La maiolica è un prodotto appartenente alla grande famiglia delle ceramiche.
È costituita da un biscotto. Termine che in campo ceramico indica una argilla modellata e sottoposta a una prima cottura in forno. In seguito ricotta dopo averla ricoperta con smalti stanniferi o piombiferi.
Un buon biscotto appare di un colore roseo-carnicino chiaro.
Deve essere leggero, compatto, sonoro e con buona capacità di aderenza per lo smalto.
Queste caratteristiche dipendono dai componenti nella pasta e dalla cottura a cui è sottoposta.
La maiolica nacque nell’oriente islamico e da lì giunse in Spagna.
Probabilmente si diffuse in Italia nel 1115. Quando i pisani conquistarono l’isola di Maiorca nelle Baleari.
Senza addentraci. Aggiungo che l’importazione delle ceramiche smaltate avveniva in tutti i porti della penisola. I ceramisti siciliani conoscevano la tecnica della verniciatura della maiolica con smalto stannifero.
Nella nostra penisola ebbe grande produzione e diffusione nella città di Faenza. Tanto che la parola faenze è diventata nel tempo un sinonimo di maiolica.
Nei tempi antichi i vasai usavano l‘espressione dar di maiolica. Con il significato di rendere lucente la superficie del manufatto in lavorazione. Operazione che avveniva per mezzo dell’applicazione dello smalto. Dato allo stato liquido. Seguito da una successiva cottura.
Il rivestimento a smalto piombifero era chiamato vernice o cristallina.
Dopo la cottura rende la superficie della ceramica trasparente e con un aspetto vitreo.
Lo stesso procedimento usando uno smalto stannifero genera una superficie opaca.
Il ricoprire la maiolica con dello smalto ha funzioni pratiche e estetiche.
Le prime perché rende impermeabile la terracotta e ne elimina la porosità. Le seconde perché leviga la superficie e la rende brillante.
L’argilla è modellata. Fatta essiccare e sottoposta alla biscottatura.
Una prima cottura in forno a una temperatura compresa fra i 960° e i 1030° Centigradi. Un grado di calore che lascia il materiale poroso e adatto alla successiva smaltatura.
Questa operazione crea il biscotto.
Quest’ultimo è immerso nella coperta. Un liquido biancastro. Alla base della realizzazione della coperta lucida. Fatto asciugare e quando richiesto decorato con colori in grado di resistere al fuoco.
Segue una seconda cottura.
Fra i 900° e i 1000° Centigradi. Con questo secondo ingresso nel forno si assiste a una cottura che fonde fra loro i colori, l’invetriatura e la superficie porosa del biscotto. Creando un pezzo ceramico pronto all’uso. Con aspetto lucente, levigato, colorato e compatto.
La cottura in forno è di due tipi a gran fuoco o a piccolo fuoco. Quest’ultima è detta anche a terzo fuoco.
Il primo tipo è usato per decorare il biscotto dopo averlo immerso nello smalto stannifero. Usando dei colori in grado di resistere alle alte temperature. In antichità erano: il verde, giallo, blu, rosso e viola manganese.
Per i colori che non resistono alle alte temperature si procedeva a sottoporre il pezzo a tre differenti cotture. Di cui la terza a temperatura minore.
Se in questo modo si assiste all’arricchimento della tavolozza cromatica. Di contro rende le superfici meno resistenti all’usura. Questo perché non avviene la fusione fra gli elementi permessa dalla tecnica a gran fuoco.
La maiolica può essere lavorata a ingobbio o a lustro metallico.
L’ingobbio è chiamato anche intonacatura. É una tecnica di lavorazione della maiolica dove l’impasto ceramico è ricoperto da un velo di terra bianca o colorata. Questa ricopre e nasconde l’argilla e a sua volta sarà ricoperto con lo smalto.
Peculiarità di questa lavorazione è la possibilità di incidere sulla superficie ceramica un disegno ad ornamento che prenderà forma dal colore dell’argilla sottostante. Questa tecnica decorativa si chiama graffito.
Le ceramiche realizzate con la tecnica dell’ingobbio si possono trovare definite anche come Bianchetti o Mezza maiolica.
La maiolica a lustro metallico è caratterizzata dal riflesso iridescente e cangiante della superficie esterna.
Questa caratteristica avviene ricuocendo il pezzo già smaltato, dipinto e cotto in presenza di ossidi metallici.
Quest’ultimi aderiscono e interagiscono con la superficie dipinta. Conferendole una nuova lumeggiatura nei toni gialli e rossastri che richiamano l’oro. Oppure argentei, madreperlacei, azzurrini, verdastri e rosso rubino.
Nel XIV secolo ma, ancor più nel XV e XVI, centro di produzione e diffusione di questa tipologia di maiolica fu la Spagna. Erano prodotte nelle città di Malaga e Manises, sobborgo di Valenza. Da quei luoghi giunsero in Italia.
Nel Cinquecento questi manufatti entrarono nella produzione dei ceramisti attivi nelle di città di: Deruta, Pesaro e Urbino.
Giorgio Andreoli è nato ad Intra, ora nel comune di Verbania, nella provincia del Verbano Cusio Ossola. É il più celebre riverbatore di maioliche del XVI secolo. Le sue opere sono firmate Mastro Giorgio da Gubbio .
Maiolica si traduce in francese majolique. In spagnolo barro esmaltado. In tedesco Majolika e in inglese maiolica.
Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono
Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.
Il netsukè è un oggetto indossato con il compito di fissare i vari sagemono all’obi del kimono maschile.
Per questa ragione non può essere di dimensioni eccessive. Queste andrebbero a discapito della portabilità.
Deve essere privo di parti sporgenti che avrebbero l’inconveniente di impigliarsi nell’abito.
Per evitare quest’ultimo fastidio, era molto importante la forma geometrica del manufatto.
Questa, per i pezzi più antichi, è caratterizzata da un contorno triangolare.
Una caratteristica che, nel tempo e per svariate ragioni, è andata modificandosi. Affermando un perimetro ovale.
La traduzione del termine giapponese netsukè è oggetto fissato, tsuké, all’estremità, ne, di una corda.
Quest’ultima passa entro due fori, chiamati himotoshi. Questi sono posti in punti ben studiati.
Tanto da non essere immediatamente visibili o, aumentandone di molto il valore, entro gli spazi vuoti della modellazione della figura.
I giapponesi e i collezioni più esperti preferiscono i netsukè realizzati in legno.
I collezionisti alle prime armi, il più delle volte, rivolgono il loro interesse verso quelli in avorio.
Più rari sono i netsukè realizzati usando materiali diversi dal legno e dall’avorio.
Questi netsukè sono di lacca. metallo. osso. denti d’animale. corno. pietre semi preziose. corallo e conchiglie.
A questo elenco necessita aggiungere tutto ciò che per una qualsiasi ragione può attirare l’attenzione di un netsukè-shi o del suo committente.
Può succedere che un netsukè sia composto da materiali diversi o con intarsi di altri materiali.
La produzione del netsukè diviene nel XVI secolo un arte indipendente.
Quest’ultimi sono pezzi molto difficili da reperire. Il mercato antiquario offre, in genere, manufatti databili dalla la fine del XVIII secolo, del XIX e del XX secolo.
La produzione ottocentesca, soprattutto quella della seconda metà del secolo, palesa un allontanamento dall’originale concetto di netsukè.
Questo distacco, agli occhi dei più puri e esigenti, fra mercanti e collezionisti, è identificata come una vera e propria decadenza.
Caratterizzata da una esasperata perfezione tecnica e una sofisticata estetica.
E’ in quest’ultimi esemplari che compare la firma dell’autore, mai presente in pezzi del XVII secolo e precedenti.
Gli esemplari più antichi sono caratterizzati
dalla mancanza della firma dell’autore.
da una rozzezza dì esecuzione.
dalla eccessiva semplicitàà
dal palesare degli influssi derivanti dalla cultura cinese.
Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.
Gli okimono sono delle statue di piccole dimensioni oppure dei gruppi di figure. Entrambe hanno solo funzione decorativa.
In Giappone la produzione degli okimono inizia quando questo paese cominciò ad aprirsi alle influenze della cultura occidentale.
Un periodo che possiamo far coincidere con l’ingresso delle navi nere del Commodoro Perry. Siamo nel 1853.
Gli okimono sono prodotti prevalentemente per soddisfare le richieste dei compratori esteri. Questo non esclude la presenza di acquirenti giapponesi.
Questi manufatti sono esposti e apprezzati nella Esposizione mondiale e industriale di Vienna del 1871,
Successivamente a New York e a Philadelphia del 1876- Poi a Parigi del 1878, 79 e 1900, Amsterdam del 1883, Chicago del 1893 e Londra del 1910.
In tutte queste esposizioni l’arte giapponese si presenta esponendo i suoi gruppi in avorio bianchi come neve.
Questi sono molto apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Molti articoli pieni di entusiasmo comparvero sulla stampa dell’epoca.
Gli okimono interessavano scrittori, artisti, critici, mercanti e collezionisti. Creando un vero movimento culturale e introducendo nel mercato dell’arte le opere prodotte in Giappone.
Manifestazioni analoghe avvengono anche in Giappone, con la Naikoko Kangyo Hakurankai che si tenne a Tokyo nel 1877, 1881, 1890, a Kyoto nel 1895 e a Osaka nel 1903.
I soggetti più popolari per gli okimono sono i Shishi Fukujin, i sette dei della fortuna, e fra tutti, i favoriti diventano Hotei e Daikoku.
Comune è anche la raffigurazione della Takarabune, la barca con a bordo i sette dei saggi.
Altri soggetti sono i samurai, raffigurati singolarmente o in scene di duello.
I Sennin, a raffigurare la persona che ha raggiunto l’immortalità.
Varie figure buddiste come Daruma o i Rakan, Futen, il dio del vento.
Da ultimo gli Oni, i diavoli. Sempre rappresentati con senso dell’umorismo, muscolosi e con viso grottesco, mostruoso e innaturale.
Il periodo di nascita e affermazione degli okimono è fra il 1860 e il 1900. Queste composizioniraffigurano, in preferenza, scene di vita domestica o agricola, pescatori e bambini. Più rari sono le raffigurazioni di uccelli, animali e fiori.
E’ durante questo periodo che si assiste a un notevole cambiamento negli usi del popolo giapponese.
Questo è molto evidente nell’abbigliamento, dove quello tradizionale comincia a lasciare il posto a quello occidentale, caratterizzato da tasche.
In contemporanea, si assiste all’introduzione delle sigarette che iniziano a rendere obsolete le borse da tabacco.
Gli okimono erano realizzati ad opera degli stessi fabbricanti di netsukè, chiamati netsukè-shi.
Anche per questa ragione possono essere considerati un evoluzione del netsukè.
Un elemento che andava perdendo la sua utilità e dunque la sua commerciabilità.
Il legno e avorio sono i materiali principali per la realizzazione dei netsukè, lo sono anche per gli okimono.
Col tempo l’uso del legno è sempre più diminuito a favore dell’uso dell’avorio. Il legno, usato in svariate essenze, poteva venire tinto e lucidato.
Gli okimono più preziosi sono realizzati con l’avorio d’elefante e si presentano bianchi come la neve.
Sono prodotti, verso la fine del XIX secolo, dalla scuola di Tokyo. Sono opera di autori quali: Ishikawa Komei e Yoshida Homei.
Sino realizzati partendo da materiale proveniente dalle parti più pregiate delle zanne.
Il più delle volte sono caratterizzati dalla presenza nella composizione di piccoli elementi, come: pipe, attrezzi da lavoro, frecce e cosi via.
Ai fini dell’integrità della scultura necessita che tutte queste piccole parti non sono non state perse e rimesse. Per avere questa certezza è bene controllare le proporzioni. Analizzare le differenze nel colore, nel materiale e nella qualità d’esecuzione.
L’avorio proveniva in Giappone dall’India, dal Siam e dalla Cambogia. Solo una piccola parte, per mezzo di commercianti cinesi e arabi, arrivava dall’Africa.
Questo lungo tragitto lo faceva diventare una materia prima cara e preziosa e per questa ragione l’avorio è sempre lavorato con molta attenzione.
Gli artisti che usavano la parte migliore della zanna usualmente rivendevano gli scarti ad altri colleghi.
La sagoma delle sculture palesa questa caratteristica di oculatezza nell’uso.
La partenza avviene da un pezzo d’avorio ben conforme al soggetto che si pensava di realizzare.
Con questa logica si giustifica la forma triangolare dei primi netsukè.
Questo perché la materia prima di partenza è una scheggia di zanna. Una forma che ben si adatta alla struttura del pezzo.
Sempre per riutilizzare e ottimizzare gli scarti nascono gli okimono realizzati unendo avorio e legno, oppure avorio e metallo. In questi casi l’avorio è usato per realizzare la testa e i piedi. É questa un’affermazione con molte deroghe.
Nell’immagine. Un netsukè scolpito nel XVIII secolo. Raffigura un Sennin. Questo è un asceta a cui erano riconosciute facoltà magiche. É ritratto con la parte superiore del vestito ricoperta di foglie e con un cesto fra le mani.
Questo Sennin è prodotto quando le motivazioni che hanno imposto la perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono non erano ancora manifeste.
Nino Za il caricaturista lo scrittore e il mercante d’arte
Nino Za è figura poliedrica É il caricaturista lo scrittore e il mercante d’arte.
Giuseppe Zanini è il suo vero nome. Nino Za è lo pseudonimo. Polivalente personaggio. Nato a Milano, l’undici dicembre del 1906. Deceduto a Roma, l’undici marzo del 1996. E’ sepolto a Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia.
In vita è pittore, caricaturista, scrittore, gallerista e collezionista d’arte.
L’inizio della sua attività di caricaturista risale al 1927.
Quando lavora in teatro. Esibendosi nell’avanspettacolo. Qui realizzava le sue prime caricature. Con rapido tratto immortalava i personaggi più in voga del momento.
Dal 1930 si assiste all’ufficializzazione della sua attività di pittore caricaturista. Questo avviene a Udine. Città dove già da qualche anno viveva. Alloggiato presso le zie materne.
Con le sue caricature impone con uno stile personale. Ritraendo, in forma caricaturale, i divi del cinema.
Nelle sue opere si ritrovano i volti di: Greta Garbo. Clark Gable. Sophia Loren. Marilyn Monroe. Sergio Tofano. il registra Federico Fellini, suo grande ammiratore e molti altri.
Fra il 1945 e il 1948, le sue caricature sono pubblicate sul giornale umoristico del PUF, il partito umoristico friulano.
Raffigurano i personaggi di spicco del Friuli.
A questa attività affiancò quella di gallerista. Pproponendo mostre di pittori d’avanguardia.
Nel 1952, a Udine, in via Mercato vecchio, apre la “Piccola Galleria”, presso il ristorante Al Monte.
Durante la stagione estiva e invernale l’attività commerciale è trasferita a Cortina d’Ampezzo.
Nel 1955 si rasferisce a Roma. Qui aprirà la Galleria Zanini. Collocata nella centrale via del Babuino e con l’assistenza della moglie Germana Gerardi.
In questo locale sono esposte e vendute le opere dei più importanti maestri figurativi dell’arte italiana del periodo.
Sulle pareti trovavano posto le opere di: Giorgio de Chirico. Massimo Campigli. Felice Casorati. Mario Sironi. Carlo Carrà. Filippo de Pisis. Renato Guttuso. Giuseppe Cesetti. Ottone Rosai. Fiorenzo Tomea. Virgilio Guidi e Arturo Tosi.
Per molti di loro la signora Zanini diventò anche modella e dai loro pennelli escono numerose opere che la ritraggono.
Con la gran parte di questi artisti Nino Za intrattenne forti legami d’amicizia. Collezionò con grande passione e competenza le loro opere.
L’attività della galleria non trascurava gli artisti emergenti. Fra questi i friulani: Giovanni Toffolo Anzil (1911-2000). Giorgio Celibertic (1929). Carlo Ciussi (1930 – 2012). Angelo Variola (1906 – 1974). Giuseppe Zigaina (1924 – 2015) e lo scultore e scenografo Marcello Mascherini (1906 – 1983).
Questa occupazione commerciale, con il passare del tempo, diventerà predominante.
Allontanando Nino Za sempre più dalla sua attività di disegnatore.
Tanto che, dagli anni quaranta, si perdono notizie delle sua attività artistica e del successo vissuto degli anni trenta.
Ci vorrà un investigatore privato e l’interessamento dell’editore Domenico Del Duca per riportarlo alla caricatura.
Nel 1967 inizia una collaborazione per L’Intrepido. Un settimanale sul quale riprende la pubblicazione delle sue caricature di cantanti e personaggi dello spettacolo.
Dagli anni sessanta Zanini inaugura la nuova occupazione di scrittore. Collaborando con vari giornali e pubblicando racconti su riviste.
Il museo della Caricatura di Tolentino, in provincia di Macerata, ha nella propria raccolta alcune caricature realizzate da Nino Za.
L’immagine raffigura una caricatura originale realizzata da Nino Za intitolata Greta Garbo.
Disegno originale. Raffigura il volto della diva. Girato verso sinistra, a occhi chiusi, con lunghe sopracciglia e con la guancia appoggiata alla mano. Realizzato a gessetti colorati. Usando i colori: nero, giallo, rosso, blu, viola, marrone, bianco e verde.
Il supporto è un cartoncino di color grigio. Misura 44,5 x 29,4 cm. Il disegno occupa tutta la superficie del supporto.
In basso a sinistra, a carboncino nero, la firma (Za) e la data (1930).
In basso al centro a carboncino nero Greta Garbo.
Unito Cartone con dedica di due righe, a carboncino nero, manoscritta, datata e firmata per esteso Nino Za.
Bibliografia:
Nino Za. Catalogo della mostra antologica tenuta dal 29 settembre al 10 ottobre 1986 a Torino presso il Museo nazionale del cinema. Centro arti umoristiche e satiriche. Edito da Umberto Allemandi nel 1986. Con presentazione di Stefano Reggiani
Nino Za. Il caricaturista degli anni ’30. Der Karikaturist der dreissiger Jahre. A cura di Luigi Lambertini. Bologna. Bora stampa. 1982.
Nino Za. Uno dei percorsi espositivi della mostra Le arti a Udine nel Novecento. Catalogo della mostra. Udine. Artestudio Clocchiatti. 2001.
Un volto del Novecento. Da De Chirico a Campigli. La collezione Zanini. Catalogo della mostra (Udine). A cura di Isabella Reale. Milano. Mazzotta, 2003.
I temi decorativi e i colori che presentano le porcellane cinesi antiche sono i due argomenti qui illustrati.
La descrizione dei temi decorativi e dei colori visibili sulle porcellane cinesi antiche prende spunto da una ipotetica collezione didattica. Questa raccolta è composta da dieci piatti di diverse forme e dimensioni. Tutti con piccolo piede svasato, quest’ultimo per lo più di forma cilindrica. Il repertorio è completato da una tazza da tè.
Tutti gli oggetti sono realizzati in porcellana dura e, nella maggior parte dei casi, decorati sopra smalto. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Gli undici oggetti descritti rappresentano un piccolo campionario di temi decorativi apposti sulle porcellane cinesi antiche. Alcuni soggetti sono scelti perché di certo non usuali a vedersi. Altri perché facilmente incontrabili. I colori dei decori sono quelli tipici delle antiche porcellane prodotte in Cina nel XIX secolo.
Alcuni fra gli oggetti descritti presentano la decorazione al fronte e al retro. In quest’ultimo i motivi decorativi sono sempre presenti anche nella parte esterna del piede. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
1. Piatto concavo, con bordo sagomato da cuspidi e curve, dipinto in color marrone. Il decoro rappresenta due galli. Uno con penne bianche e l’altro con penne rosse. Al primo si attribuisce la capacità di protezione dai fantasmi e al secondo dal fuoco.
Gli uccelli sono dipinti fra fiori e rocce. Nel cielo troviamo una farfalla. I galli sono raffigurati mentre si stanno affrontando in combattimento. Questo spettacolo è una forma di intrattenimento che si svolgeva nel terzo mese dell’anno. Con questo decoro si vuole evocare il periodo in cui avvenvogono questi combattimenti. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Interessante è l’interno del piede. Questo è decorato in color turchese. Nel tono tipico delle porcellane realizzate a cavallo dei regni delle dinastie Chien Lung (1736 – 96) e Chia Ch’ing (1796 – 1820). Il colore è usato, più raramente, durante il periodo Tao Kuang (1720 – 1850). Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a quattro caratteri, realizzato in color rosso, della dinastia Tao Kuang (1720 – 1850). Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Dimensioni: larghezza massima 10,2 cm. Diametro esterno della base 6,3 cm. Altezza massima 4 cm.
2. Piatto concavo, con bordo composto da cinque lobi. Questa forma vuole richiamare la sagoma di un fiore sbocciato. Il bordo e’ dipinto in color marrone.
Il decoro è monocromatico di color nero, Una tecnica decorativa non certamente frequente. Raffigura un cane di fo posto in primo piano e altri due in lontananza. Il termine fo indica Buddha. L’animale mitico è cosi chiamato perché si credeva che il suo ruggito ricordasse l’insegnamento del Buddha. In Cina, quando è raffigurato singolarmente è simbolo di valore, forza e energia. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a quattro caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 10,7 cm. Diametro esterno della base 6 cm. Altezza massima 3,8 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
3. Piatto concavo, con bordo composto da otto lobi, dipinto in color marrone. Il soggetto raffigura una scena di udienza. Questa è composta da un funzionario cinese, un mandarino, collocato in un ambiente riccamente arredato.
Sullo sfondo è collocato: un mobile, un quadro e un tappeto. Alle spalle del mandarino si trova una donna che sorregge un grosso ventaglio. Il funzionario cinese è raffigurato nell’atto di ricevere un messaggero. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Il decoro è realizzato sulla coperta. Si presenta con una grande varietà di smalti policromi di bella lucentezza.
Nel fondo troviamo il marchio a sei caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 12,8 cm. Diametro esterno della base 7,8 cm. Altezza massima 4,8 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
4. Piatto concavo, con bordo composto da otto lobi, dipinto in color marrone. Il soggetto raffigura un uomo seduto, in una tipica posizione orientale. É collocato in uno spazio esterno, sopra un un prato fra un albero e un arbusto fiorito. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Il decoro è realizzato con colori dai toni tenui ed è arricchito da una scritta in calligrafia con un sigillo. L’inserimento di caratteri di scrittura è una peculiarità dell’arte cinese e orientale. Dove la calligrafia assume uguale dignità della figurazione. Entrambe si valorizzano a vicenda e si fondono in un’unica opera.
Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a quattro caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 12,8 cm. Diametro esterno della base 7,8 cm. Altezza massima 4,8 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
5. Piatto concavo, con bordo composto da cinque lobi e dipinto in color marrone. Il soggetto raffigurato, sono due uccelli su un ramo. I volatili sono posti fra due varietà di fiori. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
É questo uno fra i più noti decori delle porcellane realizzate in Cina. Un apprezzamento che permise a questo soggetto di diventare uno dei più usati nelle decorazioni ad ispirazione cinese della ceramica europea.
Il decoro è arricchito da una scritta in calligrafia con due sigilli. É questa una peculiarità dell’arte cinese e orientale. Nella quale la calligrafia assume uguale dignità della figurazione, valorizzandosi a vicenda e fondendosi in un’unica opera.
Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a quattro caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 12,1 cm. Diametro esterno della base 7,4 cm. Altezza massima 4,4 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
6.Piatto concavo, con bordo di forma esagonale, realizzato in porcellana decorata in monocromia color sangue di bue (Sang de bœuf). Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Caratteristica di questa tipologia è il bordo superiore di color bianco. Questo avviene perché privo di pigmento colorante. Quest’ultimo durante la cottura, cola lungo le pareti e si raggruma alla base.
Questa tipologia di porcellana monocromatica è caratterizzata da un decoro di color rosso. Ottenuto con l’introduzione dell’ossido di rame nella vetrina. Questa è una scoperta avvenuta durante il regno dell’imperatore Kang Hsi ( 1622 – 1722 ) e nota con il nome cinese Lang Yao.
Nel fondo, all’interno del piede, troviamo una smaltatura di color bianco con ricco craquelè. Prodotto fra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo.
Dimensioni: larghezza massima 12,4 cm. Diametro esterno della base 6,4 cm. Altezza massima 4 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
7. Piatto concavo, con bordo di forma quadrata e angoli arrotondati, il contorno esterno è dipinto in oro. Realizzato in porcellana, con intonazione della pasta tendente al grigio. Al tatto la superficie non è percepita come liscia ma appare come se fosse butterata. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Quest’ultima caratteristica dell’aspetto esteriore del manufatto ceramico è chiamata pelle di pollo.
La denominazione é dovuta all’aspetto visivo della superficie esterna che ricorda la pelle dell’animale alla conclusione dell’operazione di spennatura.
E’ decorato con una calligrafia. Caratterizzata dall’essere molto elegante e scritta con un tratto sicuro. Gli ideogrammi sono tracciati in color nero e rosso. Questa decorazione non è comune. Nel piatto è presente sulle pareti inclinate, sul fondo e nel bordo esterno nel piede.
Nel fondo, all’interno del piede, troviamo il marchio calligrafico a quattro caratteri, in color rosso, della dinastia Kuang Hsu ( 1874 – 1908 ).
Dimensioni: larghezza massima 12,2 cm. Larghezza massima esterna della base 7,1 cm. Altezza massima 5,9 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
8. Piatto concavo, con bordo dipinto in oro, composto da quattro lobi, ognuno con cuspide centrale. La superficie del fondo e la parete sono dipinte con smalti di color: turchese, rosa e giallo. Il soggetto raffigura cinque fiori di loto. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Questo fiore è uno dei più significativi simboli buddisti. L’importante ruolo è dovuto al luogo di nascita del loto. Un origine che lo vede provenire dall’acqua putrida e da questa produrre fiori immacolati.
Per questa caratteristica il loto è il simbolo di purezza e del distacco dalle cose terrene. Rappresenta simbolicamente la perfezione. É l’emblema del mese di luglio e dell’estate.
Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a quattro caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 13,2 cm. Diametro esterno della base 7,3 cm. Altezza massima 4,3 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
9. Piatto concavo, in porcellana, con bordo composto da sei lobi, ognuno con cuspide centrale. La superficie del fondo e la parete sono dipinte con smalti di color: giallo, rosa, verde, blu e celeste. Il soggetto raffigura due cani di fo. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Uno dei due animali è adulto e l’altro è cucciolo. Quest’iconografia rappresenta il Buddha che governa il mondo con premura e sollecitudine.
Nel fondo troviamo il marchio a sigillo a sei caratteri, in color rosso, della dinastia T’ung Chih (1862 – 1873).
Dimensioni: larghezza massima 18,5 cm. Diametro esterno della base 11,1 cm. Altezza massima 5,1 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
10. Piatto concavo in porcellana, con il bordo dipinto in color marrone, di forma esagonale e angoli arrotondati. La superficie del fondo e la parete sono dipinte con smalti di color blu e in due toni di verde. Il soggetto è disposto con simmetria e si estende su tutta la superficie. É composto da tre pipistrelli, varie qualità di fiori con foglie e un ideogramma, ripetuto tre volte, in color rosso e oro. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Il pipistrello in Cina è simbolo di fortuna e felicità. Questa credenza ha una origine acustica. É motivata dall’eguale suono dell’ideogramma fu, pipistrello, omofono a quello di fu, fortuna.
Al fondo il marchio a sigillo a sei caratteri, in color rosso, della dinastia Y’ung Cheng ( 1723 – 1735 ).
In questo caso questa attribuzione è da ritenersi non attinente alla reale epoca di cottura della porcellana. Questa porcellana risale alla seconda meta del XIX secolo. Una datazione confermata dalla qualità della pasta, dallo smalto e dalla composizione del decoro.
Dimensioni: larghezza massima 21,7 cm. Base a forma esagonale di 12,5 x 14 cm. Altezza massima 5,2 cm. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
11. Tazza da tè con coperchio. In cinese questo oggetto è chiamato Cha-Wan. La ciotola si espande a calice da un basso piede cilindrico. Il coperchio si inserisce rientrando per un breve tratto nella tazza. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
É realizzata in porcellana bianca. Rivestita da una coperta lievemente azzurrina e liscia al tatto. Dipinta con smalti policromi.
Il decoro è benaugurate. Questo è composto da cinque pipistrelli, in cinese wu fu, disposti a stella attorno al simbolo della longevità, il tutto dipinto in color rosso. Questa tinta in Cina identifica la gioia, la felicità, la fortuna e la ricchezza.
I cinque pipistrelli stanno a indicare le cinque felicità dell’uomo: longevità, salute, ricchezza, dignità e la morte naturale.
Questo motivo è alternato a un nastro sul quale si trovano una coppia di Quien o soldo bucato. Un decoro raffigurato come un cerchio con un foro quadrato al centro. É il simbolo della prosperità ed è uno degli otto oggetti preziosi, in cinese Ba Bao. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Il coperchio è decorato con fiori. Nel fondo, all’interno del piede, troviamo un sigillo composto da quattro caratteri, in color rosso, con significato elogiativo della bellezza dell’oggetto.
Dimensioni. Per la tazza: diametro massimo 9,9 cm. Diametro esterno della base 4,1 cm. Altezza massima 6,2 cm. Per il coperchio: diametro massimo 9,1 cm. Diametro esterno del pomolo 4,1 cm. Altezza massima 3,7 cm.
La descrizione dei temi decorativi e dei colori delle porcellane cinesi antiche è un vasto e affascinate tema.
Ad approfondimento aggiungo le illustrazioni dei marchi e della decorazione dipinta al retro. I motivi decorativi sono sempre presenti anche nella parte esterna del piede. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
L’elenco dei temi decorativi che appaiono sulle porcellane cinesi antiche non si esaurisce con questo elenco. Molti altri temi appartengono ai soggetti raffigurati sulle porcellane cinesi antiche. Temi e colori delle porcellane cinesi antiche.
Il singolare fascino del Blanc de Chine inizia dal nome, dove un vocabolo della lingua francese indica una tipologia di porcellana cinese.
Blanc de Chine è un termine nato in Francia nel XIX secolo.
É usato per indicare una porcellana prodotta in Cina, nella zona dello Dehua A, una località nella provincia di Fujian B.
Dunque, in Europa, si afferma l’uso di un termine francese a indicare una precisa tipologia di porcella cinese.
La provincia di Fujian si trova nella Cina meridionale, è una località dove il commercio è avvantaggiato dallo sbocco diretto al mare. Il fascino del Blanc de Chine.
Questa è una area molto significativa per la storia della porcellana cinese.
A nord troviamo la provincia di Zhejiang F. Il luogo della produzione dei celadon1.
A ovest lo JiangxiE, dove è situata la città di JingdzhenD. La celeberrima città della porcellana.
A sud il GuandongG, la cui capitale è Canton2 L. Con il suo porto, diventato il fulcro dei contatti commerciali con l’Occidente.
In tutte queste località vi era e vi è abbondanza di caolino. Questo è uno degli elementi che formano l’impasto per la produzione della porcellana dura. Il fascino del Blanc de Chine.
Questo minerale è una roccia sedimentaria, di facile lavorazione. Prodotta dall’azione dell’acqua sul feldspato.
Si presenta con un aspetto terroso ed è caratterizzato da una grande friabilità.
Il più delle volte, come nel caso della Cina, è di color bianco o bianco grigiastro. Questa colorazione è mantenuta anche dopo la cottura.
In altre parti del mondo, per la presenza di ossidi di ferro, questo materiale assume un colore: rosa, arancio o rosso.
Il termine trae origine da Kao lingC. Il nome della collina e del villaggio su di essa collocato. Il luogo dove questo minerale è estratto per la prima volta. Il fascino del Blanc de Chine.
Ci troviamo ancora nella zona dello Jingdzhen, nella provincia di Jiangxi.
Kao ling diventa kaolin negli scritti del gesuita Francois Xavier d’Entrecolles3 I. Il fascino del Blanc de Chine.
Il religioso è autore di testi sulla tecnica cinese della produzione della porcellana. Con questi saggi il termine modificato si diffonde negli idiomi europei.
Il primo giacimento europeo di caolino è scoperto nel 1709. Il ritrovamento lo si deve all’alchimista tedesco Johann Friedrich Böttger.
Questa individuazione permise la nascita della porcellana dura europea ad opera della manifattura di Meissen.
In seguito, nel vecchio continente, sono scoperte altre cave di questo materiale. Queste resero possibile la nascita di altre fabbriche di porcellana dura in Europea.
Blanc de Chine è tradotto in lingua italiana come Bianco di Cina. Il fascino del Blanc de Chine.
Un termine che indica una porcellana completamente di color bianco.
Il corpo è in caolino molto puro, omogeneo e traslucido.
La coperta 4 è data per mezzo della cottura a grande fuoco. L’operazione avviene alla temperatura di circa 1400° C. fascino del Blanc de Chine.
La porcellana prodotta a Dehua si presenta sempre omogenea e perfettamente riunita al corpo.
Assume varie tonalità del color bianco. Quali: l’avorio, il crema, il tinta del latte e della neve. Il fascino del Blanc de Chine.
Donnelly5elenca moltissimi tipi di prodotti realizzati usando questo materiale. Quali: scatole, vasi, tazze, ciotole, pesci, lampade, coppe, animali, porta spazzole, teiere, figure religiose, figure profane e burattini.
Le statuette presentano pareti sottili e le coppe e i vasi decori a rilievo.
La produzione della statue avveniva frequentemente usando la tecnica dello stampo. Il fascino del Blanc de Chine.
Quest’ultimo, nel caso di figure non eccessivamente complesse, è composto da due parti.
Nel calco l’impasto ceramico è posto in abbondanza e compresso. Questo per permette la definizione di tutti i dettagli della forma.
Estratto dallo stampo il modello è accuratamente rifinito. Questa operazione prevede l’aggiunta quelle parti impossibili da realizzare a pressione. Il fascino del Blanc de Chine.
Dettagli modellatia parte e ora applicati. Questi potevano essere: le orecchie, i baffi, le mani, le dita, i piedi, i fiocchi della veste e cosi via.
Nel caso degli incensieri erano le maniglie collocate ai lati.
Dopo queste aggiunte, si lasciava seccare e si realizzava una ulteriore rifinitura.
Questa lavorazione fa capire perché l’aspetto più importante nella valutazione di un Blanc de Chine risiede nel carattere scultoreo dell’opera.
Dove solo l’abilità dell’esecutore è importante ai fini dell’esito finale. Il fascino del Blanc de Chine.
Questa riconosciuta bravura è alla base della commissione, da parte dei templi locali, di effigi di divinità e immortali.
La conseguenza è che le raffigurazioni del Buddha o di Lao Tse diventano soggetti comuni per gli artisti di Dehua.
Con l’arrivo dei gesuiti, in questi forni, compaiono le divinità cristiane. Entrano nel repertorio le figure del Cristo e della Madonna col Bambino.
Questa apparizione è peculiarità dell’arte cinese del XVII e XVIII secolo. L’affermazione trova una definita e manifesta conferma nei prodotti ceramici realizzati in questi forni e ancora visibili.
La produzione realizzata nel Dehua era destinata all’esportazione e commercializzata in tutto il mondo. fascino del Blanc de Chine.
Oppure caricata sulle navi commerciali e arrivava in Europa. Dove, dalla metà del XVII secolo, è una porcellana molto collezionata dalla nobiltà e dai ricchi mercanti.
Queste vendite, con buona probabilità, dalla metà del secolo successivo, subirono un crollo.
Contrazione dovuta all’offerta di un analoga produzione realizzata dalle manifatture europee. Ceramiche bianche cotte nel vecchio continente sia in pasta dura che in tenera.
Due sono le difficoltà che si presentano a chi subisce il fascino del Blanc de Chine. fascino del Blanc de Chine.
La primasi incontra nella definizione dell’epoca di origine.
É certo che nel XVI secolo la produzione era presente e da allora è giunta fino ai nostri giorni.
Il problema sta nel fatto che non si conosce con precisione di quanto questa data può essere retrocessa.
É riconosciuto che il periodo di massimo splendore risale ai primi decenni del XVIII secolo. Anche se, sporadicamente, pezzi di elevata qualità sono ancora prodotti fino agli inizi del XIX secolo.
La secondaè la datazione dei pezzi in esame.
Difficile sia per i pezzi risalenti al periodo Ming che a quello Qing.
Questo dipende dal fatto che i ceramisti di Dehua sono molto tradizionalisti e altrettanto conservatori. La clientela lo era forse ancor di più. fascino del Blanc de Chine.
Una combinazione che da origine a una produzione ripetitiva che rimase invariata per secoli.
Tanto da poter affermare che gli oggetti domestici, da scrittoio e rituali sono rimasti in fabbricazione pressoché immutati fino ai nostri giorni. fascino del Blanc de Chine.
In Giappone le porcellane di color bianco sono realizzate nei forni della manifattura di Hirado 6. fascino del Blanc de Chine.
In questo paese il Bianco di Cina è chiamato hakugorai.
É importato in grandi quantità, questo almeno fino alle restrizioni commerciali imposte dalla metà del XVIII secolo. La richiesta, in prevalenza è per gli oggetti destinati ai butsudan, gli altari familiari, e ad usi religiosi e funerari.
Oltre alle immagini buddiste e agli utensili rituali è interessante ricordare la figura della Maria Kannon. Un’immagine della Vergine Maria nei panni della dea buddista Kannon o Guan Yin in cinese.
Questa figura era destinata ai Kirishitan Kakure7. Su di lei il richiamo al cristianesimo avveniva apponendo una piccola croce. Collocata al retro, nella parte nascosta della statuetta, quella nascosta al fruitore.
Le fornaci di Dehua hanno prodotto anche altre tipologie di oggetti in ceramica. Tra queste alcune con decorazioni in smalto blu. fascino del Blanc de Chine.
L’immagine raffiguraHo Ho Erh Hsien. La traduzione: i gemelli dell’armonia e della compagnia.
Sono i patroni dei mercanti e dei vasai. Una coppia di uomini sorridenti e di forme generose li identifica. Uno dei due regge un cesto che fa intravvedere un pipistrello, l’emblema della felicità.
La porcellana è realizzata in Cina. Durante la dinastia Qing, nel regno Qinglong, iniziato nel 1736 e concluso nel 1796. fascino del Blanc de Chine.
[1] Celadon. Una ceramica cinese coperta da una smaltatura di varie tonalità del color verde. Può presentare una decorazione incisa o a rilievo posta sotto la smaltatura. Più raramente in rilievo priva di smalto, lasciando trasparire la ceramica sottostante.
[2] Canton, dal portoghese Cantão. In cinese GuangzhouH, La più grande città costiera del sud della Cina, capoluogo della provincia del Guandong.
[3] Francois Xavier d’Entrecolles, Lione 1664 – Pechino 1714. Gesuita e sacerdote. Riunendo l’osservazione diretta dei forni ceramici. Le conoscenze tecniche dei cinesi convertiti al cattolicesimo. Infine la lettura delle antiche fonti cinesi ha ricostruito la tecnica in uso in Cina per la produzione della porcellana. Questi suoi studi sono redatti sotto forma epistolare. Furono iInviati, a Parigi, a Padre Louis-François Orry, tesoriere delle missioni dei Gesuiti in Cina e India e in seguito stampati.
[4] Lo smalto che realizza il rivestimento superficiale del pezzo ceramico.
[5] P. J. Donnelly è un importante collezionista e studioso delle porcellana Bianco di Cina. L’autore della maggiore opera sull’argomento. Intitolata Blanc de Chine: Porcelain of Tehuain Fukien. Edita a Londra da Faber and Faber nel 1969. Nel 1980, il British Museum ha ricevuto in dono l’intera collezione di Donnelly. fascino del Blanc de Chine.
[6] Hiradoera il nome del porto d’imbarco della porcellana prodotta nelle fornaci di Mikawachi (Hizen). Questa porcellana è caratterizzata da una pasta bianchissima. Poteva essere lasciata bianca o decorata. L’ornamento avveniva a rilievo, a incisione e sotto vernice. Dipingendo in color azzurro. Destinata all’esportazione. É prodotta dagli inizi del XVIII secolo da maestranze coreane. Dopo il 1750 è riservata ai servizi di corte.
[7] Kirishitan Kakure è un gruppo di fedeli al cristianesimo, presenti in Giappone dal XVIII secolo, quando questa religione era vietata dai Tokugawa.
Traduzione in lingua cinese delle località citate nell’articolo. fascino del Blanc de Chine.
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