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piatto fritole frittole venezia

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Piatto da fritole o frittole in uso a Venezia.

 

 

I piatti prodotti a Venezia e utilizzati per servire le fritole o frittole sono realizzati in metallo. Nella maggior parte dei casi, risalgono al XIX secolo.

Rappresentano un affascinante e poco nota componente della tradizione gastronomica veneziana e dell’artigianato artistico tipico della città di Venezia.

Per il loro uso sono anche detti piatti per frittelle o, come direbbe un vero veneziano, da frittoea.

Realizzati in metallo, molti in ottone, recano al centro, entro un ampio bordo decorato, una figura realizzata a sbalzo. Quest’ultima, per lo più, richiama la città di Venezia e la laguna.

 

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Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 20,8 cm

 

Fra i decori è molto diffusa la riproduzione del leone di San Marco. Raffigurato  sia con il libro aperto che chiuso, oppure con la spada sguainata. A questi felini si affiancano i ritratti di profilo del. Doge, il ponte di rialto, la facciata della basilica di san marco e gli stemmi araldici. Piatto fritole frittole venezia.

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Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 21,1 cm

 

Altri si presentano con soggetti vegetali, quali: fiori singoli o composti entro un vaso, grappoli d‘uva e coppe ricolme di frutti.

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Piatto per fritole o frittole in ottone Venezia Diametro 31,7 cm

 

Tutti dei prodotti d’arte che trovano i loro lontani parenti negli elemosinieri, i recipienti metallici impiegati nelle chiese per raccogliere le elemosine. Da questi piatti per questua i piatti per fritole prendono la struttura decorativa, ma tralasciano l’impiego dei motivi religiosi.

Le frittole sono un dolce tipico del territorio sottoposto al controllo della

Repubblica Serenissima.

 

Di origine cinquecentesca, erano preparate dai fritoleri e vendute calde lungo le calli veneziane.

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Piatto per fritole in ottone Venezia Diametro 21,6 cm

 

La nascita della corporazione dei fritoleri risale al Seicento. A ognuno dei componenti l’associazione era assegnata, in esclusiva, un area di vendita e ai figli la possibilità di subentrare all’attività famigliare.

La professione cosi regolata si tramanda per lungo tempo e solo alla fine dell’Ottocento i fritoleri svaniscono dalle strade della città lagunare.

 

Fortunatamente, per tutti i golosi, la scomparsa non tocca l’apprezzato dolce che dal Settecento è assunto ad essere dolce nazionale dello Stato Veneto.

In tutti questi secoli la ricetta ha subito varie modifiche ma, quelle classiche veneziane sono solo fatte di sola pasta fritta, priva di qualunque ripieno.

Gli ingredienti principali di questo dolce sono: le uova, la farina, lo zucchero, l’uvetta e i pinoli. L’impasto era poi fritto.

A cottura terminata sono cosparse di zucchero e servite su un apposito piatto in metallo sbalzato, il piatto da fritole. piatto fritole frittole venezia.

 

Oggi, questi piatti sono dei rari e preziosi oggetti da collezione, i testimoni della ricca tradizione veneziana. La loro bellezza artigianale e il loro legame con la cultura gastronomica rendono questi manufatti particolarmente apprezzati da collezionisti e appassionati di storia.

Se desideri ulteriori informazioni su questi piatti o sulla tradizione delle frittole veneziane, contattami e sarò lieto di aiutarti.

 

 

 

 

Le Porcellane Vezzi a Venezia nel Settecento.

 

 

 

 

Leone di San Marco di Venezia.

 

 

 

San Giorgio agiografia e curiosità.

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Leone San Marco Venezia

Leone San Marco Venezia

Leone San Marco Venezia.

San Marco evangelista è il patrono di Venezia Leone.

 

San Marco evangelista è il consacrato patrono della città di. Venezia, a lui l’iconografia cristiana associa la figura del leone.

Un animale che in questo caso diventa alato.

 

In questa artificiosa veste, oltre a rappresentare la figura del santo, per estensione identifica il centro urbano lagunare e la stessa Serenissima.

 

Il legame fra il santo e Venezia trova un’antica origine nella tradizione locale. Questa vuole, in un remoto tempo, il passaggio di Marco nella laguna veneta.

 

Qui il sant’uomo vive un’esperienza soprannaturale, quella dell’apparizione di un angelo.

Un messaggero divino che lo saluta con le parole: Pax tibi Marce, evangelista meus, hic requiescet corpus tuum Leone San Marco Venezia.

Frase latina che tradotta in lingua italiana si legge: Pace a te Marco, mio evangelista, qui riposi il tuo corpo. 

 

Un’affermazione che dopo la morte del santo si avvererà a opera di due mercanti veneziani. Autori del furto della salma e del suo trasporto nella laguna. Le spoglie trafugate saranno custodite in una cappella.

Una costruzione che a seguito dei successivi ampliamenti diventerà l’odierna e sontuosa Basilica di san Marco. L’evangelista Marco decede a Alessandria d’Egitto, nella seconda metà del I secolo d.C.

 

Leone San Marco Venezia
San Marco evangelista è il patrono della città di Venezia

 

Il leone è tradizionalmente simbolo di regalità e di forza, la sua figura che rimanda a un messaggio di potenza. Tutti degli aspetti che facilitano l’affermazione del felino nell’ambito della città lagunare. Occupando, a Venezia e nella sua storia, degli spazi sempre più significativi e arrivando, ancora in perfetta forma, ai nostri giorni. Leone San Marco Venezia.

 

L’espressione pronunciata dall’angelo avrà una grande fortuna.

 

È destinata a comparire sul libro tenuto aperto e posto tra le zampe del felino. Ma questa non è l’unica fattezza con cui il leone alato compare a Venezia. Lo troviamo con la zampa posta su un libro chiuso. Oppure sempre con il libro chiuso accompagnato dalla spada impugnata. Ma anche con il libro aperto e la spada sguainata. Leone San Marco Venezia.

 

Tutto queste raffigurazioni non sono soggette a nessuna direttiva emanata dalla Serenessima. Questo vale sia per il significato sia nella figurazione.

Tutto era lasciato al sentire della popolazione. I leoni esprimevano e portavano delle sole interpretazioni popolari, queste mai coadiuvate da parte dell’autorità. Leone San Marco Venezia.

Leone San Marco Venezia
Piatto per frittole o per frittelle – San Marco patrono di Venezia

 

L’immaginazione dei veneziani e dei veneti identificava con fantasia tutti questi felini, dando a ogni raffigurazione un proprio significato. Quest’ultimo poteva evocare dei periodi di pace, richiamare a quelli di guerra oppure rappresentava il simbolo della pubblica giustizia.

 

Fra le molteplici interpretazioni è plausibile generalizzare questa lettura. Nella quale i veneziani riconoscevano al libro aperto il simbolo di un periodo di pace e a quello chiuso l’entrata in guerra. Leone San Marco Venezia.

 

Meno fortuna avranno i tre rimanenti evangelisti, san luca con il bue, san giovanni e l’aquila ed infine san matteo rappresentato da un l’angelo.

 

 

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Le Porcellane Vezzi a Venezia nel Settecento.

 

 

 

 

Piatto da fritole o frittole in uso a Venezia.

 

 

 

 

San Giorgio agiografia e curiosità.

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Porcellane Vezzi Venezia Settecento

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Le porcellane Vezzi prodotte in pasta dura a Venezia nel Settecento.

 

Se la fabbrica di porcellana di Meissen e l’alchimista. Johann Frederich Böttger hanno il merito della scoperta e della nascita della fabbricazione della porcellana in pasta dura in Europa. La veneziana Vezzi vanta di essere la prima fabbrica di porcellana in pasta dura nata nella penisola italiana e la terza europea.

La seconda manifattura è quella di Du Paquier, avviata nella città di Vienna, nel 1718. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Giovanni Vezzi e il padre Francesco per compiere questa impresa si associarono a Christoph Conrad Hunger, un ex dipendente della manifattura di Meissen. Grazie a questo socio riuscirono a ottenere una fornitura di caolino dallo stesso fornitore di Meissen.

 

Due anni dopo questo acquisto la bottega dei Vezzi, con l’aiuto di Hunger, inizia la produzione della porcellana. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

La storia della manifattura delle porcellane a pasta dura prodotta, a Venezia, dalla Casa Eccellentissima Vezzi, per lungo tempo, è rimasta avvolta dal mistero. Tanto che, ancora oggi, per la scarsità dei documenti conosciuti, non è pienamente delineata.

 

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

 

Le prime notizie certe sulla manifattura Vezzi si devono alle ricerche di Sir William Richard Drake, avvocato, collezionista d’arte e antiquario. Autore del libro, edito a proprie spese, a Londra, nel 1868, intitolato: Notes on Venetian Ceramics. Un testo basato su documenti d’archivio, ancora oggi, seppur con qualche integrazione, un punto di riferimento per ogni nuova ricerca sull’argomento. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Solo nel 1935, con lo scritto dello storico dell’arte milanese Costantino Nicola Baroni, seppur con qualche inesattezza, compaiono nuove informazioni.

Il testo è intitolato: Nuovi orientamenti dello studio della ceramica veneziana del Settecento, appare sulle pagine della Rivista di Venezia.

Nel 1936 inizia l’interesse del grande pubblico. Questo avviene per merito di Nino Barbantini e della mostra, da lui allestita a Ca Rezzonico, dedicata alle porcellane di Venezia e Nove. Il nucleo principale delle opere esposte era frutto degli sforzi collezionistici del conte veneziano Marino Nani Mocenigo.

L’Eccellentissima Vezzi rimane in attività per soli sette anni, nasce nel 1720 e chiude nel 1727.

Costituita con soli fini commerciali, priva di sostegni statali, è costretta a cessare l’attività a seguito dei grandi debiti accumulati.

Alla chiusura, i pezzi ceramici a magazzino sono dati in pagamento agli operai. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

La storia più aggiornata delle porcellane Vezzi è tracciata dagli scritti di tre autori: Francesco Stazzi, Carlo Fulignati e Luca Melegati.

 

Questi sono i riferimenti bibliografici:.

  • Francesco Stazzi, Porcellane della Casa Eccellentissima Vezzi 1720-1727, Milano, Vanni Scheiwiller, 1967.

 

  • Carlo Fulignati, Rari inediti della Fabbrica Vezzi,  Faenza Bollettino del Museo internazionale delle ceramiche in Faenza. Anno XCVIII, Numero 2, 2012 Pagine 61-64.
  • Carlo Fulignati, Porcellana Vezzi Il vassoio del vescovo, Faenza,  Litografie artistiche faentine, 1986. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

 

  • Luca Melegati, Giovanni Vezzi e le sue porcellane, Prefazione di Alvar Gonzalez Palacios con una nota di Francesco Stazzi, Milano, Bocca, 1998.

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

 

Tutte le immagini sono tratte dalla monografia scritta da Francesco Stazzi, Porcellane della Casa Eccellentissima Vezzi 1720-1727, Milano Vanni Scheiwiller, 1967.

 

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Libri antichi – Libri in miniatura editi dalla tipografia Salmin a Padova

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Libri antichi – Libri in miniatura editi dalla tipografia Salmin a Padova

 

I fratelli Salmin a Padova nella loro Tipografia patavina alla Minerva stamparono tre libri in miniatura.

Per la realizzazione di queste edizioni minuscole impiegarono con successo il carattere chiamato occhio di mosca.

Con questo carattere tipografico diedero alle stampe Il famoso Dantino.

Datato 9 giugno 1878. La più piccola edizione della Divina Commedia di Dante Alighieri mai impressa. Caratteristica non tanto riferita alle pur minime dimensioni fisiche del volume. Quanto al tipo di carattere impiegato.

Usufruendo del successo ottenuto i fratelli Antonio e Luigi Salmin stamparono altri due libri in miniatura.

Il primo di questi libri antichi è l’edizione a stampa di una lettera di Galileo diretta a Madama Cristina di Lorena. Il minuscolo libro è intitolato: Galileo a madame Cristina di Lorena (1615). Fu edito nel 1897. Composto da 206 pagine. Con l’antiporta figurato con il ritratto inciso di Galileo. Venduto in brossura editoriale di color grigio chiaro. Impressa alla copertina anteriore e al dorso. Misura 15,0 x 92,0 millimetri.

Di certo uno dei libri in miniatura realizzati a caratteri mobili più piccoli nel mondo.

Una consapevolezza presente anche negli stampatori. Autori della frase apposta in calce. Dove si legge:“stampato coi caratteri del Dantino onde superare qualsiasi altra minuscola edizione Maggio 1897”.

Come per la composizione del “Dantino” anche il “Galileo a madame Cristina di Lorena” è composto dall’operaio tipografo Giuseppe Gech. In questo secondo libro il suo lavoro consistette nell’assemblare 24102 caratteri delle dimensioni di uno spillo. Da maneggiare con le pinzette. Mettendo a grande prova la propria vista.
Una vera passeggiata al confronto della composizione dei 496.000 caratteri contenuti nelle 500 pagine della Divina Commedia di Dante Alighieri.

A Giuseppe Gech si deve la frase che compare sull’ultima pagina del Galileo: “onde superare qualsiasi minuscola edizione”.

L’edizione del Galileo è presentata all’Esposizione generale italiana di Torino nel 1898. Occasione durante la quale da tutti è considerato un gioiello dell’arte tipografica.

Non sembra impossibile che in quella occasione apparisse fasciato da un astuccio a forma di libro. Realizzato in metallo. Un anello posto sulla custodia lo rendeva simile a un pendaglio.

Il secondo è una pregevole edizione del romanzo di Alessandro Manzoni intitolato I promessi sposi.

Impressa nel 1902. Usando un carattere con corpo 4. Esattamente il doppio di quello adoperato nelle due precedenti edizioni. Anche questo libro rimane di ridotte dimensioni. Misura 60 × 40 millimetri. Lo spessore è di 30 millimetri. Composto da circa mille pagine. Per i più pignoli XV, 1097, (4). Un antiporta figurato con il ritratto dell’autore. Era commercializzato in due versioni. Una edizione numerata composta da cento esemplari con figure. Rilegato con la dura e resistente pelle di zigrino. Con fregi con tagli in oro. Una seconda comune e priva di figure.

 

Libri antichi Una curiosità bibliografica I libri in miniatura o microscopici.

Libri antichi Libri in miniatura il Dantino edito dalla tipografia Salmin a Padova.

Appunti di un bibliofilo.

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Libri in miniatura il Dantino Salmin

Libri in miniatura il Dantino Salmin

Libri in miniatura il Dantino Salmin.

Fra i libri antichi un particolare rilevo assumono i libri in miniatura, fra questi il Dantino è il più noto Salmin.

Un volumetto dapprima edito a Padova, dalla tipografia Salmin  e in seguito arrivato nella disponibilità della libreria Ulrico Hoepli.

 

I fratelli Antonio e Luigi Salmin sono tipografi, editori e librai. Svolgono la loro attività nella città di Padova. Qui sono i proprietari della Tipografia patavina alla Minerva. Nella loro stamperia realizzarono diversi libri in miniatura, fra questi il conosciutissimo Dantino.

La loro attività si trovava nei locali della chiesa dedicata a Santa Giuliana, un edificio ecclesiastico soppresso in epoca napoleonica. 

Al giorno d’oggi, l’edificio è ubicato nell’attuale in via Roma, nelle vicinanze delle vie San Martino e Solferino. Libri in miniatura il Dantino Salmin.

Libri in miniatura il Dantino Salmin

Fra gli amanti dei libri antichi i fratelli Salmin sono molto rinomati. Questo perché dai loro torchi tipografici uscirono apprezzatissimi libri in miniatura, leggibili solo con l’ausilio di una lente d’ingrandimento.

Tutti questi minuscoli libretti sono stampati impiegando il carattere tipografico chiamato occhio di mosca.

Delle piccolissime lettere ideate dal tipografo e incisore piacentino Antonio Farina. In precedenza l’autore dei caratteri impiegati dalla Stamperia Reale di Torino. Autore del piccolissimo carattere impiegato alla Tipografia patavina alla Minerva. Da lui disegnato e inciso su acciaio nel 1834 con corpo 2 su 3 punti. Libri in miniatura il Dantino Salmin.

Il carattere è fuso solo dopo molto tempo. La realizzazione avviene nel 1850, a Monza, da Luca Corbetta e Francesco Pirola. Questo a spese degli editori Giacomo e Giovanni Gnocchi.

La difficoltà d’impiego fece si che rimase inutilizzato per lungo tempo. Libri in miniatura il Dantino Salmin.

 

Due raffronti inerenti il corpo del carattere, uno ci riconduce agli esordi della stampa, l’altro ai tempi della sua progettazione.

Per il primo ci troviamo nel 1468, fra le mura del monastero benedettino di Subiaco. In questo luogo Arnold Pannartz e Konrad Sweynheym stampano le duecentosettantacinque copie del De oratore di Cicerone. Il libro è impresso impiegando il carattere Cicero. Ora riconosciuto di corpo 12, quando, nel presente, i libri impiegano un corpo 9 o superiore.

 

L’Occhio di mosca rivaleggia con il Non Plus Ultra. Quest’ultimo opera del parigino Henri Didot. Realizzato nel 1827, sin dal nome scelto: non più oltre si capisce che sarà un limite difficile da superare.

Libri in miniatura il Dantino Salmin

L’Occhio di mosca trovò un felice impiego a seguito di un accordo stipulato fra Giovanni Gnocchi e i fratelli Salmin. Il primo pensò a una edizione della Divina Commedia e i secondi la realizzarono. Libri in miniatura il Dantino Salmin.

 

La stampa è conclusa il 9 giugno 1878. La realizzazione è merito del lavoro compiuto dall’operaio tipografo Giuseppe Gech, l’artefice della lunga composizione, durata tre anni. L’impressore è Luigi Baldan.

Edito in mille copie. Composto da 500 pagine. Le dimensioni della pagina sono di 57 millimetri di altezza e 37 di larghezza. Ogni pagina è composta da 30 righe con margini di 10 millimetri. All’antiporta il ritratto di Dante. Commercializzato in brossura editoriale. Al volume è quasi sempre aggiunta una importante rilegatura coeva. In questa condizione arriva a misurare circa 55,0 x 35,00 millimetri.

Da qui si intuisce il soprannome di Dantino. Libri in miniatura il Dantino Salmin.

Libri in miniatura il Dantino Salmin

Il libro ha una seconda tiratura della prima edizione, realizzata dall’editore Ulrico Hoepli.

Questo avviene acquistando i fogli del Dantino già impressi dai Salmin e apponendovi un nuovo frontespizio, stampato in color rosso e in nero. Sul quale si legge: Milano Ulrico Hoepli 1878 Libri in miniatura il Dantino Salmin.

 

Al frontespizio della prima tiratura della prima edizione si legge il nome dell’editore Gnocchi di Milano e quello della Tipografia Salmin di Padova.

 

 

Libri antichi Una curiosità bibliografica I libri in miniatura o microscopici.

 

 

Libri antichi Libri in miniatura editi dalla tipografia Salmin a Padova  Libri in miniatura il Dantino Salmin.

 

 

Appunti di un bibliofilo.