L’acquaforte: l’incisione indiretta e la storia della stampa artistica
L’acquaforte: l’incisione indiretta e la storia della stampa artistica
A cura di Luca Piatti
Nel mondo affascinante dell’arte incisoria, poche tecniche hanno lasciato un’impronta tanto duratura quanto l’acquaforte. Metodo utilizzato da secoli da maestri incisori e artisti, questa tecnica calcografica indiretta consente di creare stampe di rara bellezza e finezza. Dei fogli capaci di esprimere una ricchezza grafica e una profondità visiva uniche nel panorama dell’antiquariato.
Cos’è l’acquaforte e perché è così interessante?
L’acquaforte è una tecnica di incisione su lastra metallica, di solito in rame o zinco. A differenza delle tecniche dirette, il segno grafico non è ottenuto scavando il metallo con strumenti da taglio, ma attraverso l’azione corrosiva di un acido.
Questo processo “indiretto” garantisce all’artista una libertà espressiva straordinaria, simile alla fluidità del disegno su carta. Permettendo di ottenere risultati ricchi di sfumature, chiaroscuri e una profondità difficilmente raggiungibile con altri mezzi.
Il procedimento: tra alchimia e precisione, acquaforte incisione stampa artistica
La creazione di una stampa artistica ad acquaforte segue fasi rigorose che uniscono sapienza artigianale e reazioni chimiche controllate:
Preparazione della matrice: Si parte da una lastra di metallo, riscaldata e ricoperta da una vernice protettiva a base di resina e cera.
Nerofumo e incisione: La superficie è annerita con nerofumo per rendere più visibile il tratto. L’artista incide il disegno con una punta d’acciaio, rimuovendo la vernice e scoprendo il metallo solo dove desiderato.
Corrosione (Morsura): La lastra è immersa in un bagno di acido nitrico diluito. L’acido “morde” il metallo scoperto, creando solchi la cui profondità dipende dal tempo di immersione.
Stampa finale: Una volta pulita, la lastra è inchiostrata e pressata su carta tramite un torchio calcografico, trasferendo l’immagine con estrema precisione.
Incisione all’acquaforte realizzata da Jacques Callot appartenente alla serie Les Gueux, in lingua italiana I mendicanti
Il valore dell’acquaforte nel collezionismo
Da Rembrandt a Goya, fino ai grandi maestri del Rinascimento come il Parmigianino. I più importanti artisti della storia hanno scelto l’acquaforte per la sua potenza visiva. Oggi, queste opere sono pilastri del mercato dell’antiquariato per tre motivi principali:
Esclusività: Le tirature sono quasi sempre limitate.
Certificazione: Molti dei fogli moderni sono firmati e numerati, garantendo l’acquisto.
Storicità: Il valore artistico e venale dei fogli più importanti tende a consolidarsi e crescere nel tempo.
Focus: Jacques Callot e la serie “Les Gueux”, acquaforte incisione stampa artistica
Un esempio di questa tecnica è la serie Les Gueux (I Mendicanti) dell’incisore francese Jacques Callot (1592-1635).
Incisione all’acquaforte realizzata da Jacques Callot appartenente alla serie Les Gueux, in lingua italiana I mendicanti
Composta da 25 incisioni, la serie esplora con realismo la miseria della condizione umana del XVII secolo. È interessante notare il forte legame con l’Italia: sebbene le stampe originali sono realizzate a Nancy, i disegni preparatori sono concepiti proprio in territorio italiano. La maestria di Callot fu tale da influenzare profondamente lo stesso Rembrandt, che fu un attento collezionista delle sue grafiche.
Scopri la nostra selezione di grafica antica
L’acquaforte continua a coniugare storia e valore artistico. Se desideri ammirare o acquisire opere originali di maestri come Stefano Della Bella, il Parmigianino o esplorare rari fogli di grafica d’autore. Ti invitiamo a consultare le sezioni dedicate nel nostro catalogo.
Luca Piatti: esperto in Libri rari, Incisioni, Antiquariato a Milano, Varese, Casale Monferrato.
L’Ex Libris italiano è il titolo di un rivista quadrimestrale, una nuova e qualificata apparizione nell’ambito della stampa periodica.
Uno sforzo editoriale che si deve all’assiduo lavoro dell’AIE, l’Associazione Italiana Ex Libris.
Fra i risultati di questo impegno troviamo la comparsa del numero 1 dell’Anno 1, corrispondente all’Autunno 2025, de L’Ex Libris italiano. Un fascicolo ancora fresco di stampa.
É un periodico appena edito, ma che vanta un illustre passato. Questo perché la nuova pubblicazione si pone come l’ideale continuazione di un altro periodico con uguale vocazione, la rivista inPRESSIONI, Colloquia Graphica et Exlibristica.
Fra le due spicca la sola differenza nel formato, in A4 quella ora distribuita e in A5 l’anticipatrice. Entrambe si prefiggono lo stesso scopo. Quello di promuovere e sviluppare la diffusione e il collezionismo dell’Ex Libris e più in generale quello della calcografia e delle sue tecniche.
L’Ex Libris italiano è una pubblicazione versatile perché la si può trovare sia nella tradizionale forma cartacea sia in quella distribuita in un file PDF. La prima destinata ai soli soci dell’AIE, l’Associazione Italiana Ex Libris e la seconda liberamente scaricabile dal sito dell’Associazione.
É questa un’oculata scelta, destinata ad agevolarne alla diffusione, operata al fine di promuovere l’interesse e il collezionismo verso queste minuscole ma raffinatissime grafiche.
Che cosa è un Ex Libris?
Per l’accanito collezionista è l’amato foglietto! Ex Libris italiano
Per chi non è così coinvolto, un ex libris è il contrassegno applicato all’interno di un libro che indica e descrive il proprietario del volume. É dunque un raffinato indicatore di proprietà in seguito diventato un oggetto di interesse per collezionistico.
La forma di Ex Libris più nota è un piccolo pezzo di carta, con testi e figura. Un foglietto di solito incollato nell’interno del piatto anteriore della legatura.
Come si descrive un Ex Libris?
Si inizia dal Nome dell’artista che l’ha realizzato. Seguono il Nome del committente, il motto o titolo, la tecnica usata, la misura della lastra data in millimetri. Infine si conclude con l’anno di realizzazione.
Nella maggior parte dei casi sul foglietto compare anche la scritta Ex Libris.
Se inPRESSIONI vanta una durata di 14 anni e 27 numeri si auspica che L’Ex Libris italiano superi di molto questo invidiabile primato.
Per chi volesse sapere di più sull’Ex Libris e la sua storia
Exploration of Tibet by Giuseppe Tucci, article published in I Giorni della Creazione, Radio Italiana Editions, Radio Notebooks IV
Tibet is one of the most fascinating and mysterious countries in all of Asia, not only because of the isolation that surrounds it with an impenetrable mystery, but also because it serves as a meeting point where the most influential cultures of Asia, such as India and China, have left deep and lasting marks that have shaped the intellectual, religious, and artistic development of its people. Tibet is one of the few places in the world where Tibetan Buddhism—especially the Great Vehicle—still thrives, protected by a powerful monastic organization, the largest known today. Despite some natural declines, these traditions of thought continue to flourish, nurtured under the influence of India’s Buddhist monasticism. Tibet is a vast country with an estimated population of 4-5 million people, though no census has been able to confirm this precisely. Lhasa, the sacred capital, is home to the Dalai Lama, the highest political and spiritual leader of Tibet. Currently, the 14th Dalai Lama holds the throne and is also the supreme authority of the Yellow Sect—one of the two main sects in Tibetan Buddhism. The Yellow Sect, founded in the 14th century, focuses on strict monastic discipline and a rigorous curriculum, emphasizing logic and dogmatics.
The 14th Dalai Lama is currently fifteen years old. Until he reaches the age of eighteen, a regent governs the country, assisted by a council of four ministers called “Sciapè.”
This unique governance system is based on a strict dichotomy: each office is shared between a lay official and a monastic official, ensuring that the two powers are intertwined and overseen by each other. Even at the provincial level, this dual governance structure prevails.
The isolation of Tibet, the complexity of its language, the intricacies of its religious beliefs, and the uniqueness of its symbolic art have all contributed to many misunderstandings about Tibet’s true nature, often misrepresenting a people who are both deeply religious and profoundly attached to material interests.
Tibetans hold the belief that the world is ultimately vanity and emptiness, yet they are not averse to achieving a level of material well-being that ensures a peaceful existence between birth and death.
Italy has made significant contributions to the exploration of Tibet. Although figures like Odoric of Pordenone and Marco Polo never entered Tibet, they were the first to report about it. Later, in the 18th century, Capuchins and Jesuits were able to stay in Tibet for several decades, leaving traces of their presence, such as a bell with a Latin inscription in Lhasa’s Lamaist cathedral.
The most lasting records of their explorations are found in their travel accounts, notably in the work of Ippolito Desideri, a Jesuit who translated and refuted a Tibetan thinker’s Summa Theologica, marking a remarkable intellectual encounter between Tibetan Buddhism and St. Thomas Aquinas.
Despite Tibet’s efforts to remain closed, it continued to fascinate explorers. As a result, many of them focused on Tibet’s bordering regions. From Marquis Roero di Cortanze to Duke of Abruzzi, De Filippi, and Dainelli, Italians took part in expeditions to Karakoram and Ladakh, a Tibetan province with a Buddhist culture but politically under Kashmir. I was luckier than others, managing to cross the borders and, over several trips, became increasingly captivated by the scientific mystery of Tibet. Over the course of eight visits to various provinces, I focused on the ancient cultural and spiritual ties between Tibet and India. I began in Western Tibet, where I found temples that had survived time and human destruction, offering remarkable documents of the spiritual relationship between Tibet and India. I also visited sacred places such as Mount Kailash and Manasarovar Lake, which are central to both Buddhist and Hindu pilgrimages.
My research journey also took me to Sakya, the capital of Tibet during the reign of Kublai Khan, and Tashilunpo, the seat of one of the highest spiritual authorities in Tibet.
In 1947, at a time when a scientific expedition seemed almost impossible, I obtained permission from the Tibetan authorities to enter Lhasa and explore the region. With support from the Italian Geographical Society and the National Research Council, I organized an expedition that included my companions Regolo Moise, Piero Mele, and Fosco Maraini. While Moise served as the expedition’s medical officer and Mele as the photographer, Maraini was to document the journey on film. However, he was unable to continue past Yatung and returned to Italy.
The main goal of my 1948 Tibet expedition was to uncover historical documents that would shed light on Tibet’s ancient royal dynasties, spanning the 6th to 9th centuries. Additionally, I sought to investigate the origins of Tibetan culture and explore the pre-Buddhist indigenous religion, Bon, which shares many characteristics with Mongolian shamanism and predates Tibet’s conversion to Buddhism.
The research also focused on uncovering documents of Tibetan Buddhism, identifying the influence of Indian, Chinese, and Central Asian art on the development of Tibetan artistic traditions.
These efforts were part of my ongoing mission to study Tibetan literature, an endeavor I have already partially addressed in my book Tibetan Painted Scrolls, recently published by the State Polygraphic Institute. Tibetan literature, rich in commentaries, glosses, and exegeses, plays a crucial role in understanding the complex dogmatics of Buddhism. The study of the pre-Buddhist Bon religion also provided valuable insights into early Nestorian and Manichaean influences on Tibetan culture, shedding new light on Tibet’s spiritual and philosophical history.
As I traveled through Tibet, including significant sites such as Samye and Yarlung, I uncovered ancient manuscripts and chronicle records that had been preserved over centuries. Among the most valuable finds were documents that had never been studied before, containing works of poetry and philosophy that date back to the 3rd century.
I also studied the burial sites of ancient Tibetan kings and the monasteries that protected these sacred relics, offering further insight into the Tibetan spiritual and cultural heritage.
In conclusion, the Tibetan journey provided significant discoveries, helping to broaden the understanding of the region’s history, religion, and culture. However, this complex study has also highlighted the challenges of fully comprehending Tibetan civilization, which requires mastery of languages, philosophy, and the intricate web of religious and cultural influences that have shaped this unique society.
Uno scritto, apparso attorno al 1950, dove Giuseppe Tucci parla dei suoi viaggi in Tibet, descrivendo l’esplorazione e gli scopi che si era prefisso.
Il Tibet è uno dei paesi più interessanti di tutta l’Asia. Questo non soltanto perché l’isolamento in cui si è racchiuso lo circonda di un inviolato mistero, ma anche perché esso è il punto di confluenza. É il luogo dove le più importanti culture dell’Asia , quella indiana e quella cinese, hanno lasciato così durevoli tracce. Quest’ultime in grado di conformare lo sviluppo intellettuale religioso ed artistico del popolo tibetano.
Il Tibet è una delle poche parti del mondo dove ancora sopravvive il buddismo del Grande Veicolo o Mahāyāna.
Una delle principali correnti buddiste, diffusa prevalentemente in Asia orientale, difesa da una potente organizzazione monacale, la più vasta che si conosca. Nella quale, malgrado alcuni naturali decadimenti, continuano a prosperare tradizioni di pensiero cresciute all’ombra delle unità buddiste dell’India.
Questa regione storico-geografica dell’Asia orientale, Il Tibet, è un paese immenso. Abitato da una popolazione che nessun censimento ha ancora potuto accertare con esattezza, forse quattro o cinque milioni di abitanti.
Lhasa è la città sacra, la capitale dove risiede il capo politico e spirituale: Il Dalai Lama. Adesso è sul trono il 14° Dalai Lama, Tenzin Gyatso, la maggiore autorità della setta gialla. Una delle due sette nelle quali il buddismo tibetano si divide. Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet
La setta gialla e la setta rossa sono così denominate dal colore del cappello dei rispettivi aderenti.
La setta gialla è fondata nel quattordicesimo secolo, la si può chiamare anche dei riformati. Questo perché ha insistito su una maggior correttezza di costumi, su una più severa disciplina monacale. Ed infine su uno scrupoloso curricolo di studi che dà grande importanza alla logica e alla dommatica.
Il Dalai Lama ha quindici anni (siamo nel 1950). Fino a quando non avrà raggiunto i diciotto anni il potere è nelle mani di un reggente. Quest’ultimo assistito da un consiglio di quattro ministri detti Sciapé. Generalmente, secondo il principio dicotomico, qui rigorosamente seguito. Tutti gli uffici sono disbrigati da una coppia di funzionari dei quali uno è un laico e l’altro un ecclesiastico. Sicché i due poteri si compenetrano e si sorvegliano. Anche nelle Prefetture e Provincie i supremi magistrati sono sempre due e scelti secondo questo principio.
L’isolamento in cui il Tibet si è chiuso, la difficoltà della lingua, la complicazione delle sue credenze religiose, la stranezza della sua arte simbolica. Queste son tutte ragioni che hanno contribuito a molti giudizi erronei che completamente travisano i caratteri fondamentali di un popolo essenzialmente contradditorio. Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Religiosissimo e nel tempo profondamente attaccato agli interessi materiali, convinto nell’intimo del proprio cuore che il mondo è soltanto vanità e vacuità. Tuttavia non alieno dal conseguire un benessere che renda quel trapasso dalla culla alla tomba, quello che noi europei chiamano vita, sereno e agevole.
All’esplorazione di un paese così misterioso noi italiani abbiamo contribuito in maniera perspicua.
Odorico da Pordenone e Marco Polo, sebbene non ci siano mai penetrati, sono stati i primi a darne notizia. Poi, nel diciottesimo secolo, i cappuccini e i gesuiti potevano dimorare nel paese che per decenni rimase proibito. Traccia della loro permanenza è, per esempio, una campana con iscrizione latina conservata nella cattedrale lamaista di Lhasa. Ma più durevole ricordo essi hanno di sé lasciato nelle relazioni di viaggio. Specialmente nel libro che il gesuita Ippolito Desideri scrisse sulle sue esperienze tibetane e sulla religione tibetana. Traducendo e confutando, per la prima volta, la Summa theologica di un grande pensatore tibetano. Un mirabile incontro, avvenuto sul Tetto del mondo, della dommatica buddista e di San Tommaso d’Aquino.
Il Tibet seguitò ad affascinare i viaggiatori italiani ma, chiudendo ostinatamente le porte, costrinse le loro ricerche alle provincie confinanti. Si susseguono le spedizioni del marchese Roero di Cortanze, del duca degli Abruzzi, del De Filippi e del Dainelli, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet
Gli italiani si avvicendarono in successive spedizioni sul Caracorum e sul Ladakh. Quest’ultima una provincia tibetana di lingua e buddista di religione ma, politicamente dipendente dal Kashmir.
Io sono stato per varie circostanze più fortunato. In successivi viaggi riuscii a varcare le frontiere vietate. E poco a poco rimasi talmente preso dall’interesse scientifico per il Tibet e sopraffatto, con una specie di malia, dai suoi orizzonti immensi. Per otto volte visitai in tempi successivi diverse sue provincie.
Cominciai dal Tibet occidentale. Nel quale trovai, in templi sopravvissuti alla furia degli uomini e al corso del tempo, documenti notevolissimi per la filiazione spirituale del Tibet e dell’India. Girai intorno, con i pellegrini affluenti da ogni parte dell’Asia, al monte Cailasa, nelle cui guglie inviolate buddisti, indù e sciamani immaginavano paradisi inaccessibili. E al sacro lago Manasarovar (4400 m.), visitando ad uno ad uno i templi che la pietà dei fedeli la costruito sui luoghi benedetti. Quasi segnando le tappe dei loro pellegrinaggi. Questi sono davvero luoghi che meritano di essere sacri. Questo perché Dio è stato in essi così prodigo di bellezze stupende, come nei giorni più felici della creazione.
In altri viaggi mi spinsi sempre più ad Est, a Sakia, a Tashilumpo ed oltre, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Sakia fu la capitale del Tibet al tempo di Cubilai Can, contemporaneo a Marco Polo. Esplorai i suoi templi e soprattutto le sue biblioteche che racchiudono molte opere del pensiero buddista. Testi scritti su foglie di palma e in lingua sanscrita. Portati, in Tibet, al seguito di missionari buddisti. Quando, in fuga dalle invasioni mussulmane, videro la distruzione delle università in India e si produssero le condizioni di insicurezza nella vita dei maestri.
Tashilumpo è la sede del Tashilama che è assieme al Dalai Lama la maggiore autorità spirituale Tibet, perché anch’esso è emanazione di un’essenza divina.
Nel 1947 sembrava follia pensare ad una spedizione scientifica in Tibet. In quell’anno ottenni dalla autorità tibetane il permesso di entrare nuovamente nel territorio precluso e di visitare proprio la capitale Lhasa.
Riuscii a organizzare una spedizione in pochi mesi, perché trovai nelle autorità governative una comprensione senza la quale la mia volontà sarebbe rimasta velleità. La spedizione è posta sotto gli auspici della Società Geografica Italiana ed ebbe anche l’appoggio del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Quest’ultimo sempre intendo a promuovere gli interessi dell’alta cultura.
L’8 marzo del 1948 partii con tre compagni: il tenente colonnello della marina Regolo Moise, Piero Mele e Fosco Maraini.
Il Moise era il sanitario della spedizione e il Mele il fotografo. Maraini doveva prendere la documentazione cinematografica, ma non avendo ottenuto il permesso di procedere oltre, ritornò in Italia da Yatung.
All’intelligenza ed alla disciplina dei miei compagni debbo se la spedizione si è compiuta senza nessun incidente spiacevole. E se i sette mesi di vita aspra e piena di sacrifici saranno rasserenati da una durevole e feconda amicizia.
Lo scopo che io mi ero prefisso nella spedizione del 1948 è stato vario, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Anzitutto volevo stabilire cosa resti del più antico periodo storico del Tibet. Vale a dire delle dinastie reali, quelle regnati del sesto e nono secolo. Poi rintracciare cronache che facciano luce sui periodi più oscuri dei primordi della cultura tibetana. In terzo luogo mi proponevo di scoprire documenti della religione aborigena del Tibet che si chiama Bon. Questa è una forma di sciamanesimo che ha molti contatti con lo sciamanesimo della Mongolia. Quella che dominava il Tibet prima che questo si convertisse al buddismo.
Specialmente con il sussidio delle pitture affrescate sui templi, desideravo poi ricostruire gli influssi subito dall’arte tibetana. Quelli di vario genere e provenienza: indiani , cinesi e centro asiatici. Dai quali germinò, a poco a poco, piena e sicura, l’arte tibetana e infine stabilirne le scuole.
Tutti gli scopi sono raggiunti.
Le ricerche si sono iniziate a Lhasa, con la raccolta di un materiale bibliografico messo insieme pazientemente con l’intelligente concorso delle autorità tibetane. Per la qual cosa conto di portare a termine la storia delle letteratura tibetana di cui ho già dato qualche accenno in Tibetan Painted Scrolls. Opera da poco pubblicata per cura del Poligrafico dello Stato. Impresa di gran mole e di grande impegno. Questo perché la letteratura tibetana è una delle più ricche dell’Oriente. Un assieme di opere che ramificano in una vegetazione rigogliosa di commenti, glosse e esegesi. Chiarificando in maniera lucida le complicazioni più ardue della dommatica buddista.
Ho studiato la zona di Samye a sud si Lhasa, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Dove è situato uno dei più antichi conventi del Tibet, mi sono spinto ad est, fino ad Ocà. Qui il riformatore Zoncapà, fondatore della setta gialla, ha a lungo meditato in un tempio. Nel quale vigila ancora solenne la statua del Buddha Maitreya. Figura che, quando il mondo sarà ancora più intristito ed iniquo, scenderà a predicare una parola di pace.
La mia esplorazione prosegue verso sud. Mi dirigo a Yarlung e a Cionghié.
Qui si trova una grande città mortuaria. Dove si vedono le sepolture dei resti mortali degli antichi re del Tibet. Le tombe sono grandi tumuli naturali. Sono scavati dall’erosione delle acque. Poi adattati dall’opera dell’uomo.
Un gigantesco cimitero, sorvegliato dalle montagne imminenti. Qui i re possono continuare una propria vita sotterranea. Sono ora come protettori invisibili, sempre invocati nel paese. In attesa di una rotazione di tempo, alternando vita e morte, aspettando la discesa dei loro successori, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
In un altro monastero trovai alcune opere di grande interesse. Importanti per la storia del buddismo e della letteratura indiana. Questo grazie all’amicizia di un incarnato mi cedeva il possesso. Sono manoscritti su foglie di palma copiati all’incirca nel sesto secolo e che contengono opere di poesia e di filosofia. Tutti di autori vissuti probabilmente nel terzo secolo. Dico probabilmente perché né delle opere che mi appaino tuttavia di immenso interesse, né degli autori si aveva fino ad oggi notizia alcuna. I documentiche ho raccolto sono importanti.
Vi trovano delle cronache così rare che le autorità tibetane attendono ch’io ne faccia un edizione qui in Italia, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Una stampa con quei caratteri nitidi che il Poligrafico possiede, la quale giovi agli stessi studiosi indigeni. Mettendo a loro disposizione delle opere nel paese stesso introvabili. Lo studio della religione tibetana anteriore al buddismo, quel Bon di cui ho fatto cenno ha grande interesse. Siccome mi pare di riscontrarvi , in maniera sempre più chiara e precisa infiltrazioni sia nestoriane sia manichee. E riceve nuova luce da molte opere che l’amabilità del prefetto di Tashilunpo mi ha aiutato a rintracciare.
Da questi cenni non è difficile farsi un’idea sia dell’importanza del mio ultimo viaggio sia della complessità degli studi tibetani. Fra i più complicati che si possano immaginare. Tanto ardui che ogni giorno leggi, su questo strano paese, i giudizi più erronei e le stoltezze più inverosimili e quasi mai un opinione esatta.
Per capire qualche cosa di questa gente, della sua arte, della sua religione e del suo pensiero bisogna conoscere a fondo molte cose. Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Anzitutto capire la lingua e i dialetti dell’India, il cinese, il mongolo e le lingue iraniche. Poi navigare con sicurezza nel mare sconfinato della filosofia dell’India in generale e del buddismo in particolare. Per poi rintracciare le fila ideali che congiungono il mondo dell’Occidente con quello dell’Oriente di cui la religione tibetana è una ramificazione. E come se non bastasse, necessita conoscere le religioni cinesi, lo sciamanesimo, lo zoroastranesimo e il manicheismo. Ed aver notizia illuminata di come queste idee si muovano, si incontrino e si confondano nel grande quadro di quasi due millenni di storia.
Chi queste cose non sa e parla del Tibet rimastica i consueti errori e le solite generalizzazioni, Giuseppe Tucci Esplorazione del Tibet.
Successo dunque pieno che io ho raggiunto per la comprensione intelligente e fattiva delle autorità tibetane. Le quali sono state con me così condiscendenti ed affettuose.
Sulla via del ritorno ho dato per l’ultima volta uno sguardo d’addio alle montagne d’oro. Sulle loro cime tormentate di neve avevano solcato squarci canditi. Era in una giornata di sole che ruzzolava sullo scintillio delle cime himalayane. Ho sentito nel cuore pungere di nostalgia. Il Tibet è un paese dove la vita è dura ma la bellezza della terra è affascinate come un sogno. E soprattutto per la gente amica e generosa che mi ha dato in sette mesi l’impressione di trovarmi a casa mia.
Testo tratto dal Quarto Quaderno della Radio, Torino, Edizioni Radio Italiana, Senza data 195?.
Le principali vicende della Reale Fabbrica di Maiolica di Torino.
Nel 1725, Giorgio Giacinto Rossetti e lo zio paterno Giovanni Battista ricevono la regia patente per esercitare una attività economica nell’ambito della produzione ceramica. Con questa lo stato sabaudo conferisce loro la possibilità di esercitare questa attività all’interno del suo regno. Questa autorizzazione è accordata con una durata decennale. A quest’epoca Giorgio Giacinto Rossetti è ventenne.
Le forniture di terra provenivano da Pecetto, ora Pecetto Torinese, un borgo situato a pochi chilometri da Torino.
A Torino aprono una Fabrica di maiolica sì fina, che ordinaria di qualunque disegno, tanto alla Cina, che a figure. Un’attività che parte con una sovvenzione statale infruttifera di 3000 lire, avvallata il 3 dicembre dello stesso anno da Giovanni Battista, quale garante cointeressato.
A questo prestito infruttifero si affianca l’apporto finanziario di Giovanni Ludovico Roveda.
L’attività dei Rossetti, già dai primi mesi del 1725, è soggetta a sofferenze gestionali.
Le nuove e necessarie risorse finanziarie arriveranno dall’ingresso nell’attività di un nuovo finanziatore, il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene, rappresentato da Pietro Bistorto. É questo l’inizio di una operazione che porterà, in breve tempo, il nobile sabaudo al predominio della fabbrica. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
Per il mancato rispetto degli accordi fra i soci, nel 1727, Giorgio Giacinto Rossetti rinuncia alla partecipazione all’impresa. Decisione seguita, nel 1728, anche da Giovanni Battista.
Questi due avvenimenti portano alla liquidazione della fabbrica. Cessazione che vede il Roveda creditore delle 3100 lire investite nell’impresa. E lascia il conte Carlo Giacinto Roero con il debito, verso lo stato sabaudo, dei prestiti statali ricevuti dai Rossetti, ammontanti a 8000 lire.
In questa nuova situazione, la fabbrica vede il trasferimento della regia patente a nome del banchiere Pietro Bistorto. In quanto facente le veci del conte Carlo Giacinto Roero di Guarene. Inoltre il prolungamento della durata, da dieci a quindici anni.
Giovanni Ludovico Roveda non si fa liquidare e mantiene un ruolo attivo nell’attività che ha contribuito a fondare. Di contro il Bistorto è nominato direttore della manifattura e come tale stipendiato con un quinto degli utili.
Nel 1729, si assiste all’ampliamento della fabbrica. Questo avviene al di fuori del territorio della città, in località Vigna Cumianan, una zona collinare posta sulla direttrice di vigna della regina. Rossetti Torino Maiolica Porcellana.
É questo uno spostamento effettuato in vista di un definitivo trasferimento dell’attività produttiva. Esercizio fin allora svoltoall’interno della città di Torino, in uno spazio sito nella Grande Contrada Po. Quest’areaera la sede originaria della manifattura, dove, dopo il trasferimento, si manterrà ilsolo magazzino.
Questi sono anni in cui la manifattura è in un costante passivo e tutte le maestranze hanno da percepire retribuzioni arretrate.
Questa situazione persiste pur avendo aumentato sia la quantità e sia la qualità della maiolica realizzata. Anche con l’apporto di queste migliorie, la produzione era solo in parte effettivamente venduta e le rimanenzeerano immagazzinate in attesa di compratore. Una delle ragioni di questa stagnazione era che il prodotto ceramico locale non attraeva la clientela torinese.
Un altro componente della famiglia Rossetti, attivo come pittore, nella Real Fabbrica di maiolica, è Giovanni Battista. Egli è il fratello minore di Giorgio Giacinto, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
Per Giovanni Battista l’occupazione torinese inizianel 1728, all’età disedici anni e si conclude nel 1729.
Anno in cui lascia Torino. Dapprima per lavorare a Pavia, nella manifattura Rampini e successivamente si trasferisce a Lodi, dove è attivo assieme a Giorgio Giacinto.
Nel settembre del 1737, anche lui, seguirà il fratello maggiore nel nuovo ritorno a Torino.
Nel 1731, in data 15 settembre, si ha la rottura fra il Bistorto e il conte Roero. Questo avviene a seguito della non chiara gestione finanziaria del primo ai danni del secondo.
Da quel momento, la gestione della manifattura passa nelle mani del Roveda che come nuovo direttore attua una politica di contenimento delle spese. Un accorgimento che si dimostrò sufficientee che non permise all’attività di decollare.
È il conte Roero che richiama Giorgio Giacinto Rossetti a Torino, offrendogli un nuovo impiego presso la Reale fabbrica di Maiolica. Individuando in lui la persona adatta a mettere in buono stato, et nomina la fornace di maioliche. In questo modo risolvendo la crisi in cui versava la manifattura torinese, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
Giorgio Giacinto Rossetti, dopo aver lasciato Torino, è attivo con successo a Lodi, dove rimarrà dal 1728 al 1736. Quest’ultimo è l’anno del suo rientro nello stato sabaudo.
Un ritorno, dove sempre lavorando alla produzione delle maioliche, ha già come obbiettivo la realizzazione dell’Oro bianco, ovvero della porcellana dura.
Questa costosa e complicata ricerca inizia a Torino nel 1736 e lì si conclude nel 1746. Dapprima con l’inoltro della richiesta e il rilascio della regia patente per la produzione della porcellana, autorizzazione ottenuta in data 21 giugno 1737. Poi con l’avvio dei suoi primi suoi esperimenti.
L’arrivo di Giorgio Giacinto a Torino è dell’agosto 1736. Quando la fabbrica di maiolica è diretta da Carlo Antonio Billotto. Fra i due si instaura una solida collaborazione. Sotto la loro direzione, per la prima volta, avviene che la manifattura vede un aumento del venduto e un calo delle rimanenze. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
In questi locali, previo gli accordi con il conte Roero, si apre anche la fabbrica per la produzione di porcellana fine e trasparente.
Questo avvalendosi dello stesso personale già impiegato nella realizzazione della maiolica e tenendo chiara separazione dei costi e degli utili delle due attività. Per la divisione degli utili, si accorda che i due terzi siano destinati al Rossetti e il terzo rimanente al conte Roero.
La messa a punto della formula per la realizzazione della porcellana è una temeraria operazione. Nella cui riuscita Giorgio Giacinto Rossetti assume il ruolo dell’assoluto protagonista. Assumendo, contemporaneamente, anche la responsabilità delle grandi risorse economiche necessarie.
Nel 1740, Giorgio Giacinto Rossetti intraprende viaggi fra Parigi, Vienna e Venezia, compiuti per accrescere le sue conoscenze tecniche sulla lavorazione della porcellana. Da Vienna, ritorna a Torino con gli Hausmalern Jacob Helkis e Anton Wagner.
Rossetti avvalendosi del loro aiuto e delle conoscenze acquisite durante i viaggi realizza i suoi pezzi in porcellana. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
Prodotti, all’epoca, giudicati molto simili per bianchezza e pittura alle porcellane cinesi.
Ai nostri giorni, di questa produzione sono noti solo pochi modelli. Fra questi la figura a soggetto orientale, raffigurante una divinità buddhista cinese conosciuta come Guan Yi. La ceramica è ora esposta a Londra, nel British Museum. É databile attorno al 1740 e si caratterizzata per l’approssimativa smaltatura e l’indeterminato modellato.
Il 1743 vede sia il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene sia Giovanni Ludovico Roveda fuori uscire dall’impresa e ricevere la loro conseguente liquidazione.
Questo è dovuto al progetto ideato da Carlo Antonio Billotto e Giorgio Giacinto Rossetti di acquisire l’intera proprietà di entrambe le attività ceramiche. Queste passeranno di mano, diventando proprietà di una società composta dal Billotto e dai fratelli Rossetti. Il primo titolare di tutti i contratti d’affitto in essere e i secondi titolari delle regie patenti.
È in questo periodo che avviene l’apertura di un secondo punto vendita. Gestito in persona da Gaspare Siro, già deputato allo smaltimento di porcellane e maioliche nel magazzino sito nella contrada degli orefici.
La società è destinata a durare circa un decennio, per poi disfarsi il 12 maggio del 1753.
Questo avviene a seguito della richiesta di scioglimento dell’impresa presentata dai fratelli Rossetti. Domanda motivata dal comportamento fraudolento del Billotto. Quest’ultimo autore di considerevoli mancanze nella tenuta dei registri. Quali le discrepanze negli inventari e per la sua inclinazione ad avvantaggiarsi della fiducia a lui accordata, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
Nel 1763 scade e non è rinnovata la privativa sulla maiolica, un privilegio ottenuto nel 1748 e con una durata di quindici anni. È anche negato il divieto, preteso dai fratelli dai fratelli Rossetti, di commercializzazione all’interno dello stato sabaudo delle maioliche bianche estere. Anche se, quest’ultima richiesta, troverà una ridotta e indiretta accoglienza nell’aumento del dazio sulle importazioni di maioliche bianche e di colore scuro. Una maggiorazione che porta i diritti di dogana da 24 soldi e due denari a 50 soldi.
Da questo momento in poi la reale fabbrica vede un progressivo scemare. Accentuato dalla morte, nel 1764, della seconda moglie di Giorgio Giacinto Rossetti. Seguita, nel 1768, di quella di Giovanni Battista, fratello minore di Giorgio Giacinto.
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana
Con quest’ultimo decesso iniziano le vicende ereditarie.
Giovanni Battista nomina eredi universali la moglie, Margherita Belli e i sei figli. Questi, assieme a Giorgio Giacinto, continuano in comunione la gestione del Negozio della fabbrica della maiolica.
Al 1776 risale il primo testamento di Giorgio Giacinto, rivisto e sostituito nel 1777. Nel documento si nomina erede universale il solo figlio di secondo letto Pietro Maria. Il quale, sin dal 1° marzo 1778, con ancora in vita il padre, riceve la disponibilità dell’intero patrimonio paterno. Giorgio Giacinto decede poco dopo, il 21 ottobre 1778, per un accidente.
Da questo momento, gli eredi Rossetti iniziano la dismissione del Negozio della fabbrica della maiolica.
L’attuazione avviene con lo svolgersi di un asta, tenuta dal 16 dicembre 1778 al 11 gennaio 1779. Incanto dove si offrono le molte rimanenze di fabbrica. Questo al fine di svuotare i magazzini. Fra gli acquirenti: i membri della famiglia Rossetti, commercianti, professionisti ed ecclesiastici, in minore percentuale compaiono i membri della nobiltà.
A questa prima vendita, seguirà la divisione dei beni della società e il suo scioglimento. Questo avviene nel momento in cui gli eredi di Giovan Battista Rossetti diventano maggiorenni, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.
La società è poi cedutaaPietro Maria Rossetti. Gli accordi stipulati fra le parti quantificano il prezzo di cessione in 5600 lire. Valore da pagare in rate. Tutte onorate interamente da Pietro Maria che in questo modo acquisirà l’intera proprietà dell’impresa ceramica.
Luigi Gabriel e Giuseppe Rossetti stipulano un contratto di locazione con Pietro Maria. I primi due sono fra lorofratelli e cugini del terzo. I due rimettono al terzo la loro porzione della Casa grande detta della Majolica e del campo di Pecetto. Inizialmente per i prossimi dieci anni a venire. Periodo in seguito rinnovato per altri quindici anni.,
Pietro Maria Rossetti intende dar vita a una manifattura de vasellami simili alla terraglia d’Inghilterra. Questo perché aveva intuito che questo nuovo impasto, composto da terraglia tenera, col tempo avrebbe fatto scomparire la maiolica, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.
Pietro Maria impiega per realizzare i suoi manufatti delle terre provenienti dal Canavese e dal Biellese e indica questa produzione con la marca incussa P. ROSSETTI.
Nella conduzione della fabbrica Pietro Maria è affiancato stabilmente dal figlio Giacinto Maria. A quest’ultimo, il 13 marzo 1811, lascia in affitto la fabbrica. I due sottoscrivono un contratto della durata di nove anni che prevede,per i primi quattro anni, un canone di 4200 franchi annui. In seguito ridotto, per i successivi cinque, a 3200.
Pietro Maria Rossetti affida l’attività ceramica al figlio quando aveva superato i sessant’anni e decede poco dopo, il 13 febbraio 1813.
L’attività paterna è ora nelle mani di Giacinto Maria. Questa gestione si presenta sempre più sofferente, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.
La manifattura in questi anni è fautrice di una produzione ceramica di scarsa qualità. Il cattivo andamento degli affari la vede costretta a una forte riduzione nel numero degli operai occupati. Nel 1822 erano ventotto i lavoranti in organico.
Tutti dei presupposti per una uscita di scena di Giacinto Maria. Scomparsa avvenuta con l’affitto dei locali della sua attività ceramica alla società fornata dai ginevrini: François Richard, Fréderic Dortu e César Prelaz. Produttori, nel comune svizzero da Carouge, di vasellame realizzato con la Terra di pipa. Fabbricazione che trasferirono nella città di Torino, dove acquisirono un privilegio decennale, circoscritto al solo Piemonte.
Giacinto Maria Rossetti decede il 28 settembre 1835, ponendo fine a una famiglia che ha contribuito a fare la storia della ceramica nella penisola italica.
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana
Bibliografia:
Cristina Campanella, La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane, A cura di Cristina Maritano, Silvana editoriale, 2025.
Anna Cremonte Pastorello di Carnou, L’Oro bianco e il suo mistero. Divagazioni sull’arte della ceramica in Torino, Vische e Vinovo, Associazione Immagine per il Piemonte, Alzani editore, Pinerolo 2007.
Nell’immagine: Vassoio in maiolica dipinto in color blu con il motivo a Berein.
Nelle carte testamentali d’inventario questo tipo di decoro è indicato con il nome a barocco o baroch, cioè di figura strana o bizzarra.
Dimensioni 42,7 x 32,3 cm H 2,6 cm.
Questo scritto è un ricordo dedicato a un amica, Cristina Campanella. Un tributo al suo notevole impegno nello studio della storia della ceramica.
Il suo lavoro sulla manifattura Rossetti ha permesso la pubblicazione postuma del libro intitolato La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane,. A cura di Cristina Maritano, Edito da Silvana editoriale, nel 2025.
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