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Benandanti Malandanti folclore friulano

Benandanti Malandanti folclore friulano

Benandanti Malandanti folclore friulano.

 

Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Il loro ruolo all’interno della società contadina friulana e le accuse di stregoneria da parte della Santa Inquisizione.

 

I Benandanti e i Malandanti sono delle figure contrapposte che richiamano fortemente alle tradizioni popolari del loro territorio. Dei personaggi che ci trasportano nell’Italia nord orientale, nella regione storico geografica del Friuli.

Delle figure che rievocano il lavoro dello storico Carlo Ginzburg. Promotore di una attività basata sulla consultazione e sullo studio dell’amplia documentazione sull’argomento. Tutti dei documenti conservati nell’archivio della Curia Arcivescovile della città di Udine.

Prima del lavoro di Ginzburg sul tema mancavano studi di qualunque specie. A lui, storico della stregoneria, spetta il merito di aver distinto la figura del Benandante da quella dello stregone. E di averla ravvicinata a quella dello sciamano.

Coloro che prima di lui si erano occupati del tema, avevano identificato il termine Benandante come uno sinonimo del vocabolo stregone. Questa assimilazione è il frutto di ben precise interferenze volute dalla Santa Inquisizione e dal Sant’Uffizio. Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Questi due poteri, non paghi della sola identificazione della figura dello stregone, affiancano a questa presenza quella del  diavolo e il sabba. Questo al fine di meglio perseguire i loro fini. 

Questo ingresso avviene con l’ammaestramento delle confessioni rilasciate dagli imputati di stregoneria. 

Gli incriminati sono posti sotto tortura e suggestionati dalle parole pronunciate degli inquisitori. Sono incalzati nelle loro risposte a sovrapporre e identificare la stregoneria diabolica con le superstizioni e gli antichi culti esistenti, in precedenza, in quella regione.

 

Benandanti Malandanti folclore friulano
Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano, il loro ruolo all’interno della società contadina friulana. Le accuse di stregoneria dalla Santa Inquisizione.

Ginzburg studia gli atteggiamenti religiosi della società contadina friulana fra la fine del XVI e la metà del XVII secolo. Individua la discrepanza ben presente tra il giudizio colto dei giudici inquisitori e quello popolare, proprio degli accusati, i Benandanti. Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Questi ultimi sono i testimoni e i fautori di una stregoneria popolare. Questa trova la sua nascita e la sua giustificazione nell’esistenza in quella regione di un antico culto di fertilità. Una pratica incarnata dai Benandanti, difensori dei raccolti, della fertilità dei campi e della prosperità della collettività.

I Benandanti potevano essere sia uomini sia donne, erano possessori di capacità magiche innate. Tutti erano accomunati dall’essere nati con la camicia, ovvero con il sacco amniotico integro, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

 

Quest’ultimo era poi in parte conservato e tenuto appeso al collo. Garantendo, con la sua presenza, la continuità dei poteri del Benandante. Infatti la sua perdita coincideva con la scomparsa anche dei poteri magici.

Quattro volte l’anno, una volta per ogni stagione, nel periodo delle quattro tempora, i Benandanti erano chiamati al loro compito. Lasciavano i loro corpi fisici e intraprendevano, durante il sonno, un viaggio extra corporeo. Questa era un’esperienza onirica, percepita dai Benandanti come reale.

 

In quei viaggi, gli uomini, sotto forma di piccoli animali, volando fra le nuvole. In luoghi predefiniti. Lì combattevano contro i Malandanti, ovvero le streghe e gli stregoni. Nello scontro, i Benandanti erano equipaggiati con steli di finocchio, i Malandanti erano muniti con canne di sorgo. La vittoria dei Benandanti garantiva la prosperità della collettività, mentre la loro sconfitta portava carestia e malattia.

Le donne erano anch’esse impegnate a far prevalere il bene sul male. Questo avveniva con la partecipazione a grandi feste. Presiedute da una donna, la Badessa e, con la partecipazione di un folto gruppo di ospiti composto da: spiriti, fate e altre creature sovraumane.

Benandanti Malandanti folclore friulano
Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano, il loro ruolo all’interno della società contadina friulana. Le accuse di stregoneria dalla Santa Inquisizione.

I Benandanti sono delle figure che ci trasportano in un mondo fatto di magia e mistero. 

I documenti sulle loro vicende risalgono alla fine del Cinquecento e a parte del Seicento.

Dalla lettura di questi testi si ha una visione delle loro credenze e del loro operato. Entrambi incentrati sui viaggi notturni compiuti al di fuori del corpo fisico.

Come si diventava un Benandante?

Fanno parte di questa compagnia tutti quelli che sonno nati vestiti. Et quando vengono alli venti anni, chiamati a guisa del tamburo che chiama li soldati, et a noi bisogna andare.

L’essere nati vestiti significava l’essere avvolti, al momento della nascita, dalla membrana amniotica. Del tessuto placentale è conservato, benedetto e sempre portato al collo del Benandante.

In quale forma i Benandanti si recavano a questi incontri notturni ?, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Durante il sonno, lo spirito del Benandante risponde alla richiesta di chiamata. È lo spirito mio che va fuori. Et se per caso, mentre noi siamo fuora, uno andasse con il lume, et reguardasse il corpo sempre. Lo spirito non ritornerebbe mai dentro fino a che non finissimo di guardare per quella notte. Et se quel corpo, apparendo come morto, fosse posto sotto terra. Il spirito andrebbe vagando per il mondo fino a quel ora che quel corpo doveva morire.

Un ben andante parla dei suoi viaggi notturni.

Dal dialogo fra un uomo istruito e un Benandante. Il primo, con atteggiamento di burbanzosa superiorità verso le superstizioni del popolo, chiede: Ė egli vero, valent’uomo che tu sia un Benandante?. Il secondo annuisce. L’altro s’informa subito su ciò che più gli interessa: Se egli aveva cognizione de le streghe et de loro malie et fattucchierie. Tutte delle conoscenze che tendono a riassumere il potere dei Benandanti. Il secondo annuisce. Allora l’uomo istruito domanda suo convegni notturni: dove vanno, quanti sono, cosa fanno e così via. Il Benandante risponde che Egli va la notte in spirito sul prato della chiesa di San Canziano [d’Isonzo], in compagnia di altri Benandanti.

Tra i quali un vecchio che aveva cognizione di morti. Cioè che li vedeva ne le pene ne le quali erano, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

A questi convegni: Alcuno andava sopra lievori, altri sovra cani, altri sovra porcelle. Et altri sovra porci di quelli de li peli longhi et che li stanno ribuffati in su, et chi sopra altri animali. Giunti sul prato, Così gl’uomini come le donne saltano, et alle volte mangiano, et a quella giesiola vanno con caldelette accese .

Quando avvenivano questi viaggi notturni.

Il giovedì de tutte le quattro tempora de l’anno erano destinati a andare insieme con questi stregoni in più campagne. Come a Cormos, avanti alla chiesa di Iassico, et insino su la campagna di Verona. Nel calendario liturgico del rito romano le Quattro Tempora erano quattro distinti periodi dell’anno dedicati alla preghiera e al digiuno. Ogni arco di tempo durata di tre giorni, non consecutivi ma, appartenenti alla stessa settimana

Cosa succedeva durante il viaggio al di fuori del corpo fisico.

I Benandanti Combattevano, giocavano, saltavano, et cavalcavano diversi animali. Et facevano diverse cose fra loro; et le donne battevano con canne di sorgo gli uomini che erano con loro. Et li quali avevano in mano delle mazze di finocchio.

E alla fine dell’incontro scontro, Le figure dei Benandanti e dei Malandanti nell’ambito del folclore friulano.

Quando le streghe, strigoni et vagabondi tornano da questi giochi pieni di caldo e stanchi. Nel passar delle case se trovano acqua chiara et netta nei secchi, la bevono. S’anco non vanno alla cantina et mettono sotto et sopra tutto il vino.

Nelle tradizioni popolari friulane il Benandante come era considerato.

Esistono degli stregoni detti Benandanti, i quali impediscono il male, mentre altri stregoni lo fanno.

Li stregoni et le streghe quando si partono vanno a far del male, et bisogna che siano seguitati, per impedirlo, dai Benandanti.

che sono buoni,

I Benandanti erano anche dei guaritori.

Questo ragazzo, noto come Benandante, aveva dapprima curato con successo un bambino. Dopo averlo disfatto miracolosamente dalle malie. Egli aveva infatti suggerito di porre sotto il cuscino o il capezzale dell’infermo: Aglio et finocchio. Così che per quella notte le streghe non sarebbero andate a molestar quella creatura. Anche qui, il finocchio è usato come un arma contro le streghe. Con questo accorgimento, il bambino aveva passato, dopo molti giorni, una notte tranquilla.

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A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

 

 

Era quella una mensa dove i convitati gustavano quelli che per noi ora giudichiamo come dei sapori inconsueti. Dove si mangiavano delle bontà nate dall’alleanza fra dei gusti contrastanti, quello aspro e quello dolce.

 

Quali ingredienti davano vita alle ricette medioevali e quali non erano ancora conosciuti e dunque non utilizzabili?.

 

No ai pomodori, alle patate, al mais e al peperoncino. Fra le bevande non c’era il caffè e il suo più fedele compagno, il tabacco. A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

Si alle mandorle e agli agrumi. Quest’ultimi impiegati per aromatizzare, ad esempio l’introduzione della buccia d’arancia nel liquido di cottura della pietanza cucinata a fuoco lento.

Un profumare il cibo dove le costose spezie non mancavano. Di uso comune erano: lo zafferano, la cannella, lo zenzero, i chiodi di garofano e l’africano pepe di Guinea o pepe melegueta. Tutti fra loro in collaborazione per raggiungere un equilibrio penetrante che non ne penalizza nessun aroma e in contemporanea li valorizza tutti. A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

Con le mandorle si preparava il latte di mandorle. Usato durante i giorni di magro in sostituzione dei latti di origine animale. Con questo ingrediente si cucinava il riso.

Il cereale dapprima è bollito in acqua, poi scolato e, per finire la preparazione, rimesso al fuoco immerso nel latte di mandorla. A cottura quasi ultimata si aggiunge lo zucchero. Questo alimento si mangiava cosparso di altro zucchero oppure con una crema a base di susine, miele e spezie. A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

Sempre le mandorle sono la base della salsa camelina, uno dei classici della cucina medioevale e l’aggiunta d’obbligo per bolliti e arrosti.

Altri ingredienti ampliamente impiegati ed ora non più popolarissimi sono la borragine e l’acqua di rose.

 

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina

 

Come è un strutturato un libro di ricette medioevali? A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

 

Il libro di cucina medioevale è un manoscritto, i primi conosciuti del genere risalgono agli ultimissimi anni del XIII secolo.

Questi testi ci sono pervenuti come volumi redatti a se oppure come parte di un codex contenente più scritti fra loro più o meno omogenei.

Non tutti questi ricettari sono giunti ai nostri giorni completi e alcuni sono rilegati in miscellanee.

Questi scritti medioevali sono composti secondo tre diverse strutture. La prima vede l’inserimento le ricette in ordine alfabetico.

La seconda è compilata raggruppando le ricette in base agli alimenti impiegati. In questo caso il manoscritto è composto da più sezioni ove ognuna raggruppa le lavorazioni di un singolo prodotto base: verdure, carni, uova, pesce ecc.

La terza divide il testo in base alle portate: arrosti, minestre, brodi, salse, torte e così via.

Di questi manoscritti, redatti fra la fine del Trecento e il Quattrocento, ai nostri giorni, ne sono censiti più di un centinaio. A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

Una singola opera può essere giunta trascritta in due o più opere ma, più frequentemente troviamo delle famiglie di libri. Ovvero testi che si avvicinano per contenuto ma, che si differenziano per la lingua o per l’organizzazione del testo.

 

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina
A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina

 

 

Tutti questi testi presentano delle ricette il cui nome si legge con minime modifiche anche se poi presenta diversissimi metodi di realizzo della pietanza.

Tutti questi scritti sia di autore anonimo sia di noti maestri cucinieri si accomunano nell’esporre un sapere pratico.  Delle conoscenze che permettevano la trasformazione di ingredienti d’origine animale e vegetale in cibo gradito al palato e caratterizzato da forma, colore e sapore propri.

I manoscritti di cucina medioevali erano compilati o in lingua latina o in quella volgare. I primi consultati dal padrone di casa che in base ai suoi desideri impartiva le istruzioni al cuoco. I secondi potevano anche essere letti direttamente dal cuoco ma, difficilmente dalla massaia. A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

Il loro contenuto è estremamente vario. Troviamo delle semplici preparazioni, quali quelle delle verdure cotte, queste sia di origine selvatica sia coltivate nell’orto. Sino a piatti complessi, costosi negli ingredienti, di onerosa e difficoltosa preparazione, come la torta parmesana.

Un piatto composto da una crosta di pasta semplice, fatta di sola farina ed acqua. Al suo interno variamente ripiena e cotta in forno, sotto la brace. La farcitura voleva l’aggiunta di sei o sette strati di ingredienti diversi, quali: carne di pollo, ravioli verdi e bianchi, prosciutto e salsicce.

Ed ora, avviamoci ai fornelli perché abbiamo già Acquolina in bocca. Ricordandoci che il dosaggio degli ingredienti è dato: Per una tavola di dodici persone ricche e golose.

 

La cucina medioevale

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La cucina medioevale

La cucina medioevale

La cucina medioevale.

La cucina medioevale.

 

In questi tempi, l’interesse per la cucina medioevale è più vivo che mai.

Questa fortuna è fatta da abbinamenti che ai nostri giorni appaiono azzardati e di pietanze i cui gusti sono ancor oggi piacevoli e appaganti. Questo anche grazie a delle auspicabili rivisitazioni negli ingredienti e nei metodi di realizzazione.

Molti piatti della cucina medioevale risultano facili da realizzare e richiedono ingredienti di facile reperibilità. Soprattutto non deludono il palato di nessun commensale.

Fra questi un posto di riguardo lo attribuiamo agli gnocchi di formaggio.

Una ricetta che si legge sfogliando le quarantacinque pagine che compongono la rara edizione stampata per nozze. Scritta da Olindo Guerrini. Intitolata: Frammento di un libro di cucina del secolo quattordicesimo. Edita per le nozze Carducci Gnaccarini. Pubblicata a Bologna, da Nicola  Zanichelli, nel 1887. La cucina medioevale.

Gli gnocchi di formaggio sono un cibo di semplice preparazione. Sono pochissimi gli ingredienti che necessitano e senza difficoltà l’esecuzione.

Serve del formaggio grasso fresco da amalgamare con farina. Si può impiegare la Robiola, il Gorgonzola o il Taleggio. Ad impasto ultimato aggiungiamo i rossi d’uovo e il sale.

Da questa lavorazione si ricavano dei piccoli bocconcini di forma cilindrica o ovoidale. Da cuocere ponendoli in acqua bollente e salata.

Nella cucina medioevale alle salse è data grande importanza. Questa rilievo ha anche uno scopo pratico. Quello di nasconde il sapore della carne, per la maggior della cacciagione. Caratterizzata da un gusto eccessivamente penetrante, tipico della fauna selvatica.

Fra quest’ultima i cinghiali, i cervi e i caprioli erano la selvaggina più facile a trovarsi. Destinati ad essere cucinati lessi o arrosto. Erano sempre serviti abbinati a diversi tipi di salse. Preparate, per le mense più abbienti, con una forte componente di spezie. Aromi, a quell’epoca costosi, per questo non d’uso generalizzato, impiegati anche per favorire la digestione dell’alimento. La cucina medioevale.

Fra le salse medioevali l’agresto è la sostanza più frequentemente aggiunta ai cibi o alle bevande.

Di sapore acidulo. Si ottiene partendo dal mosto di uva acerba, cotto con l’aggiunta di cipolla, aglio e miele. Non mancano le spezie come la cannella e il dragoncello. Dopo poco segue l’aggiunta dell’aceto. Il preparato si conserva e invecchia in botte. La cucina medioevale.

Nella cucina medievale l’agresto era il più classico accompagnamento alle carni cotte. Oppure era la base di partenza per la preparazione di altre salse o di bevande. Fra quest’ultime, all’epoca molto apprezzato, è il succo d’uva con l’aggiunta di agresto e miele. La cucina medioevale.

 

La cucina medioevale cervo
La cucina medioevale La caccia al cervo Incisione originale realizzata da Jan van der Straet detto Stradano

Per chi desidera cimentarsi ai fornelli la cucina medioevale dispone anche di ricette di semplice realizzo. Dunque per ritrovare i sapori medievali non necessita essere un cuoco esperto. 

 

Grande soddisfazione e gusto si possono trovare cucinando un secondo piatto di carne marinata nel vino rosso. Quest’ultimo aromatizzato con l’aggiunta di carote, sedano, pepe, coriandolo, cumino e aglio. La cucina medioevale.

A fine marinatura si pone la carne in una pentola con coperchio e si inizia la cottura. Quest’ultima avverrà in forno a una temperatura di 180° Centigradi.

Durante la preparazione, usando la marinatura, si bagnerà la carne con regolarità. La cucina medioevale.

A cottura ultimata, raccogliamo quello che si trova sul fondo della pentola. Purifichiamolo, coliamolo in una casseruola e aggiungiamo del brodo. Questa miscela è messa a cuocere a fuoco lento per circa 15 minuti. Alla fine dei quali si ottiene una salsa da servire sulla carne. La cucina medioevale.

Una seconda ricetta, questa volta per un primo piatto a base di verdure, vede l’impiego di una pagnotta di pane. Da scegliere appena rafferma. Da privare della mollica e messa al forno.

La prima operazione serve a rendere il pane un contenitore. La seconda per conferirgli consistenza e croccantezza. In questo modo si potrà servire una minestra di verdure in una fondina di pane.

Nella minestra assieme alle verdure si aggiunge dello zafferano, della cannella e del pepe nero. Si conclude con l’aggiunta di formaggio fresco o stagionato. La cucina medioevale.

 

Per la realizzazione di un dolce, un ricettario medioevale prevede l’impiego delle carote. Vegetali già dolci per loro natura. Per questo validi sostituti dello zucchero, in quel periodo alimento costoso e difficile da reperire.

Per approfondire:.

 

 

 

A tavola nel Medioevo I manoscritti di cucina.

 

 

 

 

La cucina medioevale

 

 

Badiali Federica, CUCINA MEDIOEVALE ITALIANA Settanta ricette di sei secoli fa proposte nella versione originale e nell’interpretazione moderna, Bologna Stupor Mundi 1999, Brossura editoriale.

 

 

 

AA.VV. [Odile Redon, Françoise Sabban, Silvano Serventi] A TAVOLA NEL MEDIOEVO con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia. Prefazione di Georges Duby, Laterza 1995, Rilegatura rigida editoriale figurata a colori.

 

 

 

AA.VV. [Françoise Sabban, Silvano Serventi] A TAVOVA NEL RINASCIMENTO con 90 ricette della cucina italiana, Laterza 1996 Rilegatura rigida editoriale figurata a colori.

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La carta e la stampa dei libri antichi

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La carta e la stampa dei libri antichi.

La carta e la stampa dei libri antichi si sostengono a vicenda per secoli. Tutti i libri antichi di cui disponiamo sono scaturiti da questa alleanza.

La nascita della stampa a caratteri mobili non sarebbe potuta avvenire senza il sostegno dato dalla carta.

A metà del Quattrocento vi era sul mercato una grande quantità di carta. Presupposto per l’affermazione e la diffusione della stampa in Europa.

L’antico metodo di fabbricazione della carta richiedeva l’uso di stracci di canapa o di lino e in quantità minore di cotone.

A partire dal tardo Medioevo i cenciai raccoglievano pezze di tessuto. Le commercializzavano dopo averle pulite e suddivise per materiale e colore. Questi stracci erano la partenza per trarre la cellulosa.

A seguito di questa situazione l’attività degli straccivendoli divenne sempre più redditizia.

L’incessante lavoro di raccolta cominciò ad avere sempre maggiori difficoltà nel reperire i tessuti di color bianco. Materia privilegiata per la realizzazione della carta.

Questa mancanza iniziò a manifestarsi dalla fine del XVII secolo.

L’assenza di cenci di color bianco è arginata sbiancando i tessuti colorati. Operazione che avveniva con l’uso della calce e il successivo camuffamento con l’impiego del gesso.

Di fronte a questa situazione di penuria di materia prima di qualità i cartai effettuarono la scelta di mantenere costante la quantità di carta prodotta. La conseguenza fu la comparsa nel mercato di una carta di minore qualità.

Nel 1231 l’imperatore Federico II proibì l’uso della carta negli atti pubblici. Imponendo per tali scritti l’uso della pergamena. Questo per rimediare alla deperibilità della materia. Indebolimento dovuto all’uso durante la fabbricazione di un collante di origine vegetale. Facilmente attaccabile da microorganismi.

Questo divieto fece abbandonare l’attività di fabbricazione della carta a molti produttori.

In questa situazione la città di Fabriano seppe affermarsi nella produzione cartaria.

Favorita dal venir meno della concorrenza dei mastri cartai che avevano chiuso.

A questa fortunata situazione si unirono tre fondamentali innovazioni tecniche applicate al processo produttivo.

La pila idraulica a magli multipli.

Mossa dall’uso delle acque correnti del fiume Giano.

A sostituzione della macina e del mortaio per pestare gli stracci.

La nuova tecnologia permise una riduzione dei tempi di triturazione dei cenci e un notevole incremento produttivo.

L’introduzione per il collaggio con colla di carniccio animale.

A sostituzione di quella vegetale.

Eliminando i problemi di durata dovuti all’azione dei microorganismi.

Migliorando la resistenza ai liquidi e la lisciatura del foglio. Ottenendo una carta più scrivibile.

La nascita della filigrana.

Un marchio visibile in controluce che indicava il produttore.

Questi progressi imposero la carta al posto della pergamena. Divenuta più costosa e scarsamente disponibile rispetto alla carta.

La carta della Bibbia a 42 linee impressa a Magonza da Gutenberg era di canapa. Prodotta seguendo i metodi di fabbricazione in uso a Fabriano.

A metà del Trecento la fabbricazione della carta da Fabriano si era già estesa lungo il fiume Giano e nelle vallate adiacenti.

 

La storia e la fabbricazione della carta

La filigrana le vergelle e i filoni della carta

Appunti di un bibliofilo

Nell’immagine. Impression Librorvm. Potest ut una vox capi aure plurima: Linunt ita una scripta mille paginas. Incisione originale. Disegnata da Jan van der Straet detto lo Stradano . Incisa da Philip Galle nel 1588 ad Anversa.

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La filigrana le vergelle e i filoni della carta

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La filigrana le vergelle e i filoni della carta

Il foglio di carta è caratterizzato dalla filigrana dalle vergelle e dai filoni.

É originato dalla raccolta del pisto. Una poltiglia raffinata e omogenizzata composta di cenci posti a bagno nell’acqua.

Questa pasta umida è prelevata e assemblata per mezzo di un setaccio chiamato forma.

Strumento di ingombro rettangolare. Realizzato da un telaio di legno. Per la produzione del foglio doveva permettere il trattenimento di un sottile strato di pisto e lo scolo dell’acqua in eccesso.

I primi setacci realizzavano questa funzione con l’ausilio di giunchi e lamelle di canna. In seguito sostituiti da fili metallici. Assemblati a costituire una fitta rete.

I fili paralleli al lato più lungo della forma erano disposti in modo molto fitto.

I fili perpendicolari al lato più lungo e paralleli al lato più corto della forma avevano una collocazione meno ravvicinata.

Il foglio finito evidenzia in controluce questa struttura. Composta da vergelle e da filoni. Fra loro perpendicolari.

Le vergelle sono un folto assieme di corte linee chiare separate da corte linee scure.

I filoni appaiono come lunghe linee chiare isolate. Fra loro sono paralleli.

 

I mastri cartai attivi a Fabriano introdussero l’uso della filigrana.

Un simbolo o un disegno presente su ogni foglio prodotto. Nato per apporre un proprio marchio. Distintivo della carta fabbricata. Questa innovazione avvenne verso la fine del Duecento.

La filigrana era posta all’interno della forma. Realizzata con del filo metallico piegato a raffigurare l’immagine scelta. Imprimeva nella carta una impronta chiara.

Era collocata al centro della metà di destra o di sinistra della forma. Nel lato opposto e nella stessa posizione poteva essere collocata la contromarca. Formata dalla data o dal nome.

Le dimensioni della forma e di conseguenza del foglio di carta prodotto variavano in ogni cartiera.

Questi fogli erano destinati alla realizzazione di libri e di stampe.

Nei libri antichi la dimensione del volume dipendeva dal numero di piegature alle quali era sottoposto il foglio.

Il formato di un libro antico in-folio prevedeva che il foglio impresso fosse suddiviso in due parti. Ripiegato parallelamente al lato più corto creava quattro pagine. La filigrana era presente in una sola parte.

Il formato in quarto voleva la divisione del foglio in quattro parti. Realizzate con tre pieghe. Su due dei quattro fogli era presente metà filigrana.

I formati successivi si ottenevano aggiungendo una piega al foglio. Alla base del raddoppio del numero di pagine disponibili.

Un formato scarsamente usato è quello in 1°. Anche chiamato atlantico o in plano. Il libro chiuso si presenta con una altezza superiore ai cinquanta centimetri. Prevede l’uso del foglio non piegato. Il volume non è composto da fascicoli ma da singoli fogli non piegati e cuciti. Se il lato corto è usato per base. La filigrana si trova al centro della metà superiore o inferiore della pagina. I filoni si presentano orizzontali.

La nascita della stampa a caratteri mobili non sarebbe potuta avvenire senza il supporto dato dalla carta.

 

La storia e la fabbricazione della carta

La carta e la stampa dei libri antichi

Appunti di un bibliofilo

Nell’immagine: La filigrana presente nella carta dell’edizione de LE AVVENTURE DI PINOCCHIO Illustrate con 309 xilografie di Sigfrido Bartolini