò le braccia sopra le ginocchia per evitare di cadere riverso indietro. Un nobile giapponese deve sempre morire cadendo in avanti.
Con mano ferma, raccolse il pugnale che giaceva davanti a lui, contemplandolo con desiderio, quasi con affetto.
Per un momento ancora si concentrò, quasi a raccogliere tutte le sue forze nell’istante supremo. Poi affondato il pugnale sotto la cintura, gli fece percorrere tutta la lunghezza del suo ventre, da sinistra a destra. Eseguendo, infine, un ultimo brusco movimento verso l’alto che squarciò completamente l’addome.
Durante tutto il tempo di questa allucinante operazione egli non mosse un solo muscolo del volto.
Solo quando estrasse il pugnale cadde in avanti allungando il collo; allora, per un istante, gli si lesse negli occhi un lampo di panico, ma non emise una sola sillaba.
In quel momento, il kaishaku, che, sempre inginocchiato, aveva seguito con attenzione ogni movimento del condannato, balzò in piedi facendo roteare in aria la spada.
Fu questione di un istante: con un agghiacciante tonfo sordo la testa rotolò per terra, spiccata dal corpo con un solo colpo.
Segui un silenzio di morte. Rotto soltanto dal rumore del sangue che fluiva dal corpo che giaceva inerte di fronte a noi. Quel corpo in cui pochi istanti prima aveva palpitato il cuore di un uomo nobile e valoroso.
É orribile.
Il kaishaku, eseguito un lungo saluto, ripulì la spada con un pezzo di carta che teneva già pronto allo scopo. Quindi si ritirò dal luogo della cerimonia. Contemporaneamente il pugnale insanguinato è portato via con solenne cerimoniosità. Come prova di sangue dell’avvenuta esecuzione.
La rito è terminata e lasciamo il tempio.
La cerimonia riceve dal luogo e dall’ora un’ulteriore solennità. Un cerimoniale caratterizzato da un’estrema dignità e dal formalismo tipico dei modi di tutti i giapponesi di rango.
Benché profondamente impressionati da una scena tanto orribile. Non è possibile non restare contemporaneamente ammirati dal contegno fermo e virile del condannato. Dalla freddezza con cui il kaishaku ha saputo compiere il suo ultimo incarico per il suo signore. Niente avrebbe potuto più efficacemente dimostrare la forza dell’educazione.
I samurai fin dalla più tenera età imparano a considerare il harakiri come una cerimonia a cui un giorno potrebbero essere chiamati a partecipare. Vuoi come protagonisti. Vuoi come assistenti.
Nelle famiglie di antica tradizione cavalleresca il bambino è istruito al rito e familiarizzato all’idea del harakiri. Visto come un modo onorevole di espiare una colpa o di far fronte a un rovescio di fortuna. Se mai giunge quest’ora, egli è preparato ad affrontare un cimento cui l’educazione giovanile ha già tolto gran parte della paura.
Solo in Giappone si impara che l’estremo tributo d’affetto da portare a un caro amico è quello di fungere da suo esecutore ?.
(Tratto con modifiche e aggiunte da J. Seward, HaraKiri, Mediterranee.
Lord Redesdale è l’appellativo nobiliare adottato da Algernon Bertram Freeman-Mitford. Primo barone Redesdale, 24 febbraio 1837 – 17 agosto 1916. Diplomatico inglese e scrittore.
Giunse nel Paese del Sol Levante nel 1866 e vi rimase fino al 1870. In questo lasso di tempo ricopre il ruolo di secondo segretario della legazione d’Inghilterra in Giappone.
L’edizione originale di Tales of old Japan è del 1871. Illustrata dall’artista giapponese Odake. Edita in due volumi, a London (Londra), dall’editore Macmillan and Co.
É un libro di grande successo. Vanta nove edizioni e 22.000 copie vendute.
Il volume è un’antologia composta da fiabe popolari e da racconti che descrivono la vita giapponese prima della restaurazione Meiji. Il periodo durante il quale AB Mitford è il testimone diretto di un epoca che vede il potere dell’imperatore riaffermarsi su quello degli shōgun.
La Neofinetia falcata è un’orchidea per lungo tempo rimasta appannagio dei soli samurai.
Scopriamo dunque che anche i samurai avevano il pollice verde.
Come si addice a una casta di guerrieri non potevano dirigere i loro sforzi verso tutte le forme del mondo vegetale. Anche in questo caso lo spirito del bushido era rispettato.
Un solo fiore. La Neofinetia Falcata. Un’orchidea di piccole dimensioni e di grande bellezza.
Per la sensibilità occidentale non è altro che una delle tante varietà di orchidea in commercio.
Facilmente reperibile. Dal costo contenuto.
Non è così nella terra del Sol Levante. Dove era e tutt’ora è un simbolo.
Una pianta di alto rango e altamente considerata. Dalla storia unica.
Ienari Tokugawa fu undicesimo Shogun del Giappone.Ha retto le sorti del paese dal 1773 al 1837.
Il suo grande amore per questa orchidea lo fece diventare un fervente collezionista. La sua raccolta era ragguardevole. Degna del suo rango. Composta da duecento esemplari.
La coltivazione di questa orchidea era permessa solo nelle abitazioni dei samurai.
I feudatari non si allontanavano dai loro gioielli verdi. Le piante erano parte usuale del bagaglio da portare durante gli spostamenti periodici verso Edo, l‘odierna Tokyo.
Questa usanza ben aiuta a spiegare il soprannome di Orchidea dei Samurai.
E’ lecito chiedersi come mai una casta guerriera abbia trovato assonanza con un’orchidea.
La spiegazione risiede nell’aspetto del fiore. Una forma ben nota ai samurai. Da loro identificava come una raffigurazione del Kabuto, l’elmo da guerra.
Era assegnato anche all’impianto nel vaso un valore simbolico.
Quando ben eseguito rappresentava simbolicamente il coraggio e la corretta formazione del bushi.
In Giappone questa orchidea è chiamata Fuuran.
Abbreviazione del più completo nome Keiran Ichimei Fuuran. Termine che possiamo tradurre in Orchidea del vento. Nome ancora usato per definire la pianta nella forma più comune in natura.
Il nome scientifico è Neofinetia Falcata. Ci dice che appartiene al genere Neofinetia.
Per molto tempo rappresentato dall’unica varietà, la Falcata.
Nome che sta ad indicare la curvatura dello sperone del fiore. Forma ripresa anche dalle foglie.
Nel 1996 si è aggiunta una seconda specie la Richardsiana. Caratterzzata da uno sperone più corto. La pianta cresce spontanea in Cina e Korea.
La terza specie è del 2004. É la Xichangensis. Una varietà ancora in dubbio. Se confermata si caratterizza dallo sperone corto. Diretto sul davanti e con fiore tendente al rosa.
La Fuuran fiorisce in estate. Il fiore comunemente è di colore bianco. Profuma la sera ed è dotato di un lungo sperone.
Quest’ultimo misura dai quattro ai sei centimetri nella varietà Falcata. Un centimetro nella varietà Richardsiana.
La lunghezza dello sperone è dovuta alle caratteristiche dell’insetto impollinatore, una farfalla notturna.
Solo con il periodo Meiji, 1868 – 1912, la coltivazione di questa orchidea ha potuto svincolarsi dall’appannaggio dei samurai. Da allora le Fuuran poterono essere possedute e coltivate da chiunque.
I ricchi commercianti dell’epoca influirono sul prezzo delle piante. Tanto da far aumentare in modo considerevole il valore.
Con il loro interesse inizia un’autentica mania ancora esistente. Impersonificata dalla associazione orchidofila Nihon Fuukiran Kai. Società Giapponese delle Neofinatie.
L’amore dei giapponesi per le forme atipiche è noto. Questo è ben rappresentato dal fortunato reperimento in natura di una pianta di Fuuran con fiori o vegetazione differenti dalla forma conosciuta e comune.
Questo esemplare atipico è posto sotto accurata osservazione. Coltivato con cura e se mantiene la variante è elevata a Fuukiran.
Attualmente in questa categoria ne esistono registrate 171 varietà.
Il loro elenco viene pubblicato seguendo la composizione tipica delle locandine stampate per i tornei di Sumo. Il nome delle Fuukiran è impresso con lo stile riservato ai nomi dei lottatori.
Se volessimo pensare al valore economico di queste varietà potremmo identificarlo con il costo di una casa con giardino.
In Giappone e in Cina troviamo raffigurazioni e libri su questa orchidea fin dal XVII secolo.
Il nome Neofinetia deriva dal botanico francese Achille Finet, 1862 – 1913. Uno studioso di orchidee giapponesi e cinesi.
La specie è ufficialmente segnalata da Carl Peter Thunberg. Compare nel suo libro intitolato Flora Japonica. Edito nel 1794.
Saper che le orchidee in Giappone sono coltivate con successo da secoli non è una consolazione. Ed aumenta lo sgomento chi fra noi lotta per far fiorire la propria pianta almeno una volta.
Non consola di certo conoscere dei maldestri tentativi europei del XIX secolo.
Affidiamoci allora alla facile reperibilità e il contenuto costo della forma classica dell’orchidea dei samurai.
Ci permetteranno di scoprire se il samurai nascosto dentro di noi ha il pollice verde.
Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Il testo descrive le precauzioni e le da prestare a una lama giapponese. Segue il manuale pubblicato dalla Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai. NBTHK. É tradotto dall’originale in lingua giapponese. Sulla pubblicazione si sono opereate delle aggiunte.
Il popolo giapponese considera le Nihonto una una forma d’arte. Un tesoro nazionale da conservare e preservare. Questo al fine di poter portare rispetto agli avi. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Le Nihonto sono le lame prodotte in Giappone. Tutte solo realizzate seguendo la tecnica tradizionale. Fra queste la spada giapponese è la rappresentativa.
Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela.
Chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama da graffi e dalla ruggine.
Per conservare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae. Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto.
É norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero o kojiri. Tenendo saldamente il saya. Questo per evitare le cadute accidentali.
Per trasportare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno.
Il fodero o saya è assicurato dalla sola mano destra.
La tsuka o manico è rivolto verso alto. La lama è diretta verso il basso. Questo metodo mira a previene pericolosi incidenti.
Per estrarre la spada dal fodero.
Per sfoderare la spada dal sacchetto in tessuto o dal saya si deve tenere la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.
La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto.
Il palmo della mano sinistra è rivolto verso l’alto e tiene saldamente il saya. La mano destra stringe lo tsuka.
A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki.
Se questo è ben serrato con il koiguchi necessita molta cautela. Questo per evitare di danneggiare l’apertura del fodero.
Assolutamente sono da evitare movimenti repentini. Probabile causa di ferite.
Sboccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero. Curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.
Per reinserire la spada dal fodero. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Analogamente all’operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra.
Con molta attenzione si posa il dorso della punta della lama nella parte inferiore del koiguchi. La punta della lama si chiama kissaki.
Si allinea il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto.
Con lentezza si reintroduce la spada nel saya. In fine con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.
Manutenzione. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Una lama giapponese necessita di costanti cure. Questo al fine di impedire l’ossidazione della superficie del materiale costituente la lama.
Strumenti per la manutenzione:
Mekuginuki. Simile a un piccolo martello. Serve per estrarre il mekugi. Il perno che serve a unire la lama al manico. Il mekugi è in bambù o più raramente in metallo.
Uchiko. É una polvere di color bianco. É composta dello stesso materiale dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Per l’uso è avvolta in della carta chiamata Yoshinogami. Poi riavvolta entro una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Con questo cartoccio si colpisce la lama su tutta la sua superfice. Per impatto la polvere attraversa i rivestimenti. Depositandosi su tutta la superficie metallica della lama. La polvere di Uchiko è elimata con della carta sottile.
Token Abura. Termine giapponese che si traduce in olio di choji. Un liquido di colore paglierino. Serve per proteggere la lama dalla ruggine
Aburagami è una carta molto leggera. Permette di depositare il Tokenabura sulla superficie della lama.
Niguigami è una carta molto spessa e morbida. Usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco e la polvere. Il passaggio della Niguigami asciuga anche la superficie dalla lama.
É buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili. Questo per evitare che dei residui di polvere o di materiale di durezza elevata siano depositati sulla carta per detergere o per dare l’olio. Queste impurità sono la causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.
Come avviene la manutenzione della spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi. Questa operazione permettere la rimozione dell’impugnatura o tsuka.
L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra. Serrandola con il palmo. Tenedo il mune rivolto verso sinistra. Di conseguenza il taglio è a destra.
La mano destra stretta a pugno picchia sulla sinistra.
I primi colpi devono essere leggeri. Questo per saggiare il fissaggio. Gli altri sono regolati di conseguenza.
Quando il codolo è libero, la lama è estratta con la mano destra.
Due precauzioni.
La prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo.
La seconda è per lame con corto nakago. Un tanto potrebbe fuori uscire al primo leggero colpo. Creando una pericolosa situazione.
Se presenti si levano le seppa e la tsuba. Giungendo all’habaki. Quest’ultimo è rimosso usando i pollici e gli indici di entrambi le mani.
Se oppone resistenza è rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno. Prima, per protezione, necessita averlo avvolto con uno straccio.
Ora ci troviamo fra le mani la lama nuda. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
La lama è pulita usando la Nuguigami. La carta è appoggiata sul mune e ripiegata fino a raggiungere il tagliente da entrambi i lati.
Partendo dall’habaki, usando il dito indice ed il pollice, si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama.
Sempre nello stesso senso. Questo permette di rimuovere il vecchio olio e la polvere.
Una attenzione particolare si deve avere nella pulizia della punta o kissaki. Evitando sia la pressione che la frizione.
Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.
Per battuta stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama. Ioerazione da compiere su entrambi i lati. Partendo dal forte per giungere al kissaki.
Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’uchigo presdente sulla lama.
A questi punto è possibile ammirare e studiare la Nihonto in tutti i suoi particolari. Verificare la presenza di ruggine, difetti o altri danni.
La lama è ora pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami.
La carta è precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura.
Non troppo abbondante per evitare di sporcare l’ interno del saya. Non troppo scarsa per permettere una stesura uniforme.
La carta è passata sulla lama diverse volte per avere la certezza di avere ricoperto l’intera superficie della lama.
Per rimontare la spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Iniziamo reinserendo l’habaki e introduciamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, la tsuka.
Ora estraiamo la lama dal fodero.
Teniamo la spada per il manico con la mano sinistra. Con la lama rivolta verso l’alto battiamo sul kashira col palmo della mano destra. Questo fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.
Come conservare la spada giapponese. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Dopo aver acquistato una Nihonto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.
Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature. Usando lo Token Abura.
La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. Nel caso di foderi al loro interno sporchi e contaminati dalla ruggine è bene sostituirli. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya. Una semplice montatura di legno di magnolia.
In quest’ultima veste è preferibile far riposare la lama.
Questo perché qualora la superficie della Nihonto cominciasse ad arrugginirsi. Il fodero di legno può facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato. Usando della colla di riso. Non è possibile l’impiego di colle chimiche suk saya e sulla tsuka.
La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. É bene evitare operazioni fai da te.
Quali il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni possono aggravare la situazione perchè distorgono le geometrie della lama. Aumentando notevolmente il lavoro del togishi.
A seguito dell’ operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Questo per la presenza di particelle di acqua nelle micro porosità dell’acciaio.
La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura.
Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.
La scelta del luogo dove conservare una Nihonto deve essere molto accurata.
Devono essere riposte in ambienti secchi.
In posizione orizzontale, questo per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki.
Entro scatole di legno o di lacca.
Non devono essere lasciate nella vicinanza di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine.
Si deve tener presente che la parte di legno della montatura richiede un minimo di umidità.
Glossario dei termini giapponesi presenti nel testo. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
Abura. La traduzione letterale dal giapponese è olio. Indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.
Forbitura. Termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.
Fuchi. Finitura in metallo. Posta all’estremo superiore della tsuka. É in suite con il kashira.
Habaki. Collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako. Al fine di fissare la lama nel fodero
Kashira. Finitura in metallo posta all’estremo inferiore della tsuka. É in suite con il fuchi.
Koi Guchi. L’imboccatura per la lama nel saya.
Koshirae. Il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu.
Kodogu. Tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama.
Nakago è il codolo della lama. É la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka.
Seppa. Rondelle che fanno da fermo alla tsuba.
Shirasaya. La montatura di riposo per la lama. Realizzata in legno di magnolia.
Tanto. Un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku. Pari a 30,3 cm.
Togishi. L’artigiano che realizza la forbitura della lama.
Tsuba. La guardia della spada giapponese.
Tsuka. L’impugnatura delle lame.
Kozuka. Il manico del kogatana.
Kogatana. Un piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero.
Kozuka hitsu. L’alloggiamento nella tsuba del kozuka.
Kogai. Lo spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero. Posto dalla parte opposta del kogatana.
Kogai hitsu. Alloggiamento nella tsuba del kogai. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.
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