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La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

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La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino.

Montelupo Fiorentino è un comune in provincia di Firenze. Famoso per la straordinaria tradizione della ceramica prodotta dai suoi forni.

Il centro abitato è situato alla confluenza del fiume Pesa e Arno.
Nato da un piccolo castello e da un borgo. É edificato alle porte della città di Firenze.

Acquisisce importanza a seguito della produzione della maiolica.

Destinata sia alle esigenze dei cittadini fiorentini che all’esportazione.
Sono documentati ritrovamenti di ceramica montelupina nelle Filippine, in Scozia e in America Centrale. In quest’ultimo territorio la ceramica giunse a seguito dei primi insediamenti di europei nel luogo.
I primi manufatti conosciuti risalgono alla fine del Duecento.
In questo periodo iniziale dai forni montelupini uscì della ceramica con decori di ispirazione ispano moresca. Dove i soggetti erano dipinti in color blu e la decorazione in prevalenza in verde.
Nel Trecento e nel Quattrocento la produzione ceramica a Montelupo Fiorentino era quantitativamente molto consistente.

Durante il Rinascimento la località divenne uno dei centri di produzione di maiolica più attivi. 

 
Risale alla metà del Quattrocento l’apertura da parte di maestranze monte lupine di fornaci nella vicina città di Firenze.
Questo spostamento fornì un importante contributo allo sviluppo della ceramica quattrocentesca nella città medicea.
 

Sempre in questo periodo degli artisti ceramici impiegati presso le numerose fabbriche di Montelupo Fiorentino cambiarono città.

Andarono a lavorare a Faenza, Cafaggiolo e si spinsero fino in Sicilia insediandosi a Caltagirone.

Questi spostamenti permisero in quelle località d’arrivo la nascita di una tradizione ceramica. 
 

La produzione di ceramica a Montelupo Fiorentino nel Cinquecento e nel Seicento è caratterizzata dalla realizzazione di manufatti ad uso farmaceutico. Un esempio fu la fornitura per le farmacie fiorentine dei domenicani di San Marco e di Santa Maria Novella.

Fra le  maioliche ad uso farmaceutico prodotte a Montelupo Fiorentino è frequente il versatore. Anche chiamato: brocchetta o orciolo. Si caratterizza per il corpo di forma ovoidale e dalla presenza del pippolo, un beccuccio a tubetto.

Nell’ immagine sono raffigurati il fronte e il retro di due versatori. Entrambi prodotti a Montelupo Fiorentino nel XVI secolo.

Fausto Berti nel suo libro intitolato La maiolica di Montelupo Secoli XIV  XVII. Edito nel 1986. Ritiene che esemplari con questo ornamento non possano essere datati prima degli inizi del XVI secolo.

Entrambi presentano dei decori tipici. Uno a foglia di vite. L’altro a palmetta persiana.

Gaetano Ballardini ha definito quest’ultimo motivo decorativo a palmetta e rosetta persiana.

Raffigura un fiore a forma di grappolo. Composto da otto petali appuntiti. Elemento che si ripete sulla superficie decorata.

Questo decoro si diffonde nella maiolica italiana nella seconda metà del XV secolo. Trovando ampio riscontro in Romagna, Toscana e Umbria.

Per il Liverani questo decoro raffigura un turgido frutto a pigna. Visto sia in sezione orizzontale che verticale.
Può presentare delle varianti che lo ravvicinano a volte  al fiore del cardo.

Il decoro è di ispirazione medio orientale. I prototipi si riscontrano a partire dal XIII secolo sopra ceramiche, stoffe e tappeti persiani.

Questo elemento decorativo fu tra i più apprezzati dai vasai monte lupini. Lo utilizzarono per tutto il Cinquecento. Presentandosi con variazioni nell’esecuzione e nei colori. Uscì dall’uso solo agi inizi del seicento.

 

Il Seicento e il Settecento vedono l’affermazione del più famoso decoro montelupino. Nasce una nuova tipologia chiamata gli arlecchini. 

Nome conferito per alludere alla grande ricchezza cromatica della decorazione.

Con minore frequenza la categoria degli arlecchini è chiamata dei mostacci o delle bambocciate.

A questa famiglia ceramica appartengono dei piatti concavi di buone dimensioni. Il diametro si aggira attorno ai 33 cm.

Il soggetto raffigurato è un personaggio del quotidiano. Rappresentato con tono caricaturale e dipinto con ricchi colori.

I pigmenti usati per dipingere queste ceramiche sono vivacissimi. Tipici della tavolozza ceramica di questa località.

Troviamo: il giallo antimonio. Il giallo arancio ottenuto con la ferraccia, antico nome usato per definire la ruggine del ferro. I verdi ramina. I bruno viola ottenuti dal manganese. Infine l’azzurro derivante dal cobalto.

Gli altri due nomi: mostacci o bambocciate. Alludono al soggetto raffigurato.

Un repertorio di personaggi tratti dalla cronaca. Un quotidiano fatto di: gentiluomini, paggi e bravi.
Raffigurati con corsetti a righe. Pantaloni rigonfi. Cappelli piumati.
Con lunghi baffi. I mustache. Da questo particolare nasce il termine mostacci.
Armati di spade, alabarde e moschetti.
Qualche volta a cavallo. Altre volte immersi in scorci di paesaggio.
Sempre dipinti con intento caricaturale. I personaggi più raffigurati furono quelli più temuti: i soldati Lanzichenecchi al soldo di Carlo V.

Questi artisti fanno dell’ironia la loro arma vincente. Con i loro pennelli sbeffeggiando le paure e ironizzando sul presente.

 

Interpretano un racconto intriso di una vivace cultura popolare.

 

Nell’ immagine: Il fronte e il retro del versatore P e del versatore PA. Entrambi prodotti a Montelupo Fiorentino nel XVI secolo.

 

Versatore P con decoro a foglia di vite.
Altezza 24,5 cm.
Diametro della base 8,9 cm.
Diametro della bocca 7,7 cm.
Cartiglio anepigrafo.
Nella parte del corpo sottostante alla base dell’ansa è tracciata la lettera P. Dipinta in color blu.
Il motivo decorativo che ricopre la superficie è realizzato con la tipica versione montelupina del decoro a foglie bipartite di vite, fiori, frutti e viticci. Tutto il decoro è dipinto in color blu.

 

 

Versatore PA con decoro a palmetta persiana.
Altezza 24,5 cm.
Diametro base 8,1 cm.
Diametro bocca 7,4 cm.
Cartiglio anepigrafo.
Nella parte del corpo sottostante alla base dell’ansa è tracciata la lettera PA. Dipinta in color blu.
Il motivo decorativo che ricopre la superficie è realizzato con la tipica versione montelupina del decoro a palmetta persiana.

 

 

 

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La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

 

In Giappone, la tecnica d’intervento del Kintsugi prevede tre possibili categorie. L’appartenenza a uno dei differenti tipi avviene esaminando lo stato nel quale si presentano i vari pezzi risultanti dalla rottura.

Hibi scritto ひび, Kake no Kintsugi Rei scritto 欠けの金継ぎ例 e Yobitsugi scritto 呼び継ぎsono i nomi usati in Giappone per identificare questi tre casi.

L’Hibi è un intervento dove tutti i pezzi dell’oggetto sono presenti. Questi sono riassemblati introducendo fra i cocci dei sottili fili in oro.

Il Kake no Kintsugi Rei prevede la ricostruzione dei pezzi mancanti. Le parti perse si ricreano in lacca. Quest’ultime ricostruite nell’esatta forma dell’originale e successivamente ricoperte con metallo.  Il risultato finale sarà il pezzo nella sua forma originaria con le sezioni mancanti ricostruite e visibili.

Lo Yobitsugi è un intervento dove il pezzo mancante è ricreato in ceramica. Quest’ultima proviene da un altro pezzo di analogo materiale, scelto il più possibile simile a quello che andrà a sostituire.

Il Kintsugi nei casi più semplici è molto facile da realizzarsi. La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Soprattutto dimenticandosi di tutti i possibili problemi che possono sorgere in fase di ricostruzione.

I materiali necessari per la realizzazione di un simil Kintsukuroi sono semplici a reperirsi.

Per provare basta attendere il prossimo incidente ceramico. Con questo avvenimento abbiamo la parte essenziale per la partenza. A questo aggiungeremo colla e polvere d’oro sintetico. Il lavoro è agevolato dall’uso di una spatola.

 

Si inizia con l’accurata pulizia di tutti i pezzi. Poi mischiamo la colla e la polvere d’oro. Quando il collante sarà ben uniforme stendiamone una piccola parte lungo i bordi dei due pezzi la congiungere.

Seguendo una corretta successione e con le dovute cautele rincolliamo tutti i frammenti. Attendiamo che la colla secchi.

A questo punto la ceramica è ritornata a una nuova vita. Nella quale tutte le fratture sono evidenziate da una brillante linea d’oro.

L’intervento volutamente sottolinea ogni rottura. In questo modo conferisce unicità all’oggetto restaurato. Un rinnovato oggetto, ora reso unico. Non più un qualcosa di rotto ma, una ceramica di valore artistico ed conseguentemente economico.

In Giappone il Kintsugi restituisce al cliente un oggetto di maggior pregio. Per questo, forse rotto non proprio per caso.

Il risultato finale del Kintsukuroi è in antitesi a quello operato da un restauratore europeo. Delegato a far di tutto per nascondere il danno.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

 

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Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

 

Il Kintsugi o Kintsukuroi è una tecnica di restauro della ceramica usata in Giappone.

La mia scoperta del kintsugi risale a molti anni fa. È avvenuta in Giappone.

Questa tecnica compariva applicata sopra una antica ceramica cinese. Su un vaso celadon. Sul quale una lunga fessurazione appariva riempita con lacca e oro.

Il vaso così aggiustato era visibile in una struttura espositiva a vetri. Lasciato in perfetta solitudine ad ostentare l’intervento a cui è sottoposto.

Il Giappone è la terra della perfezione e della purezza estetica. Un intervento così invasivo mi provocò molto stupore e altrettanta curiosità. Kintsugi restauro ceramica Giappone.

Dalla visione di quell’antico vaso iniziò una ricerca.

Il primo esito acquisito è l’apprendere che quell’intervento è una prassi comune.

Era realizzato rispettando il canone dettato dal kintsugi.

Un intervento conosciuto anche da persone che non si interessavano di antiche ceramiche.

Quando nasce il kintsugi? Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

 

Come spesso accade in Giappone la risposta è data da una leggenda. 

Siamo nel XV secolo. I protagonisti sono lo shogun Ashikaga Yoshimasa e la sua tazza da tè preferita.

Una coppa cinese rotta durante l’uso. Riportata in Cina per essere restaurata. Restituita riassemblata con graffe in ferro.

Un intervento che non risultava né bello né funzionale.

I cocci sono trasformati in un oggetto prezioso da un artigiano giapponese. La ricostruzione avvenne usando come legante lacca naturale ricoperta con polvere d’oro.

É nato il kintsugi.

 

Nella realtà solo minime parti della narrazione trovano un conferma negli attuali dati storici. La tazza da tè preferita dallo shogun Ashikaga Yoshimasa è andata rotta e, in seguito, restaurata con graffe metalliche. Infatti cosi è esposta al Museo Nazionale di Tōkyō . 東京.

 

Kintsugi in lingua giapponese si scrive 金継ぎ. Dove il primo kanji si legge kin 金 e significa oro. Tsugi 継ぎ si traduce in collegare.

Alla lettera, il termine vuol dire:. Collegare usando l’oro.

Il sinonimo kintsukuroi è formato da kin e da tsukuroi. Il primo come sappiamo significa oro. Il secondo è il verbo rammendare. La traduzione è rammendare usando l’oro.

A lavoro ultimato sul pezzo ceramico compaiono delle parti in metallo che lo rendono un pezzo d’arte unico.

Sulla superficie si dispongono una serie di linee. Tutte frutto del caso. Non ripetibili.

Questa è una delle caratteristiche più apprezzate del Kintsugi. 

Sono il motivo dell’aumento del pregio artistico attribuito alla ceramica così riparata. Preludio a un incremento del valore economico.

Questo non completa il quadro. Esiste una forte ascendenza tratta dagli insegnamenti del buddhismo Zen.

Influsso che si manifesta in un caleoscopio di possibilità.

Come: il trovare nell’imperfezione una bellezza mai conosciuta. La dimostrazione dell’assenza della staticità. Della fragilità come qualità da valorizzare. Della tramutazione di un evento da negativo in positivo. Alla capacità di rialzarsi dopo aver subito una ferita. Riuscire a convive con le cicatrici. Traendo da esse la forza per ripartire. Nanakorobi yaoki.

Saper accettare il danno. Riuscire a superarlo con profitto. Fare si che non si ripresenti. Shouganai.

 

In questa visione il Kintsugi o Kintsukuroi non è solo una tecnica di restauro della ceramica usata in Giappone. É molto di più.

 

Nell’immagine Una scultura di Francesco de Molfetta alias Demo. Dal doppio titolo Testa rotta oppure Cocciuto. Una originale e involontaria interpretazione della cultura zen. Un preludio per l’inizio di Kintsugi milanese. Con nulla o con molto in comune.

 

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

 

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La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

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La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

 

Il procedimento di datazione della ceramica tramite termoluminescenza è una tecnica di indagine scientifica.

Un mezzo impiegato per effettuare la datazione di oggetti realizzati per lo più in terracotta. 

L’utilizzo permette di determinare con limiti accettabili la data di cottura del pezzo ceramico.

Questo impiego ha permesso l’affermazione di questo metodo diagnostico per i manufatti in ceramica.

Diventando un metodo per accertare l’autenticità o la falsità del manufatto.

Promuovendolo a valido ausilio per le istituzioni museali e i mercanti d’arte antica.

E’ un procedimento distruttivo.

Così chiamato perchè per l’applicazione necessita il prelievo dal pezzo da analizzare di un piccolo campione.

Una quantità che raggiunge al massimo il peso di dieci grammi.

Il materiale è sottoponibile alla prova una sola volta. Se necessita un nuovo esame serve un ulteriore campione.

Il prelievo avviene con un trapano a bassa velocità. La sua azione forma un foro del diametro e della profondità di 2,5 mm.

Si cerca di effettuare l’asportazione in un punto situato in una zona mai troppo visibile.

Questa precauzione non è sempre attuabile.

Con la conseguenza che il prelievo del saggio andrà a compromettere l’integrità del pezzo.

Questo avviene agendo sulle ceramiche smaltate e sulle porcellane.

Su questi materiali l’azione del trapano crea un foro che compromette la coperta.

Quando la ceramica presenta dei restauri. Ê possibile il prelievo del campione da analizzare in quella zona.

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza è una tecnica intuita nel 1962.

Il lavoro di perfezionamento è durato molti anni. Giungendo a renderla applicabile e affidabile.

Research Laboraty Oxford University e dal Max Plank Institut Heidelberg sono gli enti promotori delle ricerche.

L’analisi si basa sulle caratteristiche fisiche di alcuni materiali presenti nell’impasto costituente il manufatto ceramico.

Questi diventano accumulatori dell’energia radioattiva naturale. Un potenziale che con il passare del tempo diviene misurabile ed è alla base di questo esame.

Entro l’impasto ceramico l’esame della termoluminescenza è consentito da tre minerali: il quarzo, il feldspato e più raramente lo zirconio.

Quando un oggetto costituito da terracotta è sottoposto a un rapido riscaldamento libera l’energia accumulata nel tempo.

Questa carica si manifesta sotto forma di radiazione elettromagnetica.

Questo permette di azzerare il potenziale radioattivo accumulato nel periodo precedente all’esposizione alla fonte di calore.

Dando inizio a un nuovo accumulo di energia. Coincidente con il momento della cottura.

Questo è il  limite della tecnica. Anche se ipotesi remota. Può avvenire che un recipiente di epoca antica è sottoposto a una seconda cottura.

L’esame è effettuato presso laboratori specializzati.

Prelevando un campione dall’oggetto.

Quindi sottoponendolo a riscaldamento lineare. Passando da 20° C /al sec  fino a 500° C.

Durante questo lasso di tempo si assiste all’emissione di impulsi luminosi. Proporzionali al tempo di accumulo dell’energia radioattiva.

Una acquisizione che inizia dal momento dell’ultima cottura.

Un indicazione sulla data di cottura è ottenuta da una comparazione.

Questa avviene fra le emissioni del campione durante il riscaldamento. Confrontate con quelle dello stesso campione dopo essere stato sottoposto a una dose di raggi beta.

L’età è indicata con una tolleranza. L’intervallo varia da un minimo del ± 5% sino a un massimo del ± 25%.

Intervallo che permette di dare una risposta certa in termini di autenticità del manufatto.

La tolleranza risiede nella quantità di irraggiamento subita durante l’anno.

Una radiazione con energia non costante nel tempo.

Dipendente dal terreno impiegato. Variabile in ogni punto del globo.

Un dato privo di approssimazioni si ottiene solo conoscendo il punto reale nel quale la ceramica è realizzata.

Questa analisi si applica a oggetti archeologici e storici realizzati in ceramica.

É applicabile a: terrecotte, laterizi e porcellane. Si estende ai vetri, alle terre di fusione e ai resti di focolari.

L’affermarsi di questa analisi ha costretto i falsari a prendere delle contromisure.

Risposta che ha privato l’uso della sola termoluminescenza come unico strumento di autenticazione.

Nel mercato antiquario sono entrati oggetti sottoposti ad irraggiamento artificiale. Una esposizione dosata con precisione e alternata con trattamenti termici.

Con queste contraffazioni la validità della tecnica viene meno. 

 

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Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

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Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini

Le maioliche in stile compendiario nascono e si affermano nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

Il manoscritto di Cipriano Piccolpasso[1] intitolato i Tre libri dell’arte del vasaio [2] introduce alla tecnica delle maioliche in stile compendiario. Quest’opera è datata per l’anno 1548 ma, è composta nei due lustri precedenti.

Nel testo troviamo una descrizione di come avveniva la decorazione del pezzo ceramico sottoposto alla smaltatura con il bianco allattato, malamente oggi detto bianco faentino.

La tecnica voleva che Sopra questo smalto si dipingeva con zaffera nera ed azzurra. Cioè con la nera si tirano i contorni e con l’azzurra si ombra. Dipingenseli con zallolino e con il zallo, e non con altro. Avvertendo di dare i colori netti, e non molto grassi.

Le maioliche in stile compendiario sono caratterizzate da uno smalto morbido di color bianco coprente. Dato sul pezzo ceramico con abbondanza, a formare una superficie spessa[4].

Per riportare le parole del Piccolpasso Il bianco ferrarese si dà il doppio più grosso[5] dell’invetriatura abituale.

Il Piccolpasso qualifica come ferrarese questo tipo di smalto. Ora è conosciuto come faentino. 

Anche il Liverani parla di questo tipo di smalto. Affermando che Non è svilito alla funzione di portante della decorazione pittorica, bensì attraente in sé[3].

Questo nuovo smalto stannifero permise l’affermarsi di decorazioni semplici ed essenziali.

Realizzate a punta di pennello.

Basate sull’uso di una essenziale tavolozza cromatica. Composta da qualche verità d’azzurro e da due toni di giallo, lo zallolino e lo zallo.

Nella prima metà del XVI secolo questo modo di decorazione convive con l’affermata maiolica istoriata.

Ben presto la credenza[6] delle classi agiate dell’epoca si riempie di maioliche in stile compendiario. Arricchite, quando la commissione lo permetteva, dallo stemma nobiliare della casata.

Lo stile compendiario è così battezzato, nel 1938, da Gaetano Ballardini[7]. Nasce e si afferma nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.

I bianchi faentini potevano essere lasciati privi di qualunque ornamento. Al fine di poter mostrare per intero tutta la preziosità insita in quello smalto.

Altre volte presentavano una decorazione sobria e isolata. Collocata al centro o al margine del pezzo ceramico. Composta da piccole scene appena schizzate, realizzate con tocchi rapidi.

Protagonisti sono: putti, cherubini, amorini alati, figure femminili e Santi. Tutti raffigurati in un leggero movimento e accompagnati da ghirlande a fiori e foglioline.

L’eccezione era la maiolica che presentava tutta la superficie bianca ricoperta da un racconto pittorico. Realizzato con i colori tipici del compendiario. Figurata con una scena biblica, religiosa, storica o mitologica.

Al decoro ora necessitava una spazio minore. Questo influì sulla forma del manufatto. Le superfici acquisiscono importanza. 

Non sono più lisce e si arricchiscono di una maggiore plasticità.

Diventando: increspate, scannellate, costolate, baccellate, sbalzate e traforate. Elaborati e figurati diventano le basi, i manici e i beccucci. 

Queste forme erano ottenute in due modi. Con la tradizionale lavorazione al tornio, comune anche alle ceramiche appartenenti agli stili precedenti. Mediante stampi in gesso provenienti da lavori in metallo, quasi certamente in argento.

In questi pezzi ceramici si assiste all’affermazione della linea, della forma, dell’aspetto plastico e del volume.

Degli aspetti che nella produzione precedente erano asserviti alla ricca ed esuberante policromia di una tavolozza composta di colori e coloretti necessaria al decoro dei pezzi appartenti allo stile dell’istoriato[8].

Molteplici le figure di maestri faentini innovatori e felici interpreti di questo stile.

Virgilio Calamelli più noto come Virgiliotto, Leonardo di Ascanio Bettisi più noto come Don Pino, Francesco Mezzarisa detto Risino[9], Domenico Pirotti[10], Francesco Vicchi, Battista Mazzanti e molti altri. Alcuni di modesta levatura e non facilmente individuabili.

Virgilio Calamelli, figlio di Giovanni da Calamello, è un rinomato maiolicaro faentino.

Dopo i successi nella produzione di ceramiche in stile istoriato e nella decorazione a quartieri è fra i promotori dei bianchi.

Di lui si hanno notizie dal 1531[11] e non oltre il 1570.

Sposa Elisabetta di Baldassare Dalle Palle, Appartenente a una famiglia di vasai faentini. Dal matrimonio nascono due figli. Nel 1550, Gian Battista Baldassare Marco e nel 1552 Baldassare che sarà noto come Domenico.

Nel 1563 Don Pino subentra nella bottega di Virgiliotto. Questo avviene prima della morte del secondo. La produzione ceramica non subì variazione, probabilmente continuò a lavorare con le stesse maestranze e con una parte dei vecchi stampi.

Esistono forme ceramiche identiche siglate VR FA [da leggere V(I)R(GILIOTTO) FA(VENTINUS)] oppure DO PI [da leggere DO(N) PI(NO)].

 

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Nell’immagine. Il fronte di una crespina in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio. Al centro del cavo è posto un putto alato con in una mano una lancia. Raffigurato in posizione eretta e appoggiato su un solo piede.

Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.

Cavo a calotta schiacciata con parete lavorata a baccellature. Parte centrale liscia. Orlo verticale desinente in un labbro ondulato e arrotondato. Piede a tromba.

Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto. Fine del XVI secolo.

La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.

 

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[1] Cipriano Piccolpasso, Casteldurante [località che dopo il 1636 cambia il nome in Urbania, ora nelle Marche nella provincia di Pesaro e Urbino] 1524 – Casteldurante, 21 novembre 1579. Architetto, storico, ceramista e pittore di maioliche. Molto noto è il suo trattato intitolato I tre libri dell’arte del vasajo. Datato 1548 e rimasto inedito sino al 1857. Il testo del manoscritto è ricco di ricordi, informazioni tecniche e osservazione sull’arte ceramica della prima metà del XVI secolo.

[2] Cipriano Piccolpasso. I tre libri dell’arte del vasajo. Nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa. Cosa che persino al di d’oggi è sempre tenuta nascosta. Del cav. Cipriano Piccolpassi Durantino. Roma. Dallo Stabilimento tipografico. 1857.

[3] Giuseppe Liverani. La maiolica italiana sino alla comparsa della porcellana europea. Milano. Electa 1958. pagina 46.

[4] Caratteristica dovuta all’abbondante presenta nello smalto di stagno. La presenza pari a un terzo del peso di questo metallo non era infrequente e permetteva realizzazione di un colore bianco più candido e lattiginoso.

[5] Tutte le osservazioni di Cipriano Piccolpasso sui bianchi traggono origine dal periodo trascorso a Faenza e dalla sua visita alla bottega del Calamelli.

[6] La credenza era un termine presente negli inventari dei ceramisti. Serviva per indicare i servizi da tavola composti da: piatti, vassoi, portovi, saliere, fruttiere, versatoi, candelieri, rinfrescatoi ecc.

[7] Gaetano Ballardini. Faenza 1° ottobre 1878 – ivi 26 maggio 1953. Storico dell’arte. Fra i primi studiosi della ceramica antica. Fondò nel 1908 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, di cui fu il direttore fino alla sua morte.

[8] La fortuna goduta dal motivo della grottesca non subisce flessione di popolarità e rimane una costante dei decori ma, nello stile compendiario, alla versione dipinta viene preferita la versione plastica. Trasformandosi in un elemento di presa o di sostegno. Realizzato, quando è di presa, a forma di arpia. Dall’aspetto di un piede di forma di zoomorfa quando d’appoggio.

[9] Dai documenti d’archivio si acquisisce che Francesco Mezzarisa di Faenza, già dal febbraio 1540, aveva assunto presso la sua bottega Pietro Zambalini. Avrebbe lavorato per un quiquennio con l’esclusiva mansione di sovraintendere alla produzione dello smalto di color bianco. Sovraintendendone il colore e la qualità. Questo ad avvalorare l’importanza assunta dai bianchi nei commerci del laboratorio. Il grande alberello, ora al museo di Faenza, proviene da questa bottega. É opera del pennello di Antonio Romanino Cimatti. Dipinto in stile compendiario con scene figurate nel 1556.

[10] Appartiene alla celebre bottega di Casa Pirota. Pietro detto Pirotto mori nel 1505. Lascia il suo esercizio ceramico in eredita ai quattro figli: Domenico, Gianfrancesco, Lorenzo (o Gianlorenzo) e Matteo. Attorno al 1528 la pestis magna privò la Ca’ Pirota di Gianfrancesco, Lorenzo e Matteo.

[11] Nell’ottobre del 1531, Virgilio Calamelli appare come testimone in un atto notarile. Era orfano di padre. Abitante a Faenza in via San Vitale, nel quartiere degli orciai.