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La manifattura Chiodo a Savona

Ceramica ligure maiolica liguria savona Chiodo

La manifattura Chiodo a Savona è un’importante fabbrica ligure di ceramiche.

 

Savona nel Seicento e nel Settecento è una località con una florida produzione ceramica.

In città sono attive varie fornaci e molti importanti decoratori. Dalla collaborazione fra questi lavori scaturì un florido commercio di maioliche. Destinato non solo a far fronte al bisogno locale ma anche all’esportazione.

Le numerose fornaci attive a Savona erano in gran parte situate nel Borgo San Giovanni.

 

Fra queste la manifattura Chiodo a Savona è la più importante attività ceramica ubicata nella città. Rimase attiva dalla fine del Seicento sino al 1770.

 

Giovanni Francesco Chiodo è il probabile capostipite. Nasce nel 1647. A quattordici anni è apprendista presso la famiglia di ceramisti Salamone. A lui e al socio, Domenico Peirano, i Salamone cedettero l’attrezzatura della loro manifattura. La vendita avvenne nel 1694.

Presso la manifattura Chiodo trovarono impiego importanti decoratori. Vi lavorarono Giovan Antonio Guidobono. A lui si deve il deciso rinnovamento della decorazione. Non meno importanti furono Giovan Agostino Ratti e Andrea Levantino. Quest’ultimo apri una propria manifattura ceramica a Albissola.

 

Il marchio applicato da questa manifattura alla sua produzione ceramica raffigura un chiodo. Per i pezzi di maggior pregio al chiodo è aggiunto il vessilo. Questa seconda marca è anche identificabile con una tromba.

 

L’uso di queste due marche iniziali è ampliato e in seguito sostituito da una nuova sigla raffigurante la lanterna. Un simbolo già da tempo molto noto e apprezzato da tutta la clientela. Diventato garanzia della bontà della ceramica sul quale era apposto.

 

In origine, il sigillo della lanterna è concesso nel 1641 dal senato genovese alla fabbrica dei Grosso. Un laboratorio di ceramica attivo a Albissola. Nel 1698 questo marchio è ceduto alla manifattura Chiodo Peirano di Savona. Concessione sempre avvallata dal permesso del senato genovese.

 

Ben presto la fortuna commerciale della Manifattura Chiodo è tale che la richiesta di maiolica è superiore alla loro capacità di produzione.

L’impossibilità di far fronte alle numerose ordinazioni costrinse i Chiodo ad affidare parte della produzione a fabbriche minori. Queste dovevano porre il marchio della lanterna accompagnata dal segno o dalle iniziali dell’esecutore.

 

Da qui deriva la straordinaria varietà delle figure che raffigurano la lanterna. Molteplicità incrementata anche dalla larga contraffazione del marchio. Realizzata da parte di ceramisti di Savona e Albissola.

 

Alla morte di Giovanni Francesco subentrò nell’attività il figlio Paolo. Nato nel 1671. Morto nel 1752. Questi ebbe due figli: Giovanni Agostino e Giovanni Battista.

Il primo nasce nel 1723 e decede nel 1787. Fu attivo nella manifattura Chiodo a Savona sino alla chiusura dell’attività.

Il secondo fratello nasce nel 1733 e muore nel 1801. Architetto e chimico. È ordinato sacerdote. Non esistono fonti che documentino la sua attività presso la manifattura Chiodo a Savona. Nel laboratoro ceramico probabilmente fu pittore e apportatore di tutte le molteplici innovazioni tecniche. Alla base della realizzazione di maioliche di maggior pregio e raffinatezza. Caratterizzate da pareti sottili e, quando percosse, da un suono tondo e acuto.

I miglioramenti toccarono tutte le fasi della lavorazione. Si apportano perfezionamenti ai torni e alle fornaci. Sempre a lui si fanno risalire i miglioramenti nella composizione e nella lavorazione dell’argilla. Progressi che resero quest’ultima più plasmabile e priva di impurità.

Si introducono nuovi modelli con decorazioni a rilievo e con baccellature. Realizzate a stampo. Questo per competere con gli argenti sbalzati. Si assiste al miglioramento dei pigmenti del colore impiegato. Alla base di nuove delicate sfumature.

L’attività della manifattura Chiodo a Savona si concluse nel 1770.

 

 

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I decori delle ceramiche liguri del Seicento

 

 

I Guidobono e il decoro Antica Savona in bianco e blu

 

 

I decoratori di maiolica a Savona

 

 

Appunti sulla maiolica

 

 

Il singolare fascino del Blanc de Chine

 

 

La ceramica incontra l’alchimia

 

 

La datazione della ceramica tramite termoluminescenza

 

 

Maioliche in stile compendiario

 

 

La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

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decoratori maiolica Savona

decoratori maiolica Savona

decoratori maiolica Savona

I decoratori di maiolica a Savona attivi nel Seicento e nel Settecento sono numerosi.

Fra questi non pochi si sono guadagnati il diritto di appartenere alla storia della ceramica ligure ed italiana.

In quei secoli a Savona la lavorazione della ceramica era un’arte fiorente e molti decoratori e laboratori erano dediti a questa occupazione.

Di seguito l’elenco dei più significativi maestri decoratori di maiolica attivi a Savona nel XVII e XVIII secolo.

Giovan Antonio Guidobono è la figura di maggior spicco. È un decoratore attivo nella seconda metà del Seicento, quando è pittore presso la fabbrica Chiodo, decoratori maiolica Savona

È promotore di un modo di decorare del tutto nuovo. Presto imitato dai maiolicari a lui contemporanei. Attivi a Savona e Albissola.

Per usare le parole di Giuseppe Morazzoni. Tratte da La maiolica antica ligure. Libro edito nel 1951. Questo nuovo stile di decoro della maiolica deriva dalla sua esperienza di pittore e affrescante. Pratica che gli suggeri di far campeggiare delle figure monocrome. Dipinte con il blu cobalto. Su un fondo di ceramica dei toni dell’azzurro o celeste.

Questo nuovo stile permetteva la realizzazione di ceramiche con morbidezza ed armonia sino ad allora impensabile.

Lascia l’occupazione presso la fabbrica Chiodo per aprire una propria fornace di maioliche. Muore nel 1685.

Tre degli undici figli di Giovan Antonio Guidobono si impegnano nel lavoro di maiolicaro e perpetuano lo stile decorativo del padre, decoratori maiolica Savona

Nicolò Guidobono si associa a Bernardo Ferro. Decorano ceramiche a Savona. Lavorano a cavallo del 1700. Sono autori di ceramiche istoriate. Di alta qualità. Recano il marchio della Fortezza. Conosciuto anche come Castello o Fornace. Alla cessasione della società il marchio resterà in uso alla famiglia Ferro.

Domenico Guidobono. Savona 1668 – Napoli 1746. Pittore e decoratore di ceramiche. Con la sua morte cessa l’attività della fornace di maioliche dei Guidobono.

Giovan Bartolomeo Guidobono. Savona, 20 ottobre 1654 – Torino, 1709. È detto Prete savonese. Soprannome dovuto al fatto di essere consacrato sacerdote. Decoratore di ceramiche presso la bottega paterna. In seguito affermato pittore.

 

Giovan Battista Croce. È il migliore fra gli imitatori dello stile dei Guidobono.

Tratta in prevalenza soggetti: biblici, mitologici e eroici. Realizzati in monocromia turchina. È autore di decori ricchi di ornati. Di intrecci bizzarri. Di animali e eccelle nella decorazione con Fiori.

Il decoro delle sue ceramiche non arriva mai alla delicatezza raggiunta dalle opere di Giovan Antonio Guidobono.

Antonio Travi. Sestri Ponente, 1608 – Genova, 10 febbraio 1665. Pittore paesaggista.

Forse è autore di decorazioni ceramiche che precorrono lo stile di Giovan Antonio Guidobono.

Giovan Agostino Ratti. Savona 1699 – Genova 1775. Pittore e decoratore di ceramiche.

Con lui si assiste all’abbandono dei soggetti biblici, mitologici e storici. Decori tipici delle opere dei Guidobono e del Croce. Di contro si affermano delle scene ispirate dal vero e dipinte in modo verisitico. Dal quotidiano riproduce i costumi, le burle a cui aveva assistto e gli ambienti che lo circondavano. Raffigura contadini e festose scene. Oppure scene con soggetti forti e drammatici.

Giuseppe Valente. Il suo stile decorativo lo vede autore di figure ricche di espressività. Il suo pennello non dipinge ma, schizza con foga sicura. Tratteggia putti e popolani traboccanti di letizia.

Impiega il blu cobalto con abbondanza. Modulandone fortemente l’intensità. Non usa né mezzi toni nè sfumature. Realizza forti contrasti. Fatti di violente luci e profonde ombre.

A lui si fanno risalire tre varianti nella forma dell’idra.

I Brusco sono una famiglia di maiolicari. Attivi a Savona dalla fine del Seicento fino al 1820.

Giovan Battista Brusco è il capostipite. Ha tre figli ma solo due seguiranno le orme paterne. Sono Angelo Misano e Paolo Gerolamo. Del primo nulla si conosce. Il secondo è nato a Savona 8 giugno 1742. Lì decede il 30 marzo 1820. È soprannominato il Bruschetto. Portò le innovazioni neoclassiche nella fabbrica di Giacomo Boselli.

Gian Tommaso Torteroli oppure Torterolli. Detto il Sordo. Nasce nel 1732. Muore nel 1821. Izialmente è lavorante presso la fabbrica Chiodo. In seguito passa a quella di Giacomo Boselli.

 

Decoratori minori di maiolica attivi a Savona.

 

Paolo Gerolamo Marchiano, Miniaturista e Decoratore di maioliche per passatempo. La decorazione calligrafa della maiolica savonese della prima metà del Seicento potrebbe essere a lui riferita. Uno stile di decoro al quale i maiolicari savonesi e albissolesi rimasero fedeli anche dopo l’apparire dei Guidobono.

Gerolamo Besio è Decoratore presso la fabbrica Chiodo e Giacomo Boselli. Pittore di farfalle, fiori e animali. Tutti schizzati nervosamente e distribuiti copiosamente a formare delle scene gioiose.

Agostino Berti e Giacomo Berti sono due fratelli, di loro ben poco si conosce.

 

 

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I decori delle ceramiche liguri del Seicento

 

 

I Guidobono e il decoro Antica Savona in bianco e blu

 

 

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La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

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Antica Savona bianco blu

Guidobono ceramica ligure decoro antica savona bianco blu (Copia)

I Guidobono e il decoro Antica Savona in bianco e blu

I Guidobono sono una famiglia di ceramisti liguri. Originari della città di Savona.

Il decoro detto Antica Savona realizzato in bianco e blu si deve a loro.

Della stirpe il più conosciuto è Giovanni Antonio Guidobono. Figlio di un maiolicaro di nome Ottaviano. Padre di undici figli. Di questi Bartolomeo e Domenico seguirono la strada intrappresa dal padre. Entrambi si occupano di pittura su ceramica e furono autori di quadri ad olio e di affreschi.

Giovanni Antonio Guidobono nasce a Savona nel 1631. Muore a Torino. Probabilmente nel 1685. Alla presumibile età di cinquataquattro anni. Qui lavorava per la corte dei Savoia.

A lui è attribuita la nascita del decoro chiamato Antico Savona in bianco e blu.

Uno stile che si afferma nella città di Savona attorno alla metà del secolo XVII.

Questa tendenza prevedeva i soggetti ad ornamento del pezzo ceramico dipinti in colore blu su fondo bianco. Un decoro dipinto a chiaroscuro in un monocromo turchino.

L’adozione di questa tavolozza ha generato un secondo nome per questa tipologia: il bianco e blu. Questo perché è molto raro l’uso di colori diversi da quello usualmente impiegato.

La figurazione nella versione più elaborata prevedeva la collocazione di vari personaggi entro in un paesaggio. In questo modo erano costruite complesse scene bibliche e mitologiche. Raffigurate entro la natura.

Modelli più semplici si componevano di una figura umana o di un putto. Scene sempre ambientate entro spazi naturali.

Una rappresentazione sempre composta da un primo piano di rocce, erbe e cespugli. Su uno sfondo di prato ed alberi stilizzati. Arricchito da case o castelli. Su sfondi ariosi di nuvole.

Tutte le illustrazioni realizzate sulla superficie ceramica traevano origine da immagini dipinte. Reinterpretate con una cromia basata sui diversi toni del color blu.

L’innovazione di Giovanni Antonio Guidobono non su limitò al colore e all’aspetto della decorazione.

Si estese alla modellazione.

Formando vasi e piatti arricchiti di parti in rilevo. Nei piatti poste sulla tesa. Nei vasi aggiungendo anse dalla forma di serpente attorcigliato.

Questo per imitare lo sbalzo proprio degli oggetti fuoriusci dalla botteghe degli argentieri. Un modo per nobilitare gli oggetti in ceramica. Avvicinandoli nella forma a quelli in argento. Cercando di trasferire il pregio del metallo prezioso alla più popolare ceramica.

Un significativo esempio della qualità e bellezza del lavoro di Giovanni Antonio Guidobono è la serie di vasi da farmacia. Da lui realizzati su commissione dell’ospedale di San Paolo a Savona. Datati 1666. Ora visibili presso il Museo della Ceramica di Savona.

Nell’immagine. Alzata tonda con basso piede. Realizzata in maioloca. Savona XVIII secolo.

 

 

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Guido Andloviz Andlovitz Lavenia

Guido Andlovitz direttore artistico della ceramica Lavenia

Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Guido Andloviz o Andlovitz l’impiego artistico della Lavenia e il suo ruolo di direttore artistico.

 

Il nome di Guido Andloviz si lega in modo indissolubile alla ceramica. Questo binomio si crea con la sua assunzione presso la Società Ceramica Italiana di Laveno, in acronimo SCI oppure S.C.I.

In questa manifattura Guido Andloviz ricopre il ruolo di direttore artistico. Qui firmerà parte della produzione della fabbrica lavenese con il marchio Lavenia e collaborerà con la fabbrica di porcellana battezzata Verbano. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Guido Andloviz è un designer, un ceramista e un architetto.

Nasce a Trieste il 7 marzo 1900. Decede a Grado, in provincia di Gorizia, il 9 settembre 1971. La scomparsa avvenne a seguito di un incidente stradale.

All’anagrafe il suo cognome è Andlovitz, in seguito, da lui snellito in Andloviz. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Questa mutazione è un’operazione simbolica, compiuta per indicare la sua visione dell’arte. Una concezione basata sulla purezza della forma. 

 

La sua formazione artistica si compie a Milano. Città dove frequenta la Reale Accademia di Belle Arti di Brera, scuola dove è allievo di Piero Portaluppi.

In contemporanea studia architettura presso il Politecnico di Milano. Ateneo dove si laurea nel 1923.

Appena conclusi gli studi universitari inizia la sua collaborazione presso la Società Ceramica Italiana. In questo primo momento assume il ruolo di consulente artistico.

Lavora negli stabilimenti situati a Laveno Mombello, in provincia di Varese. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

È questo l’inizio di un lungo e continuativo periodo di intenso lavoro. Un lasso di tempo che si concluderà solo con il suo pensionamento, avvenuto all’inizio degli anni ’60 del Novecento.

Nel 1927 è nominato direttore di produzione della SCI. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

In contemporanea, un altro architetto è attivo presso la fabbrica di porcellana Richard Ginori di Doccia, il suo nome è Giò Ponti.

Assieme sono gli indiscussi protagonisti del rinnovamento della ceramica italiana di quel periodo.

In questo campo le loro attività diventano complementari.

 

Ponti assume il ruolo concettuale. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Andloviz quello operativo. É lui che concretizza quello che il collega teorizzava.

In questo modo Andlovitz acquisisce un ruolo che sembra quasi preordinato e che ricoprirà per tutta la vita. Infatti, con profitto, si occuperà in continuazione della creazione delle più svariate forme ceramiche. Dunque un ruolo che ben gli si addiceva e che gli calza a pennello.

La conferma di questa collaborazione fra i due architetti si trova con la lettura del numero di luglio del 1933, della rivista Domus.

Su queste pagine Giò Ponti è l’autore di un’articolo, scritto a commento della Triennale del 1933. Con questo testo riconosce a Guido Andloviz di essere il suo massimo interprete.

 

 

 

Il lavoro di Guido Andloviz presso la Lavenia è complesso e articolato.

Da una parte vede la reinvenzione dei decori sulle sagome già esistenti e dall’altra la creazione di nuove forme.

Quest’ultime sono inizialmente caratterizzate dal nome Monza, seguito da un numero. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Questa denominazione è un esplicito richiamo al luogo designato alla loro prima esposizione e al loro primo giudizio, la villa reale di Monza. Nella quale, dapprima con scadenza annuale poi biennale, avrà luogo la Mostra internazionale delle arti decorative.

Monza è una denominazione che accomunerà tutti gli oggetti destinati all’esposizione in quel luogo.

Una manifestazione alla quale Guido Andloviz e la Lavenia partecipano sin dalla prima edizione del 1925. Proseguendo per tutte le successive.

 

Di quella prima presenza rimangono le parole di Giò Ponti, apparse sulle pagine della rivista Domus, sul numero di dicembre del 1928. Dove si legge:. Andloviz espose per la priva volta con successo a Monza nel 1925. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Gli oggetti d’arte denominati Monza sono un gruppo non omogeneo per forma e destinazione d’uso. Tutti recano il marchio Lavenia. Sono identificabili come i primi lavori che Andloviz realizzò all’interno della S.C.I.

Ricoprono un periodo di tempo che inizia attorno al 1925 e si conclude con il 1929. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Andloviz sarà sempre animato dall’interesse per la ricerca di nuove forme per vasi, ciotole e scatole.

Proprio in questo ambito è riconosciuto come un esponente italiano di grande rilievo.

La sua attenzione si rivolge verso la realizzazione di forme pure e semplici, in preferenza non adornate. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Introduce decorazioni realizzate con macchie e colature, entrambe lasciate alla casualità.

Suoi sono gli innovativi vasi o contenitori di forma irregolare.

 

Sulla produzione già in essere alla S.C.I. Società Ceramica Italiana prima del suo arrivo compie un’operazione di svecchiamento e adattamento.

Elimina quei prodotti ancora in catalogo ma, oramai fuori mercato. Adegua al nuovo gusto e alle nuove esigenze economiche quelli che presentavano delle caratteristiche ancora appetibili per l’epoca. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Il capolavoro di questo ritocco è l’innesto sulla classica forma battezzata vecchio Milano del nuovo decoro Lago Maggiore.

 

Con questa operazione da vita a un servizio da tavola concepito per una produzione in una piccola serie. Firmato dall’autore a riprova di quanto l’esito lo rese compiaciuto. Nell’opera di Guido Andloviz il siglare le sue creazioni è un raro evento.

Il repertorio iconografico dei decori ideati da Guido Andloviz comprende anche dei soggetti carpiti dal vero. Molti derivati dall’ambiente lagunare da cui proveniva. Troviamo: i pesci, le barche e gli stilizzati paesaggi d’acqua.

Da questi si giunge alle Maschere d’Italia del 1948. Alla Primavera, ai Costumi regionali, alle Mongolfiere, alle Marine a Capri e Portofino. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

Suo è il recupero di alcuni temi decorativi propri della ceramica del  Settecento.

Questo da vita alle Figure vecchio Milano, dei personaggi stilizzati che ripropongono aggiornandolo il gusto delle fabbriche ceramiche milanesi del XVIII secolo. Inoltre, porta alla scoperta delle decorazioni di ispirazione cinese che compaiono su tazze, piatti e vasi.

 

Serie quali: Siena, Orvieto, Vittuone e Volterra sono caratterizzate da un decoro descrittivo, nel quale Andloviz tralascia il sintetico e grafico. Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Guido Andlovitz alla ceramica Lavenia
Guido Andlovitz Piatto Orvieto decoro Marina

 

Per concludere, Guido Andloviz come direttore artistico della ceramica Lavenia è l’autore di numerosissime tipologie ceramiche.

Tutte sono delle forme  pure ed innovatrici ma, non tutte idonee ad entrare nella produzione della fabbrica. 

 

Lavori di Guido Andloviz prodotti dalla ceramica Lavenia:.  Guido Andloviz Andlovitz Lavenia.

 

Vaso 3034.

 

 

Monza Villanoviana.

 

 

Vaso 1316.

 

 

Candelabro a due bracci.

 

 

Vaso Lavenia.

 

 

CAMPI ANTONIA – SCI Lavenia Vaso portaombrelli C9.

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La ceramica di Ghirla

Ceramica di Ghirla

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

 

Ghirla è un piccolo comune situato nella Valganna, in provincia di Varese e in Lombardia. In questa località e nelle immediate vicinanze la produzione di prodotti in ceramica ha una lunga storia. 

Le prime frammentarie notizie di questa attività artigianale si datano alla fine del XVIII secolo.

Da quell’epoca le informazioni si estendono sino al 1950 o 1951. In quell’anno chiude l’ultima fornace ancora in attività. Questa fabbrica era diretta da Carlo Ghisolfi figlio.

La famiglia Ghisolfi era proprietaria di quella manifattura dal 1892. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La produzione iniziale comprendeva solo del vasellame povero. Adibito alla conservazione di alimenti.

Realizzato in maiolica nera, con smaltatura a base di piombo e di stagno e colorazione a base di manganese. Un assieme non proprio salubre per la salute umana.

Questi prodotti erano conosciuti e commercializzati dando loro il nome radica. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Questa prima manifattura ceramica sorge nel 1825, per opera di Paolo Alessandro Righini, nato a Fabiasco, una località in Valmarchirolo.

La realizzazione di queste ceramiche è tralasciata per passare alla lavorazione della terraglia dolce.

Questo avviene nel 1837. A quell’epoca la fabbrica era di proprietà di Giovanni Bettoli. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Questo cambiamento è permesso da tre fattori:.

  • La manifattura di Campione d’Intelvi, oggi Campione d’Italia, fornisce le conoscenze tecniche necessarie per avviare la nuova fabbricazione.
  • La presenza in Valganna dei materiali indispensabili alla produzione. Questi sono: il quarzo, il calcare e l’argilla. In queste materie prime ricavate in luogo era contenuta una eccessiva quantità di ossido di ferro. Questo è un prodotto che in lavorazione genera un difetto, fa comparire sulla ceramica delle zone di color giallognolo.
  • Per la cottura di questo nuovo prodotto necessita un forno riscaldato a una temperatura minore e dunque di un minor esborso economico. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

La terraglia dolce è un materiale che cuoce dai 970 ai 980 gradi centigradi. Quando questo impasto esce dal forno si presenta con una buona porosità e un bel color bianco. Delle caratteristiche che ben si adattano alla realizzazione di decori policromi sotto cristallina.

Un colore, conosciuto come il bleu di Ghirla, è la peculiarità della manifattura.

Un colore unico al mondo. Fatto oggetto di studio e di imitazione da parte di altre fabbriche ma, mai ottenuto in altra sede.

É il frutto degli studi e delle ricerche svolte dalle maestranza operanti a Ghirla.

Nato dal contatto delle vernici prodotte nella fabbrica e di un ossido di cobalto importato dall’Inghilterra.

Con la chiusura della fabbrica questo segreto è perso. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

 

Presso i locali della manifattura, dal 1932 a 1935, fu attiva una scuola di decorazione. Diretta dal pittore Giuseppe Talamoni. In collaborazione con Carlo Ghisolfi padre e il decoratore Guerrino Brunelli.

Lavorarono come decoratori: Mario Figini, Campagnani, Banfi, Cervini, Maria Epimedio ed Ines Pella. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Le ceramiche prodotte a Ghirla si riconoscono perché, nella maggior parte dei casi, alla base, presentano l’indicazione del luogo di provenienza, individuato dalla parola Ghirla.

In origine questa dicitura appare manoscritta e dipinta in color blu. Solo dal 1910 il termine Ghirla appare incusso nella ceramica, questo avviene soprattutto nelle stoviglie. Comunque, anche dopo questa data, l’uso di apporre a mano la parola non è mai messo da parte.

Dopo questo anno può capitare di vedere il marchio manoscritto anche in color marrone. La ceramica di Ghirla in provincia di Varese.

Le ceramiche di Ghirla più antiche sono realizzate su torni di legno e sono modellate  a mano. In seguito la produzione è realizzata a stampo.

 

Una collezione di ceramiche di Ghirla è visibile presso il Museo della Badia di San Gemolo di Ganna.

La ceramica di Ghirla in provincia di Varese è conosciuta anche con il nome Vecchia Ghirla.

 

Ceramica di Ghirla
Marchi apposti sulla ceramica di Ghirla

 

 

Nel catalogo della manifattura ceramica di Ghirla sono descritti:.

 

 

Vaso con decoro a rami e foglie.

 

 

Piatto con casale e due torri.

 

 

Tulipaniera.

 

 

Vaso decorato con fiori policromi.