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Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Le principali vicende della Reale Fabbrica di Maiolica di Torino.

 

Nel 1725, Giorgio Giacinto Rossetti e lo zio paterno Giovanni Battista ricevono la regia patente per esercitare una attività economica nell’ambito della produzione ceramica. Con questa lo stato sabaudo conferisce loro la possibilità di esercitare questa attività all’interno del suo regno. Questa autorizzazione è accordata con una durata decennale. A  quest’epoca Giorgio Giacinto Rossetti è ventenne.

Le forniture di terra provenivano da Pecetto, ora Pecetto Torinese, un borgo situato a pochi chilometri da Torino.

A Torino aprono una Fabrica di maiolica sì fina, che ordinaria di qualunque disegno, tanto alla Cina, che a figure. Un’attività che parte con una sovvenzione statale infruttifera di 3000 lire, avvallata il 3 dicembre dello stesso anno da Giovanni Battista, quale garante cointeressato.

A questo prestito infruttifero si affianca l’apporto finanziario di Giovanni Ludovico Roveda.

L’attività dei Rossetti, già dai primi mesi del 1725, è soggetta a sofferenze gestionali.

Le nuove e necessarie risorse finanziarie arriveranno dall’ingresso nell’attività di un nuovo finanziatore, il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene, rappresentato da Pietro Bistorto. É questo l’inizio di una operazione che porterà, in breve tempo, il nobile sabaudo al predominio della fabbrica. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per il mancato rispetto degli accordi fra i soci, nel 1727, Giorgio Giacinto Rossetti rinuncia alla partecipazione all’impresa. Decisione seguita, nel 1728, anche da Giovanni Battista. 

Questi due avvenimenti portano alla liquidazione della fabbrica. Cessazione che vede il Roveda creditore delle 3100 lire investite nell’impresa. E lascia il conte Carlo Giacinto Roero con il debito, verso lo stato sabaudo, dei prestiti statali ricevuti dai Rossetti, ammontanti a 8000 lire.

In questa nuova situazione, la fabbrica vede il trasferimento della regia patente a nome del banchiere Pietro Bistorto. In quanto facente le veci del conte Carlo Giacinto Roero di Guarene. Inoltre il prolungamento della durata, da dieci a quindici anni.

Giovanni Ludovico Roveda non si fa liquidare e mantiene un ruolo attivo nell’attività che ha contribuito a fondare. Di contro il Bistorto è nominato direttore della manifattura e come tale stipendiato con un quinto degli utili.

Nel 1729, si assiste all’ampliamento della fabbrica. Questo avviene al di fuori del territorio della città, in località Vigna Cumianan, una zona collinare posta sulla direttrice di vigna della regina. Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

É questo uno spostamento effettuato in vista di un definitivo trasferimento dell’attività produttiva. Esercizio fin allora svolto all’interno della città di Torino, in uno spazio sito nella Grande Contrada Po. Quest’area era la sede originaria della manifattura, dove, dopo il trasferimento, si manterrà il solo magazzino.

Questi sono anni in cui la manifattura è in un costante passivo e tutte le maestranze hanno da percepire retribuzioni arretrate.

Questa situazione persiste pur avendo aumentato sia la quantità e sia la qualità della maiolica realizzata. Anche con l’apporto di queste migliorie, la produzione era solo in parte effettivamente venduta e le rimanenze erano immagazzinate in attesa di compratore. Una delle ragioni di questa stagnazione era che il prodotto ceramico locale non attraeva la clientela torinese.

Un altro componente della famiglia Rossetti, attivo come pittore, nella Real Fabbrica di maiolica, è Giovanni Battista. Egli è il fratello minore di Giorgio Giacinto, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per Giovanni Battista l’occupazione torinese inizia nel 1728, all’età di sedici anni e si conclude nel 1729. 

Anno in cui lascia Torino. Dapprima per lavorare a Pavia, nella manifattura Rampini e successivamente si trasferisce a Lodi, dove è attivo assieme a Giorgio Giacinto. 

Nel settembre del 1737, anche lui, seguirà il fratello maggiore nel nuovo ritorno a Torino.

Nel 1731, in data 15 settembre, si ha la rottura fra il Bistorto e il conte Roero. Questo avviene a seguito della non chiara gestione finanziaria del primo ai danni del secondo.

Da quel momento, la gestione della manifattura passa nelle mani del Roveda che come nuovo direttore attua una politica di contenimento delle spese. Un accorgimento che si dimostrò sufficiente e che non permise all’attività di decollare.

È il conte Roero che richiama Giorgio Giacinto Rossetti a Torino, offrendogli un nuovo impiego presso la Reale fabbrica di Maiolica. Individuando in lui la persona adatta a mettere in buono stato, et nomina la fornace di maioliche. In questo modo risolvendo la crisi in cui versava la manifattura torinese, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Giorgio Giacinto Rossetti, dopo aver lasciato Torino, è attivo con successo a Lodi, dove rimarrà dal 1728 al 1736. Quest’ultimo è l’anno del suo rientro nello stato sabaudo.

Un ritorno, dove sempre lavorando alla produzione delle maioliche, ha già come obbiettivo la realizzazione dell’Oro bianco, ovvero della porcellana dura.

Questa costosa e complicata ricerca inizia a Torino nel 1736 e lì si conclude nel 1746. Dapprima con l’inoltro della richiesta e il rilascio della regia patente per la produzione della porcellana, autorizzazione ottenuta in data 21 giugno 1737. Poi con l’avvio dei suoi primi suoi esperimenti.

L’arrivo di Giorgio Giacinto a Torino è dell’agosto 1736. Quando la fabbrica di maiolica è diretta da Carlo Antonio Billotto. Fra i due si instaura una solida collaborazione. Sotto la loro direzione, per la prima volta, avviene che la manifattura vede un aumento del venduto e un calo delle rimanenze. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

In questi locali, previo gli accordi con il conte Roero, si apre anche la fabbrica per la produzione di porcellana fine e trasparente.

 

Questo avvalendosi dello stesso personale già impiegato nella realizzazione della maiolica e tenendo chiara separazione dei costi e degli utili delle due attività. Per la divisione degli utili, si accorda che i due terzi siano destinati al Rossetti e il terzo rimanente al conte Roero.

La messa a punto della formula per la realizzazione della porcellana è una temeraria operazione. Nella cui riuscita Giorgio Giacinto Rossetti assume il ruolo dell’assoluto protagonista. Assumendo, contemporaneamente, anche la responsabilità delle grandi risorse economiche necessarie.

Nel 1740, Giorgio Giacinto Rossetti intraprende viaggi fra Parigi, Vienna e Venezia, compiuti per accrescere le sue conoscenze tecniche sulla lavorazione della porcellana. Da Vienna, ritorna a Torino con gli Hausmalern Jacob Helkis e Anton Wagner.

Rossetti avvalendosi del loro aiuto e delle conoscenze acquisite durante i viaggi realizza i suoi pezzi in porcellana. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Prodotti, all’epoca, giudicati molto simili per bianchezza e pittura alle porcellane cinesi.

Ai nostri giorni, di questa produzione sono noti solo pochi modelli. Fra questi la figura a soggetto orientale, raffigurante una divinità buddhista cinese conosciuta come Guan Yi. La ceramica è ora esposta a Londra, nel British Museum. É databile attorno al 1740 e si caratterizzata per l’approssimativa smaltatura e l’indeterminato modellato.

Il 1743 vede sia il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene sia Giovanni Ludovico Roveda fuori uscire dall’impresa e ricevere la loro conseguente liquidazione.

 

Questo è dovuto al progetto ideato da Carlo Antonio Billotto e Giorgio Giacinto Rossetti di acquisire l’intera proprietà di entrambe le attività ceramiche. Queste passeranno di mano, diventando proprietà di una società composta dal Billotto e dai fratelli Rossetti. Il primo titolare di tutti i contratti d’affitto in essere e i secondi titolari delle regie patenti.

È in questo periodo che avviene l’apertura di un secondo punto vendita. Gestito in persona da Gaspare Siro, già deputato allo smaltimento di porcellane e maioliche nel magazzino sito nella contrada degli orefici.

La società è destinata a durare circa un decennio, per poi disfarsi il 12 maggio del 1753.

Questo avviene a seguito della richiesta di scioglimento dell’impresa presentata dai fratelli Rossetti. Domanda motivata dal comportamento fraudolento del Billotto. Quest’ultimo autore di considerevoli mancanze nella tenuta dei registri. Quali le discrepanze negli inventari e per la sua inclinazione ad avvantaggiarsi della fiducia a lui accordata, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

Nel 1763 scade e non è rinnovata la privativa sulla maiolica, un privilegio ottenuto nel 1748 e con una durata di quindici anni. È anche negato il divieto, preteso dai fratelli dai fratelli Rossetti, di commercializzazione all’interno dello stato sabaudo delle maioliche bianche estere. Anche se, quest’ultima richiesta, troverà una ridotta e indiretta accoglienza nell’aumento del dazio sulle importazioni di maioliche bianche e di colore scuro. Una maggiorazione che porta i diritti di dogana da 24 soldi e due denari a 50 soldi.

Da questo momento in poi la reale fabbrica vede un progressivo scemare. Accentuato dalla morte, nel 1764, della seconda moglie di Giorgio Giacinto Rossetti. Seguita, nel 1768, di quella di Giovanni Battista, fratello minore di Giorgio Giacinto.

 

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Con quest’ultimo decesso iniziano le vicende ereditarie.

 

Giovanni Battista nomina eredi universali la moglie, Margherita Belli e i sei figli. Questi, assieme a Giorgio Giacinto, continuano in comunione la gestione del Negozio della fabbrica della maiolica.

Al 1776 risale il primo testamento di Giorgio Giacinto, rivisto e sostituito nel 1777. Nel documento si nomina erede universale il solo figlio di secondo letto Pietro Maria. Il quale, sin dal 1° marzo 1778, con ancora in vita il padre, riceve la disponibilità dell’intero patrimonio paterno. Giorgio Giacinto decede poco dopo, il 21 ottobre 1778, per un accidente.

Da questo momento, gli eredi Rossetti iniziano la dismissione del Negozio della fabbrica della maiolica.

 

L’attuazione avviene con lo svolgersi di un asta, tenuta dal 16 dicembre 1778 al 11 gennaio 1779. Incanto dove si offrono le molte rimanenze di fabbrica. Questo al fine di svuotare i magazzini. Fra gli acquirenti: i membri della famiglia Rossetti, commercianti, professionisti ed ecclesiastici, in minore percentuale compaiono i membri della nobiltà.

A questa prima vendita, seguirà la divisione dei beni della società e il suo scioglimento. Questo avviene nel momento in cui gli eredi di Giovan Battista Rossetti diventano maggiorenni, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

La società è poi ceduta a Pietro Maria Rossetti. Gli accordi stipulati fra le parti quantificano il prezzo di cessione in 5600 lire. Valore da pagare in rate. Tutte onorate interamente da Pietro Maria che in questo modo acquisirà l’intera proprietà dell’impresa ceramica.

 

Luigi Gabriel e Giuseppe Rossetti stipulano un contratto di locazione con Pietro Maria. I primi due sono fra loro fratelli e cugini del terzo. I due rimettono al terzo la loro porzione della Casa grande detta della Majolica e del campo di Pecetto. Inizialmente per i prossimi dieci anni a venire. Periodo in seguito rinnovato per altri quindici anni.,

Pietro Maria Rossetti intende dar vita a una manifattura de vasellami simili alla terraglia d’Inghilterra. Questo perché aveva intuito che questo nuovo impasto, composto da terraglia tenera, col tempo avrebbe fatto scomparire la maiolica, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Pietro Maria impiega per realizzare i suoi manufatti delle terre provenienti dal Canavese e dal Biellese e indica questa produzione con la marca incussa P. ROSSETTI.

 

Nella conduzione della fabbrica Pietro Maria è affiancato stabilmente dal figlio Giacinto Maria. A quest’ultimo, il 13 marzo 1811, lascia in affitto la fabbrica. I due sottoscrivono un contratto della durata di nove anni che prevede, per i primi quattro anni, un canone di 4200 franchi annui. In seguito ridotto, per i successivi cinque, a 3200.

Pietro Maria Rossetti affida l’attività ceramica al figlio quando aveva superato i sessant’anni e decede poco dopo, il 13 febbraio 1813.

L’attività paterna è ora nelle mani di Giacinto Maria. Questa gestione si presenta sempre più sofferente, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

La manifattura in questi anni è fautrice di una produzione ceramica di scarsa qualità. Il cattivo andamento degli affari la vede costretta a una forte riduzione nel numero degli operai occupati. Nel 1822 erano ventotto i lavoranti in organico.

Tutti dei presupposti per una uscita di scena di Giacinto Maria. Scomparsa avvenuta con l’affitto dei locali della sua attività ceramica alla società fornata dai ginevrini: François Richard, Fréderic Dortu e César Prelaz. Produttori, nel comune svizzero da Carouge, di vasellame realizzato con la Terra di pipa. Fabbricazione che trasferirono nella città di Torino, dove acquisirono un privilegio decennale, circoscritto al solo Piemonte.

Giacinto Maria Rossetti decede il 28 settembre 1835, ponendo fine a una famiglia che ha contribuito a fare la storia della ceramica nella penisola italica.

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Bibliografia:

  • Cristina Campanella, La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane, A cura di Cristina Maritano, Silvana editoriale, 2025.
  • Anna Cremonte Pastorello di Carnou, L’Oro bianco e il suo mistero. Divagazioni sull’arte della ceramica in Torino, Vische e Vinovo, Associazione Immagine per il Piemonte, Alzani editore, Pinerolo 2007.

Nell’immagine: Vassoio in maiolica dipinto in color blu con il motivo a Berein.

Nelle carte testamentali d’inventario questo tipo di decoro è indicato con il nome a barocco o baroch, cioè di figura strana o bizzarra.

Dimensioni 42,7 x 32,3 cm H 2,6 cm.

 

Questo scritto è un ricordo dedicato a un amica, Cristina Campanella. Un tributo al suo notevole impegno nello studio della storia della ceramica. 

Il suo lavoro sulla manifattura Rossetti ha permesso la pubblicazione postuma del libro intitolato La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane,. A cura di Cristina Maritano, Edito da Silvana editoriale, nel 2025.

Studio a cui rimando per ogni approfondimento.

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Porcellane cinesi Qing Ching

Porcellane cinesi Qing Ching

Porcellane cinesi Qing Ching.

Porcellane cinesi Qing Ching.

 

 

La dinastia Ch’ing regnò sulla Cina per un lungo lasso di tempo. Il suo governo inizia nel 1644 e si conclude nel 1916, in questi duecentosettanta due anni si susseguono undici imperatori.

I Qing erano una popolazione originaria della Manciuria, una regione situata nel Nord Est della Cina attuale. Dimoravano ai confini dell’impero cinese e con gradualità sconfissero la dinastia Ming e conquistarono il controllo sul regno cinese. Porcellane cinesi Qing Ching.

É durante questa dinastia e in questo periodo che l’industria della porcellana vive un momento stupefacente. Nel quale la produzione ceramica vede sia uno straordinario sviluppo sia il suo perfezionamento. 

In questa epoca alla manifattura imperiale, da secoli attiva a attiva a Ching Te.  Chen, si affiancano, dislocate in tutta la nazione, numerose industrie e fornaci private. Tutte nate in corrispondenza dei luoghi ove la presenza di caolini e pietra feldspatica era più ingente. Porcellane cinesi Qing Ching.

Il primo imperatore appartenete alla dinastia Qing a saliere al trono cinese è Shun Chih. Il suo regno è  caratterizzato da numerose ribellioni.

Una di queste portò al saccheggio e alla distruzione della città di Ching Te. Chen, il centro simbolo della porcellana cinese e il luogo ove aveva sede la manifattura imperiale. Porcellane cinesi Qing Ching.

Alla devastazione di Ching Te Chen, oggi Jingdezhen, avvenuta fra il 1673 e il 1675, segue la sua ricostruzione, terminata verso il 1683. Ci troviamo nel ventiduesimo anni del regno dell’imperatore Kang Hsi o Kangxi, il secondo della dinastia Ch’ing.

É da questo momento che inizia l’ininterrotta fortuna della porcellana cinese, segnata dalla comparsa delle prime porcellane imperiali della dinastia Qing.

A questo periodo datano le due lettere scritte dal gesuita francese François Xavier d’Entrecolles, missionario a Ching Te Chen. Porcellane cinesi Qing Ching.

La prima è datata 1º settembre 1712 e la seconda 25 gennaio 1722, entrambe indirizzate a Parigi, al padre Orty. Queste rappresentano il primo dettagliato resoconto sulla tecnica di fabbricazione della porcellana arrivato in Europa.

Nelle lettere si apprende anche del metodo di decorazione:. Il lavoro di pittura è distribuito nelle stessa bottega fra molti operai. Uno non fa altro che tracciare la prima linea colorata, posta sotto i bordi della base del pezzo. Un altro disegna fiori, mentre un terzo li dipinge. Un altro dipinge solo acqua e montagne, un altro solo uccelli e altri animali. Le figure umane sono eseguite  solo dal più abile. Porcellane cinesi Qing Ching.

Da queste frasi si deduce che il lavoro compiuto da ogni operaio era sempre lo stesso. Inoltre che i pezzi ceramico, prima della loro conclusione, passavano in molte mani. Un metodo che garantiva sia la velocità d’esecuzione sia la qualità del decoro.

A Ching Te Chen, la produzione di oggetti in porcellana faceva capo sia alla manifattura imperiale sia ai numerosi forni privati. Entrambi ricevevano commissioni da parte di mercanti stranieri. Porcellane cinesi Qing Ching.

La prima forniva i pezzi più complicati, quelli con angolature macchinose, come: le terrine, le scatole e i candelieri. Le seconde si occupavano dei pezzi tondi o sferici.

Quest’ultimi, quelli provenienti da forni privati, si presentano con impasti e decorazioni molto variate. Nella maggior parte dei casi, l’impasto è sottile e di color bianco grigio. Porcellane cinesi Qing Ching.

Tutte queste ceramiche sono accumunate dalla tonalità bluastra della coperta. Talvolta possono presentarsi con rare e minime macchie nere irregolari. Oppure, per i pezzi di maggiori dimensioni, con la perdita della coperta, localizzata attorno al bordo inferiore esterno.

Queste porcellane sono più facilmente soggette a leggere inclinature, le felure, raramente si presentano con profonde scheggiature. 

Porcellane cinesi Qing Ching

A questi tempi risale la consuetudine di classificare gli oggetti in porcellana in famiglie. Dove l’appartenenza  si fonda sul colore più utilizzato nella resa del disegno o sulla superficie di fondo.

Inizialmente abbiamo le famiglie: verde, gialla e nera.

A queste, durante i regni degli imperatori Yung Cheng e Ch’ien Lung, si aggiungerà la rosa. Porcellane cinesi Qing Ching.

Questa suddivisione è ancora utilizzata, riguarda anche le porcellane di recente fabbricazione che replicano quelle antiche.

Per queste porcellane l’attribuzione a un periodo deve avvenire valutando: il Tipo di pasta, la Tonalità dei colori, il Disegno della composizione e le Iscrizioni apposte. Porcellane cinesi Qing Ching.

 

Gli smalti propri della famiglia verde o famille verte si compongono di due sfumature di verde, da questo ne deriva il nome. Unite ai colori: rosso ferro, giallo e melanzana. A questi occasionalmente si aggiunge lo smalto di color nero. 

Inizialmente il color blu era dato sotto coperta, in seguito sostituto con lo smalto di analoga tinta. Porcellane cinesi Qing Ching.

Tutte queste porcellane sono decorate con scene di genere.

In questo vario repertorio troviamo:. Delle stanze popolate da molteplici persone, Edifici posti nelle vicinanze di laghi,. Uccelli e piante fiorite posti fra rocce, Leoni buddisti che giocano, Draghi,. Giardini fioriti popolati di personaggi e le Raffigurazioni di temi tratti dal Taoismo o dal Buddismo.

É in questo periodo che appaiono i complicati disegni attorno ai bordi. É questa una caratterizzazione che riguarda per lo più i pezzi destinati all’esportazione e meno quelli venduti sul mercato cinese. Porcellane cinesi Qing Ching.

Si assiste anche a un ampliamento delle forme, con l’introduzione di vasi e teiere di sagoma esagonale, ottagonale e quadrilobata.

Porcellane cinesi Qing Ching
Tratto da Anthony Du Boulay PORCELLANE CINESI Mursia 1967

 

 

 

Porcellana cinese.

 

 

 

 

Temi e colori della porcellana cinese antica.

 

 

 

 

Il fascino del Blanc de Chine.

 

 

 

 

Il drago nella mitologia cinese.

 

 

 

 

La mitologia del pipistrello in Cina.

 

 

 

 

Ruyi come tu desideri.

 

 

 

 

Albasio Marco – Tè pregiati il Tie Guan Yin.

 

 

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Porcellane Vezzi Venezia Settecento

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Le porcellane Vezzi prodotte in pasta dura a Venezia nel Settecento.

 

Se la fabbrica di porcellana di Meissen e l’alchimista. Johann Frederich Böttger hanno il merito della scoperta e della nascita della fabbricazione della porcellana in pasta dura in Europa. La veneziana Vezzi vanta di essere la prima fabbrica di porcellana in pasta dura nata nella penisola italiana e la terza europea.

La seconda manifattura è quella di Du Paquier, avviata nella città di Vienna, nel 1718. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Giovanni Vezzi e il padre Francesco per compiere questa impresa si associarono a Christoph Conrad Hunger, un ex dipendente della manifattura di Meissen. Grazie a questo socio riuscirono a ottenere una fornitura di caolino dallo stesso fornitore di Meissen.

 

Due anni dopo questo acquisto la bottega dei Vezzi, con l’aiuto di Hunger, inizia la produzione della porcellana. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

La storia della manifattura delle porcellane a pasta dura prodotta, a Venezia, dalla Casa Eccellentissima Vezzi, per lungo tempo, è rimasta avvolta dal mistero. Tanto che, ancora oggi, per la scarsità dei documenti conosciuti, non è pienamente delineata.

 

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

 

Le prime notizie certe sulla manifattura Vezzi si devono alle ricerche di Sir William Richard Drake, avvocato, collezionista d’arte e antiquario. Autore del libro, edito a proprie spese, a Londra, nel 1868, intitolato: Notes on Venetian Ceramics. Un testo basato su documenti d’archivio, ancora oggi, seppur con qualche integrazione, un punto di riferimento per ogni nuova ricerca sull’argomento. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

Solo nel 1935, con lo scritto dello storico dell’arte milanese Costantino Nicola Baroni, seppur con qualche inesattezza, compaiono nuove informazioni.

Il testo è intitolato: Nuovi orientamenti dello studio della ceramica veneziana del Settecento, appare sulle pagine della Rivista di Venezia.

Nel 1936 inizia l’interesse del grande pubblico. Questo avviene per merito di Nino Barbantini e della mostra, da lui allestita a Ca Rezzonico, dedicata alle porcellane di Venezia e Nove. Il nucleo principale delle opere esposte era frutto degli sforzi collezionistici del conte veneziano Marino Nani Mocenigo.

L’Eccellentissima Vezzi rimane in attività per soli sette anni, nasce nel 1720 e chiude nel 1727.

Costituita con soli fini commerciali, priva di sostegni statali, è costretta a cessare l’attività a seguito dei grandi debiti accumulati.

Alla chiusura, i pezzi ceramici a magazzino sono dati in pagamento agli operai. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

La storia più aggiornata delle porcellane Vezzi è tracciata dagli scritti di tre autori: Francesco Stazzi, Carlo Fulignati e Luca Melegati.

 

Questi sono i riferimenti bibliografici:.

  • Francesco Stazzi, Porcellane della Casa Eccellentissima Vezzi 1720-1727, Milano, Vanni Scheiwiller, 1967.

 

  • Carlo Fulignati, Rari inediti della Fabbrica Vezzi,  Faenza Bollettino del Museo internazionale delle ceramiche in Faenza. Anno XCVIII, Numero 2, 2012 Pagine 61-64.
  • Carlo Fulignati, Porcellana Vezzi Il vassoio del vescovo, Faenza,  Litografie artistiche faentine, 1986. Porcellane Vezzi Venezia nel Settecento.

 

  • Luca Melegati, Giovanni Vezzi e le sue porcellane, Prefazione di Alvar Gonzalez Palacios con una nota di Francesco Stazzi, Milano, Bocca, 1998.

Porcellane Vezzi Venezia Settecento

 

Tutte le immagini sono tratte dalla monografia scritta da Francesco Stazzi, Porcellane della Casa Eccellentissima Vezzi 1720-1727, Milano Vanni Scheiwiller, 1967.

 

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Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

 

L’origine della porcellana in Europa è ricca d’incredibili vicende e avvincenti intrighi.

Questa nascita avviene nel Settecento e la si deve all’alchimista Johann Frederich Bottger.

 

Uno studioso impiegato sia nella ricerca della trasmutazione in oro dei metalli vili, sia in quella della scoperta della formula per produzione dell’oro bianco. Ovvero della porcellana a imitazione di quella cinese, uno dei materiali, all’epoca, più ricercati e costosi. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Quest’ultimo è un arcano la cui risoluzione gli costò lunghi anni di studio, una prolungata successione di prove fallimentari e la limitazione della sua libertà.

Bottger è forzatamente allontanato dal mondo, espropriato della sua vita privata, sottoposto al lavoro forzato e alla prigionia.

Un isolamento iniziato il 28 novembre 1701. A seguito del suo rapimento, avvenuto a Wittenberg, in Sassonia e la conseguente reclusione, nella Casa d’oro, a Dresda.

Questo era il nome della parte del Residenzschloss Dresden, il castello di corte, adibita a laboratorio. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Per Bottger questo è l’inizio di un lunghissimo tempo di segregazione, compiuto in varie località e in condizioni per lo più squallide. Limitazioni che misero in seria pericolo la sua salute mentale.

Tutto questo impegno gli permise di arrivare dapprima alla realizzazione della ceramica rossa e successivamente della porcellana a pasta bianca e dura. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

Però, con rammarico, non ottenne né di diventare immortale né di saper trasmutare i metalli. Non riuscì dunque a scoprire il segreto della lapis philosophorum, di quella pietra filosofale da molti tanto ricercata e, forse, da nessuno mai trovata.

Dopo lunghe sperimentazioni, i primi concreti risultati si raggiungono il. 15 gennaio del 1708, ma solo in data 28 marzo 1709 l’alchimista si senti di scrivere a Augusto il Forte dicendogli di saper:. Produrre una bella porcellana bianca, oltre a una splendida invetriatura e una decorazione pari a quella dei cinesi, se non migliore”.

Nel 1708 Bottger aveva ventisette anni. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo

 

Queste sono frasi scritte e dirette al suo carceriere, a Federico Augusto I,. Duca e principe elettore di Sassonia e re di Polonia, quest’ultimo titolo assunto con il nome di Augusto II di Polonia.

Questo è il monarca sotto i cui artigli era caduto Bottger. Tenuto prigioniero e strettamente sorvegliato perché, sfruttando il suo ingegno e le sue ricerche alchemiche, il re pensava di trarne dei grandi vantaggi. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Questi progressi permisero, nel giugno del 1710, l’avvio della produzione della porcellana a Meissen e l’introduzione di questi primi manufatti nel circuito commerciale.

Il primo incontro con il mercato di questa innovativa produzione avviene alla Fiera di Lipsia, durante la Pasqua del 1710. Questa esposizione era un incontro a scadenza annuale, ove si esponevano e vendevano oggetti di lusso. Il risultato finale non fu dei più incoraggianti, poche vendite e pochissime ordinazioni, dunque l’operazione si concluse con una considerevole perdita.

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

La Real Fabbrica di Porcellane di Meißen era sita nel castello di Albrechtsburg. Le ceramiche che usciranno da questa manifattura porteranno, dal 1722, un marchio composto da due spade incrociate. Dipinte in color blu sottocoperta.

Meißen è una località situata vicino alla città di Dresda, quest’ultimo abitato è anche l’ultimo luogo di detenzione forzata di Bottger. In questo sito l’alchimista era volutamente e costantemente tenuto sotto pressione da Augusto il Forte, nella speranza che riuscisse a trovare la pietra filosofale. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo

 

La passione di Augusto il Forte per la porcellana era travolgente se non divorante.

Una dimostrazione di questo irresistibile amore è il Japanisches Palais, ovvero il Palazzo giapponese. Un edificio in ordine barocco, edificato a Dresda. Pensato per esporre la collezione di porcellane cinesi e giapponesi del reale.

Una riprova sono i Soldati di porcellana, un accordo per lo scambio di un intero reggimento di Dragoni,. Ceduto in cambio della porcellana cinese di epoca Kang Hsi, raccolta da Federico I di Prussia.

Grandissime somme di denaro uscivano dai forzieri reali ed erano destinate all’acquisto delle porcellane cinesi e giapponesi. Questa passione influenzò anche le sorti della fabbrica di Meissen. Dove da parte del sovrano giungevano grandi ordini, ai quali raramente seguiva il saldo.

Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

Una prima conoscenza e descrizione della porcellana compare in Europa sulle pagine de Il Milione di Marco Polo. Dove si ha notizia delle più belle scodelle di porcellana del mondo. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

In Europa, pur avendone la conoscenza e la presenza già in periodo medioevale, la diffusione della porcellana avviene dal Cinquecento. Questo accade a seguito dei commerci marittimi intrapresi dai mercanti portoghesi, ai quali subentreranno quelli olandesi.

Da questo secolo, questo materiale rapidamente inizia a circolare e in breve diventata simbolo di prestigio, potere e buon gusto. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

È questo l’inizio, da qui trae origine la volontà di realizzare una porcellana europea.

Questi albori si presentano con varie e fra loro intrecciate motivazioni.

Da una parte troviamo la misteriosa bellezza del materiale, fatta di un misto fra l’incanto della lucentezza e la trasparenza propria della preziosa porcellana orientale.

A questa si affiancano l’alchimia e la pietra filosofale, come mezzo per indagare e scoprire il segreto della sua costruzione.

Il tutto sostenuto dall’oro, già fonte d’indagine dell’alchimia. Ora necessario per acquistare le sempre più ambite e costose ceramiche. Ricchezza che sarebbe arrivata in grande quantità a chi possedeva il segreto della fabbricazione della ricercata ceramica. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

 

Desideri acquistare o vendere una porcellana di Meissen ?.

 

 

 

 

La ceramica incontra l’alchimia.

 

 

 

 

Porcellane cinesi Qing Ching. Porcellana di Meissen fra Alchimia e Collezionismo.

 

 

 

 

Porcellana danese Royal Copenaghen.

 

 

 

 

La fabbrica di porcellana di Rosenthal.

 

 

 

 

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza.

 

 

 

 

Maioliche in stile compendiario bianchi faentini.

 

 

 

 

Appunti sulla maiolica.

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Porcellana cinese

Porcellana cinese

Porcellana cinese.

Porcellana cinese.

 

Il periodo più significativo per la porcellana cinese inizia con la salita al trono imperiale della dinastia Ming. Questa casa regnante assunse il controllo assoluto sulla Cina dal 1368 al 1644. In questi duecentosettantsei anni di regno si susseguirono diciassette imperatori.

Le caratteristiche principali della porcellana cinese prodotta durante la dinastia. Ming sono la forma massiccia dei pezzi ceramici e la realizzazione, su di essi, di intrigati decori. Questi ultimi ottenuti con l’impiego di colori che dopo la cottura risulteranno notevolmente brillanti.

Ching te chen è una città della Cina, situata nel Fuliang, nella provincia dello Jiangxi. Questa è una località simbolo della porcellana cinese e della sua lavorazione.

Una territorio dove questa attività è favorita dalla presenza di grandi quantità di caolino e di pietra feldspatica. Queste sono le due componenti fondamentali per la fabbricazione della porcellana. Porcellana cinese.

A questo si aggiunge la vicinanza del Chang Jiang, il Fiume Azzurro, e delle sue innate potenzialità nel trasporto delle merci.

La convergenza di tutte queste risorse e la collocazione di. Ching te chen entro una vallata, circondata da montagne, favorirono la creazione in loco di fornaci atte alla lavorazione della porcellana. Porcellana cinese.

Qui si realizzavano tutti i preziosi manufatti ceramici destinati all’uso nella corte imperiale. Questa prerogativa ha inizio durante la dinastia Ming, nel corso del regno del primo imperatore Hung Wu. 

In questo momento inizia la lunga protezione imperiale della fornace e la conseguente concentrazione della produzione della porcellana destinata al palazzo di corte. Porcellana cinese.

Una tutela che si estenderà per un lunghissimo arco di tempo. Iniziato nel XVI secolo e arrivato sino al 1912. Anno che pone fine alla dinastia Qing e nel quale si proclama la prima repubblica cinese.

Nel tempo, la località si afferma, sempre più, come un polo produttivo ceramico. Un accentramento, dove la maggior parte dei manufatti era realizzata dalla manifattura imperiale. Una situazione che favorì anche la nascita di numerosi forni privati, caratterizzati da una produzione di entità ridotta. Porcellana cinese.

Durante il regno dell’imperatore Hung Wu si producono porcellane con decoro in color rosso e in color blu sotto coperta.

A queste si uniscono le ceramiche celadon, realizzate coprendo il manufatto con uno smalto di in colore verde pallido, a evocazione dei manufatti in giada. Porcellana cinese.

 

A questo periodo risale la coppia di imponenti vasi di proprietà della Percival David Foundation of Chinese Art.

Questi sono due manufatti realizzati in porcellana, sontuosamente decorati sotto smalto, in vari toni di color blu.

Al collo recano una estesa scritta, contenente anche la data del realizzo, corrispondente all’anno 1351. Una collocazione temporale che li rende le più antiche porcellane cinesi datate di cui, al momento, si ha conoscenza. 

Il testo calligrafico è posto entro un tipico decoro del periodo, composto di una serrata serie di foglie di forma lanceolata. Un ornamentato dipinto in color blu, sulla cui stesura compare una successione di punteggiature nerastre.

Un altro decoro peculiare del periodo sono le successioni di foglie dalla forma triangolare e appuntita, dipinte in color blu scuro e punti neri. Porcellana cinese.

Tutte le figure raffigurate si caratterizzano per un disegno estremamente preciso.

I Vasi David sono entrambi permanentemente visibili a Londra, al British Museum, nella Sala 95.

Il color blu usato nelle decorazioni è realizzato con l’impiego dell’ossido di cobalto. Porcellana cinese.

Per realizzare la decorazione, il pigmento è miscelato con l’acqua e in seguito applicato sulla superficie della porcellana.

Quest’ultima è un biscuit. Ovvero un materiale ceramico che ha già subito una prima cottura. A seguito di questa si presenta con un aspetto opaco e biancastro. Porcellana cinese.

L’ornamento è poi lasciato seccare, ricoperto di smalto trasparente e la porcellana è sottoposta a una seconda e conclusiva cottura.

Nella porcellana cinese questa tinta è soggetta a numerose variazioni, tutte dovute al cambiamento dei giacimenti di provenienza del colorante. L’importazione si motiva dalla scarsa qualità dell’analogo materiale disponibile nelle miniere locali. Porcellana cinese.

Per tutto il regno Hsuan Te il cobalto impiegato era il Blu di Sumatra. All’uso di questo pigmento si deve la realizzazione delle più pregiate porcellane cinesi in bianco e blu.

Durante il regno dell’imperatore Cheng Te il cobalto impiegato era il Blu Maomettano, cosi chiamato perché preveniente dalla Persia. Porcellana cinese.

Questo pigmento è conosciuto in Cina con il nome di Hoei Tsing.

É caratterizzato dall’inconfondibile tonalità violacea e dall’elevatissimo costo.

Era venduto a peso e costava il doppio dell’oro.

Un altro colorante impiegato nella decorazione sotto coperta della  porcellana cinese è l’ossido di rame,. Il cui utilizzo permette la realizzazione di decorazioni in color rosso puro. I primi pezzi ceramici realizzati con questa tecnica risalgono alla fine del XIV secolo.

L’impiego dell’ossido di rame risulta più difficoltoso rispetto all’ossido di cobalto. Questo perché in cottura richiede una temperatura costante, se questo non avviene il colore sfuma nel marrone e poi nel nero. Porcellana cinese.

I motivi ornamentali dipinti in color blu e quelli in color rosso sono del tutto simili. Entrambi rispecchiano perfettamente le tipologie decorative in auge nel XIV secolo.

L’impiego dell’ossido di rame permise lo sviluppo dei manufatti monocromatici sang de boeuf o sangue di bue. In lingua cinese Long Yao.

Un analogo uso del cobalto consente la realizzazione di pezzi in porcellana di color monocromatico blu cobalto. Porcellana cinese.

Porcellana cinese

In Cina, fin dalla metà del XV secolo, un altro pigmento è impiegato, in ceramica, per la realizzazione del color rosso. Questo è l’ossido di ferro.

Utilizzato perché meno problematico nella cottura. Questo pigmento permise la realizzazione di manufatti monocromatici tra il color corallo e pomodoro.

Altre coperte monocromatiche sono di color bianco, marrone e verde celadon.

Di non facile reperibilità sono le porcellane monocromatiche di color turchese e verde, queste ultime, alcune volte, arricchite da dorature.

Le porcellane di color giallo erano destinate al solo uso dell’imperatore e alla corte. Questa consuetudine con buona probabilità inizia durante il regno Hsuan Te. Porcellana cinese.

 

Porcellana cinese
Tratto da Anthony Du Boulay PORCELLANE CINESI Mursia 1967

 

 

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