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I samurai l’arco e la spada

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I samurai l’arco e la spada.

 

I samurai erano istruiti sia all’uso dell’arco che a quello della spada.

Per molti secoli i samurai si allenavano quotidianamente per migliorare la loro capacità nel maneggio dell’arco e della spada.

Questa era l’occupazione alla quale questi guerrieri dedicavano la maggior parte del loro tempo.

Una esperienza analoga ad alcuni praticanti odierni.

 

In Giappone, l’uso dell’arco si afferma per scopi bellici o come ausilio alla caccia. 

Questa situazione rimase immutata sino all’introduzione delle armi da fuoco. Avvenuta nel XVI secolo. Ad opera dei portoghesi.

Fino a quel momento l’arco era l’unica arma che permetteva di colpire un bersaglio a distanza non ravvicinata.

Questo avveniva con il lancio di vari tipi di frecce. Queste, una volta scoccate, dovevano essere in grado di centrare con esattezza e a spazi ragguardevoli l’obiettivo.

Solo per il lancio delle frecce infuocate o di segnalazione non era necessaria la precisione. 

In questo caso l’utilità di questa arma poteva arrivare fino ad una distanza nell’ordine dei duecento metri.

Nella tradizione militare giapponese, per il samurai l’arco condivide con la spada un eguale prestigio.

Rappresentano entrambi l’emblema dell’indomita forza guerriera. Sono un simbolismo religioso e l’affermazione dei poteri di concentrazione e determinazione nati con un lento, duro e faticoso allenamento.

Nell’antichità, tutti i personaggi di posizione sociale elevata provano felicità quando è divulgata e acclamata le loro qualità di arciere.

Fedeli alla cultura giapponese, cercavano di far passare inosservate le prodezze realizzate con la spada.

Ai nostri giorni, gli originari impieghi dell’arco hanno lasciato spazio al kyūdō 弓道. In italiano la via dell’arco.

Disciplina dove il fine pratico è secondario e diventa preminente quello filosofico.

L’etichetta del tiro con l’arco in Giappone prevede un complesso e elegante cerimoniale. Basato su ferree regole di comportamento.

Dove lo zen e i suoi insegnamenti fanno da principale protagonista.

La freccia è scoccata dopo un articolato e elegante protocollo.

Nella mente del praticante, la freccia ha già colpito il bersaglio prima di aver lasciato l’arco e l’arciere.

Il bersaglio, quello fisico, è situato ad una distanza di ventotto o sessanta metri. Ha il compito di palesare quanto l’allievo ha assorbito, a livello inconscio, della tecnica d’uso.

L‘applicazione della rigida forma ha il compito di evidenziare la naturalezza e la spontaneità dell’arciere.

Nel kyūdō, il sibilo della freccia che fende l’aria ha ben altri scopi rispetto all’analoga pratica occidentale.

Gli archi in giapponese sono chiamati yumi.

Nell’antico Giappone esistevano di varie grandezze e forme.

Il tipo fondamentale è conosciuto con il nome di fuse- take no yumi.

Da questo sono originate moltissime varianti.

L’arco era ed è costruito con diversi strati di bambù e legno di gelso o catalpa.

E’ lungo dal metro e ottanta ai due metri e quaranta centimetri.

Molto resistente ed elastico. É rinforzato da sottili strisce collocate esternamente in vari punti della struttura.

La corda è realizzata con uno spago di seta impregnato di resina di pino.

La freccia ha una punta metallica ed è costituita in bambù e penne d’uccello.

L’arco giapponese è il più lungo al mondo.

A seguito di questa caratteristica è impugnato in modo asimmetrico.

É abbracciato un terzo della sua lunghezza e non al centro come nell’arco occidentale.

Questo sistema di presa imprime alla freccia una velocità d’uscita maggiore dovuta alla maggiore forza di carico dell’arco.

 

L’arco è impiegato durante i conflitti in due modi.

Il più comune prevede un l’arciere in piedi. Situato dietro un tedate, un largo scudo di legno.

Oppure poteva essere usato da guerrieri a cavallo. Come descrivono gli antichi testi, il cavaliere, al galoppo, guida con le sole gambe l’animale. In contemporanea scaglia le frecce, in una rapida successione, contro gli avversari.

I nemici feriti sono lasciati ai fanti. Quest’ultimi hanno il compito di inferire il colpo di grazia.

La pratica di tirare con l’arco da cavallo divenne una cerimonia shintoista detta Yabusame.

Nelle battaglie contro i mongoli l’arco fu l’arma decisiva. Un arma nettamente superiore ai piccoli archi e alle balestre usate dagli invasori.

L’avvento delle armi da fuoco e il loro impiego in guerra ridusse l’importanza strategica dell’arco e dell’arciere nel campo di battaglia. Questo non offuscò il prestigio della disciplina.

Paradossalmente rafforzando la relazione fra l’arco e la freccia e la leggendaria nascita della nazione giapponese.

In epoca neolitica le punte delle frecce erano realizzate in osso o in pietra. Già si presentavano in un vasto repertorio di fogge.

La più peculiare era costituita da una punta composta da due alette. É chiamata karimata.

Nei primi secoli dopo Cristo iniziò nell’isola l’importazione del metallo. Questo permise la realizzazione di punte di freccia fuse in bronzo e in ferro.

Anche in questa seconda fase ritroviamo un vasto repertorio di forme: lanceolate, hokoya , triangolari, hirane, a foglia di salice, yanagiba e così via.

Le frecce sono chiamate in giapponese ya.

Erano realizzate da un yahaki, un fabbricante di frecce.

Sono costituite da un’asta di canna di lunghezza variabile, in giapponese yagara.

Le punte sono realizzate con materiali e forme molteplici, in giapponese yajiri.

Le frecce sono classificate a seconda dell’utilizzo a cui sono destinate.

Questo metodo crea un enorme varietà di fogge e grandezze che non permettono una compiuta classificazione.

Abbiamo frecce usate per esercitarsi al tiro al bersaglio. Queste si presentano con la punta di legno a forma di pera. 

Di contro le frecce per la guerra o per la caccia sono realizzate con acciaio dalla tempra fine.

Tutti i tipi di punta di freccia sono innestati in aste di canna di bambù.

Stagionate e oculatamente scelte in base alla potenza dell’arco. Presentano i nodi fra le diverse sezioni accuratamente lisciati.

L’inserimento fra canna e punta avveniva tramite lunghi codoli appuntiti a sezione quadrata.

La freccia misura dai settantacinque centimetri al metro di lunghezza totale.

Nella parte iniziale co sono tre o quattro piume timoniere. Preferibilmente in penne d’aquila. Chiamate ya no ha.

Vicino alla inpennatura era collocato lo hazu. Il taglio nella canna praticato all’estremità che permette la collocazione della corda dell’arco.

Nell’antichità le frecce sono fabbricate principalmente nelle province di: Owari, Kaga e Echizen.

In tutti i tempi famosi spadai e abili artisti del metallo si dedicarono alla forgia di perfette e calibrate punte di freccia.

Un decoro ultimava e impreziosiva la punta di freccia. Questo è realizzato con un fine lavoro di traforo o cesello.

Quando la decorazione includeva delle iscrizioni o dei motivi araldici, i mom, la presenza di questi ornamenti conferiva alla freccia un uso simbolico.

Era forgiata come un dono votivo. Destinato a un santuario shintoista o un tempio buddista.

In questo caso, potendo prescindere dall’uso pratico e non avendo altra valenza che quella augurale questi manufatti molte volte si presentano con dimensioni considerevoli. Non di rado potevano raggiungere i trenta centimetri di lunghezza.

L’evoluzione delle frecce non poté prescindere dalla struttura dell’armatura usata sui campi di battaglia.

In un periodo di guerra continua, l’arco era un’arma indispensabile.

Le punte aguzze, chiamate togari ya, sono abilmente modellate in forme sottili e penetranti. In questa forma sono in grado di trapassare le piastre di metallo delle armature.

A seguito del modificarsi della forma delle piastre nascono delle punte forgiate con la forma di una virgola.

Benché sbilanciate al momento dell’impatto sono in grado di infilarsi fra le lamine costituenti le armature.

In conclusione il samurai trova sia nell’arco che nella spada un mezzo di affermazione del proprio modo di vivere e stato sociale .

 

Nell’immagine: L’ukiyoe incisa da Yoshitoshi intitolata Joganden no tsuki.

La silografia è la sessantasettima incisione della serie composta da cento stampe intitolata Tsuki hyakushi, in italiano i Cento aspetti della luna. (1885-1892).

Raffigura l’abile arciere e poeta di nome Minamoto no Tsunemoto (894-961 d.C.). Dopo aver abbattuto un cervo demoniaco che intendeva attaccare l’imperatore.

Minamoto no Tsunemoto è un principe imperiale e un samurai è raffigurato con l’arco e la spada.

Taiso Yoshitoshi o Tsukiyoka Yoshitoshi. Edo, 30 aprile 1839 – Tokyo, 9 giugno 1892. É un incisore, pittore, poeta e calligrafo.

 

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Katana e wakizashi le armi bianche del samurai

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Katana e wakizashi le armi bianche del samurai

 

Katana e wakizashi sono le armi bianche che meglio identificano il samurai.

Il samurai era l’unico guerriero autorizzato a mostrarsi in pubblico indossando il daishō 大小. La coppia di spade. Composta da una lama lunga che si identifica con la katana e quella corta chiamata wakizashi.

Il presentarsi pubblicamente con questo armamento era il simbolo di apparenza alla classe sociale dei samurai.

Il termine Daishō proviene dalla riunione di due temini. Il kanji dai 大 che significa lungo e shō 小 traducibile in corto.

Identifica la coppia di lame: tachi 太刀 e tantō 短刀 oppure katana 刀 e wakizashi 脇差.

La katana è portata con il filo di taglio rivolto verso l’alto. Posta al lato sinistro del corpo, infilata nell’obi, la cintura di chiusura dell’abito. L’arma è maneggiava brandendola con le due mani.

Il wakizashi è indossato con il filo di taglio rivolto verso l’alto. Anch’essa infilata nell’obi in posizione obliqua sullo stomaco e con l’impugnatura rivolta sulla destra.

Una terza lama poteva armare il samurai. Questa è il tanto, un coltello, anch’esso portato infilato nell’obi.

Quando il samurai indossava l’armatura la spada usata è la tachi. Appesa sulla sinistra del corpo, con il filo di taglio rivolto verso il basso.

Altre persone autorizzate a portare armi bianche erano i commercianti. che potevano avere una sola lama, quella lunga. Aloro si univano i medici che erano armati di una spada in legno.

Per il samurai l’estrarre la lama dal fodero coincideva con una situazione di pericolo. É il preludio a un duello. Da questa condizione di rischio cercava di fuoriuscire facendo coincidere l’estrazione dell’arma con lo sferrare all’avversario un primo ed unico corpo mortale. 

Il guerriero sceglieva le sue armi vagliando con accuratezza l’efficienza e la bellezza.

Ammirare la bellezza di una lama giapponese è un’operazione che richiede cautela. La prudenza serve per evitare di ferirsi o di ferire qualcuno. Inoltre mira a proteggere la lama da danni, ad esempio, il caso più comune, i graffi.

Per tutelare la bellezza di una lama si mettono in atto molte precauzioni.

La lama in preferenza è conservata in shirasaya. Una semplice montatura realizzata in legno di magnolia. Atta a preservare nel modo migliore la forbitura della lama.

La shirasaya è riposta in una busta di tessuto con la parte dell’impugnatura collocata nella parte superiore del sacchetto.

Il trasporto avviene tenendo la lama, riposta entro il sacchetto, perpendicolare al terreno.

L’estrazione della lama avviene ponendo il tagliente verso l’alto. Con una mano si tiene il fodero e con l’altra l’impugnatura, usando molta delicatezza avviene l’estrazione, facendola scorrere sul mune, il dorso della lama.

Importante è la manutenzione. Questa assolve lo scopo di impedire l’ossidazione della superficie. Avviene con la pulizia della polvere e dello sporco e si conclude con un leggero strato di olio di choji.

Le lame potendo sono conservate in un luogo secco, sempre in posizione orizzontale. Questo mira ad evitare che l’olio dato a protezione si accumuli sulla punta.

Tutte queste precauzioni palesano l’importanza che le NihonTo assumono nella cultura giapponese. Interesse ancora attuale, tanto che ai nostri giorni sono ancora forgiate e commercializzate.

Katana e wakizashi non sono più solo le armi bianche del samurai. Nel XXI secolo le lame giapponesi sono diventate una forma d’arte tipica della sensibilità ed estetica del popolo giapponese. Un tesoro nazionale da conservare e preservare ed in fine un’oggetto ammirato per la sua bellezza.

 

 

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Tamahagane il metallo per forgiare le spade giapponesi

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Tamahagane il metallo per forgiare le spade giapponesi.

Il tamahagane è il solo metallo usato per forgiare le spade giapponesi di fabbricazione tradizionale.

La scrittura giapponese del vocabolo tamahagane è composta dai due kanji 玉鋼.

Il kanji 玉 si legge tama. É usato per indicare un gioiello, una gemma o una perla.

Il significato del termine è impregnato della sensibilità del popolo giapponese verso questo metallo.

Sta a dimostrare quanto questo materiale abbia una valenza di preziosità. Pregi dovuti alla complessa lavorazione e alla destinazione d’uso.

Il secondo kanji si legge hagane. Significa acciaio.

Il tamahagane è alla base della riconosciuta qualità delle lame prodotte in Giappone.

 

Questo acciaio è caratterizzato:.

Da un minimo contenuto di carbonio. La presenza di questo elemento è ulteriormente diminuita durante la fase della forgia. 

Dall’assenza di qualunque impurità.

Da un basso contenuto di zolfo e fosforo. Due elementi la cui presenza è causa dell’indebolimento della lama.

 

Nell’antichità il tamahagane era realizzato con il metodo chiamato della tatara.

 

Una fornace in creta. Costruita appositamente e distrutta alla fine del processo di lavorazione.

Solo l’abbattimento della costruzione permette di per poter accedere all’acciaio prodotto.

Il forno tatara misura tre metri di lunghezza. Uno di larghezza. Per uno e mezzo di altezza.

All’interno sono versati la sabbia ferrosa, in giapponese satetsu. e il carbone di pino.

Questo inserimento è un operazione che avviene in modo graduale.

Per mezzo dell’azione del calore sprigionato dal fuoco ne consegue arroventatura e la fusione del materiale ferroso.

Il processo di produzione dura ininterrottamente per più di 70 ore.

Questo lasso di tempo prevede la realizzazione di diversi eventi.

La sabbia inizia a fondere.

A seguire perde le impurità presenti negli elementi costitutivi.

Di seguito acquista le caratteristiche qualitative desiderate.

Per ultimo si consolida. Formando un solo grande aggregato.

Partendo da otto tonnellate di sabbia ferrosa e tredici tonnellate di carbone si produce un blocco d’acciaio.

La massa creata ha un peso compreso fra le due e le due e mezzo tonnellate.

Di questo prodotto una sola tonnellata è tamahagane.

Di colore argenteo con riflessi colorati. Collocato lungo i bordi del blocco. Punti nei quali il processo di ossidazione è più sviluppato.

 

Dal 1977 il tamahagane 玉鋼 è prodotto negli impianti statali di Yokotamachi nella prefettura di Shimane.

E’ venduto esclusivamente ai fabbri autorizzati a forgiare lame tradizionali giapponesi.

Per chi volesse visionare dal vero il tamahagane. kottoya antiquariato giapponese dispone di una piccola quantità di questo metallo. Proveniente dagli impianti statali della città di Yokotamachi.

 

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Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Il testo descrive le precauzioni e le da prestare a una lama giapponese. Segue il manuale pubblicato dalla Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai. NBTHK. É tradotto dall’originale in lingua giapponese. Sulla pubblicazione si sono opereate delle aggiunte.

Il popolo giapponese considera le Nihonto una una forma d’arte. Un tesoro nazionale da conservare e preservare. Questo al fine di poter portare rispetto agli avi. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Le Nihonto sono le lame prodotte in Giappone. Tutte solo realizzate seguendo la tecnica tradizionale. Fra queste la spada giapponese è la rappresentativa.

Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela.

Chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama da graffi e dalla ruggine.

 

Per conservare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae. Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto.

É norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero o kojiri. Tenendo saldamente il saya. Questo per evitare le cadute accidentali.

 

Per trasportare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno.

Il fodero o saya è assicurato dalla sola mano destra. 

La tsuka o manico è rivolto verso alto. La lama è diretta verso il basso. Questo metodo mira a previene pericolosi incidenti.

 

Per estrarre la spada dal fodero.

Per sfoderare la spada dal sacchetto in tessuto o dal saya si deve tenere la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.

La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto.

Il palmo della mano sinistra è rivolto verso l’alto e tiene saldamente il saya. La mano destra stringe lo tsuka.

A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki.

Se questo è ben serrato con il koiguchi necessita molta cautela. Questo per evitare di danneggiare l’apertura del fodero.

Assolutamente sono da evitare movimenti repentini. Probabile causa di ferite.

Sboccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero. Curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.

 

Per reinserire la spada dal fodero. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Analogamente all’operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra.

Con molta attenzione si posa il dorso della punta della lama nella parte inferiore del koiguchi. La punta della lama si chiama kissaki.

Si allinea il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto.

Con lentezza si reintroduce la spada nel saya. In fine con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.

 

Manutenzione. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese necessita di costanti cure. Questo al fine di impedire l’ossidazione della superficie del materiale costituente la lama.

Strumenti per la manutenzione:

  • Mekuginuki. Simile a un piccolo martello. Serve per estrarre il mekugi. Il perno che serve a unire la lama al manico. Il mekugi è in bambù o più raramente in metallo.

  • Uchiko. É una polvere di color bianco. É composta dello stesso materiale dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Per l’uso è avvolta in della carta chiamata Yoshinogami. Poi  riavvolta entro una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Con questo cartoccio si colpisce la lama su tutta la sua superfice. Per impatto la polvere attraversa i rivestimenti. Depositandosi su tutta la superficie metallica della lama. La polvere di Uchiko è elimata con della carta sottile.

  • Token Abura. Termine giapponese che si traduce in olio di choji. Un liquido di colore paglierino. Serve per proteggere la lama dalla ruggine

  • Aburagami è una carta molto leggera. Permette di depositare il Token abura sulla superficie della lama.

  • Niguigami è una carta molto spessa e morbida. Usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco e la polvere. Il passaggio della Niguigami asciuga anche la superficie dalla lama.

É buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili. Questo per evitare che dei residui di polvere o di materiale di durezza elevata siano depositati sulla carta per detergere o per dare l’olio. Queste impurità sono la causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.

Come avviene la manutenzione della spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi. Questa operazione permettere la rimozione dell’impugnatura o tsuka.

L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra. Serrandola con il palmo. Tenedo il mune rivolto verso sinistra. Di conseguenza il taglio è a destra.

La mano destra stretta a pugno picchia sulla sinistra.

I primi colpi devono essere leggeri. Questo per saggiare il fissaggio. Gli altri sono regolati di conseguenza.

Quando il codolo è libero, la lama è estratta con la mano destra.

Due precauzioni.

La prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo.

La seconda è per lame con corto nakago. Un tanto potrebbe fuori uscire al primo leggero colpo. Creando una pericolosa situazione.

Se presenti si levano le seppa e la tsuba. Giungendo all’habaki. Quest’ultimo è rimosso usando i pollici e gli indici di entrambi le mani.

Se oppone resistenza è rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno. Prima, per protezione, necessita averlo avvolto con uno straccio. 

Ora ci troviamo fra le mani la lama nuda. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

La lama è pulita usando la Nuguigami. La carta è appoggiata sul mune e ripiegata fino a raggiungere il tagliente da entrambi i lati.

Partendo dall’habaki, usando il dito indice ed il pollice, si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama.

Sempre nello stesso senso. Questo permette di rimuovere il vecchio olio e la polvere.

Una attenzione particolare si deve avere nella pulizia della punta o kissaki. Evitando sia la pressione che la frizione.

Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.

Per battuta stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama. Ioerazione da compiere su entrambi i lati. Partendo dal forte per giungere al kissaki.

Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’uchigo presdente sulla lama.

A questi punto è possibile ammirare e studiare la Nihonto in tutti i suoi particolari. Verificare la presenza di ruggine, difetti o altri danni.

La lama è ora pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami.

La carta è precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura.

Non troppo abbondante per evitare di sporcare l’ interno del saya. Non troppo scarsa per permettere una stesura uniforme.

La carta è passata sulla lama diverse volte per avere la certezza di avere ricoperto l’intera superficie della lama.

Per rimontare la spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Iniziamo reinserendo l’habaki e introduciamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, la tsuka.

Ora estraiamo la lama dal fodero.

Teniamo la spada per il manico con la mano sinistra. Con la lama rivolta verso l’alto battiamo sul kashira col palmo della mano destra. Questo fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.

Come conservare la spada giapponese. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Dopo aver acquistato una Nihonto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.

Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature. Usando lo Token Abura.

La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. Nel caso di foderi al loro interno sporchi e contaminati dalla ruggine è bene sostituirli. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya. Una semplice montatura di legno di magnolia.

In quest’ultima veste è preferibile far riposare la lama.

Questo perché qualora la superficie della Nihonto cominciasse ad arrugginirsi. Il fodero di legno può facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato. Usando della colla di riso. Non è possibile l’impiego di colle chimiche suk saya e sulla tsuka.

La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. É bene evitare operazioni fai da te.

Quali il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni possono aggravare la situazione perchè distorgono le geometrie della lama.  Aumentando notevolmente il lavoro del togishi.

A seguito dell’ operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Questo per la presenza di particelle di acqua nelle micro porosità dell’acciaio.

La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura.

Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.

La scelta del luogo dove conservare una Nihonto deve essere molto accurata.

Devono essere riposte in ambienti secchi.

In posizione orizzontale, questo per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki.

Entro scatole di legno o di lacca.

Non devono essere lasciate nella vicinanza di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine.

Si deve tener presente che la parte di legno della montatura richiede un minimo di umidità.

Glossario dei termini giapponesi presenti nel testo. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

  • Abura. La traduzione letterale dal giapponese è olio. Indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.

  • Forbitura. Termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.

  • Fuchi. Finitura in metallo. Posta all’estremo superiore della tsuka. É in suite con il kashira.

  • Habaki. Collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako. Al fine di fissare la lama nel fodero

  • Kashira. Finitura in metallo posta all’estremo inferiore della tsuka. É in suite con il fuchi.

  • Koi Guchi. L’imboccatura per la lama nel saya.

  • Koshirae. Il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu.

  • Kodogu. Tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama.

  • Nakago è il codolo della lama. É la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka.

  • Seppa. Rondelle che fanno da fermo alla tsuba.

  • Shirasaya. La montatura di riposo per la lama. Realizzata in legno di magnolia.

  • Tanto. Un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku. Pari a 30,3 cm.

  • Togishi. L’artigiano che realizza la forbitura della lama.

  • Tsuba. La guardia della spada giapponese.

  • Tsuka. L’impugnatura delle lame.

  • Kozuka. Il manico del kogatana.

  • Kogatana. Un piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero.

  • Kozuka hitsu. L’alloggiamento nella tsuba del kozuka.

  • Kogai. Lo spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero. Posto dalla parte opposta del kogatana.

  • Kogai hitsu. Alloggiamento nella tsuba del kogai. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

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Tachi Katana e Wakisashi

La spada giapponese è un'arma e una creazione d'arte frutto della mentalità e della tradizione degli abitanti delle isole del Giappone

Tachi Katana e Wakisashi Le caratteristiche. L’evoluzione ed l’estetica

Tachi Katana e Wakisashi. Queste NihonTo sono l’argomento trattato nella conferenza intitolata Katana la spada giapponese.

Tenuta da Luca Piatti, domenica 5 marzo 2017. Presso Yamato Associazione culturale giapponese a Casale Monferrato, Alessandria.

 

La katana è l’arma giapponese più conosciuta. La Lama che per tutti noi è identificativa della figura del samurai.
Immedesimazione avvalorata dalla letteratura, dal cinema e dai fumetti giapponesi, i manga.
I samurai erano un gruppo sociale chiuso. Caratterizzato da specifiche norme di comportamento e da un ruolo predeterminato.

La katana è una NihonTō.

Quest’ultimo è una parola della lingua giapponese. Formata da Nihon che significa Giappone e Tō lama.
NihonTō definisce le lame forgiate in Giappone con la tecnica tradizionale.
Aggiungo subito una considerazione. Lo studio della storia, della tecnica costruttiva, del maneggio delle NihonTō è lungo e complesso,. Può diventare un vero e proprio percorso di vita. Al fine del quale nessuno potrà mai avere la presunzione di aver capito tutto.

Se la katana è la NihonTō più conosciuta, non è l’unica. Ci sono la tachi e la wakizashi e altre che in questa sede non prenderemo in considerazione.

Tachi, katana e wakisashi si distinguono anche in base alla lunghezza della lama, detta nagasa o ha watari.

Quest’ultima, in Giappone, è ancor ora calcolata in shaku.
Una antica unità di misura di lunghezza giapponese che, dal 1891, corrisponde a 30,3 centimetri.

Uno shaku equivale a 10 sun e a 100 bū.
La  tachi e la katana misurano più di due shaku La wakisashi misura più di uno shaku.

Per completezza, bisogna introdurre il tanto che è un coltello con la lama che misura meno di uno shaku.

La tachi è una spada portata appesa al fianco sinistro dell’armatura, la yoroi.

Il filo di taglio è rivolto verso il terreno. La curvatura della lama collocata verso il codolo.

É usata da un guerriero a cavallo contro un soldato appiedato.

La katana è una spada portata infilata nella cintura di chiusura dell’abito, la obi. Con il filo di taglio disposto verso il cielo.

La curvatura della lama è situata verso la punta. É impiegata in duello fra persone appiedate.

La tachi è l’arma dominante dalla fine del periodo Heian fino al primo Muromachi.

É una lama caratterizzata da una forte curvatura e una lunghezza compresa fra i 65 e i 70 cm. Se molto più lunga si chiama nodachi.
Passando da una forma intermedia, chiamata uchigatana, evolve verso la più nota katana.
Quest’ultima, ha una lunghezza attorno ai 70 cm ed è destinata a diventare la spada più diffusa in Giappone.
Sostituendo, in combattimento, la tachi a metà del periodo Muromachi, attorno al 1480.
In questo periodo, molte tachi, sino accorciate. Operazione attuata per adeguare la loro curvatura a quella della katana.
Questo intervento è effettuato nel codolo e si chiama suriagè.

La wakisashi è una spada con una lunghezza compresa fra i 30,3 e i 59,0 cm. Si porta affiancata alla katana. Infilata nell’obi, con il filo verso alto.

Fino alla fine del periodo Edo la katana e la wakisashi sono portate assieme. Formano il daishō, l’emblema dell’appartenenza alla classe dei samurai
Il periodo Edo è un lasso di tempo che inizia nel 1603 e si conclude nel 1868.
Dopo il 1868 è proibito per legge ai samurai di usare in pubblico il daishō.
La proibizione avviene con la proclamazione, in tempi diversi, dei tre editti di Haitorei,

 

Una NihonTō è contemporaneamente una raffinata forma artistica giapponese, tipica degli abitanti delle isole del Giappone e una terribile arma perché estremamente efficiente in combattimento. Una funzionalità amplificata dall’uso di una tecnica di scherma molto efficace.

Osservare una lama giapponese fa nascere sensazioni contrastanti. Quali la potenza, la paura, la bellezza e la meraviglia.
E’ lecito chiedersi cosa agli occhi del popolo giapponese ci può essere d’artistico in una lama, tanto da poter parlare di Token Bijutsu.
Un termine che tradotto significa Lame d’arte.

Per questo riconoscimento al primo punto si pongono le rigorose geometrie che costituiscono la lama. Formata dalla sezione di forme circolari o paraboliche.

Questa caratteristica è ben evidente nel kissaki, la punta della lama. Dove il fukura e il ko shinogi sono collegati fra loro da un ferreo rapporto geometrico.
Il fukura è la parte del filo di taglio appartenente alla punta della spada. Il ko shinogi è la linea diagonale che separa il kissaki dallo shinogi ji. Raccordando il shinogi con il mune.
Questo lo dico anche per avvalorare la mia iniziale considerazione sulle difficoltà nello studio delle lame giapponesi.

Al secondo punto per la definizione del valore artistico di una lama poniamo la tecnica di lavorazione del metallo che genera due forme decorative indipendenti.

La prima si ottiene con la ripiegatura del metallo che produce il primo elemento decorativo chiamato hada.
Formato da un assieme di righe o disegni presenti sulla superficie della lama. Si presentano di colore diverso rispetto al colore di fondo e dipendono dalla tecnica di forgiatura dello spadaio.
Gli hada più comuni sono il mokume, quando il decoro della superficie ha un aspetto simile agli anelli di crescita degli alberi. É anche l’hada più diffuso.
Segue l’itame. Una variante del precedente. Caratterizzata da anelli di crescita fra loro regolari.
Abbiamo poi il masame. Quando le linee diritte sono predominanti.

Mokume, itame e masame sono i tre hada di base ma, non esauriscono il vasto panorama delle possibilità.

Un’accenno al ayasugi. Un hada dove il disegno raffigurato ricorda le onde del mare. La sua presenza sulla lama permette l’attribuzione alla scuola di Gassan, sita nella città di Osaka.
Il secondo aspetto artistico della tecnica di lavorazione del metallo si manifesta durante l’operazione di tempra.
Questo lavoro fa nascere gli hataraki o le attività sull’acciaio. Questi costituiscono gli attributi estetici propri delle lame.
Sono delle formazioni cristalline di acciaio che differiscono dal contesto in cui sono collocate.
Creano sulla superficie del metallo particolari disegni. Questi derivano dal modo in cui il fabbro ha disposto sulla lama la mistura di argilla e cenere detta yakiba tsuchi.

Gli hataraki sono la firma irripetibile dello spadaio o della scuola.

La sensibilità artistica giapponese collega gli hataraki alla natura.
Così nella parte della lama sottoposta all’operazione di tempra, area che è chiamata yakiba, troveremo delle figure.
Queste raffigurano: Gli ashi o piedi. Gli yo o foglie. I sunagashi o increspature di sabbia. Gli hakikake che evocano l’effetto lasciato sui capelli da un colpo di spazzola. I kinsuji o linea d’oro, visibili sulla lama come una linea sottile e brillante di color nero. Gli inazuma, una linea a zig zag che evoca il fulmine. Gli uchinoke, delle piccole linee a forma di un quarto di luna. Queste sono una delle caratteristiche presenti nelle lame opera di grandi spadai. Per esempio sono visibili sulla tachi chiamata Mikazuki Mumechika.

Tutti questi hataraki e molti altri non descritti sono disposti al di sopra e al di sotto della linea di tempra, chiamata hamon.

Come si intuisce dal nome, questa linea è il risultato della operazione di tempra.

La sua forma deriva da come lo spadaio la disegna sulla lama. Tracciandola usando una mistura di cenere e argilla, la yakiba tsuchi.
Per gli hamon ci sono molteplici e complicate classificazioni.
Le principali sono:  il suguha, se diritto. Il notare, se ondulato e il gunome se composto da una successione di semicerchi. Quest’ultimi imitano la linea ondulata realizzata nell’affiancare le pedine usate nel gioco del go, le pietre.

L’hamon è composto da particelle chiamate nie e nioi. Entrambi di color bianco.

I nie sono visibili a occhio nudo.Per questa loro caratteristica sono paragonati alle stelle che brillano singolarmente in cielo.
I nioi sono punti molto più piccoli, tanto da non essere visibili a occhio nudo ma, percepibili solo come un insieme. Per questa ragione sono paragonati alla via lattea.

Le caratteristiche tecniche delle lame giapponesi sono la rigidità, l’infrangibilità e la grande capacità di taglio.

Il kote, il taglio della mano all’altezza del polso, è considerato realizzabile senza nessuna difficoltà da qualunque lama e da qualunque spadaccino.

La lama giapponese sia che sia una Tachi Katana o Wakisashi riesce a soddisfare dei requisiti fra loro in contrasto.

Questo perchè l’infrangibilità richiede un acciaio morbido e la capacità di mantenere l’affilatura richiede un acciaio duro.
Di contro un acciaio troppo duro rende la spada fragile e un acciaio troppo morbido diminuisce la capacità di taglio.

Il coesistere, nella giusta quantità, di tutte queste caratteristiche, fra loro in contrasto, è permesso dall’unico materiale costituente la lama, il tamahagane.

Un acciaio con alto contenuto di carbonio e di bassissime percentuali di zolfo e fosforo.

Il carbonio necessita in grande quantità. Perchè è l’elemento alla base della durezza del metallo.

Di contro la presenza di zolfo e fosforo dimimuisce le qualità ricercate nella lama.

La caratteristica principale di una lama giapponese risiede nella sua struttura.

Nessuna altra arma bianca al mondo è realizzata in questo modo.

Le NihonTō presentano una superficie esterna dura, chiamata kawagane, e un’anima interna, più tenera, chiamata shingane.

Il kawagane è la parte della lama che si vede, dura, rigida e affilata. Con alto contenuto di carbonio.

Formata ripiegando il metallo molte volte. Al fine di eliminare lo zolfo e il fosforo e produrre un numero di strati sovrapposti con lo scopo di rafforzare la lama.
Il metallo può essere ripiegato al massimo venti volte.
Una lama giapponese può avere un minimo di trentamila strati e un massimo di un milione di strati.
La ripiegatura permette anche la distribuzione uniforme del carbonio.

Lo shingane è inglobato nel kawagane.

È dunque la parte interna non visibile. Conferisce alla lama la necessaria elasticità.
È composta da acciaio a basso contenuto di carbonio. Questo materiale si ottiene aggiungendo del ferro al tamahagane.
Anche lo shingane è ribattuto molte volte con lo scopo di ridurne il peso.

Il kawagane si avvolge attorno allo shingane, formando lo sunobe, una barra in metallo a sezione rettangolare.

Questa barra, in seguito, è lavorata a caldo e a martello. In porzioni di circa quindici centimetri, a formare la forma della lama.

Sempre a martello si sagomerà il lato del tagliente.

Per ultimo, al sunobe, è tagliato, ad una estremità, un pezzo di metallo di forma triangolare. Questo per realizzare il kissaki.

A questo punto la lama è pronta per essere sottoposta all’operazione di tempra.
Una lama giapponese è frutto del lavoro dello spadaio, il kajishi e del forbitore, il tojishi. Quest’ultimo ha il compito di evidenziare sulla lama tutte le sue caratteristiche estetiche.
Sulla lama forbita è realizzato l’habaki. Un elemento in metallo che permette il fermo della lama entro il fodero.
Sempre sulla lama si reallizza la shirasaya. Una montatura in legno di magnolia pensata per conservare la lama.

In Giappone, si usa classificare le NihonTō in base all’epoca di forgia.

Le lame più antiche, quelle realizzate fino al medio periodo Heian, il 987, sono chiamate jokoto. Queste sono lame diritte.
Le lame forgiate dal 987 al 1596 sono chiamate koto, le vecchie lame.
Dal 1596 al 1781 sono chiamate shinto, le nuove lame.
Dal 1781 al 1876 sono chiamate shinshinto, le nuove nuove lame.
Il 1876 è l’anno di proclamazione del terzo editto di Haitorei. Dopo il 1876 troviamo le gendaito.
Tachi Katana e Wakisashi sono le NihonTo più conosciute e collezionate. Tutte necessitano di precauzioni e cure.