MORGANA MARIO – Della crescente rarità dei libri antichi
Della crescente rarità dei libri antichi è un brano scritto da Mario Morgana.
Compare in calce al manuale Hoepli da lui compilato e intitolato Restauro dei libri antichi edito da Ulrico Hoepli Editore Librario della Real Casa nel 1932.
Un volume dove traspare tutto l’intenso amore che l’autore nutre per i libri antichi.
Il cui contenuto è frutto dell’esperienza maturata nei lunghi anni di lavoro. Impiegati con l’unico scopo di “strappare all’opera dissolutrice del tempo le vecchie carte“. Della cura da lui prestata “alle labili carte che ci trasmettono la voce del passato” e alla gioia provata “quando da polverosi frammenti riesce a ricostruire vicende di epoche lontane, per farle rivivere agli occhi dei suoi contemporanei“
Un manuale che spesso consulto.
In alcune parti completamente obsoleto, in altre drammaticamente attuale !
Siamo a Livorno, nel febbraio del 1931 e il dottor Morgana scriveva:
«Chi non è oggi più giovane ed ha cominciato ad amare i libri sin da quando faceva i suoi studi universitari. ricorderà che, possedendo quel fiuto indispensabile per saper scovare fra un ammasso di vecchie carte delle cose interessanti. non fosse difficile rinvenire. presso i librai ambulanti di una volta libri e stampe di un reale valore pagando somme piccolissime.
Non diciamo poi della possibilità di mettere assieme una discreta raccolta di libri scegliendo oculatamente nei cataloghi di certi librai antiquari che esercitavano. in qualche città d’Italia il loro mestiere con la stessa competenza con cui un colto bibliofilo potrebbe esercitare. ad esempio. il commercio dei salumi.
Ora quei tempi sono tramontati per sempre ed i bei libri vanno vertiginosamente crescendo di prezzo.
Suppongo che un lettore bibliofilo possegga una raccolta di vecchi cataloghi: in questo caso riesce interessante seguire le sorti di un determinato volume dai primi dell’Ottocento ad oggi per convincersi che in moltissimi casi i prezzi sono cresciuti nelle proporzioni di uno a cento.»
Il dopoguerra.
«Nell’immediato dopoguerra vi sono stati dei nuovi ricchi che hanno fatto incetta di libri preziosi non per amore che avessero ai cimeli dell’arte tipografica ma solo per accumulare roba di valore: da qualche valente antiquario di mia conoscenza ebbi in proposito delle confidenze curiosissime.
Ma non basta: questi nuovi ricchi fecero pure incetta di quegli anonimi ritratti seicenteschi o settecenteschi che si trovavano abbondanti, specie presso le vecchie famiglie delle provincie, e, pagandoli oltre il loro valore, se li portarono in casa perché quelle mute effigie si adattassero a far la parte di antenati di gente con cui i legami di parentela si riducevano a quelli che abbiamo tutti col padre Adamo.
Vi fu anche una ricerca affannosa che ebbe i suoi speciali procaccianti, di pergamene e carte antiche in bianco che servirono, nelle mani di abili imitatori, a fabbricare libri di amministrazione familiare e fantastiche memorie genealogiche destinate a stabilire una insussistente discendenza.»
Peltri raffigurati nei quadri e una breve storia del peltro.
Peltri raffigurati nei quadri e una breve storia del peltro.
Il testo descrive i peltri raffigurati nei quadri dei pittori attivi in Lombardia dalla fine del. Cinquecento in poi e fornisce una breve storia del peltro.
La tavola imbandita raffigurata nell’Ultima Cena dipinta da Leonardo di ser Piero da Vinci è visibile a Milano. La pittura è realizzata ad affresco e collocata nel refettorio del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie.
Quando osserviamo l’opera vediamo il primo piano il lungo tavolo dove si svolge l’incontro. Questo è apparecchiato con una tovaglia di color bianco ricamata in color rosso.
Sul telo sono adagiati gli alimenti, i bicchieri di vetro colmi di vino e delle stoviglie raffigurate opache. Quest’ultime sono realizzate in peltro.
I Peltri in questo caso sono affrescati, non appaiono nei quadri ma, permettono la partenza per una succinta storia del peltro.
Nello scorcio del Quattrocento, in ambito lombardo, il peltro era un metallo di uso comune. Impiegato per la realizzazione di pezzi di vasellame da usare sulle tavole e nei lavori da effettuare in cucina.
Una consuetudine locale che non sfugge all’attenta osservazione di Leonardo. Un uomo sempre attento ad ogni dettaglio, diligente osservatore degli usi e costumi del luogo ove si trovava. Peltri quadri storia peltro.
In questo caso siamo nella città di Milano. Nella capitale del Ducato retto della nobile famiglia degli Sforza, all’epoca guidata da Ludovico Maria Sforza detto il Moro.
Sul finire del Cinquecento e nei primi anni del Seicento si assiste in pittura all’affermarsi della classificazione dei dipinti. Questa suddivisione è basata sul tema raffigurato. Peltri quadri storia peltro.
Questa innovazione è alla base della nascita dei generi, fra questi si afferma una categoria autonoma, quella della natura morta. Dove le tele si riempiono di raffigurazioni di soggetti inanimati.
Fra gli oggetti ne compaiono molti realizzati in metallo, parecchi fra questi sono prodotti in un materiale identificabile come peltro.
I peltri sono raffigurati nei quadri dipinti degli autori lombardi attivi dallo scorcio del. XVI secolo e si affermano in quelli del XVII secolo Peltri quadri storia peltro.
Li ritroviamo in pittori quali:.
Il milanese Giovan Ambrogio Figino Peltri quadri storia peltro.
Lui è l’autore del Piatto metallico con pesche e foglie di vite, un olio su tela di piccole dimensioni, misura 21 x 29 cm. Questo quadro è uno dei primi esempi di natura morta nella storia dell’arte italiana.
Fede Galizia è una pittrice milanese.
Figlia di un miniaturista, morta di peste a cinquantadue anni.
È l’autrice di una serie di nature morte, molte delle quali raffigurano della frutta composta su un’alzata in metallo. È questo un contenitore adagiato su un piano della figurazione, quest’ultima volutamente ingentilita dalla presenza di qualche raro fiore. Peltri quadri storia peltro.
Il cremonese Panfilo Nuvolone è un pittore attivo a Milano.
È l’autore della Natura morta di pesche e foglie di vite su piatto di peltro. Un olio su tavola di contenuta dimensione, misura, 22,0 x 30,7 cm. Venduto da Sotheby’s, a New York, il 29 gennaio 2015. Cessione avvenuta per la ragguardevole cifra di 269.000 dollari statunitensi.
Il bergamasco Evaristo Baschenis Peltri quadri storia peltro.
Lui è l’inventore di nature morte con la presenza di strumenti musicali. Questi raffigurati adagiati con eleganza su preziosi tappeti o posti fra drappi in pesante tessuto.
Nel quadro intitolato Cucina con rami e servente introduce sullo sfondo del dipinto una mensola, sulla quale sono appoggiati di bordo due piatti in peltro. Un terzo colmo di frutta è posto nelle vicinanze. In primissimo piano troviamo un tripudio di strumenti da cucina, per lo più realizzati in rame.
Giungendo nel XVIII secolo, troviamo la figura di Giacomo Antonio Melchiorre Ceruti detto il Pitocchetto Peltri quadri storia peltro.
Un altro pittore milanese autore di nature morte, delle opere dove non è infrequente la comparsa di vasellame in peltro.
Dalla sua tavolozza è fuoriuscito il dipinto tutto giocato sui toni del color marrone. L’opera raffigura un piano dove al centro è posato un piatto in peltro di forma rotonda. Contenente un salame tagliato, un pezzo di pane, varie noci e un coltello. Sullo sfondo una brocca in ceramica e un bicchiere in vetro. Peltri quadri storia peltro.
Un opera di grande abilità, ora conservata presso alla Pinacoteca di Brera, un dipinto dove troviamo una delle rare raffigurazioni pittoriche del salume.
Tutti questi peltri che ritroviamo raffigurati nei quadri ben illustrano la storia dell’uso quotidiano di questo materiale.
Sono tutti oggetti frutto di una antica tradizione, dei manufatti accomunati da una forma semplice. Peltri quadri storia peltro.
Frutto del lavoro di maestranze che lavoravano nell’Italia del Nord, di artigiani milanesi, bresciani, bergamaschi finanche veneziani.
Degli oggetti che ai nostri giorni sono visibili in molti musei etnografici o in collezioni private.
Cos’è il peltro e come si lavora? Peltri quadri storia peltro..
Il peltro è una lega dello stagno, un metallo morbido destinato a una durata breve.
Nei secoli scorsi era prassi comune il mangiare, il bere e l’utilizzo per usi domestici del vasellame realizzato in peltro.
Questi recipienti quando si logoravano erano rimpiazzati con altri simili ma, di produzione più recente Peltri quadri storia peltro..
Questa consuetudine ha reso difficile il reperimento di recipienti in peltro destinati alla mensa realizzati prima del Seicento.
La lavorazione del peltro in prevalenza avveniva e avviene inserendo il metallo fuso entro stampi.
Piatti e cucchiai erano ottenuti da uno stampo, composto da due elementi.
Per i boccali e i bricchi necessitavano di più matrici. Ognuna produceva una singola parte, queste in seguito sono saldate fra loro a formare il recipiente metallico. Peltri quadri storia peltro.
L’accurata rifinitura della parte inferiore avveniva con l’azione di una mola. Un più raffinato ritocco prevedeva la ripresa del metallo tornendolo seguendo una successione di ampi cerchi concentrici.
I piatti da mensa, i piatti da portata e i vassoi sono martellati lungo il cavetto, questo per aumentarne la durata.
Di seguito il testo sul peltro tratto dal libro Le tecniche artistiche, A cura di Corrado Maltese, Mursia, Milano, 1981 Peltri quadri storia peltro.
Il peltro è una lega composta di una percentuale di stagno variante dal 90 al 23%, con aggiunta di antimonio e rame. Oppure di antimonio, rame e bismuto. O ancora antimonio e piombo oppure antimonio, zinco e rame.
Lo stagno, pur non essendo molto diffuso sulla crosta terrestre, è conosciuto in epoche molto antiche..
Esso ha un piacevole colore bianco brillante, simile a quello dell’argento.Peltri quadri storia peltro
Inossidabile al contatto con l’aria. Inintaccabile dagli acidi deboli. Non è dannoso alla salute. Di qui il suo uso per il vasellame domestico.
Non è assolutamente utilizzabile allo stato puro per foggiarne oggetti, in quanto è talmente duttile da piegarsi alla minima pressione. Per questo, fin dall’inizio della sui utilizzo, richiede l’aggiunta di altri metalli, questo per raggiungere una giusta durezza. Peltri quadri storia peltro.
Da tutto questo risulta chiaro che i lavori in peltro risalgono a un’epoca in cui la metallurgia era già sufficientemente progredita.
Era usato dai fenici all’incirca nel 1200 a. C. Tuttavia non ci sono pervenuti esemplari antichi, in quanto la lega del peltro è molto tenera e gli oggetti sono sottoposti a una rapida usura. Peltri quadri storia peltro.
Il peltro, oltre che per i suppellettili domestici, compare nella produzione degli oggetti strettamente legati al culto.
Assai curiose e interessanti sono le fiaschette che servivano ai pellegrini per conservare le sante acque del Giordano al ritorno dalla Terra Santa.
Queste sono della grandezza di un orologio da tasca ed sono decorate con una immagine santa e caratteri dell’alfabeto greco. Ne sono sopravvissute pochissime, le più interessanti sono conservate dai Musei di Monza e di Bobbio. Peltri quadri storia peltro.
Durante il tardo Medioevo il peltro continuò ad essere usato soprattutto per le suppellettili ecclesiastiche e per il vasellame domestico destinato ai ceti elevati. In Germania, per le brocche delle corporazioni e dei consigli cittadini.
Soltanto a partire dal ‘500 il peltro conobbe una reale diffusione.
Al punto che intorno alla metà del ‘600 si può dire che tutti gli oggetti di uso domestico fossero fatti in peltro.
E’ del resto significativo che intorno alla metà del. Seicento l’uso generalizzato del peltro nei recipienti domestici coincida con l’elaborazione di forme particolarmente sobrie ed eleganti. Peltri quadri storia peltro.
Dopo la grande stagione del peltro rinascimentale e barocco sono soprattutto. Robert e James Adam a realizzare in peltro dei vasi slanciati, delle coppe classicheggianti e dei candelieri scanalati. Questo avvenne dopo il ritorno dalla vista degli scavi di Ercolano e Pompei.
Il migliorando delle leghe e dei processi di lavorazione ha facilitato la sua lavorazione.
Questo ha permesso, in tempi recenti, ai designercontemporanei di avvalersene per oggetti di linea semplificata e moderna. Dove la bellezza è affidata alla logica della forma. Ne è stupendo esempio il servizio da tè realizzato intorno al 1910 da F. L. Wright e esposto al Metropolitan Museum, New York. Peltri quadri storia peltro.
Fermacarte di vetro in francese Presse papiers en verre e in inglese Glass paperweight.
È difficile dimenticare le sensazioni che da bambino si provano nel guardare un fermacarte di vetro.
Il Presse papiers è un oggetto che muove forti emozioni e permette l’ingresso in un mondo misterioso e intrigante.
Questo perché osservare un fermacarte e arginare la fantasia è quasi impossibile.
Chi lo ammira, in molti casi, rimane rapito dal soggetto, è sospinto ad osservarlo e poi non si riesce più a sfuggirgli.
Da subito si scatena una forte curiosità, si giunge alla ricerca e alla scoperta dei particolari presenti ma, celati. Destinati solo ai ficcanaso.
A questo punto c’è solo un breve passo da compiere e dal quale è difficile sfuggire. Impossibile non giungere alla decisione di iniziarne la collezione. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
Un classico fermacarte è costituito da un corpo trasparente. Il materiale impiegato è in vetro o in cristallo.
Questo blocco è modellato in varie forme. Tutte si presentano con un peso e delle dimensioni variabili.
Il corpo è realizzato con un bolo. Questo è un termine in uso nelle fornaci a Murano. Indica un grumo di vetro fuso. Levato dal crogiolo adoperando la canna per levar. Uno strumento per la lavorazione del vetro costituito da un lungo tubo metallico chiamato, in italiano, canna. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
All’interno del bolo può essere inserita una qualunque decorazione.
Questa composizione è realizzata con la tecnica: a millefiori, alla lampada e con sulfure o solfuri. Questi metodi possono essere usati da soli o combinati fra loro.
La parte interna del fermacarte contiene svariati elementi. Tutti contribuiscono a realizzare il decoro.
Ci sono le canne di vetro. Queste costituiscono la base della realizzazione del decoro millefiori.
Abbiamo anche: le filigrane, i lattimi, la frutta, i fiori, i ritratti e gli animali. Fra quest’ultimi i più rappresentati sono gli uccelli, le farfalle, i pesci e i rari serpenti.
In alcuni casi a questi elementi ornamentali è aggiunta una decorazione sulla superficie esterna. Questa è realizzata da tagli e sfaccettature.
Il fermacarte Millefiori è fra i più noti. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
É composto dalla combinazione di più cannette. Queste sono realizzate dalla riunione di gruppi di sottili bacchette di vetro di vari colori. L’assemblaggio di quest’ultime avviene per surriscaldamento e compone un elemento decorativo.
La cannetta al centro può presentare un disegno, delle lettere o una data.
Le cannette sono tagliate in piccoli pezzi. Questi frammenti sono assemblati rispettando cinque specifici schemi decorativi. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
a struttura chiusa. Quando le bacchette sono fra loro unite.
a struttura spaziata. Quando le bacchette sono intervallate e disposte in fila o a cerchio.
a scacchiera. Quando le cannette sono separate da ghirigori d’ingraticciatura.
concentrici. Quando dalla o dalle cannette centrali si sviluppano dei motivi circolari concentrici. Sempre formati da cannette.
a ghirlanda. Quando le cannette generano dei nastri che spesso si intersecano.
a fungo. Quando le cannette formano, con una struttura chiusa o a millefiori concentrici, quello che vorrebbe essere il cappello di un fungo visto dall’alto. Il fungo è solitamente circondato da un torciglione contorto.
Un fermacarte lavorato alla lampada da saldare è caratterizzato da una decorazione realizzata con piccoli pezzetti di vetro. Tutti di vari colori e assemblati fra loro. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
Questa composizione rappresenta con maggiore frequenza dei fiori singoli o in bouquet. Più raramente frutta, verdura o animali.
Un fermacarte a solfuro o a cammeo è quando il bolo racchiude un elemento ceramico.
Questo raffigura un ritratto, un medaglione o una iscrizione. In genere è realizzato per commemorare una persona o un evento.
Il metodo è brevettato nel 1819, in Inghilterra, da Apsley Pellatt.Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
In Europa, nella prima metà del diciannovesimo secolo, questa tecnica diviene un metodo alla moda di decorazione del vetro.
I fermacarte di vetro al solfuro hanno grande fortuna dal 1819 al 1865. Anticipando di molto tipologie di fermacarte in vetro che si affermeranno nel periodo classico.
Paul Jokelson è il maggior collezionista di questa tipologia di fermacarte.
Riuscì a costituire la più importante collezione del genere mai realizzata. La raccolta è ora in parte nella disponibilità del Corning Museum of Glass. Quello non in deposito è disperso con le vendite a New York nel 1983 e a Londra nel 1990.
Paul Jokelson nasce a Dunkirk, in Francia, nel 13 gennaio 1905. Decede a New York, il 24 novembre 2002. É il fondatore, a New York, della The Paperweight Collectors’ Association. [L’Associazione dei Collezionisti fermacarte].
É l’autore del libro intitolato:.Sulphides. The Art of Cameo Incrustation. Edito a New York, da Galahad Books, nel 1968.
Una seria collezione di fermacarte di vetro, di Presse papiers en verre o di Glass paperweight deve comprendere quattro pezzi fondamentali. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
Un significativo esemplare di fermacarte Macedonia. Uscito dalle fornaci veneziane di Pietro Bigaglia.
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo
Un Presse papiers en verre con le volute di Clichy. Uno con la corona di Saint Loius. Infine uno con le viole del pensiero di Baccarat.
Il periodo classico del presse papiers si data dal 1845 al 1860 circa.
L’anno 1845 compare sui fermacarte datati e siglati del veneziano Pietro Bigaglia.
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo
Questi fermacarte sono presentati a Vienna alla Österreichische Gewerbe Ausstellung. [Mostra internazionale di Vienna].
Sono descritti come: fatti di vetro trasparente. Contenente numerose sezioni di cannette disposte in modo da simulare un tappeto di fiori.
Sempre a quest’anno appartengono i fermacarte di Saint Louis. Su questi presse papiers compare SL 1845. Dove SL è la sigla della fabbrica seguita dalla data. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
Questa data fa supporre che a Venezia e a Saint Louis la creazione dei presse papiers fosse iniziata almeno due o tre anni prima. Con buona probabiltà tra il 1842 e 1843. Un contenuto lasso di tempo nel quale la produzione non è caratterizzata né dalla qualità né dalla quantità.
Sarà il 1851 l’anno di massimo splendore del presse papiers in Francia.
In Europa la moda si prostrasse per altri dieci anni. Arrivando al 1861.
In America il Glass paperweight ha popolarita sino al 1870. A questa data le fabbriche francesi hanno già cessato la produzione.
Fermacarte in vetro Murano XIX secolo
In Italia la produzione dei fermacarte non è solo appannaggio della città di Venezia. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
Ad Altare, in provincia di Savona, si producevano dei fermacarte. Questo per iniziativa dei vetrai occupati presso la Società Artistico Vetraria Altarese o della fabbrica stessa.
Questo avveniva in corrispondenza di occasioni particolari. Quali un matrimonio o la necessità di dono a ricordo.
Sono creazioni dovute alla necessità del momento, quindi non seriali. Lasciate all’estro della situazione. Non di rado presentano una dedica personalizzata.
Nel periodo classico del presse papiers le fabbriche più note sono tre. Una è Baccarat in Alsazia. Un’altra è Saint Louis in Lorena e infine Clichy collocata nei sobborghi di Parigi. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
In Inghilterra centri di produzione di fermacarte artistici furono le città di:. Bristol,.Nailsea e. Stourbridge. A Londra, nella manifattura di vetro Whitefriars, di proprietà di James Powell e dei figli.
In America è l’esposizione tenuta a New York al Crystal Palace nel 1853 a dar il via alla produzione di fermacarte.
La fabbricazione americana nel decoro si ispirava alle realizzazioni francesi. Era opera di varie industrie. Fra le più note:. La Compagnia di Manifattura di Sandwich,. La New England Glass Company,. La Mount Washington e la Whitall Tatum & Company. Quest’ultima con sede a Millville nel New Jersey.
I Fermacarte di vetro o Presse papiers en verre e Glass paperweight sono un affascinante mondo dal quale difficilmente si può sfuggire!.
Nell’immagine. Un fermacarte a corona prodotto in Francia dalla vetreria di Saint Louis. Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.
La corona è realizzata da una successione di nastri attorcigliati di color rosa con le estremità abbellite da avventurina. Queste decorazioni si alternano a un’intrecciatura in filigrana di color bianco.
Nella parte superiore sette cannette assemblate a formare un cerchio.
Diametro 9,0 cm. Altezza 7,4 cm.
Bibliografia:
Paul H. Dunlop, The Dictionary of Glass Paperweights An Illustrated Primer, Papier Presse 2010.
Maioliche in stile compendiario I bianchi faentini
Le maioliche in stile compendiario nascono e si affermano nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.
Il manoscritto di Cipriano Piccolpasso[1] intitolato i Tre libri dell’arte del vasaio [2]introduce alla tecnica delle maioliche in stile compendiario. Quest’opera è datata per l’anno 1548 ma, è composta nei due lustri precedenti.
Nel testo troviamo una descrizione di come avveniva la decorazione del pezzo ceramico sottoposto alla smaltatura con il bianco allattato, malamente oggi detto bianco faentino.
La tecnica voleva che Sopra questo smalto si dipingeva con zaffera nera ed azzurra. Cioè con la nera si tirano i contorni e con l’azzurra si ombra. Dipingenseli con zallolino e con il zallo, e non con altro. Avvertendo di dare i colori netti, e non molto grassi.
Le maioliche in stile compendiario sono caratterizzate da uno smalto morbido di color bianco coprente. Dato sul pezzo ceramico con abbondanza, a formare una superficie spessa[4].
Per riportare le parole del Piccolpasso Il bianco ferrarese si dà il doppio più grosso[5]dell’invetriatura abituale.
Il Piccolpasso qualifica come ferrarese questo tipo di smalto. Ora è conosciuto come faentino.
Ancheil Liverani parla di questo tipo di smalto. Affermando che Non è svilito alla funzione di portante della decorazione pittorica, bensì attraente in sé[3].
Questo nuovo smalto stannifero permise l’affermarsi di decorazioni semplici ed essenziali.
Realizzate a punta di pennello.
Basate sull’uso di una essenziale tavolozza cromatica. Composta da qualche verità d’azzurro e da due toni di giallo, lo zallolino e lo zallo.
Nella prima metà del XVI secolo questo modo di decorazione convive con l’affermata maiolica istoriata.
Ben presto la credenza[6]delle classi agiate dell’epoca si riempie di maioliche in stile compendiario. Arricchite, quando la commissione lo permetteva, dallo stemma nobiliare della casata.
Lo stile compendiario è così battezzato, nel 1938, da Gaetano Ballardini[7]. Nasce e si afferma nella città di Faenza intorno agli anni quaranta del XVI secolo.
I bianchi faentini potevano essere lasciati privi di qualunque ornamento. Al fine di poter mostrare per intero tutta la preziosità insita in quello smalto.
Altre volte presentavano una decorazione sobria e isolata. Collocata al centro o al margine del pezzo ceramico. Composta da piccole scene appena schizzate, realizzate con tocchi rapidi.
Protagonisti sono: putti, cherubini, amorini alati, figure femminili e Santi. Tutti raffigurati in un leggero movimento e accompagnati da ghirlande a fiori e foglioline.
L’eccezione era la maiolica che presentava tutta la superficie bianca ricoperta da un racconto pittorico. Realizzato con i colori tipici del compendiario. Figurata con una scena biblica, religiosa, storica o mitologica.
Al decoro ora necessitava una spazio minore. Questo influì sulla forma del manufatto. Le superfici acquisiscono importanza.
Non sono più lisce e si arricchiscono di una maggiore plasticità.
Diventando: increspate, scannellate, costolate, baccellate, sbalzate e traforate. Elaborati e figurati diventano le basi, i manici e i beccucci.
Queste forme erano ottenute in due modi. Con la tradizionale lavorazione al tornio, comune anche alle ceramiche appartenenti agli stili precedenti. Mediante stampi in gesso provenienti da lavori in metallo, quasi certamente in argento.
In questi pezzi ceramici si assiste all’affermazione della linea, della forma, dell’aspetto plastico e del volume.
Degli aspetti che nella produzione precedente erano asserviti alla ricca ed esuberante policromia di una tavolozza composta di colori e coloretti necessaria al decoro dei pezzi appartenti allo stile dell’istoriato[8].
Molteplici le figure di maestri faentini innovatori e felici interpreti di questo stile.
Virgilio Calamelli più noto come Virgiliotto, Leonardo di Ascanio Bettisi più noto come Don Pino, Francesco Mezzarisa detto Risino[9], Domenico Pirotti[10], Francesco Vicchi, Battista Mazzanti e molti altri. Alcuni di modesta levatura e non facilmente individuabili.
Virgilio Calamelli, figlio di Giovanni da Calamello, è un rinomato maiolicaro faentino.
Dopo i successi nella produzione di ceramiche in stile istoriato e nella decorazione a quartieri è fra i promotori dei bianchi.
Di lui si hanno notizie dal 1531[11] e non oltre il 1570.
Sposa Elisabetta di Baldassare Dalle Palle, Appartenente a una famiglia di vasai faentini. Dal matrimonio nascono due figli. Nel 1550, Gian Battista Baldassare Marco e nel 1552 Baldassare che sarà noto come Domenico.
Nel 1563 Don Pino subentra nella bottega di Virgiliotto. Questo avviene prima della morte del secondo. La produzione ceramica non subì variazione, probabilmente continuò a lavorare con le stesse maestranze e con una parte dei vecchi stampi.
Esistono forme ceramiche identiche siglate VR FA [da leggere V(I)R(GILIOTTO) FA(VENTINUS)] oppure DO PI [da leggere DO(N) PI(NO)].
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Nell’immagine. Il fronte di una crespina in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio. Al centro del cavo è posto un putto alato con in una mano una lancia. Raffigurato in posizione eretta e appoggiato su un solo piede.
Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.
Cavo a calotta schiacciata con parete lavorata a baccellature. Parte centrale liscia. Orlo verticale desinente in un labbro ondulato e arrotondato. Piede a tromba.
Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto. Fine del XVI secolo.
La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.
[1] Cipriano Piccolpasso, Casteldurante [località che dopo il 1636 cambia il nome in Urbania, ora nelle Marche nella provincia di Pesaro e Urbino] 1524 – Casteldurante, 21 novembre 1579. Architetto, storico, ceramista e pittore di maioliche. Molto noto è il suo trattato intitolato I tre libri dell’arte del vasajo. Datato 1548 e rimasto inedito sino al 1857. Il testo del manoscritto è ricco di ricordi, informazioni tecniche e osservazione sull’arte ceramica della prima metà del XVI secolo.
[2] Cipriano Piccolpasso. I tre libri dell’arte del vasajo. Nei quali si tratta non solo la pratica, ma brevemente tutti i secreti di essa. Cosa che persino al di d’oggi è sempre tenuta nascosta. Del cav. Cipriano Piccolpassi Durantino. Roma. Dallo Stabilimento tipografico. 1857.
[3] Giuseppe Liverani. La maiolica italiana sino alla comparsa della porcellana europea. Milano. Electa 1958. pagina 46.
[4] Caratteristica dovuta all’abbondante presenta nello smalto di stagno. La presenza pari a un terzo del peso di questo metallo non era infrequente e permetteva realizzazione di un colore bianco più candido e lattiginoso.
[5] Tutte le osservazioni di Cipriano Piccolpasso sui bianchi traggono origine dal periodo trascorso a Faenza e dalla sua visita alla bottega del Calamelli.
[6] La credenza era un termine presente negli inventari dei ceramisti. Serviva per indicare i servizi da tavola composti da: piatti, vassoi, portovi, saliere, fruttiere, versatoi, candelieri, rinfrescatoi ecc.
[7] Gaetano Ballardini. Faenza 1° ottobre 1878 – ivi 26 maggio 1953. Storico dell’arte. Fra i primi studiosi della ceramica antica. Fondò nel 1908 il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, di cui fu il direttore fino alla sua morte.
[8] La fortuna goduta dal motivo della grottesca non subisce flessione di popolarità e rimane una costante dei decori ma, nello stile compendiario, alla versione dipinta viene preferita la versione plastica. Trasformandosi in un elemento di presa o di sostegno. Realizzato, quando è di presa, a forma di arpia. Dall’aspetto di un piede di forma di zoomorfa quando d’appoggio.
[9] Dai documenti d’archivio si acquisisce che Francesco Mezzarisa di Faenza, già dal febbraio 1540, aveva assunto presso la sua bottega Pietro Zambalini. Avrebbe lavorato per un quiquennio con l’esclusiva mansione di sovraintendere alla produzione dello smalto di color bianco. Sovraintendendone il colore e la qualità. Questo ad avvalorare l’importanza assunta dai bianchi nei commerci del laboratorio. Il grande alberello, ora al museo di Faenza, proviene da questa bottega. É opera del pennello di Antonio Romanino Cimatti. Dipinto in stile compendiario con scene figurate nel 1556.
[10] Appartiene alla celebre bottega di Casa Pirota. Pietro detto Pirotto mori nel 1505. Lascia il suo esercizio ceramico in eredita ai quattro figli: Domenico, Gianfrancesco, Lorenzo (o Gianlorenzo) e Matteo. Attorno al 1528 la pestis magna privò la Ca’ Pirota di Gianfrancesco, Lorenzo e Matteo.
[11] Nell’ottobre del 1531, Virgilio Calamelli appare come testimone in un atto notarile. Era orfano di padre. Abitante a Faenza in via San Vitale, nel quartiere degli orciai.
Questo avviene con la nascita della tipologia di ceramica in stile compendiario.
Una varietà in netta reazione con le caratteristiche stilistiche presenti nei pezzi di maiolica italiana prodotti nella prima metà del Cinquecento.
Cinque decadi durante le quali si assiste al predominio del primo e nel secondo istoriato, un gusto dove le decorazioni sono caratterizzate da un vigoroso virtuosismo pittorico e coloristico.
Lo stile compendiario delinea questo superamento, si afferma dopo il 1550 e si esaurisce attorno al 1650,La ceramica incontra l’alchimia.
Circa cento anni che segnano per la maiolica prodotta in Italia un nuovo successo.
Questa tipologia si identifica con l’affermarsi del fenomeno dei bianchi.
Ovvero dei pezzi ceramici smaltati in color bianco e caratterizzati da una decorazione semplicissima, quasi essenziale ed espressa con pochi colori, quali: l’azzurro, il giallo e l’arancio
A cui si aggiunsero, in alcune botteghe e in alcuni periodi, il verde e il manganese
La scelta dei due toni di giallo forse potrebbe essere motivata per richiamare l’effetto pittorico dell’oro, La ceramica incontra l’alchimia.
Questi pezzi ceramici si presentano decorati con minuti soggetti, disposti al centro o ai lati della superficie ceramica da decorare, raffigurano putti o piccole figure, attorniate da ghirlande di foglioline.
Altre ceramiche appartenenti a questo genere pittorico si pongono in controtendenza.
In questo caso troviamo una decorazione che occupa la totalità della superficie disponibile, anche in questo caso realizzata con l’unica tavolozza cromatica impiegata in questo stile.
Il nome di compendario trae origine da un genere di pittura con nome uguale, questa era in auge nell’impero romano, dal I° secolo al III° secolo d. C. e caratterizzata da un’immagine ridotta all’essenzialità e privata di ogni caratterizzazione.
La produzione dei bianchi si affianca e convive con il vasellame istoriato dei periodi precedenti.
Questo stile decorativo trova nella produzione ceramica della città di Faenza, il suo luogo di nascita e il suo epicentro, La ceramica incontra l’alchimia.
Lo stile compendiario dà vita a una nuova fase nella storia della maiolica che interesserà la produzione della penisola italica e dell’intera Europa.
Il successo commerciale ottenuto da questi manufatti faentini è alla base della loro imitazione nella produzione ceramica di molte località.
Fa queste le città di Urbino, Deruta, Torino, Genova, Savona, Montelupo Fiorentino e in moltissime altre.
Passa in Francia e ad ampie regioni dell’Europa centrale, luoghi dove le maestranze faentine si rifugiano per sottrarsi alle persecuzioni religiose.
Questo nuovo sviluppo nella storia della ceramica italiana non è privo di un evento inatteso, in quanto trova radice nell’esoterismo e nell’alchimia, infatti il mezzo di ideazione e diffusione del nuovo stile è deputato alla dottrina della trasmutazione alchemica.
L’argilla si trasmuta per mezzo del bianco.
Il più nobile dei colori, il simbolo della purezza e associato in alchimia all’idea di sintesi di ogni policromia.
Colore che è unito all’azzurro, questo ad indicare la chiarezza del cielo o le vaste distese d’acqua e associato al giallo. il colore del sole e del fuoco, identificabile con la luce e dunque delegato a illuminare la vita e a rappresentare il calore che è alla base della germinazione, permettendo la vita.
Un accostamento cromatico di colori freddi e di colori caldi.
Questa operazione in chiave alchemica assume un significato simbolico, infatti si pone come l’inizio di un nuovo processo oppure, in alternativa, la partenza di nuove trasformazioni per la materia.
Nell’immagine il fronte di una crespina, baccellata e con bordo ondulato, in stile compendiario. La decorazione è dipinta con i colori azzurro, giallo e arancio ed è composta da una figura, posta al centro del cavo, raffigurante San Giovannino o San Giovanni detto il battista da giovane, beneficente. Il soggetto è circondato da una cornice composta da elementi vegetali stilizzati e ripetuti.
Faenza, probabilmente bottega di Virgilio Calamelli detto Virgiliotto, Fine del XVI secolo.
La crespina è un piatto tondo, sagomato e montato su con piede.
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