Pubblicato il

fermacarte presse papiers paperweight

fermacarte presse papiers paperweight

fermacarte presse papiers paperweight.

Fermacarte di vetro in francese Presse papiers en verre e in inglese Glass paperweight.

 

 

È difficile dimenticare le sensazioni che da bambino si provano nel guardare un fermacarte di vetro.

Il Presse papiers è un oggetto che muove forti emozioni e permette l’ingresso in un mondo misterioso e intrigante.

Questo perché osservare un fermacarte e arginare la fantasia è quasi impossibile.

Chi lo ammira, in molti casi, rimane rapito dal soggetto, è sospinto ad osservarlo e poi non si riesce più a sfuggirgli.

Da subito si scatena una forte curiosità, si giunge alla ricerca e alla scoperta dei particolari presenti ma, celati. Destinati solo ai ficcanaso.

A questo punto c’è solo un breve passo da compiere e dal quale è difficile sfuggire. Impossibile non giungere alla decisione di iniziarne la collezione. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

Un classico fermacarte è costituito da un corpo trasparente. Il materiale impiegato è in vetro o in cristallo.

Questo blocco è modellato in varie forme. Tutte si presentano con un peso e delle dimensioni variabili.

Il corpo è realizzato con un bolo. Questo è un termine in uso nelle fornaci a Murano. Indica un grumo di vetro fuso. Levato dal crogiolo adoperando la canna per levar. Uno strumento per la lavorazione del vetro costituito da un lungo tubo metallico chiamato, in italiano, canna. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

All’interno del bolo può essere inserita una qualunque decorazione.

Questa composizione è realizzata con la tecnica: a millefiorialla lampada e con sulfure o solfuri. Questi metodi possono essere usati da soli o combinati fra loro.

La parte interna del fermacarte contiene svariati elementi. Tutti contribuiscono a realizzare il decoro.

Ci sono le canne di vetro. Queste costituiscono la base della realizzazione del decoro millefiori.

Abbiamo anche: le filigrane, i lattimi, la frutta, i fiori, i ritratti e gli animali. Fra quest’ultimi i più rappresentati sono gli uccelli, le farfalle, i pesci e i rari serpenti.

In alcuni casi a questi elementi ornamentali è aggiunta una decorazione sulla superficie esterna. Questa è realizzata da tagli e sfaccettature.

Il fermacarte Millefiori è fra i più noti. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

 

É composto dalla combinazione di più cannette. Queste sono realizzate dalla riunione di gruppi di sottili bacchette di vetro di vari colori. L’assemblaggio di quest’ultime avviene per surriscaldamento e compone un elemento decorativo.

La cannetta al centro può presentare un disegno, delle lettere o una data.

Le cannette sono tagliate in piccoli pezzi. Questi frammenti sono assemblati rispettando cinque specifici schemi decorativi. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

  • a struttura chiusa. Quando le bacchette sono fra loro unite.
  • a struttura spaziata. Quando le bacchette sono intervallate e disposte in fila o a cerchio.
  • a scacchiera. Quando le cannette sono separate da ghirigori d’ingraticciatura.
  • concentrici. Quando dalla o dalle cannette centrali si sviluppano dei motivi circolari concentrici. Sempre formati da cannette.
  • ghirlanda. Quando le cannette generano dei nastri che spesso si intersecano.
  • a fungo. Quando le cannette formano, con una struttura chiusa o a millefiori concentrici, quello che vorrebbe essere il cappello di un fungo visto dall’alto. Il fungo è solitamente circondato da un torciglione contorto.

Un fermacarte lavorato alla lampada da saldare è caratterizzato da una decorazione realizzata con piccoli pezzetti di vetro. Tutti di vari colori e assemblati fra loro. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

 

Questa composizione rappresenta con maggiore frequenza dei fiori singoli o in bouquet. Più raramente frutta, verdura o animali.

 

Un fermacarte a solfuro o a cammeo è quando il bolo racchiude un elemento ceramico.

 

Questo raffigura un ritratto, un medaglione o una iscrizione. In genere è realizzato per commemorare una persona o un evento.

Il metodo è brevettato nel 1819, in Inghilterra, da Apsley Pellatt. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

In Europa, nella prima metà del diciannovesimo secolo, questa tecnica diviene un metodo alla moda di decorazione del vetro.

I fermacarte di vetro al solfuro hanno grande fortuna dal 1819 al 1865. Anticipando di molto tipologie di fermacarte in vetro che si affermeranno nel periodo classico.

Paul Jokelson è il maggior collezionista di questa tipologia di fermacarte.

Riuscì a costituire la più importante collezione del genere mai realizzata. La raccolta è ora in parte nella disponibilità del Corning Museum of Glass. Quello non in deposito è disperso con le vendite a New York nel 1983 e a Londra nel 1990.

Paul Jokelson nasce a Dunkirk, in Francia, nel 13 gennaio 1905. Decede a  New York, il 24 novembre 2002. É il fondatore, a New York, della The Paperweight Collectors’ Association. [L’Associazione dei Collezionisti fermacarte]. 

É l’autore del libro intitolato:. Sulphides. The Art of Cameo Incrustation. Edito a New York, da Galahad Books, nel 1968.

Una seria collezione di fermacarte di vetro, di Presse papiers en verre o di Glass paperweight deve comprendere quattro pezzi fondamentali. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

Un significativo esemplare di fermacarte Macedonia. Uscito dalle fornaci veneziane di Pietro Bigaglia.

fermacarte presse papiers paperweight
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo

Un Presse papiers en verre con le volute di Clichy.  Uno con la corona di Saint Loius. Infine uno con le viole del pensiero di Baccarat.

 

Il periodo classico del presse papiers si data dal 1845 al 1860 circa.

L’anno 1845 compare sui fermacarte datati e siglati del veneziano Pietro Bigaglia.

fermacarte presse papiers paperweight
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo

Questi fermacarte sono presentati a Vienna alla Österreichische Gewerbe Ausstellung. [Mostra internazionale di Vienna]. 

Sono descritti come:  fatti di vetro trasparente. Contenente numerose sezioni di cannette disposte in modo da simulare un tappeto di fiori.

Sempre a quest’anno appartengono i fermacarte di Saint Louis. Su questi presse papiers compare SL 1845. Dove SL è la sigla della fabbrica seguita dalla data. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

Questa data fa supporre che a Venezia e a Saint Louis la creazione dei presse papiers fosse iniziata almeno due o tre anni prima. Con buona probabiltà tra il 1842 e 1843. Un contenuto lasso di tempo nel quale la produzione non è caratterizzata né dalla qualità né dalla quantità.

Sarà il 1851 l’anno di massimo splendore del presse papiers in Francia.

In Europa la moda si prostrasse per altri dieci anni. Arrivando al 1861.

In America il Glass paperweight ha popolarita sino al 1870. A questa data le fabbriche francesi hanno già cessato la produzione.

fermacarte presse papiers paperweight
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo

In Italia la produzione dei fermacarte non è solo appannaggio della città di Venezia. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

 

Ad Altare, in provincia di Savona, si producevano dei fermacarte. Questo per iniziativa dei vetrai occupati presso la Società Artistico Vetraria Altarese o della fabbrica stessa.

Questo avveniva in corrispondenza di occasioni particolari. Quali un matrimonio o la necessità di dono a ricordo.

Sono creazioni dovute alla necessità del momento, quindi non seriali. Lasciate all’estro della situazione. Non di rado presentano una dedica personalizzata.

Nel periodo classico del presse papiers le fabbriche più note sono tre. Una è Baccarat in Alsazia. Un’altra è Saint Louis in Lorena e infine Clichy collocata nei sobborghi di Parigi. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

In Inghilterra centri di produzione di fermacarte artistici furono le città di:. Bristol,. Nailsea eStourbridge. A Londra, nella manifattura di vetro Whitefriars, di proprietà di James Powell e dei figli.

In America è l’esposizione tenuta a New York al Crystal Palace nel 1853 a dar il via alla produzione di fermacarte.

La fabbricazione americana nel decoro si ispirava alle realizzazioni francesi. Era opera di varie industrie. Fra le più note:. La Compagnia di Manifattura di Sandwich,. La New England Glass Company,. La Mount Washington e la Whitall Tatum & Company. Quest’ultima con sede a Millville nel New Jersey.

I Fermacarte di vetro o Presse papiers en verre e Glass paperweight sono un affascinante mondo dal quale difficilmente si può sfuggire!.

 

 

 

 

Cartoline d’epoca La nascita e i cambiamenti

 

 

 

 

Peltri raffigurati nei quadri e una breve storia del peltro

 

 

 

 

Tabacco e tabacchiere

 

 

 

 

Nell’immagine. Un fermacarte a corona prodotto in Francia dalla vetreria di Saint Louis. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

La corona è realizzata da una successione di nastri attorcigliati di color rosa con le estremità abbellite da avventurina. Queste decorazioni si alternano a un’intrecciatura in filigrana di color bianco.

Nella parte superiore sette cannette assemblate a formare un cerchio.

Diametro 9,0 cm. Altezza 7,4 cm.

 

Bibliografia:

Paul H. Dunlop, The Dictionary of Glass Paperweights An Illustrated Primer, Papier Presse 2010.

 

Pubblicato il

Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

RarieAntichi_Luca_Piatti_Ceramiche_antiche_Crespina_compendiario_Faenza_Al_centro_putto_alato_con_lancia

Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

Le maioliche in stile compendiario nascono e si affermano nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

Il manoscritto di Cipriano Piccolpasso[1] intitolato i Tre libri dell’arte del vasaio [2] introduce alla tecnica delle maioliche in stile compendiario. Quest’opera è datata per l’anno 1548 ma, è composta nei due lustri precedenti.

Nel testo troviamo una descrizione di come avveniva la decorazione del pezzo ceramico sottoposto alla smaltatura con il bianco allattato, malamente oggi detto bianco faentino.

La tecnica voleva che Sopra questo smalto si dipingeva con zaffera nera ed azzurra. Cioè con la nera si tirano i contorni e con l’azzurra si ombra. Dipingenseli con zallolino e con il zallo, e non con altro. Avvertendo di dare i colori netti, e non molto grassi.

Le maioliche in stile compendiario sono caratterizzate da uno smalto morbido di color bianco coprente. Dato sul pezzo ceramico con abbondanza, a formare una superficie spessa[4].

Per riportare le parole del Piccolpasso Il bianco ferrarese si dà il doppio più grosso[5] dell’invetriatura abituale.

Il Piccolpasso qualifica come ferrarese questo tipo di smalto. Ora è conosciuto come faentino. 

Anche il Liverani parla di questo tipo di smalto. Affermando che Non è svilito alla funzione di portante della decorazione pittorica, bensì attraente in sé[3].

Questo nuovo smalto stannifero permise l’affermarsi di decorazioni semplici ed essenziali.

Realizzate a punta di pennello.

Basate sull’uso di una essenziale tavolozza cromatica. Composta da qualche verità d’azzurro e da due toni di giallo, lo zallolino e lo zallo.

Nella prima metà del XVI secolo questo modo di decorazione convive con l’affermata maiolica istoriata.

Ben presto la credenza[6] delle classi agiate dell’epoca si riempie di maioliche in stile compendiario. Arricchite, quando la commissione lo permetteva, dallo stemma nobiliare della casata.

Lo stile compendiario è così battezzato, nel 1938, da Gaetano Ballardini[7]. Nasce e si afferma nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

I bianchi faentini potevano essere lasciati privi di qualunque ornamento. Al fine di poter mostrare per intero tutta la preziosità insita in quello smalto.

Altre volte presentavano una decorazione sobria e isolata. Collocata al centro o al margine del pezzo ceramico. Composta da piccole scene appena schizzate, realizzate con tocchi rapidi.

Protagonisti sono: putti, cherubini, amorini alati, figure femminili e Santi. Tutti raffigurati in un leggero movimento e accompagnati da ghirlande a fiori e foglioline.

L’eccezione era la maiolica che presentava tutta la superficie bianca ricoperta da un racconto pittorico. Realizzato con i colori tipici del compendiario. Figurata con una scena biblica, religiosa, storica o mitologica.

Al decoro ora necessitava una spazio minore. Questo influì sulla forma del manufatto. Le superfici acquisiscono importanza. 

Non sono più lisce e si arricchiscono di una maggiore plasticità.

Diventando: increspate, scannellate, costolate, baccellate, sbalzate e traforate. Elaborati e figurati diventano le basi, i manici e i beccucci. 

Queste forme erano ottenute in due modi. Con la tradizionale lavorazione al tornio, comune anche alle ceramiche appartenenti agli stili precedenti. Mediante stampi in gesso provenienti da lavori in metallo, quasi certamente in argento.

In questi pezzi ceramici si assiste all’affermazione della linea, della forma, dell’aspetto plastico e del volume.

Degli aspetti che nella produzione precedente erano asserviti alla ricca ed esuberante policromia di una tavolozza composta di colori e coloretti necessaria al decoro dei pezzi appartenti allo stile dell’istoriato[8].

Molteplici le figure di maestri faentini innovatori e felici interpreti di questo stile.

Virgilio Calamelli più noto come Virgiliotto, Leonardo di Ascanio Bettisi più noto come Don Pino, Francesco Mezzarisa detto Risino[9], Domenico Pirotti[10], Francesco Vicchi, Battista Mazzanti e molti altri. Alcuni di modesta levatura e non facilmente individuabili.

Virgilio Calamelli, figlio di Giovanni da Calamello, è un rinomato maiolicaro faentino.

Dopo i successi nella produzione di ceramiche in stile istoriato e nella decorazione a quartieri è fra i promotori dei bianchi.

Di lui si hanno notizie dal 1531[11] e non oltre il 1570.

Sposa Elisabetta di Baldassare Dalle Palle, Appartenente a una famiglia di vasai faentini. Dal matrimonio nascono due figli. Nel 1550, Gian Battista Baldassare Marco e nel 1552 Baldassare che sarà noto come Domenico.

Nel 1563 Don Pino subentra nella bottega di Virgiliotto. Questo avviene prima della morte del secondo. La produzione ceramica non subì variazione, probabilmente continuò a lavorare con le stesse maestranze e con una parte dei vecchi stampi.

Esistono forme ceramiche identiche siglate VR FA [da leggere V(I)R(GILIOTTO) FA(VENTINUS)] oppure DO PI [da leggere DO(N) PI(NO)].

 

Nell’immagine. Il fronte di una crespina in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio. Al centro del cavo è posto un putto alato con in una mano una lancia. Raffigurato in posizione eretta e appoggiato su un solo piede.

Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.

Cavo a calotta schiacciata con parete lavorata a baccellature. Parte centrale liscia. Orlo verticale desinente in un labbro ondulato e arrotondato. Piede a tromba.

Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto. Fine del XVI secolo.

La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.

 

Appunti sulla maiolica

Il singolare fascino del Blanc de Chine

La ceramica incontra l’alchimia

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

I Guidobono e il decoro antica savona in bianco e blu

[1] Cipriano Piccolpasso, Casteldurante [località che dopo il 1636 cambia il nome in Urbania, ora nelle Marche nella provincia di Pesaro e Urbino] 1524 – Casteldurante, 21 novembre 1579. Architetto, storico, ceramista e pittore di maioliche. Molto noto è il suo trattato intitolato I tre libri dell’arte del vasajo. Datato 1548 e rimasto inedito sino al 1857. Il testo del manoscritto è ricco di ricordi, informazioni tecniche e osservazione sull’arte ceramica della prima metà del XVI secolo.

[2] Cipriano Piccolpasso. I tre libri dell’arte del vasajo. Nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa. Cosa che persino al di d’oggi è sempre tenuta nascosta. Del cav. Cipriano Piccolpassi Durantino. Roma. Dallo Stabilimento tipografico. 1857.

[3] Giuseppe Liverani. La maiolica italiana sino alla comparsa della porcellana europea. Milano. Electa 1958. pagina 46.

[4] Caratteristica dovuta all’abbondante presenta nello smalto di stagno. La presenza pari a un terzo del peso di questo metallo non era infrequente e permetteva realizzazione di un colore bianco più candido e lattiginoso.

[5] Tutte le osservazioni di Cipriano Piccolpasso sui bianchi traggono origine dal periodo trascorso a Faenza e dalla sua visita alla bottega del Calamelli.

[6] La credenza era un termine presente negli inventari dei ceramisti. Serviva per indicare i servizi da tavola composti da: piatti, vassoi, portovi, saliere, fruttiere, versatoi, candelieri, rinfrescatoi ecc.

[7] Gaetano Ballardini. Faenza 1° ottobre 1878 – ivi 26 maggio 1953. Storico dell’arte. Fra i primi studiosi della ceramica antica. Fondò nel 1908 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, di cui fu il direttore fino alla sua morte.

[8] La fortuna goduta dal motivo della grottesca non subisce flessione di popolarità e rimane una costante dei decori ma, nello stile compendiario, alla versione dipinta viene preferita la versione plastica. Trasformandosi in un elemento di presa o di sostegno. Realizzato, quando è di presa, a forma di arpia. Dall’aspetto di un piede di forma di zoomorfa quando d’appoggio.

[9] Dai documenti d’archivio si acquisisce che Francesco Mezzarisa di Faenza, già dal febbraio 1540, aveva assunto presso la sua bottega Pietro Zambalini. Avrebbe lavorato per un quiquennio con l’esclusiva mansione di sovraintendere alla produzione dello smalto di color bianco. Sovraintendendone il colore e la qualità. Questo ad avvalorare l’importanza assunta dai bianchi nei commerci del laboratorio. Il grande alberello, ora al museo di Faenza, proviene da questa bottega. É opera del pennello di Antonio Romanino Cimatti. Dipinto in stile compendiario con scene figurate nel 1556.

[10] Appartiene alla celebre bottega di Casa Pirota. Pietro detto Pirotto mori nel 1505. Lascia il suo esercizio ceramico in eredita ai quattro figli: Domenico, Gianfrancesco, Lorenzo (o Gianlorenzo) e Matteo. Attorno al 1528 la pestis magna privò la Ca’ Pirota di Gianfrancesco, Lorenzo e Matteo.

[11] Nell’ottobre del 1531, Virgilio Calamelli appare come testimone in un atto notarile. Era orfano di padre. Abitante a Faenza in via San Vitale, nel quartiere degli orciai.

Pubblicato il

La ceramica incontra l’alchimia

Rari e Antichi Luca Piatti Ceramiche antiche Crespina compendiario Faenza

La ceramica incontra l’alchimia.

Questo avviene con la nascita della tipologia di ceramica in stile compendiario.

Una tipologia in netta reazione con le caratteristiche stilistiche presenti nei pezzi di maiolica italiana prodotti nella prima metà del Cinquecento.

Cinque decadi durante le quali si assiste al predominio del primo e nel secondo istoriato.

Dove le decorazioni sono caratterizzate da un vigoroso virtuosismo pittorico e coloristico.

Lo stile compendiario delinea questo superamento.  Si afferma dopo il 1550 e si esaurisce attorno al 1650.

 

Circa cento anni che segnano per la maiolica prodotta in Italia un nuovo successo.

Questa tipologia si identifica con l’affermarsi del fenomeno dei bianchi.

Dei pezzi ceramici smaltati in color bianco.

Caratterizzati da una decorazione semplicissima. Quasi essenziale.

Espressa con pochi colori. Quali l’azzurro, il giallo e l’arancio.

A cui si aggiunsero, in alcune botteghe e in alcuni periodi. il verde e il manganese.

La scelta dei due toni di giallo forse potrebbe essere motivata per richiamare l’effetto pittorico dell’oro.

Minuti soggetti decorano i bianchi.

Questi sono disposti al centro o ai lati della superficie ceramica da decorare.

Raffigurano putti o piccole figure.  Attorniate da ghirlande di foglioline.

Altre ceramiche appartenenti a questo genere pittorico si pongono in controtendenza.

In questo caso troviamo una decorazione che occupa la totalità della superficie disponibile. Anche in questo caso realizzata con l’unica tavolozza cromatica impiegata in questo stile.

Il nome di compendario trae origine da un genere di pittura con nome uguale. 

In auge nell’impero romano, dal I° secolo al III° secolo d.C.

Caratterizzata da un’immagine ridotta all’essenzialità e privata di ogni caratterizzazione.

La produzione dei bianchi si affianca e convive con il vasellame istoriato dei periodi precedenti.

Questo stile decorativo trova nella produzione ceramica della città di Faenza.

Il suoluogo di nascita e il suo epicentro.

Dà vita a una nuova fase nella storia della maiolica che interesserà la produzione della penisola italica e dell’intera Europa.

Il successo commerciale ottenuto da questi manufatti faentini fu alla base della loro imitazione nella produzione ceramica di molte località.

Fa queste le città di Urbino. Deruta. Torino. Genova. Savona. Montelupo Fiorentino e in moltissime altre.

Passa in Francia e ad ampie regioni dell’Europa centrale. Luoghi dove le maestranze faentine si rifugiano per sottrarsi alle persecuzioni religiose.

Questo nuovo sviluppo nella storia della ceramica italiana non è privo di un evento inatteso.

Trova radice nell’esoterismo e nell’alchimia.  Il mezzo di ideazione e diffusione del nuovo stile è deputato alla dottrina della trasmutazione alchemica.

L’argilla si trasmuta per mezzo del bianco.

Il più nobile dei colori, Simbolo della purezza e associato in alchimia all’idea di sintesi di ogni policromia.

Unito all’azzurro ad indicare a chiarezza del cielo o le vaste distese d’acqua.

Associato al giallo. Il colore del sole e del fuoco. Identificabile con la luce. Delegato a illuminare la vita.

A rappresentare il calore che è alla base della germinazione, permettendo la vita.

Un accostamento cromatico di colori freddi e di colori caldi.

Questa operazione in chiave alchemica assume un significato simbolico.

Diviene l’inizio di un nuovo processo oppure, in alternativa, la partenza di nuove trasformazioni per la materia.

 

Per approfondire.

Appunti sulla maiolica

Il singolare fascino del Blanc de Chine

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

Maioliche in stile compendiario

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

I Guidobono e il decoro antica savona in bianco e blu

Nell’immagine il fronte di una crespina, baccellata e con bordo ondulato, in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio. E’composta da una figura, posta al centro del cavo, raffigurante San Giovannino o San Giovanni detto il battista da giovane, beneficente. Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.

Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto, Fine del XVI secolo.

La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.

Pubblicato il

Appunti sulla maiolica

Ceramica_antica_piatto_da_parata_parete_dipinta_mano

 Appunti sulla maiolica 

 

La maiolica è un prodotto appartenente alla grande famiglia delle ceramiche.

È costituita da un biscotto. Termine che in campo ceramico indica una argilla modellata e sottoposta a una prima cottura in forno. In seguito ricotta dopo averla ricoperta con smalti stanniferi o piombiferi.

Un buon biscotto appare di un colore roseo-carnicino chiaro.

Deve essere leggero, compatto, sonoro e con buona capacità di aderenza per lo smalto.

Queste caratteristiche dipendono dai componenti nella pasta e dalla cottura a cui è sottoposta.

La maiolica nacque nell’oriente islamico e da lì giunse in Spagna.

Probabilmente si diffuse in Italia nel 1115. Quando i pisani conquistarono l’isola di Maiorca nelle Baleari.

Senza addentraci. Aggiungo che l’importazione delle ceramiche smaltate avveniva in tutti i porti della penisola. I ceramisti siciliani conoscevano la tecnica della verniciatura della maiolica con smalto stannifero.

Nella nostra penisola ebbe grande produzione e diffusione nella città di Faenza. Tanto che la parola faenze è diventata nel tempo un sinonimo di maiolica.

Nei tempi antichi i vasai usavano l‘espressione dar di maiolica. Con il significato di rendere lucente la superficie del manufatto in lavorazione. Operazione che avveniva per mezzo dell’applicazione dello smalto. Dato allo stato liquido. Seguito da una successiva cottura.

Il rivestimento a smalto piombifero era chiamato vernice o cristallina.

Dopo la cottura rende la superficie della ceramica trasparente e con un aspetto vitreo.

Lo stesso procedimento usando uno smalto stannifero genera una superficie opaca.

Il ricoprire la maiolica con dello smalto ha funzioni pratiche e estetiche.

Le prime perché rende impermeabile la terracotta e ne elimina la porosità. Le seconde perché leviga la superficie e la rende brillante.

L’argilla è modellata. Fatta essiccare e sottoposta alla biscottatura.

Una prima cottura in forno a una temperatura compresa fra i 960° e i 1030° Centigradi. Un grado di calore che lascia il materiale poroso e adatto alla successiva smaltatura.

Questa operazione crea il biscotto.

Quest’ultimo è immerso nella coperta. Un liquido biancastro. Alla base della realizzazione della coperta lucida. Fatto asciugare e quando richiesto decorato con colori in grado di resistere al fuoco.

Segue una seconda cottura.

Fra i 900° e i 1000° Centigradi. Con questo secondo ingresso nel forno si assiste a una cottura che fonde fra loro i colori, l’invetriatura e la superficie porosa del biscotto. Creando un pezzo ceramico pronto all’uso. Con aspetto lucente, levigato, colorato e compatto.

La cottura in forno è di due tipi a gran fuoco o a piccolo fuoco. Quest’ultima è detta anche a terzo fuoco.

Il primo tipo è usato per decorare il biscotto dopo averlo immerso nello smalto stannifero. Usando dei colori in grado di resistere alle alte temperature. In antichità erano: il verde, giallo, blu, rosso e viola manganese.

Per i colori che non resistono alle alte temperature si procedeva a sottoporre il pezzo a tre differenti cotture. Di cui la terza a temperatura minore.

Se in questo modo si assiste all’arricchimento della tavolozza cromatica. Di contro rende le superfici meno resistenti all’usura. Questo perché non avviene la fusione fra gli elementi permessa dalla tecnica a gran fuoco.

La maiolica può essere lavorata a ingobbio o a lustro metallico.

L’ingobbio è chiamato anche intonacatura. É una tecnica di lavorazione della maiolica dove l’impasto ceramico è ricoperto da un velo di terra bianca o colorata. Questa ricopre e nasconde l’argilla e a sua volta sarà ricoperto con lo smalto.

Peculiarità di questa lavorazione è la possibilità di incidere sulla superficie ceramica un disegno ad ornamento che prenderà forma dal colore dell’argilla sottostante. Questa tecnica decorativa si chiama graffito.

Le ceramiche realizzate con la tecnica dell’ingobbio si possono trovare definite anche come Bianchetti o Mezza maiolica.

La maiolica a lustro metallico è caratterizzata dal riflesso iridescente e cangiante della superficie esterna.

Questa caratteristica avviene ricuocendo il pezzo già smaltato, dipinto e cotto in presenza di ossidi metallici.

Quest’ultimi aderiscono e interagiscono con la superficie dipinta. Conferendole una nuova lumeggiatura nei toni gialli e rossastri che richiamano l’oro. Oppure argentei, madreperlacei, azzurrini, verdastri e rosso rubino.

Nel XIV secolo ma, ancor più nel XV e XVI, centro di produzione e diffusione di questa tipologia di maiolica fu la Spagna. Erano prodotte nelle città di Malaga e Manises, sobborgo di Valenza. Da quei luoghi giunsero in Italia.

Nel Cinquecento questi manufatti entrarono nella produzione dei ceramisti attivi nelle di città di: Deruta, Pesaro e Urbino.

Giorgio Andreoli è nato ad Intra, ora nel comune di Verbania, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. É il più celebre riverbatore di maioliche del XVI secolo. Le sue opere sono firmate Mastro Giorgio da Gubbio .

Maiolica si traduce in francese majolique. In spagnolo barro esmaltado. In tedesco  Majolika e in inglese maiolica.

 

Il singolare fascino del Blanc de Chine

La ceramica incontra l’alchimia

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

Maioliche in stile compendiario

Temi decorativi e colori delle porcellane cinesi antiche

I Guidobono e il decoro antica savona in bianco e blu

 

Pubblicato il

I netsuke della collezione Lanfranchi

Giacinto Ubaldo Lanfranchi-IL-NETSUKE-UN-ARTE-GIAPPONESE.

I netsuke della collezione Lanfranchi

 

I netsuke della collezione creata da Giacinto Ubaldo Lanfranchi sono destinati per sua volontà testamentariaal Museo Poldi Pezzoli.

Questa decisione è presa dall’industriale di Palazzolo sull’Oglio nel 2005.

I netsuke della collezione Lanfranchi sono ora esposti in una mostra intitolata Netsuke. Sculture in palmo di mano. La raccolta Lanfranchi e opere da prestigiose collezioni internazionali. Aperta dal novembre 2008 al marzo 2009.

La collezione ora affidata al museo milanese è composta da oltre 415 oggetti.

Fra questi mancano alcuni esemplari pubblicati in quella che possiamo considerare la prima parziale catalogazione. Avvenuta del 1962. Conclusa con la pubblicazione del libro Il Netsuke, un’arte giapponese .

Alla figura del Lanfranchi collezionista riconosco un’ampia statura e una grande sensibilità. Ben più ampia di quella ora presa in considerazione che si limita al netsuke. Anche se, nell’ambito di questa collezione, a lui sono riconosciuti dei meriti che dal puro collezionismo esulano.

E’ l’autore della prima monografia in lingua italiana sull’argomento, intitolata Il Netsuke, un’arte giapponese.

Libro edito nel 1962. Un testo chiaro e ancora oggi attuale. Stampato per fare il punto sulle conoscenze acquisite e per dividerle con i collezionisti a lui contemporanei e con i futuri.

Il volume è composto da un testo pensato per poter meglio far comprendere lo spirito delle minute sculture che lui pubblicava.

Seguito dalla descrizione e illustrazione di ogni pezzo da lui selezionato e destinato ad essere introdotto nella sua raccolta.

Divide gli acquisti per: tipologia, materiale e soggetto. Su quest’ultimo, il significato del soggetto, incentra il saggio introduttivo.

Il volume si spinge sino ad analizzare la nascita dell’okimono. Spiegando le assonanze, le divergenze e le ragioni del mercato.

Questo suo contributo alla conoscenza del netsuke è ancora presente. Riproposto con la donazione della sua collezione al Museo milanese Poldi Pezzoli. Un omaggio che permette di allestire una mostra che in Italia non ha uguali.

Un evento che ha un respiro ben più ampio dei limiti territoriali italiani.

La mostra milanese è basata in prevalenza sui pezzi appartenenti alla collezione Lanfranchi. Integrata da prestiti di opere provenienti dalla collezione Trumpf ora al Linder Museum di Stoccarda e da collezionisti privati.

La mostra prosegue il desiderio collezionistico del Lanfranchi. Prendendo in considerazione, nei limiti del possibile, tutte le forme, i soggetti e i materiali usati.

Dalle sostanze più classiche. Quali: il legno, l’avorio e l’osso, Ai più inusuali: la madreperla, il corallo e l’avorio vegetale.

Coprendo un lasso di tempo che parte dal XVIII secolo e si conclude con gli okimono di tardo XIX secolo. Questo è un periodo che nella periodizzazione giapponese comprende parte del periodo Edo per giungere quasi alla fine di Meiji.

Un’esposizione che ripercorre il periodo aureo dell’arte del netsuke. Evidenziando ed escludendo dall’universo netsuke tutto ciò che non è pertinente.

 

Permettendo di chiarire i malintesi. Non trascurando gli ojime. Esposti in mostra come lo stesso Lanfranchi aveva ideato.

La mostra presenta pezzi che farebbero la gioia di qualunque direttore di museo o collezionista. Questi sono raffrontati a pezzi di qualità più usuale. In questo modo permettendo il confronto fra soggetti analoghi.

Consentendo al visitatore la possibilità di giudicare le differenze nella qualità dell’esecuzione. Il vero patrimonio conoscitivo del collezionista e del mercante.

Gli indiscussi capolavori sono ora usufruibili grazie al particolare momento in cui si è formata la collezione. Un periodo magico del mercato, difficilmente ripetibile.

Un periodo che ha visto, nelle aste internazionali, la comparsa e alienazione di pezzi provenienti da storiche collezioni straniere.

Alcuni dei netsuke esposti hanno contribuito a far nascere la storia in europea di quest’ornamento maschile.

Questo avviene perché con esattezza rintracciabili negli studi o nelle catalogazioni dei conoscitori di quest’arte degli ultimi decenni del XIX secolo.  Quando in Europa cominciarono ad arrivare dal Giappone i primi netsuke.

Avrei gradito che la scheda di ogni netsuke pubblicato sul catalogo della mostra appena conclusa al Poldi Pezzoli iniziasse riportando la descrizione scritta dal Lanfranchi.

Questa è fondamentale nel caso della Pietà in legno (1), al numero uno del catalogo della mostra milanese. Dove al Lanfranchi, collezionista avveduto, non è sfuggita l’innaturale grandezza e collocazione degli himotoshi (2).

Il netsuke raffigurante il mitico Tekkai (3), non appartenente alla collezione Lanfranchi ma, al Linder Museum.

É realizzato in corallo. La  figura mitologica ben descrive la genesi del netsuke. Dove è il soggetto che si adatta con eleganza all’andamento del ramo di corallo, non viceversa.

Questo riporta alla semplicità dei primi netsuke. Nati come dei semplici contrappesi, trovati e raccolti in natura e adattati all’uso.

Difficile soprassedere al messaggio di essenzialità trasmesso con il pezzo di tronco di bambù con ramo e foglia. <Opera firmata con kanji e sigillo di Mitsuhiro Ohara (4). Un netsuke raro e probabilmente unico.

Sempre per la qualità e rarità: il gambo di fior di loto con due granchi in legno di cachi, di scuola Mikuni (5). Il Dio della montagna dalle esagerate dimensioni (6) e la squisita eleganza della libellula posata su due pesche (7).

Quest’ultimo netsuke è realizzato in becco di tucano. Un materiale la cui naturale cromia. Questo crea inuna similitudine al Tekkai in corallo. Entrambi causano l’adattamento del soggetto del netsuke alle caratteristiche di forma e dimensione del pezzo di materiale selezionato. Permettendo di creare un insetto con il dorso del corpo e le ali colorate in rosso.

Per proseguire con il colore che dire della patina di color verde del vestito di Sesshu (8). Solo per l’intensità e la qualità diviene una pietra di paragone per tutti i futuri raffronti del collezionista esigente.

Il Lanfranchi collezionista ha fatto per il netsuke molto di più di molti addetti ai lavori. Dimostrando che solo chi tocca e vive con questi raffinati oggetti sarebbe bene che ne scrivesse. Per questo, tutta la mia stima al collezionista Lanfranchi.

 

 

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.


Note:

(1) Pietà in legno. É il numero 1 del catalogo Poldi Pezzoli.

(2) Sono i fori dove passa il cordoncino di riunione e sospensione del sagemono, gli oggetti sospesi.

(3) Tekkai è uno degli otto immortali del Taoismo. Numero 21 del catalogo Poldi Pezzoli.

(4) Calamo di bambù con ramo e foglia. Numero 140 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(5) Gambo di fior di loto. Numero 145 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(6) Dio della montagna, Numero 92 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(7) Libellula posata su due pesche, Numero 132 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(8) Sesshu Toyo, pittore. Numero 58 del catalogo del Poldi Pezzoli.