Tempio e pellegrinaggio in Giappone Gli 88 templi nello Skikoku.
Tempio e pellegrinaggio in Giappone Gli 88 templi nello Skikoku.
Il Giappone è terra di visite al tempio e di pellegrinaggio. Fra quest’ultimi uno fra quelli di maggiore importanza si snoda fra gli 88 templi nello Skikoku. Questi 88 templi sono situati nell’isola più piccola e meno popolosa fra le quattro maggiori terre che compongono l’arcipelago giapponese. Una delle località più rurali del Giappone.
Il pellegrinaggio per gli 88 templi ha una grande rilevanza. L’importanza è motivata dall’antichità del percorso, dal numero di persone che vi prendono parte e dal prestigio che conferisce ai pellegrini che l’hanno compiuto.
I partecipanti seguono un percorso circolare.
Dettato dallo svolgersi del perimetro dell’isola. Caratterizzato dalla presenza di elevati dislivelli e dalle deviazioni verso mete poste all’interno. Un cammino che si svolge fra panorami suggestivi. Passando dalle verdi e maestose montagne alla costa frastagliata. Percorrendo boschi. Incontrando rocce a strapiombo sul mare e campi coltivati a riso. Passando per zone urbanizzate.
Il tragitto completo è di 1400 km. Da realizzare a piedi e in solitudine.
Un lungo itinerario da seguire. Caratterizzato da un percorso immutabile. Dalla forma rotonda.
Dal quale si può accedere o uscire in un qualunque suo punto.
Non diretto verso un luogo da omaggiare. Non finalizzato con l’incontro con un territorio da riverire a seguito di un evento lì accaduto.
Il pellegrinaggio nello Skikoku non presenta un inizio e una fine. Questi sono decisi dal pellegrino.
Può accadere che il giro inizi e si concluda nello stesso punto. Può darsi che il percorso sia effettuato consecutivamente più volte. Oppure protratto nel tempo. Interrompendolo e riprendendolo nello stesso punto.
La circolarità implica che non ci sia né un punto d’arrivo né uno di partenza.
Deciso il luogo d’avvio e scelta la direzione di marcia.
Inizia il pellegrinaggio.
Ogni tempio è numerato progressivamente. La numerazione rispetta la contiguità fisica degli edifici. Questo sistema e le indicazioni poste lungo il percorso aiutano il pellegrino a compiere l’intero precorso. Avendo la certezza di aver visitato tutti gli 88 templi.
Al tempio numero ottantotto i pellegrini recitano le preghiere di ringraziamento per la protezione ricevuta lungo il percorso e per le eventuali grazie ricevute.
Qui è lasciato il bastone usato durante il tragitto.
Fra questi è ancora possibile trovare dei kongoze.
Bastoni dalla forma di assicella lunga e stratta. Sui quali è scritto il nome del pellegrino. In caso di disgrazia destinati a diventare il segno di riconoscimento posto sulla tomba. Il ricordo dei pericolosi viaggi intrapresi nell’antichità.
I Sacri Monti sono dei luoghi dove convivono la storia l’arte e la religione.
Sono dei complessi religiosi caratterizzati da un percorso di devozione ambientato in un paesaggio di grande bellezza e suggestione.
Quando il Sacro Monte è costruito sulla cresta di un rilievo assume uno sviluppo il più possibile visibile da entrambi i lati dell’altura.
Nei Sacri Monti l’arte e la religione sono strettamente collegate.
Sono composti dallo snodarsi di una serie di edifici. Ricchi di immagini pittoriche e scultoree che con dovizia di particolari illustrano il tema sacro prescelto per il luogo.
I temi più frequenti sono:
La passione di Gesù. Come al Sacro Monte di Domodossola.
La vita della Vergine, a Oropa, Crea e Ossuccio.
I misteri del Rosario, a Varese o della Trinità, a Ghiffa.
La vita di alcuni Santi. Per esempio San Francesco d’Assisi nel Sacro Monte di Orta.
Alle cappelle dei Sacri Monti decorate con l’arte che parla di religione si aggiungono chiese e santuari. Degli edifici capaci di ospitare i pellegrini.
Questi complessi architettonici sono edificati tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
I Sacri Monti sono nati per offrire ai pellegrini un’alternativa più sicura e veloce, meno onerosa e avventurosa rispetto al viaggio verso la Terra Santa. I Sacri monti arte e storia.
Convogliano il desiderio del sacro dei viandanti verso mete che non né mettevano a repentaglio la vita e né spogliavano la borsa.
Permettono di acquisire un’indulgenza analoga a quella guadagnata con il pellegrinaggio verso Gerusalemme.
Inaugurano una nuova pratica devozionale. Quella del recarsi verso un santuario. Come nuova regola che sostituisce ed eguaglia quella che si compie dirigendosi in Terra Santa.
Questa identificazione è ben rappresentata nel caso del Sacro Monte di Varallo in Valsesia. Dove sulla cima della collina incontriamo una rievocazione della città di Gerusalemme. I Sacri monti arte e storia.
Questo spazio religioso valsesiano è nato per opera del Beato Bernardino Caimi.
É ideato al suo ritorno dalla Terra Santa. Con il fine di ricreare i luoghi santi della Palestina.
Nel corso di due secoli si sono edificati circa cinquanta edifici. Fra questi vi sono le 43 cappelle che raffigurano scene della vita di Gesù e di Maria.
La trentottesima cappella è quella della Crocifissione. Probabile opera di Gaudenzio Ferrari.
Quello di Varallo è l’unico fra i Sacri Monti che permette l’ingresso del visitatore all’interno di alcune cappelle. Accogliendoli in uno spazio coperto posto prima della figurazione.
In tutti gli altri le raffigurazioni religiose sono visibili ai pellegrini solo dall’esterno e tramite grate.
La gran parte dei Sacri Monti sono situati in Piemonte e Lombardia, tanto da poter parlare di un sistema dei Sacri Monti prealpini. I Sacri monti arte e storia.
Da qui ci si spinge in Svizzera, nel Canton Ticino. Dove nel distretto di Locarno nel comune di Orselina è edificato il Sacro Monte del santuario della Madonna del Sasso.
L’ampio sviluppo in queste località di luoghi di devozione è dovuto alla vicinanza di quelle terre a quelle di religione protestante.
L’opera e lo spirito di San Carlo Borromeo e il clima instaurato dalla Controriforma cercano anche con queste costruzioni di esorcizzare quella pericolosa presenza.
Questo non esclude la presenza o la testimonianza di queste architetture sacre in tutta Italia e in Europa.
A seguito della Riforma protestante numerosi edifici devozionali sono distrutti. Questo avviene perché edificati nei territori che vivono lo scisma. I Sacri monti arte e storia.
Su questo punto è significativa la lettura delle considerazioni di Samuel Butler. Pubblicate nelle pagine del suo libro: Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino.
Il volume è un appassionato e interessante diario di viaggio pubblicato nel 1881.
La traduzione italiana: Alpi e santuari, viaggio curioso di un grande scrittore inglese tra valli, campanili e tradizioni. A cura di Pier Francesco Gasparetto. Casale Monferrato. Piemme. 1991.
Lo scrittore inglese era solito trascorrere le vacanze estive in Italia. I Sacri monti arte e storia.
Pubblica nel 1888. Un altro studio di argomento simile. Intitolato: Ex voto An account of the Sacro Monte or new Jerusalem at Varallo Sesia. With some notice of Tabachetti’s remaining work at the sanctuary of Crea.
Nel libro descrive gli affreschi di Gaudenzio Ferrari visibili a Varallo Sesia.
La traduzione italiana: Ex voto studio artistico sulle opere d’arte del S. Monte di Varallo e di Crea. A cura di Angelo Rizzetti. Novara. Tipolitografia Dei Fratelli Miglio. 1894.
L’affermarsi dei Sacri Monti permette la nascita un’ampia schiera di maestranze specializzate nella realizzazione degli apparati decorativi tipici di questi luoghi. I Sacri monti arte e storia.
Pittori, scultori e artigiani che passando da un cantiere all’altro.
Codificano e trasportano la loro competenza artistica e tecnica da un Sacro Monte all’altro. In qualche modo standardizzandone l’esecuzione e gli elementi di abbellimento.
Tutti i Sacri Monti sono caratterizzati da cappelle con una decorazione plastica e pittorica di intenso intento teatrale.
Internamente si trovano scene composte da statue in grandezza reale. Circondandole di giochi prospettici e ambientandole in ambienti naturali affrescati alle pareti.
Tutte le figure sono abilmente ordinate. Calate nella realtà del quotidiano.
In alcuni casi vestendole con abiti confezionati in tessuto e facendole interagire con oggetti presi e appartenerti alla vita di ogni visitatore.
Per dirlo con le parole di Samuel Butler, durante la sua visita al Sacro Monte di Varese.
Guardammo attraverso la grata la prima cappella, oltre l’arco, con un’Annunciazione. La Vergine ha un vero lavabo, con catino e brocca e un pezzo di sapone vero. Le pantofole sono disposte in bell’ordine sotto al letto.
L’UNESCO ha inserito alcuni di questi luoghi fra i patrimoni dell’umanità.
Alcuni Sacri Monti si caratterizzano per la presenza nel luogo di culto di raffigurazioni di Madonne Nere. I Sacri monti arte e storia.
Queste immagini sono considerate fra le figure più sacre della chiesa cattolica.
Sono rappresentazioni della Vergine Maria dove il volto ha un colorito scuro, a volte anche nero.
Le opere sono tradizionalmente attribuite all’operato dell’evangelista e apostolo San Luca che per l’occasione smette gli abiti da medico per indossare quelli d’artista.
La leggenda afferma che il Vescovo di Vercelli di ritorno dalla Terra Santa portò con sé due sculture e un ritratto della Vergine. Tutti eseguiti dall’evangelista Luca. Diffodendone il culto.
Sant’Eusebio è il Vescovo di Vercelli. Interessante è notare che la città di Vercelli è posta lungo la Via Francigena.
La tradizione vuole le due statue sono ora venerate in Piemonte nei santuari dei Sacri Monti di Oropa e di Crea.
Un altro Sacro Monte con una Madonna Nera è quello di Varese. I Sacri monti arte e storia.
La statua lignea è custodita in una teca realizzata nel Settecento. Posta nel santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, punto d’arrivo del cammino che si snoda lungo le cappelle.
Il percorso vuole introdurre il pellegrino ai misteri del Rosario.
Questi sono:. I Misteri Gaudiosi esemplificati dalla prima alla quinta cappella. I Misteri Dolorosi dalla sesta alla decima cappella. Infine i Misteri Gloriosi dalla undicesima alla quattordicesima.
Una quindicesima cappella diviene il santuario. Luogo dove la Madonna nera assurge al ruolo di Vergine Assunta in cielo. L’ultimo mistero del Sacro Rosario.
Non tutti i progetti di Sacri Monti pensati ebbero compimento. I Sacri monti arte e storia.
Sul lago Maggiore ad Arona in provincia di Novara si progettò un Sacro Monte in onore di San Carlo Borromeo.
Il progetto prevedeva un percorso composto da quindici cappelle dedicate alla vita del santo.
Tragitto che avrebbe portato il pellegrino ai piedi di una colossale statua del santo e a una chiesa.
L’opera ideata dal padre oblato Marco Aurelio Grattarola si concluse con la realizzazione incompleta di tre sole cappelle.
Poco valse l’entusiastica approvazione del cardinale Federico Borromeo. Cugino di Carlo. Arcivescovo di Milano.
Il cardinale Federico Borromeo posa nel luglio del 1614 la prima pietra per la costruzione della chiesa Maggiore.
Nel 1616 a Graglia in provincia di Biella il parroco don Nicola Velotti ideò il progetto per la realizzazione di un monumentale Sacro Monte. Da costruire nell’attuale frazione santuario. I Sacri monti arte e storia.
Pensato composto da 100 cappelle. Dedicate a svariati temi biblici. Disposte lungo il percorso che partendo dal centro abitato porta al Colle San Carlo.
La Cappella dedicata alla Santa Casa di Nazareth è edificata nel 1617. Un luogo che da subito divenne dispensatore di grazie ai devoti.
Si riuscì a costruire poco altro. In fine si optò per la realizzazione di un imponente Santuario.
L’edificio sacro è un progetto dell’ingegnere militare di corte Pietro Arduzzi.
Dedicato alla Madonna Nera e collegato al culto della Nostra Signora di Loreto nelle Marche.
I lavori iniziarono nel 1658 e terminarono nel 1769.
Entrando nel Santuario, in fondo, sulla sinistra, in prossimità del presbiterio, si trova la cappella dedicata alla venerazione della Madonna Nera. Questo locale è edificato rispettando le esatte misure della Santa Casa di Loreto.
La statua è una fedele copia di quella presente a Loreto. Regge sulla sinistra il Bambino Gesù che benedice e sorregge il mondo.
Nel 1620 un anonimo scultore torinese la scolpì in legno di pioppo.
In ingresso alla cappella è appeso un quadro. Raffigura la processione che si svolse a Graglia per ringraziare per la liberazione dalla peste del 1717.
Le opere realizzate per la Cappella della natività sono ora collocate all’interno. Nella vicinanza dell’ingresso. Sulla destra.
All’esterno si trovano i resti della Cappella della presentazione e dell’Adorazione dei Magi.
Poco distante si trova Sordevolo. Una località dove dal 1816, a scadenza quinquennale, si assisteste alla rappresentazione della Passione di Cristo.
Tachi Katana e Wakisashi Le caratteristiche. L’evoluzione ed l’estetica
Tachi Katana e Wakisashi. Queste NihonTo sono l’argomento trattato nella conferenza intitolata Katana la spada giapponese.
Tenuta da Luca Piatti, domenica 5 marzo 2017. Presso Yamato Associazione culturale giapponese a Casale Monferrato, Alessandria.
La katana è l’arma giapponese più conosciuta. La Lama che per tutti noi è identificativa della figura del samurai.
Immedesimazione avvalorata dalla letteratura, dal cinema e dai fumetti giapponesi, i manga.
I samurai erano un gruppo sociale chiuso. Caratterizzato da specifiche norme di comportamento e da un ruolo predeterminato.
La katana è una NihonTō.
Quest’ultimo è una parola della lingua giapponese. Formata da Nihon che significa Giappone e Tō lama.
NihonTō definisce le lame forgiate in Giappone con la tecnica tradizionale.
Aggiungo subito una considerazione. Lo studio della storia, della tecnica costruttiva, del maneggio delle NihonTō è lungo e complesso,. Può diventare un vero e proprio percorso di vita. Al fine del quale nessuno potrà mai avere la presunzione di aver capito tutto.
Se la katana è la NihonTō più conosciuta, non è l’unica. Ci sono la tachi e la wakizashi e altre che in questa sede non prenderemo in considerazione.
Tachi, katana e wakisashi si distinguono anche in base alla lunghezza della lama, detta nagasa o hawatari.
Quest’ultima, in Giappone, è ancor ora calcolata in shaku.
Una antica unità di misura di lunghezza giapponese che, dal 1891, corrisponde a 30,3 centimetri.
Uno shaku equivale a 10 sun e a 100 bū.
La tachi e la katana misurano più di due shaku La wakisashi misura più di uno shaku.
Per completezza, bisogna introdurre il tanto che è uncoltello con la lama che misura meno di uno shaku.
La tachi è una spada portata appesa al fianco sinistro dell’armatura, la yoroi.
Il filo di taglio è rivolto verso il terreno. La curvatura della lama collocata verso il codolo.
É usata da un guerriero a cavallo contro un soldato appiedato.
La katana è una spada portata infilata nella cintura di chiusura dell’abito, la obi. Con il filo di taglio disposto verso il cielo.
La curvatura della lama è situata verso la punta. É impiegata in duello fra persone appiedate.
La tachi è l’arma dominante dalla fine del periodo Heian fino al primo Muromachi.
É una lama caratterizzata da una forte curvatura e una lunghezza compresa fra i 65 e i 70 cm. Se molto più lunga si chiama nodachi.
Passando da una forma intermedia, chiamata uchigatana, evolve verso la più nota katana.
Quest’ultima, ha una lunghezza attorno ai 70 cm ed è destinata a diventare la spada più diffusa in Giappone.
Sostituendo, in combattimento, la tachi a metà del periodo Muromachi, attorno al 1480.
In questo periodo, molte tachi, sino accorciate. Operazione attuata per adeguare la loro curvatura a quella della katana.
Questo intervento è effettuato nel codolo e si chiama suriagè.
La wakisashi è una spada con una lunghezza compresa fra i 30,3 e i 59,0 cm. Si porta affiancata alla katana. Infilata nell’obi, con il filo verso alto.
Fino alla fine del periodo Edo la katana e la wakisashi sono portate assieme. Formano il daishō, l’emblema dell’appartenenza alla classe dei samurai.
Il periodo Edo è un lasso di tempo che inizia nel 1603 e si conclude nel 1868.
Dopo il 1868 è proibito per legge ai samurai di usare in pubblico il daishō.
La proibizione avviene con la proclamazione, in tempi diversi, dei tre editti di Haitorei,
Una NihonTō è contemporaneamente una raffinata forma artistica giapponese, tipica degli abitanti delle isole del Giappone e una terribile arma perché estremamente efficiente in combattimento. Una funzionalità amplificata dall’uso di una tecnica di scherma molto efficace.
Osservare una lama giapponese fa nascere sensazioni contrastanti. Quali la potenza, la paura, la bellezza e la meraviglia.
E’ lecito chiedersi cosa agli occhi del popolo giapponese ci può essere d’artistico in una lama, tanto da poter parlare di Token Bijutsu.
Un termine che tradotto significa Lame d’arte.
Per questo riconoscimento al primo punto si pongono le rigorose geometrie che costituiscono la lama. Formata dalla sezione di forme circolari o paraboliche.
Questa caratteristica è ben evidente nel kissaki, la punta della lama. Dove il fukura e il ko shinogi sono collegati fra loro da un ferreo rapporto geometrico.
Il fukura è la parte del filo di taglio appartenente alla punta della spada. Il ko shinogi è la linea diagonale che separa il kissaki dallo shinogi ji. Raccordando il shinogi con il mune.
Questo lo dico anche per avvalorare la mia iniziale considerazione sulle difficoltà nello studio delle lame giapponesi.
Al secondo punto per la definizione del valore artistico di una lama poniamo la tecnica di lavorazione del metallo che genera due forme decorative indipendenti.
La prima si ottiene con la ripiegatura del metallo che produce il primo elemento decorativo chiamato hada.
Formato da un assieme di righe o disegni presenti sulla superficie della lama. Si presentano di colore diverso rispetto al colore di fondo e dipendono dalla tecnica di forgiatura dello spadaio.
Gli hada più comuni sono il mokume, quando il decoro della superficie ha un aspetto simile agli anelli di crescita degli alberi. É anche l’hada più diffuso.
Segue l’itame. Una variante del precedente. Caratterizzata da anelli di crescita fra loro regolari.
Abbiamo poi il masame. Quando le linee diritte sono predominanti.
Mokume, itame e masame sono i tre hada di base ma, non esauriscono il vasto panorama delle possibilità.
Un’accenno al ayasugi. Un hada dove il disegno raffigurato ricorda le onde del mare. La sua presenza sulla lama permette l’attribuzione alla scuola di Gassan, sita nella città di Osaka.
Il secondo aspetto artistico della tecnica di lavorazione del metallo si manifesta durante l’operazione di tempra.
Questo lavoro fa nascere gli hataraki o le attività sull’acciaio. Questi costituiscono gli attributi estetici propri delle lame.
Sono delle formazioni cristalline di acciaio che differiscono dal contesto in cui sono collocate.
Creano sulla superficie del metallo particolari disegni. Questi derivano dal modo in cui il fabbro ha disposto sulla lama la mistura di argilla e cenere detta yakiba tsuchi.
Gli hataraki sono la firma irripetibile dello spadaio o della scuola.
La sensibilità artistica giapponese collega gli hataraki alla natura.
Così nella parte della lama sottoposta all’operazione di tempra, area che è chiamata yakiba, troveremo delle figure.
Queste raffigurano: Gli ashi o piedi. Gli yo o foglie. I sunagashi o increspature di sabbia. Gli hakikake che evocano l’effetto lasciato sui capelli da un colpo di spazzola. I kinsuji o linea d’oro, visibili sulla lama come una linea sottile e brillante di color nero. Gli inazuma, una linea a zig zag che evoca il fulmine. Gli uchinoke, delle piccole linee a forma di un quarto di luna. Queste sono una delle caratteristiche presenti nelle lame opera di grandi spadai. Per esempio sono visibili sulla tachi chiamata Mikazuki Mumechika.
Tutti questi hataraki e molti altri non descritti sono disposti al di sopra e al di sotto della linea di tempra, chiamata hamon.
Come si intuisce dal nome, questa linea è il risultato della operazione di tempra.
La sua forma deriva da come lo spadaio la disegna sulla lama. Tracciandola usando una mistura di cenere e argilla, la yakiba tsuchi.
Per gli hamon ci sono molteplici e complicate classificazioni.
Le principali sono: il suguha, se diritto. Il notare, se ondulato e il gunome se composto da una successione di semicerchi. Quest’ultimi imitano la linea ondulata realizzata nell’affiancare le pedine usate nel gioco del go, le pietre.
L’hamon è composto da particelle chiamate nie e nioi. Entrambi di color bianco.
I nie sono visibili a occhio nudo.Per questa loro caratteristica sono paragonati alle stelle che brillano singolarmente in cielo.
I nioi sono punti molto più piccoli, tanto da non essere visibili a occhio nudo ma, percepibili solo come un insieme. Per questa ragione sono paragonati alla via lattea.
Le caratteristiche tecniche delle lame giapponesi sono la rigidità, l’infrangibilità e la grande capacità di taglio.
Il kote, il taglio della mano all’altezza del polso, è considerato realizzabile senza nessuna difficoltà da qualunque lama e da qualunque spadaccino.
La lama giapponese sia che sia una Tachi Katana o Wakisashi riesce a soddisfare dei requisiti fra loro in contrasto.
Questo perchè l’infrangibilità richiede un acciaio morbido e la capacità di mantenere l’affilatura richiede un acciaio duro.
Di contro un acciaio troppo duro rende la spada fragile e un acciaio troppo morbido diminuisce la capacità di taglio.
Il coesistere, nella giusta quantità, di tutte queste caratteristiche, fra loro in contrasto, è permesso dall’unico materiale costituente la lama, il tamahagane.
Un acciaio con alto contenuto di carbonio e di bassissime percentuali di zolfo e fosforo.
Il carbonio necessita in grande quantità. Perchè è l’elemento alla base della durezza del metallo.
Di contro la presenza di zolfo e fosforo dimimuisce le qualità ricercate nella lama.
La caratteristica principale di una lama giapponese risiede nella sua struttura.
Nessuna altra arma bianca al mondo è realizzata in questo modo.
Le NihonTō presentano una superficie esterna dura, chiamata kawagane, e un’anima interna, più tenera, chiamata shingane.
Il kawagane è la parte della lama che si vede, dura, rigida e affilata. Con alto contenuto di carbonio.
Formata ripiegando il metallo molte volte. Al fine di eliminare lo zolfo e il fosforo e produrre un numero di strati sovrapposti con lo scopo di rafforzare la lama.
Il metallo può essere ripiegato al massimo venti volte.
Una lama giapponese può avere un minimo di trentamila strati e un massimo di un milione di strati.
La ripiegatura permette anche la distribuzione uniforme del carbonio.
Lo shingane è inglobato nel kawagane.
È dunque la parte interna non visibile. Conferisce alla lama la necessaria elasticità.
È composta da acciaio a basso contenuto di carbonio. Questo materiale si ottiene aggiungendo del ferro al tamahagane.
Anche lo shingane è ribattuto molte volte con lo scopo di ridurne il peso.
Il kawagane si avvolge attorno allo shingane, formando lo sunobe, una barra in metallo a sezione rettangolare.
Questa barra, in seguito, è lavorata a caldo e a martello. In porzioni di circa quindici centimetri, a formare la forma della lama.
Sempre a martello si sagomerà il lato del tagliente.
Per ultimo, al sunobe, è tagliato, ad una estremità, un pezzo di metallo di forma triangolare. Questo per realizzare il kissaki.
A questo punto la lama è pronta per essere sottoposta all’operazione di tempra.
Una lama giapponese è frutto del lavoro dello spadaio, il kajishi e del forbitore, il tojishi. Quest’ultimo ha il compito di evidenziare sulla lama tutte le sue caratteristiche estetiche.
Sulla lama forbita è realizzato l’habaki. Un elemento in metallo che permette il fermo della lama entro il fodero.
Sempre sulla lama si reallizza la shirasaya. Una montatura in legno di magnolia pensata per conservare la lama.
In Giappone, si usa classificare le NihonTō in base all’epoca di forgia.
Le lame più antiche, quelle realizzate fino al medio periodo Heian, il 987, sono chiamate jokoto. Queste sono lame diritte.
Le lame forgiate dal 987 al 1596 sono chiamate koto, le vecchie lame.
Dal 1596 al 1781 sono chiamate shinto, le nuove lame.
Dal 1781 al 1876 sono chiamate shinshinto, le nuove nuove lame.
Il 1876 è l’anno di proclamazione del terzo editto di Haitorei. Dopo il 1876 troviamo le gendaito.
Tachi Katana e Wakisashi sono le NihonTo più conosciute e collezionate. Tutte necessitano di precauzioni e cure.
Qui è l’inizio degli appunti del bibliofilo e delle curiosità di bibliofilia. La partenza avviene con una considerazione da bibliofilo:.Le ore serene passate fra gli scaffali dei miei libri antichi mi aiutano a far bella la vita. (cit. io).
Giuseppe Giusti rientra negli appunti destinati al bibliofilo e nelle curiosità di bibliofilia per una sua frase:.Vorrei che i libri si scrivessero per insegnare, invece si scrivono per mostrar di sapere.
Le Opere di Lattanzio stampate a Subiaco da Sweynheym e Pannartz il 29 ottobre 1465 sono il primo libro impresso in Italia con data certa. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Aldo Manuzio il Vecchio nasce a Bassiano Romano presso Velletri. Nel 1489 è a Venezia. Qui si dedica all’arte tipografica. Del 1494 è il suo primo libro stampato. Ideatore del carattere corsivo chiamato aldino o italico o cancelleresco. Con il Virgilio, stampato nel 1501, creò i libri con il formato in ottavo. La sua marca tipografica è un’ancora con il delfino. É usata per la prima volta in un Ovidio del 1501. Muore nel 1515.
Giambattista Bodoni nasce a Saluzzo Romano nel 1740. Nel 1771 la sua fama è confermata dalla stampa del suo primo saggio tipografico di fregi e di maiuscole. Questo è il primo di una serie di suoi manuali che illustrano campionari di caratteri. Scrive il Fumagalli:.Nella tipografia il Bodoni diede dimostrazione di un concetto paradossale. La bellezza di un libro dove essere ottenuta soltanto con mezzi tipografici. Non con lenocinio di figure.
Il Manuale Tipografico del Bodoni nella prima edizione del 1788 contiene 150 saggi di caratteri latini e 28 di caratteri greci. Tutti da lui incisi. La seconda edizione postuma è pubblicata dalla vedova nel 1818. Sempre incisi dal Bodoni contiene 291 alfabeti latini, tondi, corsivi, maiuscoli, cancellereschi e finanzieri, 34 caratteri greci e 48 alfabeti esotici.
Gutenberg per far costruire il primo torchio tipografico prese a modello il torchio a vite che si usava nella pigiatura dell’uva.
La Bibbia di Gutenberg o Bibbia a quarantadue linee è indicata con la sigla B42. Impressa, nel 1454, a Magonza. Edita in 180 esemplari. Composta da due volumi per 1282 pagine. È il primo libro stampato a caratteri mobili in Europa.
La Bibbia Mazarina chiamata anche Bibbia di 42 linee è il primo libro completo a stampa che si conosca. Ogni pagina intera è stampata a due colonne. Ognuna di 42 righe, in caratteri gotici, senza paginazione, segnature e richiami. Per totali 635 carte, più 2 carte bianche e 4 per la tavola delle rubriche. Si conoscono esistenti 41 esemplari, dei quali 12 in pergamena.
Il Manuale del tintore scritto da Roberto Lepetit è stampato a Milano, Napoli e. Pisa dall’Editore Ulrico Hoepli, nel 1875. É il primo volume della fortunata collana Manuali Hoepli. Questa collana è forse quella che necessita di più appunti destinati al bibliofilo ed è la più ricca di curiosità di bibliofilia.
I formati del libro secondo il metodo moderno seguono le seguenti regole:. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
folio quando il libro è più alto di 38 cm.
4° sono i libri con altezza compresa fra i 28 e i 38 cm.
8° fra i 20 e i 28 cm.
16° fra i 15 e i 20 cm.
24° fra i 10 e i 15 cm.
32° per i libri con altezza inferiore ai 10 cm.
Secondo il metodo antico. Il formato del libri è basato sul numero di volte in cui il foglio impresso è piegato. Con la ripiegatura si ottenevano i fascicoli che compongono il libro.
Giovanni da Spira introdusse nel 1470 la numerazione per carte con numeri romani.
Giovanni Koelhoffintrodusse nel 1472 la segnatura. Questa era data in lettere e in numeri. Posti nella prima metà di ciascuno dei fascicoli che componevano il libro. Lo scopo era di facilitare il cucitore e il legatore. Se i fascicoli erano quaderni avremo:. A1, A2, A3, A4, B1, B2, B3, B4, ecc.
Le segnature sono ripetute nel registro. Questo è posto all’inizio o alla fine dell’opera. Se questo volume di Danti fosse tutto disperso e dissipato. Potassi per la presente tavola raccoglierete ordinare perché è posta la prima parola d’ogni carta lasciando sempre stare la rubrica per non equivocare.
Nel libro figurato bisogna accertarsi dell’integrità dell’opera. Le tavole illustrate molto spesso sono tolte. Questo per farne quadri di decorazione. Questo avviene con frequenza in alcuni libri di particolare valore artistico. Questi, quando completi, hanno oggi un carattere di grande rarità. Può succedere che alcune edizioni siano integrate da tavole di illustrazione. Distribuite dall’editore dopo un certo tempo che l’edizione era messa in vendita.
L’edizione principe è la prima edizione dell’opera. La differenza di prezzo fra la prima e le successive edizioni è spesso notevole. Se la prima è incompleta, censurata o scorretta è per il bibliofilo ancor più pregiata.Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
A parola a parola finisce anche il libro più grosso.
Per Marc TwainIl valore dei libri varia secondo le circostanze. Un libro rilegato in cuoio è eccellente per affilare i rasoi. Un libro piccolo, quintessenza, come li sanno fare gli scrittori della vecchia Europa, serve meravigliosamente per zappare la gamba più corta di un tavolino traballante. Un vecchio libro legato in pergamena costituisce il migliore dei proiettili da lanciare contro i gatti importuni. Finalmente un atlante dai grandi fogli di buona carta è quel che meglio si possa desiderare per accomodare i vetri rotti.
Non meno rare sono le edizioni clandestine. Qualche volta più rare delle edizioni originali. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Esistono e sono rari i libri che in nessuna pagina non contengono una lettera dell’alfabeto. In lingue non comprensibili. Scritti da pazzi e di stranezze che posso anche interessare.
La preziosità più aristocratica è data dall’ottimo stato di conservazione. Unito alla rilegatura artistica. Arricchita da una dedica di un personaggio illustre.
Le edizioni ottocentesche celebrative di avvenimenti civili o familiari non sono meno rare e ricercate delle preziosità di grandi autori. Spesse volte in forma tipografica modesta. Di tiratura limitatissima e facilmente smarribili.
La mia follia collezionistica mi spinge alla ricerca di libri stampati su carte colorate. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Celebri edizioni minuscole:. Aforismidi Ippocrate, stampato nel 1617 ad Anversa per Platin, misura 45 x 30 mm. Preghiere per l’infanzia, a Parigi per Firmin Didot 27 x 25 mm. Nel 1897 i Fratelli Salmin stampano Una lettera di Galileo a Madama Cristina di Lorena. Delle dimensioni di 15 x 9 mm. Forse il libro più piccolo al mondo. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Panfilo Castaldi è uno dei più antichi tipografi italiani. Dopo aver sentito delle esperienze di Magonza, probabilmente, riuscì a reinventare la tipografia. Nel 1471 è stampatore privilegiato a Milano. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
A Milano nel 1472. Entrambi sono dati certi. Corrispondono al luogo e alla data dove è attiva la prima società tipografica in Italia. Ad opera di Antonio Zarotto di Parma, dell’umanista Cola Montano e di vari cittadini milanesi.
La prima tipografia svizzera è a Basilea con Berthold Rupper.
Nei Paesi Bassi gli Elzevieri sono una famiglia alla quale appartennero dodici tipografi. Sono autori di eleganti edizioni delizia dei bibliofili. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Placchetta termine usato per un libro composto da uno o due fascicoli. É anche detto opuscolo. Deriva dal termine francese plaquette. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Bisogna stare in guardia dai vantati esemplari unici. Ai quali troppo spesso è facile trovare numerosi fratelli.
Esistono libri messi all’Indice. Questa indicazione è data:. Dal Sacro Uffizio,. Da principi,. Da parlamentari e da varie autorità civili.
Il frontespizio è la parte del libro che ha subito le maggiori modifiche. Questo perché permetteva di esprimere i gusti e gli stili delle differenti epoche. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
L’Antiporta è la pagina figurata che precede il frontespizio.
Collazionare, controllare che i libri siano completi.
Collazionare v. tr. [der. di collazione] (io collazióno, ecc.). – Confrontare tra loro due o più libri o manoscritti contenenti redazioni diverse di un medesimo testo. Riscontrare se una copia, o una bozza di stampa, è conforme all’originale. Per estens., nel linguaggio di marina, c. un segnale, ripetere il segnale elemento per elemento da parte del ricevente (quando vi sia timore di non avere ricevuto correttamente). AncheConfronto di una o più copie (manoscritte, dattiloscritte o stampate) di uno stesso testo con l’originale, o anche tra loro. Questo per verificarne l’esatta corrispondenza:. Fare la c. del dattiloscritto con il testo manoscritto, o delle bozze di stampa con l’originale inviato in tipografia. C. di copie di atti pubblici. In particolare. La fase della critica testuale consistente nel confronto dei varî manoscritti o edizioni in cui è conservata un’opera antica. Per rilevarne le corrispondenze e le varianti. Con questo significato è spesso usata la forma latina collatio:. Fare un’attenta c. dei manoscritti delle Cronache dei Villani. Indicare le varianti rilevate nella c. del codice Monacense 22 col Parigino 4527. Anche, il confronto fra redazioni diverse di un testo successivamente rielaborato:. La c. delle tre redazioni dell’Orlando Furioso. La c. dei Promessi Sposi del 1827 con quelli del 1840. Entrambi le voci tratte dal Vocabolario Treccani.
Thomas Phillipps, 1792-1872. Bibliomane impenitente collezionò per tutta la sua vita. Riunì oltre 160.000 volumi e manoscritti.
Bodoniano o Bodoniana:. Termine che indica le edizioni, i caratteri tipografici e le tipiche legature ideate dal Gianbattista Bodoni. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Brachetta, detta anche braghetta. É una striscia di carta usata in legatoria. Serve per cucire i fogli che per la loro scarsa marginatura non possono essere ripiegati e legati con gli altri. Un esempio sono le tavole fuori testo.
La Cromolitografia è una tecnica di stampa a colori nata nel 1837.
Dantino, nome per indicare una edizione minuscola della Divina Commedia. Famoso è l’edizione in 128°, stampata a Padova nel 1878 dai fratelli Salmin. Le pagine misurano 37 x 57 mm.
La prima edizione di un testo a stampa può essere indifferentemente definita:. Edizione originale,. Prima edizione,. Edizione Principe e.Editio princeps.
Guardia o sguardia è il foglio che unisce la legatura al primo e all’ultimo fascicolo del libro. Si divide in controguardia, per indicare la parte incollata al verso del piatto, e in volante.
Carta:. Il termine indica il singolo foglio. Quest’ultimo è composto da due facciate, chiamate recto e verso o tergo. Sulla carta sono impresse due pagine.
Capolettera, al plurale capilettera. É la prima lettera del capitolo. Impressa con formato maggiore rispetto al testo.
Post incunabolo o post incunabulo. Termine generico e di scarso significato storico, usato per i libri stampati nei primi anni del Cinquecento. In bibliografia, nome con cui sono a volte indicati i libri stampati nella prima metà (o, per alcuni, nel primo quarto) del 16° secolo. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Incunabolo. Il vocabolo può avere vari significati:. Ogni libro o opuscolo stampato a caratteri mobili in epoca compresa dalla invenzione di questo tipo di stampa al 25 marzo 1501. I libri stampati tra il 1450 e il 1500. I libri stampati fino al 1520, anno nel quale il libro ha assunto la sua definitiva forma cinquecentesca.
Fioriture e Bruniture. Indicano dei difetti della carta. Le prime sono dei puntini o delle piccole macchie color ruggine. Le seconde sono l’estensione del difetto a tutta la pagina. Rendendola in modo uniforme più scura.
Estratto. È un opuscolo stampato in modo autonomo che ripropone uno scritto già pubblicato all’interno di una rivista o di un’opera collettiva. E’ detto estratto originale quando la numerazione delle pagine non è quella dell’edizione precedente.
Marca Tipografica. E’ uno stemma con cui lo stampatore, o l’editore identificavano le proprie edizioni. Tipico elemento tipografico del ‘500 e del ‘600, raro nel ‘700.
Finalino. É il fregio che orna la fine di un capitolo. Nei casi più comuni è posto solo alla fine dell’ultimo capitolo dell’opera.
Occhietto o occhiello. È il foglio che precede il frontespizio. È impresso con la parte essenziale del titolo.
Per rimuovere la polvere dai libri. Tenendo chiuso il volume passiamo una spazzola di setola morbida sui tagli partendo dal dorso verso l’esterno. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
La Legatura originale è contemporanea all’epoca della stampa dell’edizione. E’ detta editoriale se realizzata dall’editore.
La cartonatura rustica è una legatura realizzata con materiale grezzo con una consistenza che permette di avere dei piatti rigidi.
Un libro dove ricavare appunti interessanti per il bibliofilo e delle curiosità di bibliofilia è un Manuale Hoepli. Il volume si intitola Bibliografia,. Riferimento e ampliamento del manuale di bibliografia di Giuseppe Ottolino. A cura di Giuseppe Fumagalli Bibliotecario emerito. Quarta edizione. Riveduta e arricchita da G. Fumagalli e Olga Pinto. Con 165 figure. Hoepli 1935 pagine XXIV, 488.
La sovraccoperta è considerata dal bibliomane di grande importanza. In particolare per le opere di letteratura contemporanea.
Umidità e fumo sono nemici dei libri e dell’uomo.
Nel 1469 la stampa arriva a Venezia. Nel 1470 a Foligno. Qui è impressa la prima edizione delle Divina Commedia. Seguono le stampe di:. Napoli, Ferrara, Milano, Firenze ….
In passato la brossura era una protezione provvisoria. Un foglio che proteggeva il libro fino alla consegna al legatore.
La brossura conservata all’interno di una legatura è una raffinatezza, quando è applicata ai piatti …….
La decorazione secco è impressa nella legatura senza doratura o coloritura. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia
.Indice dei libri proibiti. Index librorum prohibitorum. É un elenco di libri dei quali è vietata la lettura ai Cattolici secondo specifico decreto della Santa Sede. Per la prima volta pubblicato nel 1557. Per volontà di Paolo IV.
Nell’Indice dei libri proibiti si citavano oltre ad autori, titoli, ed opere anonime anche gli editori colpevoli di aver pubblicato opere eretiche. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Un libro si definisce Rifilato, con margini corti o smarginato quando i margini bianchi della pagina sono ridotti in modo eccessivo. Questo avviene in fase di legatura. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Un libro si definisce Non Rifilato o con barbe quando è rilegato mantenendo i pieni margini delle pagine.
Stralcio, un assieme compiuto di pagine prelevato materialmente da un’opera di maggiori dimensioni. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
La Biblioteca dei miei ragazzi è un esempio di studio. Dallo svolgersi di questa iniziativa editoriale si traggono appunti interessanti per il bibliofilo e delle curiosità di bibliofilia. É la più popolare collana di libri per bambini messa alle stampe dall’editore fiorentino Adriano Salani. Iniziata nel 1931 e arrivata sino alla metà degli cinquanta del novecento. E’ composta da 99 volumi. Anche se il numero 98 non è rintracciabile in elenco. A seguito della caduta del fascismo alcuni titoli della collana sono esclusi. Scompaiono:.Sim ragazzo abissino,. Saettino puro sangue meneghino e Grande dramma e piccoli eroi. Quest’ultimo narrava la storia dei martiri dei rossi durante la guerra di Spagna. La componente letteraria del libro era predominante. Nel testo vi erano illustrazioni in bianco e nero. La coloratissima copertina sviluppava il momento culminante della vicenda narrata nel testo. La rilegatura alla bodoniana era a colori vivaci e affidata all’opera di un affermato illustratore.
La Collezione Loto Blu Collection Lotus bleu è una collana stampata a Parigi dalla Librairie Borel (Guillaume). Il formato è in 24° ( 14 x 7 cm ). Venduta al prezzo di 1 franco al volume. Prix: I franc le volume. Oppure Par la poste : I fr. e 25. Al prezzo di 1 franco e 25 se acquistata per posta. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
La Collection Lotus bleu pubblica opere edite o inedite di molti autori francesi. Di Alphonse Daudet appaiono: Contes d’Hiver, Trois Souvenirs eL’Enterrement d’une Etoile.
Di Emile Zola: Pour une Nuit d’Amour eMadame Neigeon. Di Edmond de Goncourt: Première Amoureuse. Di J. H. Rosny:Elem d’Asie. Di Jules Claretie: La Divette. Di Abel Hermant: Deux Sphinx. Di Jean Lorrain: Une Femme par our. Di Ch. Nodier: Thérèse Aubert. Di Chateaubriand: Le Dernier Abencerage. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Altri autori presenti nella collana sono:. Victor Cherbuliez, Anatole France, André Theuriet, Paul Margueritte, Frédéric Mistral e Pierre Loüys. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
Per i libri da collezione la descrizione delle condizioni di conservazione talvolta avviene servendosi di lettere o parole di derivazione anglosassone. F significa fine (ottimo esemplare). VG significa very good ( molto buono. É questa la classificazione che indica le usuali condizioni di conservazione di un libro usato, antico o da collezione ). G significa good (buono, ma al di sotto della norma). Fair significa discreto (con tracce d’uso evidenti).Poor significa in cattive condizioni (esemplare da studio). Alle sigle possono essere abbinati i segni + e – ad indicare uno spostamento verso l’alto o il basso del giudizio espresso.
Un libro dove ricavare appunti interessanti per il bibliofilo e molte curiosità di bibliofilia è scritto da Fernando Palazzi. Si intitola La bibliofilia è l’arte di non leggere i libri perché troppo belli.
Il còlophon è un testo impresso, posto nell’ultima pagina del volume, con il compito di fornire delle informazioni inerenti il libro. La descrizione può specificare:. Il tipo di carattere impiegato. L’inchiostro utilizzato. Le caratteristiche della carta di stampa. La cartiera di fabbricazione. Il nome del proto. L’indicazione dell’officina tipografica e dichiarazione della tiratura.
Errata Corrige è la tabella degli errori in cui si è incorsi durante la stampa di un testo e delle rispettive correzioni. Può essere stampata in calce al testo o allegata come foglio volante.
Il marocchinoè un tipo di cuoio ottenuto dalla concia delle pelli di capra. É un materiale pregiato e dal costo elevato. Caratterizzato da una grana fine e irregolare. Di grande resistenza, morbidezza e lucidità. Si può presentare in varie colorazioni. Ben si adatta alla decorazione impressa in oro. Alla quale conferisce un particolare risalto. É usato per realizzare preziose legature. Nel Cinquecento i libri di pregio erano rilegati in marocchino a grana fine nel classico colore rosso. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
La bazzana è una pelle di montone conciata. Di colore naturale, liscia e soffice. É impiegata per realizzare le legature di minor pregio. É facile a graffiarsi e a screpolarsi. Poco resistente alle sollecitazioni meccaniche.
Il vitello è una pelle morbida, priva di grana e molto delicata. Proviene dalla concia delle pelli del vitello e dalla vacca. La varietà definita cuoio biondo è la più pregiata. Questa tipologia è caratterizzata dal colore chiaro ed uniforme. Con la superficie liscia e senza difetti. Appunti di un bibliofilo Curiosità di bibliofilia.
La pelle di porco e di scrofa sono usate in legatoria dopo la concia in pergamena. A seguito di questo processo la pelle si presenta di colore bianco lucente. Con una grana formata da gruppi di forellini. Il tono originale con il tempo vira verso una patina dorata. É caratterizzata da una grande robustezza. Adatta a ricevere una fitta decorazione a secco. Una caratteristica tipica delle legature tedesche.
Qui finiscono gli appunti di un bibliofilo e le curiosità di bibliofilia, ma lo studio continua …..
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