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Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana

Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Le principali vicende della Reale Fabbrica di Maiolica di Torino.

 

Nel 1725, Giorgio Giacinto Rossetti e lo zio paterno Giovanni Battista ricevono la regia patente per esercitare una attività economica nell’ambito della produzione ceramica. Con questa lo stato sabaudo conferisce loro la possibilità di esercitare questa attività all’interno del suo regno. Questa autorizzazione è accordata con una durata decennale. A  quest’epoca Giorgio Giacinto Rossetti è ventenne.

Le forniture di terra provenivano da Pecetto, ora Pecetto Torinese, un borgo situato a pochi chilometri da Torino.

A Torino aprono una Fabrica di maiolica sì fina, che ordinaria di qualunque disegno, tanto alla Cina, che a figure. Un’attività che parte con una sovvenzione statale infruttifera di 3000 lire, avvallata il 3 dicembre dello stesso anno da Giovanni Battista, quale garante cointeressato.

A questo prestito infruttifero si affianca l’apporto finanziario di Giovanni Ludovico Roveda.

L’attività dei Rossetti, già dai primi mesi del 1725, è soggetta a sofferenze gestionali.

Le nuove e necessarie risorse finanziarie arriveranno dall’ingresso nell’attività di un nuovo finanziatore, il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene, rappresentato da Pietro Bistorto. É questo l’inizio di una operazione che porterà, in breve tempo, il nobile sabaudo al predominio della fabbrica. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per il mancato rispetto degli accordi fra i soci, nel 1727, Giorgio Giacinto Rossetti rinuncia alla partecipazione all’impresa. Decisione seguita, nel 1728, anche da Giovanni Battista. 

Questi due avvenimenti portano alla liquidazione della fabbrica. Cessazione che vede il Roveda creditore delle 3100 lire investite nell’impresa. E lascia il conte Carlo Giacinto Roero con il debito, verso lo stato sabaudo, dei prestiti statali ricevuti dai Rossetti, ammontanti a 8000 lire.

In questa nuova situazione, la fabbrica vede il trasferimento della regia patente a nome del banchiere Pietro Bistorto. In quanto facente le veci del conte Carlo Giacinto Roero di Guarene. Inoltre il prolungamento della durata, da dieci a quindici anni.

Giovanni Ludovico Roveda non si fa liquidare e mantiene un ruolo attivo nell’attività che ha contribuito a fondare. Di contro il Bistorto è nominato direttore della manifattura e come tale stipendiato con un quinto degli utili.

Nel 1729, si assiste all’ampliamento della fabbrica. Questo avviene al di fuori del territorio della città, in località Vigna Cumianan, una zona collinare posta sulla direttrice di vigna della regina. Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

É questo uno spostamento effettuato in vista di un definitivo trasferimento dell’attività produttiva. Esercizio fin allora svolto all’interno della città di Torino, in uno spazio sito nella Grande Contrada Po. Quest’area era la sede originaria della manifattura, dove, dopo il trasferimento, si manterrà il solo magazzino.

Questi sono anni in cui la manifattura è in un costante passivo e tutte le maestranze hanno da percepire retribuzioni arretrate.

Questa situazione persiste pur avendo aumentato sia la quantità e sia la qualità della maiolica realizzata. Anche con l’apporto di queste migliorie, la produzione era solo in parte effettivamente venduta e le rimanenze erano immagazzinate in attesa di compratore. Una delle ragioni di questa stagnazione era che il prodotto ceramico locale non attraeva la clientela torinese.

Un altro componente della famiglia Rossetti, attivo come pittore, nella Real Fabbrica di maiolica, è Giovanni Battista. Egli è il fratello minore di Giorgio Giacinto, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Per Giovanni Battista l’occupazione torinese inizia nel 1728, all’età di sedici anni e si conclude nel 1729. 

Anno in cui lascia Torino. Dapprima per lavorare a Pavia, nella manifattura Rampini e successivamente si trasferisce a Lodi, dove è attivo assieme a Giorgio Giacinto. 

Nel settembre del 1737, anche lui, seguirà il fratello maggiore nel nuovo ritorno a Torino.

Nel 1731, in data 15 settembre, si ha la rottura fra il Bistorto e il conte Roero. Questo avviene a seguito della non chiara gestione finanziaria del primo ai danni del secondo.

Da quel momento, la gestione della manifattura passa nelle mani del Roveda che come nuovo direttore attua una politica di contenimento delle spese. Un accorgimento che si dimostrò sufficiente e che non permise all’attività di decollare.

È il conte Roero che richiama Giorgio Giacinto Rossetti a Torino, offrendogli un nuovo impiego presso la Reale fabbrica di Maiolica. Individuando in lui la persona adatta a mettere in buono stato, et nomina la fornace di maioliche. In questo modo risolvendo la crisi in cui versava la manifattura torinese, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Giorgio Giacinto Rossetti, dopo aver lasciato Torino, è attivo con successo a Lodi, dove rimarrà dal 1728 al 1736. Quest’ultimo è l’anno del suo rientro nello stato sabaudo.

Un ritorno, dove sempre lavorando alla produzione delle maioliche, ha già come obbiettivo la realizzazione dell’Oro bianco, ovvero della porcellana dura.

Questa costosa e complicata ricerca inizia a Torino nel 1736 e lì si conclude nel 1746. Dapprima con l’inoltro della richiesta e il rilascio della regia patente per la produzione della porcellana, autorizzazione ottenuta in data 21 giugno 1737. Poi con l’avvio dei suoi primi suoi esperimenti.

L’arrivo di Giorgio Giacinto a Torino è dell’agosto 1736. Quando la fabbrica di maiolica è diretta da Carlo Antonio Billotto. Fra i due si instaura una solida collaborazione. Sotto la loro direzione, per la prima volta, avviene che la manifattura vede un aumento del venduto e un calo delle rimanenze. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

In questi locali, previo gli accordi con il conte Roero, si apre anche la fabbrica per la produzione di porcellana fine e trasparente.

 

Questo avvalendosi dello stesso personale già impiegato nella realizzazione della maiolica e tenendo chiara separazione dei costi e degli utili delle due attività. Per la divisione degli utili, si accorda che i due terzi siano destinati al Rossetti e il terzo rimanente al conte Roero.

La messa a punto della formula per la realizzazione della porcellana è una temeraria operazione. Nella cui riuscita Giorgio Giacinto Rossetti assume il ruolo dell’assoluto protagonista. Assumendo, contemporaneamente, anche la responsabilità delle grandi risorse economiche necessarie.

Nel 1740, Giorgio Giacinto Rossetti intraprende viaggi fra Parigi, Vienna e Venezia, compiuti per accrescere le sue conoscenze tecniche sulla lavorazione della porcellana. Da Vienna, ritorna a Torino con gli Hausmalern Jacob Helkis e Anton Wagner.

Rossetti avvalendosi del loro aiuto e delle conoscenze acquisite durante i viaggi realizza i suoi pezzi in porcellana. I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

 

Prodotti, all’epoca, giudicati molto simili per bianchezza e pittura alle porcellane cinesi.

Ai nostri giorni, di questa produzione sono noti solo pochi modelli. Fra questi la figura a soggetto orientale, raffigurante una divinità buddhista cinese conosciuta come Guan Yi. La ceramica è ora esposta a Londra, nel British Museum. É databile attorno al 1740 e si caratterizzata per l’approssimativa smaltatura e l’indeterminato modellato.

Il 1743 vede sia il conte Carlo Giacinto Roero di Guarene sia Giovanni Ludovico Roveda fuori uscire dall’impresa e ricevere la loro conseguente liquidazione.

 

Questo è dovuto al progetto ideato da Carlo Antonio Billotto e Giorgio Giacinto Rossetti di acquisire l’intera proprietà di entrambe le attività ceramiche. Queste passeranno di mano, diventando proprietà di una società composta dal Billotto e dai fratelli Rossetti. Il primo titolare di tutti i contratti d’affitto in essere e i secondi titolari delle regie patenti.

È in questo periodo che avviene l’apertura di un secondo punto vendita. Gestito in persona da Gaspare Siro, già deputato allo smaltimento di porcellane e maioliche nel magazzino sito nella contrada degli orefici.

La società è destinata a durare circa un decennio, per poi disfarsi il 12 maggio del 1753.

Questo avviene a seguito della richiesta di scioglimento dell’impresa presentata dai fratelli Rossetti. Domanda motivata dal comportamento fraudolento del Billotto. Quest’ultimo autore di considerevoli mancanze nella tenuta dei registri. Quali le discrepanze negli inventari e per la sua inclinazione ad avvantaggiarsi della fiducia a lui accordata, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

Nel 1763 scade e non è rinnovata la privativa sulla maiolica, un privilegio ottenuto nel 1748 e con una durata di quindici anni. È anche negato il divieto, preteso dai fratelli dai fratelli Rossetti, di commercializzazione all’interno dello stato sabaudo delle maioliche bianche estere. Anche se, quest’ultima richiesta, troverà una ridotta e indiretta accoglienza nell’aumento del dazio sulle importazioni di maioliche bianche e di colore scuro. Una maggiorazione che porta i diritti di dogana da 24 soldi e due denari a 50 soldi.

Da questo momento in poi la reale fabbrica vede un progressivo scemare. Accentuato dalla morte, nel 1764, della seconda moglie di Giorgio Giacinto Rossetti. Seguita, nel 1768, di quella di Giovanni Battista, fratello minore di Giorgio Giacinto.

 

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Con quest’ultimo decesso iniziano le vicende ereditarie.

 

Giovanni Battista nomina eredi universali la moglie, Margherita Belli e i sei figli. Questi, assieme a Giorgio Giacinto, continuano in comunione la gestione del Negozio della fabbrica della maiolica.

Al 1776 risale il primo testamento di Giorgio Giacinto, rivisto e sostituito nel 1777. Nel documento si nomina erede universale il solo figlio di secondo letto Pietro Maria. Il quale, sin dal 1° marzo 1778, con ancora in vita il padre, riceve la disponibilità dell’intero patrimonio paterno. Giorgio Giacinto decede poco dopo, il 21 ottobre 1778, per un accidente.

Da questo momento, gli eredi Rossetti iniziano la dismissione del Negozio della fabbrica della maiolica.

 

L’attuazione avviene con lo svolgersi di un asta, tenuta dal 16 dicembre 1778 al 11 gennaio 1779. Incanto dove si offrono le molte rimanenze di fabbrica. Questo al fine di svuotare i magazzini. Fra gli acquirenti: i membri della famiglia Rossetti, commercianti, professionisti ed ecclesiastici, in minore percentuale compaiono i membri della nobiltà.

A questa prima vendita, seguirà la divisione dei beni della società e il suo scioglimento. Questo avviene nel momento in cui gli eredi di Giovan Battista Rossetti diventano maggiorenni, I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana.

La società è poi ceduta a Pietro Maria Rossetti. Gli accordi stipulati fra le parti quantificano il prezzo di cessione in 5600 lire. Valore da pagare in rate. Tutte onorate interamente da Pietro Maria che in questo modo acquisirà l’intera proprietà dell’impresa ceramica.

 

Luigi Gabriel e Giuseppe Rossetti stipulano un contratto di locazione con Pietro Maria. I primi due sono fra loro fratelli e cugini del terzo. I due rimettono al terzo la loro porzione della Casa grande detta della Majolica e del campo di Pecetto. Inizialmente per i prossimi dieci anni a venire. Periodo in seguito rinnovato per altri quindici anni.,

Pietro Maria Rossetti intende dar vita a una manifattura de vasellami simili alla terraglia d’Inghilterra. Questo perché aveva intuito che questo nuovo impasto, composto da terraglia tenera, col tempo avrebbe fatto scomparire la maiolica, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

Pietro Maria impiega per realizzare i suoi manufatti delle terre provenienti dal Canavese e dal Biellese e indica questa produzione con la marca incussa P. ROSSETTI.

 

Nella conduzione della fabbrica Pietro Maria è affiancato stabilmente dal figlio Giacinto Maria. A quest’ultimo, il 13 marzo 1811, lascia in affitto la fabbrica. I due sottoscrivono un contratto della durata di nove anni che prevede, per i primi quattro anni, un canone di 4200 franchi annui. In seguito ridotto, per i successivi cinque, a 3200.

Pietro Maria Rossetti affida l’attività ceramica al figlio quando aveva superato i sessant’anni e decede poco dopo, il 13 febbraio 1813.

L’attività paterna è ora nelle mani di Giacinto Maria. Questa gestione si presenta sempre più sofferente, Rossetti Torino Maiolica Porcellana.

 

La manifattura in questi anni è fautrice di una produzione ceramica di scarsa qualità. Il cattivo andamento degli affari la vede costretta a una forte riduzione nel numero degli operai occupati. Nel 1822 erano ventotto i lavoranti in organico.

Tutti dei presupposti per una uscita di scena di Giacinto Maria. Scomparsa avvenuta con l’affitto dei locali della sua attività ceramica alla società fornata dai ginevrini: François Richard, Fréderic Dortu e César Prelaz. Produttori, nel comune svizzero da Carouge, di vasellame realizzato con la Terra di pipa. Fabbricazione che trasferirono nella città di Torino, dove acquisirono un privilegio decennale, circoscritto al solo Piemonte.

Giacinto Maria Rossetti decede il 28 settembre 1835, ponendo fine a una famiglia che ha contribuito a fare la storia della ceramica nella penisola italica.

Rossetti Torino Maiolica Porcellana
I Rossetti a Torino fra Maiolica e Porcellana

Bibliografia:

  • Cristina Campanella, La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane, A cura di Cristina Maritano, Silvana editoriale, 2025.
  • Anna Cremonte Pastorello di Carnou, L’Oro bianco e il suo mistero. Divagazioni sull’arte della ceramica in Torino, Vische e Vinovo, Associazione Immagine per il Piemonte, Alzani editore, Pinerolo 2007.

Nell’immagine: Vassoio in maiolica dipinto in color blu con il motivo a Berein.

Nelle carte testamentali d’inventario questo tipo di decoro è indicato con il nome a barocco o baroch, cioè di figura strana o bizzarra.

Dimensioni 42,7 x 32,3 cm H 2,6 cm.

 

Questo scritto è un ricordo dedicato a un amica, Cristina Campanella. Un tributo al suo notevole impegno nello studio della storia della ceramica. 

Il suo lavoro sulla manifattura Rossetti ha permesso la pubblicazione postuma del libro intitolato La fabbrica Rossetti a Torino, Maioliche e porcellane,. A cura di Cristina Maritano, Edito da Silvana editoriale, nel 2025.

Studio a cui rimando per ogni approfondimento.

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Luigi Canina Oropa

Luigi Canina Oropa

Luigi Canina Oropa.

Luigi Canina e il progetto della monumentale chiesa da erigere a Oropa.

 

 

L’architetto casalese Luigi Canina è un significativo esponente dell’architettura tardo neoclassica, un’ordine in voga nella prima metà del Ottocento. Oltre a ciò era anche un erudito, uno studioso di arte e archeologia ed l’editore dei suoi numerosi studi.

 

Luigi Canina Oropa
Roma, dai Tipi dello stesso Canina, 1844

 

Durante il suo soggiorno romano è il commissario alla antichità del Governo Pontificio. Un impiego che lo vide autore di varie attività urbanistiche, come la sistemazione della Via Appia.

Carica che anche l’occupò, nel ruolo di direttore, di molteplici scavi archeologici. Aperti sia nel Foro Romano, sia nella città etrusca del Veio e infine nell’antico centro abitato di Tuscolo. Quest’ultimo situato sui Colli Albani.

A questi incarichi aggiunse i lavori, di commissione privata, di sistemazione di Villa Borghese.

 

Luigi Canina Oropa
Luigi Canina, Ad onorevole memoria di Alberto Thorvaldsen,

 

La lontananza dalla sua città natale però non gli sottrasse delle opportunità che si manifestarono nel Regno di Sardegna. Opportunità anche dovute all’ampio prestigio conquistato e alla grande fama di cui godeva.

 

Questa occasione si presenta nel 1844. Quando il Consiglio Amministrativo del Santuario d’Oropa è alla ricerca di un architetto a cui affidare il progetto della Basilica da edificare in quella località. Da subito la prima scelta cadde sul Canina che accetta con fervore.

L’architetto casalese realizza, al suo rientro a Roma, i disegni e un modello ligneo del suo progetto. Tutto del materiale inviato ai committenti nell’agosto del 1847 e ancora, al giorno d’oggi, in quella sede conservato.

 

Per l’artefice casalese questa è un genere di commissione mai ricevuta. Un progetto mai prima ideato, in quanto a Luigi Canina è richiesta la realizzazione di una chiesa monumentale a Oropa. Un edificio da inserire in un paesaggio dominato da un Sacro Monte e da un Santuario.

Come si apprende dal libro scritto da Mario Trombetto, intitolato Storia del Santuario d’Oropa, l’edificio da costruire è pensato di ampie dimensioni. Doveva misurare 62 metri di lunghezza, 34 di larghezza e 20 di altezza.

Il progetto caniniano si ispirava ai modelli paleocristiani romani, prevedeva la costruzione di un edificio a tre navate divise da una doppia fila di colonne.

I lavori iniziarono con ritardo, a partire dal 1854 e mai giunsero a compimento. 

 

Questo è dovuto al concatenarsi di diverse cause. Di certo la più significativa è l‘iniziale ritardo nella partenza dei lavori. Causato dal sopraggiungere della malattia del Canina e alla sua successiva morte, avvenuta nel 1856.

A questo si aggiunse l’eccessiva lentezza di esecuzione dei lavori. Una situazione dovuta alla scarsezza della manodopera disponibile, questo a seguito della epidemia di colera in atto.

Non ultimo influirono le difficoltà prodotte dal periodo storico in corso nella penisola, quello del Risorgimento e delle conseguenti Guerra d’Indipendenza.

Il coincidere di tutti questi fatti, impedì la realizzazione della fabbrica ideata dall’architetto casalese.

Il progetto della fabbrica ideata da Luigi Canina per la chiesa d’Oropa è definitivamente abbandonato nel 1877 e sostituito con quello di Ignazio Amedeo Galletti. Progettato tra il 1878 e il 1879 e messo in esecuzione dal 1885.

 

 

 

 

LUIGI CANINA – Pianta topografica di Roma antica.

 

 

 

Antica acquaforte raffigurante il Sacro Monte e il Santuario di Oropa.

 

 

 

FOGLIANO – La madre di dio venerata in Oropa.

 

 

 

L’architetto casalese Luigi Canina, la via Appia e altri importanti suoi interventi.

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Luigi Canina architetto Appia

Luigi Canina architetto Appia

Luigi Canina architetto Appia.

L’architetto casalese Luigi Canina, la via Appia e altri importanti suoi interventi.

 

 

Luigi Canina nasce nel 1795 a Casale Monferrato, all’epoca un grosso borgo agricolo, ora una cittadina appartenente alla provincia di Alessandria. Decede a Firenze nel 1856. Città toscana dove è sepolto nella Basilica di Santa Croce. Fu accademico di San Luca e membro di molte prestigiose Accademie d’Europa.

Inizia gli studi nel convento agostiniano di Valenza e li conclude a Torino, dove consegue la laurea in architettura.

Per il suo impegno culturale, il Canina è una figura da annoverare fra i più importanti protagonisti del sapere della prima metà del XIX secolo.

 

La sua stupefacente e molteplice attività si svolse in numerosi campi. I principali ambiti di azione del casalese Canina sono l’architettura, la storia e l’archeologia.

A questi, da considerarsi i preminenti, si aggiunge il suo impegno nel settore dell’editoria, della storiografia, nell’amministrazione pubblica e nella tutela dei monumenti antichi.

 

Luigi Canina architetto Appia
Carlo Albani, Di Luigi Canina da Casale Monferrato, Tipografia Bertero 1873.

 

È merito suo se la cattedrale dedicata a San Evasio, edificata della città di Casale Monferrato, preserva l’antica e ancora visibile facciata. Un fronte all’epoca destinato alla demolizione per essere ricostruito in forme di gusto tardo neoclassico.

Canina per lungo tempo vive a Roma. Una città da lui apprezzata per la sua poderosa vocazione cosmopolita. Una inclinazione quella capitale dello Stato Pontificio che la faceva uno spazio favorevole alla nascita di contatti e scambi con i numerosi artisti lì attivi. Inoltre ebbe stretti rapporti con le più significative figure del tardo neoclassicismo europeo.

Questo era il suo modo di aggiornarsi e una sua inclinazione. Due modi che lo portano in Gran Bretagna, a visitare l’Esposizione Universale di Londra del 1851. In Inghilterra si dedica anche al progetto di restauro del castello di Alnwich.

 

Luigi Canina architetto Appia
Carlo Albani, Di Luigi Canina da Casale Monferrato, Tipografia Bertero 1873.

Questa prolungata lontananza non gli impedì di mantenere degli stretti contatti con la sua città natale e più in generale con il Regno di Sardegna.

L’architetto Luigi Canina e i lavoro sulla via Appia.

Fra i suoi più significativi interventi troviamo: Il progetto del giardino di Villa Borghese e per la chiesa di Oropa. In archeologia, l’architetto Luigi Canina conduce gli scavi sulla via Appia. Nel campo editoriale, la stesura di una monumentale opera sull’architettura antica.

Questi non sono che una piccola parte dei suoi lavori, un operosità nella quale si annovera una vastissima produzione di ricerche, studi e monumenti. Tutti esempi della complessa personalità artistica dell’architetto casalese.

 

 

LUIGI CANINA – Pianta topografica di Roma antica.

 

 

 

Luigi Canina e il progetto della monumentale chiesa da erigere a Oropa.

 

 

 

Antica acquaforte raffigurante il Sacro Monte e il Santuario di Oropa.

 

 

 

FOGLIANO – La madre di dio venerata in Oropa.

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Quando si intingeva il pennino nel calamaio

Quando si intingeva il pennino ne calamaio

Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

 

Nell’ambito del commercio dei beni d’antiquariato, il calamaio è uno degli oggetti che meglio riassume questo mondo.

Questa vicinanza si afferma con identificazione, nei giorni nostri, con l’essere un prodotto completamente desueto. La cui ragione d’esistenza risiede nel rappresentare i soli valori storici e artistici. Interessi che trovano nel collezionismo o nell’arredamento il loro migliore alleato. Forse può anche essere il recondito desiderio di qualche artista calligrafo. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

Uno degli oggetti a lui più strettamente legato, la penna d’oca, ha contribuito al suo completo declino.

 

Strumento sostituito, alla fine dell’Ottocento, dal pennino e dalla penna stilografica. Mutamento in seguito consolidato, dopo la seconda guerra mondiale, dalla nascita della penna a sfera o penna biro.

 

Una caduta in disuso che rivoluziona i metodi di scrittura. Affermando la sola stilografica e biro a discapito del precedente impiego di penna, inchiostro e calamaio. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

La prerogativa dell’utilizzo della penna d’oca come strumento per la scrittura persiste sino alla metà dell’Ottocento.

 

Queste piume erano accuratamente selezionate.

Provenivano da oche, cigni, tacchini e fagiani. Volatili scelti fra quelli di taglia media. La piuma destina a diventare una penna d’oca è selezionata dalle sole prime tre penne alari destre. Quelle sinistre sono escluse perché presentano una curvatura che non agevola l’impugnatura. 

 

La piuma prescelta è poi temperata con il calore, tagliata, appuntita e fessurata. Queste due ultime operazioni erano poi da ripetersi all’occorrenza. Questo per mantenere regolare il tratto lasciato dall’inchiostro e di conseguenza più leggibile il testo. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

Il calamo è lo strumento di scrittura usato prima della penna d’oca. Consisteva in un pezzo di canna o giunco con un’estremità appuntita. La sostituzione avviene tra il VI e il IX secolo.

 

Il calamaio è un recipiente impiegato per la conservazione dell’inchiostro. Realizzato in vari materiali, fra i principali il vetro, la ceramica e il metallo.

 

Alla Rinascenza italiana appartengono i sontuosi calamai creati in bronzo. Per lo più fusi nelle città di Padova e di Venezia. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

Fra questi i più comuni si presentano di forma circolare o triangolare, retti da tre piedi, sono figurati con  mascheroni.

A questi si aggiungono quelli artisticamente più espressivi, dove il contenitore dell’inchiostro è sorretto da figure raffigurate in svariate movenze. Delle sculture che rappresentano vari generi di animali, mostri, satiri, centauri, fauni, putti e ninfe.

 

In questo ambito un posto di rilievo aspetta a Andrea Briosco detto il Riccio o Rizzo, scultore e fonditore padovano. Nella sua produzione, accanto alle opere maggiori, crea delle piccole sculture di bronzo. Figure che con frequenza adatta alla realizzazione di oggetti di uso. Quali: candelieri, calamai, battenti, lucerne, cofani e tanti altri suggeriti dalla sua fantasia. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

 

Nell’immagine:. Un calamaio realizzato dall’argentiere vercellese Ferdinando Canetti. Di lui si conosce che nel 1815 inizia l’apprendistato e nel 1824 deposita il suo punzone.

Il calamaio reca il marchio territoriale della città di Novara in uso dal luglio 1824.

Qui sotto un particolare. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

Quando si intingeva il pennino ne calamaio

 

 

 

Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.

 

 

Appunti sulla maiolica. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

 

Federico Zeri e Bernard Berenson.

 

 

Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

 

 

Gioco di carte dei Tarocchi.

 

 

Il furto della Gioconda di Leonardo da Vinci.

 

 

Il ritratto e i ritratti. Quando si intingeva il pennino nel calamaio.

 

 

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza.

 

 

La tecnica artistica del calco in gesso.

 

 

Lo scoglio nel mare in pittura.

 

 

Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini.

 

 

Peltri raffigurati nei quadri e una breve storia del peltro.

 

 

Tabacco e tabacchiere.

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Giambattista Bodoni e i campionari di caratteri

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Giambattista Bodoni e i campionari di caratteri.

Giambattista Bodoni e i campionari di caratteri sono indissolubili. 

Nell’ambito dell’arte della stampa, l’opera svolta da Giambattista Bodoni con i suoi campionari di caratteri risulta essere il suo più concreto contributo all’evoluzione dei libri antichi.

Giambattista Bodoni con il suo lavoro si è guadagnato un posto d’onore nella storia dell’editoria. Affermandosi nell’ambito di questa attività come uno dei maggiori punzonisti e creatori di caratteri nella penisola italiana e in Europa.

In questa ascesa è avantaggiato da due fattori. Una predisposizione naturale e dagli insegnamenti ricevuti in tenera età nella tipografia paterna.

Il periodo di lavoro svolto a Roma. presso  alla Stamperia di Propaganda Fide. fu decisivo per la maturazione del suo interesse verso l’attività di incisore di caratteri e verso gli alfabeti orientali.

È autore di svariati campionari di propri caratteri.

Il primo risale al 1771. È intitolato Fregi e majuscole.

Fu edito a Parma. Dalla Stamperia Reale dove Bodoni era il direttore. Il saggio illustra i tipi e gli ornamenti usati da Bodoni durante l’inizio della sua carriera.

Come Bodoni stesso afferma nella prefazione. Questi suoi caratteri derivano da quelli di Pierre-Simon Fournier. Quest’ultimi visibili sul Manuel typographique. Un testo classico della tecnica tipografica. Edito in due volumi ma rimasto incompiuto. Il primo volume è nel 1764. Il secondo nel 1766.

Nella catalogazione delle opere di Bodoni è il Brooks n. 16

Del 1782 è impresso Essai de caractères russes. Gravés et fondus par Jean-Baptiste Bodoni.

Opera in folio. Composta da 21 carte impresse solo al recto. É stampato in occasione della visita del futuro imperatore della Russia.Lo zarevic Paolo. Figlio di Pietro III e di Caterina I.

Nella catalogazione delle opere di Bodoni è il Brooks n. 204

Del 1788 è il Manuale tipografico.

Il libro è composto da cento alfabeti tondi latini e cinquanta corsivi. Dal corpo più piccolo. Il parmigianina. Un carattere tipografico di corpo 5. Sino al più grande. Il papale. Il volume è privo di qualunque testo esplicativo. È un campionario dei caratteri e degli ornamenti realizzati e usati da Bodini nella stampa dei suoi libri.

Nello stesso anno è stampata la Serie dei caratteri greci. Composta da 28 caratteri. Edita come opera separata.

Del 1818 è l’edizione del Manuale tipografico.

Pubblicazione postuma. Edita per volere della vedova di Bodoni. È composto da duecentottantacinque tipi scelti fra i seicentosessantacinque esistenti nella Stamperia. Una pubblicazione pensata come compendio dell’attività del tipografo.

L’opera è composta dalla presentazione della vedova. Seguita da un’ampia prefazione. Nella quale Bodoni illustra o suoi metodi di lavoro. Conferendo la bellezza del carattere alla: regolarità, nettezza e forbitura, buon gusto e grazia.

Il Manuale tipografico edito nel 1818 è composto da due volumi.

Il primo volume contiene i caratteri latini tondi e corsivi. I cancellereschi, finanzieri e inglesi. Le lettere maiuscole latine, tonde, corsive e cancelleresche.

Il secondo accoglie le lettere maiuscole greche tonde e corsive. Seguono i fregi, gli ornati e i contorni. Termina con le cartelle da racchiudervi de’ numeri a linee finali, grappe, cifre diverse, numeri arabici e musica.

A queste opere di aggiungono saggi tipografici impressi su fogli sciolti. Stampati come dono a colleghi italiani e stranieri.

 

Appunti di un bibliofilo

Sfogliare un libro stampato da Giambattista Bodoni

L’officina privata di Giambattista Bodoni

 

Nell’immagine:. Piero Barbera. Gio Batt Bodoni. Genova A.F. Formiggini. 1913.