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Il frutto della pesca simbolo e leggenda

Il frutto della pesca simbolo e leggenda

Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

 

In Cina e più in generale in Oriente il frutto della pesca è portatore di un significato simbolico. Questo è ben descritto dalla leggenda intitolata Il monte delle pesche sacre.

Il racconto popolare è ambientato sul monte Sondo. Questa è una cima situata ad ovest di Kyongiu, attualmente nella Corea del sud. La salita in vetta richiede circa un ora e mezza di cammino. Il nome Sondo ha delle implicazioni interessanti giacché, nella lingua del luogo, do significa pesca e son soprannaturale.

La narrazione afferma che un giorno un abitante di un villaggio si reca a pescare in un lago nascosto fra le cime delle montagne. Spinse la sua zattera in un insenatura che non aveva mai visto prima. Avvicinandosi alla riva rocciosa, notò fra gli arbusti l’ingresso di quella che sembrava essere una grotta. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

Facendosi luce con la lucerna, entrò nella grotta e, percorsa una lunga caverna, sbucò, improvvisamente, in una luminosa vallata, completamente nascosta dall’esterno.

Vagò come in sogno, ammagliato dalla bellezza del luogo. Incontrò delle persone affabili che lo invitarono al villaggio e gli offrirono da mangiare delle pesche. Le stesse che aveva visto crescere sugli alberi della valle.

Si trovò così bene fra questa gente che si fermò per tre giorni prima di decidersi di tornare indietro. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

Quando tornò al suo villaggio, il pescatore non riuscì più a capire dove fosse e non trovò più nessuna delle persone che conosceva. Persino nella sua casa viveva una famiglia che non aveva mai visto.

Quando disse chi era, alcuni degli anziani del villaggio, ricordarono vagamente di aver sentito la storia di un uomo con quel nome. Scomparso trecento anni prima, mentre stava pescando su un lago sperduto tra le montagne.

Gli dissero che la sua vedova aveva allevato i figli da sola. Questo con grandi sacrifici e che uno dei suoi discendenti vive ancora nel villaggio e lo potrebbe accompagnare alle tombe di famiglia. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

Al che il pescatore non credendo alle proprie orecchie gridò ma sono quel pescatore e sono stato lontano da casa solo tre giorni. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

Gli anziani del villaggio lo guardarono con compassione, scuotendo la testa e pensando che non fosse in sé.

Il pescatore tornò sulla montagna. Ritrovò il lago e cominciò a ricercare l’ingresso della grotta, inutilmente passò giorni e giorni fra i monti ma, tutto era invano.

Nessuno credette alla storia del vecchio pescatore. Comunque l’idea che potesse esistere un giardino che produceva pesche soprannaturali si diffuse così tanto che il monte è battezzato con il nome di Sondo. Il monte delle pesche sacre. Nome con il quale, ancora oggi, è conosciuto.

Nella mitologia cinese il pesco è il simbolo dell’immortalità. Questo perché, in Cina, si crede che nutrendosi del frutto di questo albero, questo preservi il corpo dalla corruzione.

La tradizione è così diffusa che si vuole che gli immortali taoisti si nutrivano di pesche oppure di fiori di pesco. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

La pesca è il principale connotato di Shou Xing o Shou Xin Gong, il dio taoista della longevità e della salute.

La madre del dio ebbe una lunga gestazione, la tradizione la vuole durata dieci anni, finita la quale partorì l’immortale nelle sembianze di un anziano. Per questa ragione la deità è raffigurata come un vecchio. Dall’aspetto allegro e amichevole. Con la testa caratterizzata da una grande fronte, alta e convessa che richiama la forma di una pesca. Calvo e con una lunga barba, con in mano una pesca.

Egli nutrendosi di pesche magiche ottenne l’immortalità.

La cultura cinese ritiene che questa divinità abbia il potere di influenzare l’età dei mortali. É questa ragione per la quale gli abitanti della Cina si rivolgono a lui nel giorno del proprio compleanno e il 25 gennaio. Quest’ultimo è il giorno in cui si festeggia la festa di primavera o capodanno lunare. In entrambi i giorni si richiedere al dio una lunga vita. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

La festa di primavera è nota in Occidente con il nome di capodanno cinese, segna l’inizio del nuovo anno secondo il calendario cinese. E’ una delle festività tradizionali cinesi più sentite.

Oltre alla pesca di lunga vita ha come ulteriori attributi. Questi sono il bastone, a volte terminante con la testa di drago. La fiasca contenente l’elisir di lunga vita e un cervo o una gru raffigurati in piedi e al suo fianco. E’ anche conosciuto come Nan Ji Xian Weng, in italiano, il vecchio del polo Sud.

Shou Xing prima di diventare un immortale era un uomo, di nome Zhao Yen, destinato a una morte precoce, fissata al diciannovesimo anno d’età.

Questa funesta previsione è mutata dal dono di vino e di carne secca a due uomini impegnati in una partita di dama. Unito all’astuzia di non rispondere alle loro domande. I due giocatori sono: l’astro del polo Nord e l’astro del polo Sud. Il primo fissa la data di nascita degli uomini. Il secondo descreta la data di morte. Le due divinità ringraziarono Zhao Yen invertendo i numeri della data di morte. Non più diciannove ma novantuno anni.

Del pesco ha importanza sia il frutto che il tronco. Frutto pesca simbolo leggenda.

Da quest’ultimo si ottiene un legno a cui si attribuisce una possente capacità protettiva. Per questa ragione è molto apprezzato in ebanisteria. Dove con il suo impiego conferisce agli arredi realizzati con questa essenza dei magici attributi. Quali la difesa degli abitanti della casa dai fantasmi e dai rischi del quotidiano.

Sempre con questo legname sono realizzate delle spade che permettono ai monaci di praticare efficaci esorcismi.

L’immagine. Raffigura Shou Xing. Traduzione astro della longevità. Semplificato 寿星. Tradizionale 壽星. É il dio taoista della lunga vita. Statua in porcella policroma. Realizzata in Cina, durante la dinastia Qing, nel XIX secolo. Il frutto della pesca simbolo e leggenda.

 

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Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Il testo descrive le precauzioni e le da prestare a una lama giapponese. Segue il manuale pubblicato dalla Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai. NBTHK. É tradotto dall’originale in lingua giapponese. Sulla pubblicazione si sono opereate delle aggiunte.

Il popolo giapponese considera le Nihonto una una forma d’arte. Un tesoro nazionale da conservare e preservare. Questo al fine di poter portare rispetto agli avi. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Le Nihonto sono le lame prodotte in Giappone. Tutte solo realizzate seguendo la tecnica tradizionale. Fra queste la spada giapponese è la rappresentativa.

Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela.

Chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama da graffi e dalla ruggine.

 

Per conservare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae. Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto.

É norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero o kojiri. Tenendo saldamente il saya. Questo per evitare le cadute accidentali.

 

Per trasportare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno.

Il fodero o saya è assicurato dalla sola mano destra. 

La tsuka o manico è rivolto verso alto. La lama è diretta verso il basso. Questo metodo mira a previene pericolosi incidenti.

 

Per estrarre la spada dal fodero.

Per sfoderare la spada dal sacchetto in tessuto o dal saya si deve tenere la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.

La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto.

Il palmo della mano sinistra è rivolto verso l’alto e tiene saldamente il saya. La mano destra stringe lo tsuka.

A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki.

Se questo è ben serrato con il koiguchi necessita molta cautela. Questo per evitare di danneggiare l’apertura del fodero.

Assolutamente sono da evitare movimenti repentini. Probabile causa di ferite.

Sboccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero. Curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.

 

Per reinserire la spada dal fodero. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Analogamente all’operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra.

Con molta attenzione si posa il dorso della punta della lama nella parte inferiore del koiguchi. La punta della lama si chiama kissaki.

Si allinea il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto.

Con lentezza si reintroduce la spada nel saya. In fine con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.

 

Manutenzione. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese necessita di costanti cure. Questo al fine di impedire l’ossidazione della superficie del materiale costituente la lama.

Strumenti per la manutenzione:

  • Mekuginuki. Simile a un piccolo martello. Serve per estrarre il mekugi. Il perno che serve a unire la lama al manico. Il mekugi è in bambù o più raramente in metallo.

  • Uchiko. É una polvere di color bianco. É composta dello stesso materiale dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Per l’uso è avvolta in della carta chiamata Yoshinogami. Poi  riavvolta entro una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Con questo cartoccio si colpisce la lama su tutta la sua superfice. Per impatto la polvere attraversa i rivestimenti. Depositandosi su tutta la superficie metallica della lama. La polvere di Uchiko è elimata con della carta sottile.

  • Token Abura. Termine giapponese che si traduce in olio di choji. Un liquido di colore paglierino. Serve per proteggere la lama dalla ruggine

  • Aburagami è una carta molto leggera. Permette di depositare il Token abura sulla superficie della lama.

  • Niguigami è una carta molto spessa e morbida. Usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco e la polvere. Il passaggio della Niguigami asciuga anche la superficie dalla lama.

É buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili. Questo per evitare che dei residui di polvere o di materiale di durezza elevata siano depositati sulla carta per detergere o per dare l’olio. Queste impurità sono la causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.

Come avviene la manutenzione della spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi. Questa operazione permettere la rimozione dell’impugnatura o tsuka.

L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra. Serrandola con il palmo. Tenedo il mune rivolto verso sinistra. Di conseguenza il taglio è a destra.

La mano destra stretta a pugno picchia sulla sinistra.

I primi colpi devono essere leggeri. Questo per saggiare il fissaggio. Gli altri sono regolati di conseguenza.

Quando il codolo è libero, la lama è estratta con la mano destra.

Due precauzioni.

La prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo.

La seconda è per lame con corto nakago. Un tanto potrebbe fuori uscire al primo leggero colpo. Creando una pericolosa situazione.

Se presenti si levano le seppa e la tsuba. Giungendo all’habaki. Quest’ultimo è rimosso usando i pollici e gli indici di entrambi le mani.

Se oppone resistenza è rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno. Prima, per protezione, necessita averlo avvolto con uno straccio. 

Ora ci troviamo fra le mani la lama nuda. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

La lama è pulita usando la Nuguigami. La carta è appoggiata sul mune e ripiegata fino a raggiungere il tagliente da entrambi i lati.

Partendo dall’habaki, usando il dito indice ed il pollice, si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama.

Sempre nello stesso senso. Questo permette di rimuovere il vecchio olio e la polvere.

Una attenzione particolare si deve avere nella pulizia della punta o kissaki. Evitando sia la pressione che la frizione.

Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.

Per battuta stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama. Ioerazione da compiere su entrambi i lati. Partendo dal forte per giungere al kissaki.

Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’uchigo presdente sulla lama.

A questi punto è possibile ammirare e studiare la Nihonto in tutti i suoi particolari. Verificare la presenza di ruggine, difetti o altri danni.

La lama è ora pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami.

La carta è precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura.

Non troppo abbondante per evitare di sporcare l’ interno del saya. Non troppo scarsa per permettere una stesura uniforme.

La carta è passata sulla lama diverse volte per avere la certezza di avere ricoperto l’intera superficie della lama.

Per rimontare la spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Iniziamo reinserendo l’habaki e introduciamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, la tsuka.

Ora estraiamo la lama dal fodero.

Teniamo la spada per il manico con la mano sinistra. Con la lama rivolta verso l’alto battiamo sul kashira col palmo della mano destra. Questo fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.

Come conservare la spada giapponese. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Dopo aver acquistato una Nihonto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.

Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature. Usando lo Token Abura.

La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. Nel caso di foderi al loro interno sporchi e contaminati dalla ruggine è bene sostituirli. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya. Una semplice montatura di legno di magnolia.

In quest’ultima veste è preferibile far riposare la lama.

Questo perché qualora la superficie della Nihonto cominciasse ad arrugginirsi. Il fodero di legno può facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato. Usando della colla di riso. Non è possibile l’impiego di colle chimiche suk saya e sulla tsuka.

La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. É bene evitare operazioni fai da te.

Quali il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni possono aggravare la situazione perchè distorgono le geometrie della lama.  Aumentando notevolmente il lavoro del togishi.

A seguito dell’ operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Questo per la presenza di particelle di acqua nelle micro porosità dell’acciaio.

La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura.

Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.

La scelta del luogo dove conservare una Nihonto deve essere molto accurata.

Devono essere riposte in ambienti secchi.

In posizione orizzontale, questo per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki.

Entro scatole di legno o di lacca.

Non devono essere lasciate nella vicinanza di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine.

Si deve tener presente che la parte di legno della montatura richiede un minimo di umidità.

Glossario dei termini giapponesi presenti nel testo. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

  • Abura. La traduzione letterale dal giapponese è olio. Indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.

  • Forbitura. Termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.

  • Fuchi. Finitura in metallo. Posta all’estremo superiore della tsuka. É in suite con il kashira.

  • Habaki. Collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako. Al fine di fissare la lama nel fodero

  • Kashira. Finitura in metallo posta all’estremo inferiore della tsuka. É in suite con il fuchi.

  • Koi Guchi. L’imboccatura per la lama nel saya.

  • Koshirae. Il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu.

  • Kodogu. Tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama.

  • Nakago è il codolo della lama. É la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka.

  • Seppa. Rondelle che fanno da fermo alla tsuba.

  • Shirasaya. La montatura di riposo per la lama. Realizzata in legno di magnolia.

  • Tanto. Un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku. Pari a 30,3 cm.

  • Togishi. L’artigiano che realizza la forbitura della lama.

  • Tsuba. La guardia della spada giapponese.

  • Tsuka. L’impugnatura delle lame.

  • Kozuka. Il manico del kogatana.

  • Kogatana. Un piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero.

  • Kozuka hitsu. L’alloggiamento nella tsuba del kozuka.

  • Kogai. Lo spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero. Posto dalla parte opposta del kogatana.

  • Kogai hitsu. Alloggiamento nella tsuba del kogai. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione di quanto pubblicato è consentita solo con citazione della fonte e previa autorizzazione scritta. 

 

鍔 鐔 Tsuba.

 

Catalogo dei fabbri forgiatori di spade giapponesi 刀鍛冶 Katana kaji.

 

Tamahagane il metallo per forgiare le spade giapponesi.

 

Bashin Umabari o Kankyuto.

 

L’armatura e le armi del guerriero giapponese il bushi.

 

La spada giapponese Le caratteristiche delle Nihonto nel periodo Koto.

 

I samurai l’arco e la spada.

 

Katana e wakizashi le armi bianche del samurai.

 

Katana la spada giapponese Considerazioni sulle nihonto e sulle tsuba.

 

Tachi Katana e Wakisashi.

 

AURITI Giacinto – Dei samurai del bushido e dei 47 ronin.

 

Itto Ogami e il figlio Daigoro protagonisti della serie televisiva Samurai.

 

La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai.

 

Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale.

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Angelo Bottigelli pittore incisore scrittore e antiquario a Busto Arsizio

Angelo Bottigelli - Studio per ritratto Impressione

Angelo Bottigelli pittore incisore scrittore e antiquario a Busto Arsizio.

Angelo Francesco Bottigelli è un uomo eclettico: pittore, incisore, scrittore e antiquario.

Apre il suo studio d’arte in via Mazzini a Busto Arsizio, in provincia di Varese.

É anche proprietario di un negozio di antiquariato, ubicato in via Bonsignori. Attività svolta assieme alla moglie Antonietta.

La città di Busto Arsizio lo vide nascere nel 1897. Vivere, lavorare e morire il 14 ottobre del 1989.

Per questa località nutrì un grande e continuato amore.

Sentimento che lo motivò a comporre scritti e poesie in suo onore. A dipingere quadri e incidere lastre con quel soggetto. Diventando, con il suo impegno, un personaggio di spicco della cultura cittadina bustese.

Tuttora, nelle sale delle Civiche Raccolte d’Arte ospitate a Palazzo Marliani Cicogna sono visibili delle sue opere.

In gioventù è un impiegato amministrativo presso la Vizzola.
Intorno ai quarant’anni decide di dedicarsi completamente all’arte. Per questa ragione lascia definitivamente il lavoro impiegatizio.

Angelo Bottigelli inizia a dipingere giovanissimo.

I primi insegnamenti artistici li riceve nella sua città di nascita. Sono dati da Enrico Crespi e dai professori, di scuola tecnica, Bovo e Odilone.

Continuò i suoi studi a Milano presso l’Accademia di Brera. É allievo di Giovanni Lentini, Enrico Felisari e Giannino Grossi.

Agli anni ’20 e ’30 risalgono le sue prime partecipazioni alle mostre bustesi.

Dal 1925 iniziano le sue mostre personali.

Agli esordi si dedicò al ritratto. A questo periodo appartiene il quadro intitolato Estasi, del 1923. Un olio su tavola, di forma ovale.
Pur non abbandonando questa tematica direge i suoi interessi verso il paesaggio.

É autore di suggestivi scorci di montagna e di mare. 

Dal suo pennello uscirono gli angoli caratteristici della città di Busto Arsizio. Un soggetto proposto anche in fogli grafici di grande qualità. Nei quali dimostra una grande bravura.

Apprezzato incisore. Padroneggiò la tecnica dell’acquaforte e del monotipo.

Presso la raccolta di stampe del comune di Milano sono presenti le tre incisioni intitolate: L’argano, Sosta meridiana e Riflessi.

Nel 1951 è tra i fondatori dell’Associazione Famiglia Bustocca. Nella quale per molti anni è il segretario. ed infine Socio Onorario.

Poeta in lingua e vernacolo bustocco. Ottenne con i suoi scritti riconoscimenti e premi.

Angelo Bottigelli Studio per ritratto Impressione.

PULENTA E BRUSCITI

Ti si rigordi dul tempu ch ‘e passà
quandu, insemma ai nostr ‘amisi,
a prepaream cuntenti chel stüà
ch ‘a ga diséam pulenta cui brüsciti?
Roba da leccà i barbisi!
Sa üsea settassi inturnu al nost ‘camén
a cüntà ball e fa rustì i maron,
tegnendu in man un bon bicer da ven
ma non da nustranel, ma da chel bon.
Mò ul tempu al s ‘e cambià, e sa üsa pü
tütt ‘chi bei robi ca sa üsea a chi tempi,
mò gh ‘ e cambià tüscossi, e a gioventü
a l’e cambiàa anca le in d’un mumentu.
Mò in da ‘stu nostar Büsti,
con genti laburiusa e intelligenti,
gh ‘e stei chi c ‘hà truvà a ricetta giüsta
par falla püsse bona e da bon güstu.
L ‘ha pensà ben da falla dulzi.
Finalmenti an ‘ma anca a Busti,
fra tantu lauà da noci e di,
eccu ca gh ‘e un Campi ch ‘à inventà
un dulzi a una manea ch ‘a la sta non indre,
par bellezza e par buntà, a ogni gulusità.
E poeu, dopu a buntà,
eccu che al g ‘ha fei anca ul manten
par fagal disquatà,
inscì che dopu ‘sta surpresa,
e dopu avell gustà,
no sa pudaà oltar che dì:
Chesta si l’e una buntà!

 

Grafica d’arte la tiratura, l’acciaiatura della lastra, la prova d’autore e la firma

Stampa originale antica e moderna: La carta, la filigrana e lo stato

Stampe d’arte e le loro tecniche artistiche

Nino Za il caricaturista lo scrittore e il mercante d’arte

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Ferrovia dell’alta Italia Navigazione a vapore sul Lago Maggiore

Ferrovia dell’alta Italia. Navigazione a vapore sul Lago Maggiore. Tariffa per le corse speciali - Fronte

Ferrovia dell’alta Italia Navigazione a vapore sul Lago Maggiore

Ferrovia dell’alta Italia Navigazione a vapore sul Lago Maggiore.

 

Il Lago Maggiore è il secondo lago per superficie in Italia.

Le sue sponde sono condivise tra la Svizzera e le province del Verbano Cusio Ossola, di Novara e Varese.

Nel bacino lacustre il servizio di navigazione di linea ha inizio il 15 febbraio 1826.

Quando è varato il battello Verbano. L’immissione nelle acque del bacino lacustre avviene in Svizzera. Nella città di Locarno.

In questo momento inizia la storia della navigazione a vapore sul Lago Maggiore.

All’epoca il lago è diviso fra il governo del Regno di Sardegna, l’Imperiale Regio Governo austriaco e lo Stato Elvetico.

Il notaio Francesco Medoni nasce ad Arona. Nel 1828 diede alle stampe il libro intitolato Un viaggio sul Lago Maggiore. Ovvero la descrizione delle sponde del Verbano per comodità dei viaggiatori sul battello a vapore. Premesse alcune notizie sullo stabilimento, andamento e vantaggi dello stesso battello.

L’autore descrive il battello a vapore chiamato Verbano. Come capace a contenere più di quattrocento persone. Con molta quantità di mercanzia. Sospinto da una macchina inglese a vapore. Uscita dalla rinomata officina Soho, presso Birmingham. Diretta dall’illustre Watt. Della forza da 14 a 16 cavalli.

Sulla rotta:. Il battello fa servizio giornaliero sia in estate che in inverno tra Magadino e Sesto Calende.

Sui tempi di percorrenza:. Impiegando sei ore per corsa. Compreso il perditempo dell’imbarco e sbarco de’ forestieri e mercanzie ai frequentissimi punti determinati.

Sulle comodità:. Il viaggiatore troverà di che cibarsi a convenienti prezzi fissi dal trattore e caffettiere appositamente stabilitovi. Avrà anche con che ingannare il tempo nella lettura di vari giornali o con qualche partita di giuoco. Essendovi apprestati i necessari mezzi.

Il Verbano è comandato dal capitano inglese Copier. Il macchinista è il veneziano Pietro Miani. É dismesso intorno tra il 1842 e il 1843. Questo avviene perché a seguito dell’usura si incendiò.

Con l’unificazione risorgimentale il Lago Maggiore cade sotto la giurisdizione italiana e svizzera.

Il servizio di navigazione è affidato  alla Società per le Ferrovie dell’Alta Italia.

Un gruppo privato fondato nel 1865. Voluto dal governo con il fine di riordinare le numerose società ed amministrazioni ferroviarie esistenti nel nord della penisola prima dell’unificazione risorgimentale.

La società chiuderà nel 1885. La rete della SFAI è divisa e acquisita dalla Rete Adriatica e dalla Rete Mediterranea.

La Società per le Ferrovie dell’Alta Italia acquista dallo stato sabaudo i servizi di navigazione sul Lago Maggiore nel 1865 e del Lago di Garda nel 1867.

Il foglio è un documento della storia della navigazione sul lago Maggiore della seconda metà del XIX secolo.

Stampato al fronte. Con la cartina che comprende le località racchiuse dal lago d’Orta al lago di Lugano. Dalla città di Locarno a quelle di Somma e Gallarate. Al retro con le tariffe per le corse speciali, le nove avvertenze e l’elenco dei piroscafi.

La cartina è impressa dalla Tip. e Lit. Zanaboni Via San Zeno 10,12. Milano.

Raffigura in color rosso le strade percorse dalle diligenze.

Si vede la tratta da Varese a Laveno.

Il tragitto che dalla Svizzera arriva a Luino passando dalla Via per Lugano. Posta fra le montagne sopra Dumenza e Cremenaga.

Altri percorsi sono quelli che, entro i confini svizzeri, arrivano a Magadino e Locarno. Provenienti dal Passo del Gottardo e dal Passo del San Bernardino.

Con partenza dal Passo del Sempione arrivano due tratte che conducono a Pallanza e a Arona.

Indica in nero le strade ferrate: da Arona parte la linea per Novara, Genova e Torino. Da Sesto Calende parte la linea per Milano, Firenze e Venezia. Da Varese parte la linea per Milano, che incrocia, a Gallarate, la linea per Firenze e Venezia.

Altre specifiche sono le stazioni dei piroscafi e i confini di stato.

Al retro del foglio troviamo l’intestazione Ferrovia dell’alta Italia. Navigazione a vapore sul Lago Maggiore. Tariffa per le corse speciali.

La navigazione a vapore richiedeva che la percorrenza fosse suddivisa ad intervalli di due, tre, sei e dodici ore.

Il tempo è calcolato partendo dalla stazione dei piroscafi di Arona.

La flotta è composta da sette piroscafi.

Il San Bernardo.

Il San Gottardo e il Lucmagno. Entrambi con capienza di trecento persone.

Il Ticino portava duecento persone.

Il San Carlo centocinquanta. il Sempione ottanta e il Paleocapa trenta. Con quest’ultimo piroscafo la corsa poteva venir sospesa quando le condizioni atmosferiche non erano favorevoli.

Il San Bernardo entra in servizio nel 1855.

Il San Gottardo entra in servizio nel 1855. Ne esce nel 1918.

Il Lucmagno entra in servizio nel 1855 e esce nel 1914.

Il Ticino entra in servizio nel 1853 con il nome Piroscafo Taxis. É una nave militare riconvertita a servizio passeggeri. Nel 1860 prende il nome di Ticino. Nel 1925 è ribattezzato Alpino. É demolito nel 1950.

Il piroscafo San Carlo è la seconda nave a navigare nel bacino lacustre. Entra in servizio il 19 agosto 1842. Ne esce il 30 settembre 1870.

A seguito dell’affondamento nella zona di Arona. Inabbisamento causato dalle acque agitate del lago.

Il Sempione entra in servizio nel 1853 con il nome piroscafo Benedek. É adibito al solo trasporto di passeggeri. Nel 1860 è ribattezzato Sempione.

Il Paleocapa entra in servizio nel 1869. Dopo vendite e trasformazioni è dismesso nel 1929.

 

Scopri tutti i dettagli del foglio

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Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa

Le ceramiche di Sumida Gawa o Sumida

Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa.

La fabbrica di ceramiche di Sumida o Sumida Gawa è attiva in Giappone dalla fine del XIX secolo.

I suoi prodotti sono oggi indicati con i nomi: Sumida o Sumida Gawa.

Altri vocaboli impiegati per indicare questa manifattura sono: Ware Poo, Banko e Asakusa Banko.

Fra tutti Ware Poo è il termine che può creare maggiore confusione. Questo perchè è il nome proprio di un vasaio cinese.  Autore e  produttore di ceramiche simili a quelle realizzate da Sumida.

Banko è una parola giapponese che serviva per indicare i souvenir venduti nella città di Tokyo.

L’attuale denominazione prende il nome da uno dei fiumi che scorrono per Tokyo. Il letto del fiume Sumida passa nelle vicinanza del distretto di Asakusa. Il luogo dove tradizionalmente sono collocate le fabbriche di ceramica operanti nella capitale del Giappone,

Questa adiacenza contribuisce ad identificare il nome del fiume con il nome della manifattura lì vicino situata.

Sia la fabbrica che le ceramiche che ha prodotto sono poco conosciute. Le scarse notizie attendibili hanno permesso l’affermarsi di dati spesso fra loro contrastanti e in parte sbagliati.

Le informazioni storiche certe sulla manifattura di Sumida sono poche.

Un riferimento è il catalogo, stampato nel 1916, dell’importatore A. A. Vantine & Co di New York.

Ove alcune pagine annoverano delle illustrazioni in bianco e nero dei pezzi della manifattura allora importati. Aggiungendo per ogni ceramica la descrizione, le dimensioni e il prezzo di vendita.

Sumida nasce dopo poco tempo l’apertura commerciale forzata del Giappone, imposta dal commodoro Matthew Calbraith Perry. Motivata dalla elevata richiesta in Europa e in America di prodotti provenienti dal Giappone.

La ceramica era prodotta per essere venduta al di fuori dei confini del paese del Sol Levante. In quei luoghi dove la moda del giapponesismo imponeva parte dell’arredo fatta con: ceramiche, avori, lacche e bronzi. Tutti di provenienza giapponese. Questo avveniva in una vera casa vittoriana. Nella quale non poteva mancare una stanza o almeno una parte della stessa dedicata all’oriente.

I manufatti cotti da questa fabbrica ceramica sono nella maggioranza di piccole dimensioni. Creati espressamente per essere esportati in Occidente. Al giorno d’oggi questi oggetti sono difficili da reperire ma, sempre facilmente identificabili.

Non può che stupire la grande varietà di forme allora in produzione e l’ironia dei decori che le ornavano, composti da figure applicate in rilievo.

Questa produzione ceramica non si riconosce con la classica ceramica giapponese. In quanto è in palese contrasto con i canoni tradizionali del Sol Levante. Le ceramiche di Sumida Gawa non presentano né il minimalismo né la delicatezza tipici dell’arte del Giappone.

Con tutta probabilità la produzione ceramica di Sumida si basa sul lavoro di tre generazioni di una singola famiglia.

Il capostipite è Inoue Ryosai ( 1828 – ? ). Seguito dal figlio Inoue Ryosai II, nato circa nel 1860, e dal nipote, Inoue Ryosai III ( 1888 – 1971 ).

Inoue Ryosai è un vasaio proveniente dalla città di Seto. Dal 1875 al 1900 lavorò a Tokyo. In questa metropoli, dalla fine degli anni novanta del XIX secolo, sviluppa uno stile personale. Questa maniera prevede l’applicazione sulla superficie dei suoi manufatti di un decoro costituito da figure umane e animali. Realizzate in rilievo. Unito all’uso di abbondante e fluente smalto.

Il figlio Inoue Ryosai II lavorò nella fornace di Tokyo.

Il nipote, Inoue Ryosai III, nel 1924, trasferì la sede della manifattura a Yokohama. In questo nuovo spazio introduce nella tavolozza dei nuovi colori, per esempio il color arancione.

Sumida conobbe il suo periodo di massimo splendore tra il 1800 e il 1920. Continuò il suo lavoro durante la seconda guerra mondiale e per un breve periodo dopo la fine delconflitto.

I tre ceramisti più importanti della manifattura di ceramiche di Sumida Gawa sono il fondatore Inoue Ryosai e gli allievi: Hara Gozan e Ishiguro Koko. Fra gli artisti attivi  alle ceramiche di Sumida Gawa sono da ricordare: Sakurai Fuji e Sezan.

Nelle ceramiche di Sumida Gawa non tutti i pezzi sono marcati.

Le firme degli autori, quando presenti, si trovano su un lato, in corrispondenza della base. Possono appaiono impresse nella pasta oppure manoscritte in caratteri squadrati di color blu. Dipinti su una placca smaltata in color bianco apposta sul pezzo.

Le ceramiche che presentano la firma di Inoue Ryosai I giunte ai niostri giorno sono poche.

Per le ceramiche di Sumida Gawa si conoscono settanta diversi marchi e le firme apposte dai ceramisti.

La produzione ceramica è costituita in prevalenza da oggetti d’uso domestico.  Abbiamo: teiere, posa ceneri e vasi.

La caratterizzata della ceramica è la pesantezza.

I prodotti il più delle volte sono smaltati con abbondanza. Tanto da provocare delle colate di smalto lungo le superfici e spesso anche delle goccioline lungo il corpo dell’oggetto.

L’argilla costituisce il materiale principale dell’oggetto ceramico. É cotta a bassa temperatura. Questa metodo ha il limite di rendere delicati i manufatti.

La forma impressa all’argilla è ottenuta con la lavorazione al tornio. In seguito completata con l’innesto di alcuni elementi decorativi tridimensionali realizzati in argilla e in porcellana.

Le forme plastiche delle ceramiche sono abilmente progettate. Queste per la metà superiore o poco meno sono parzialmente ricoperte da colate di smalto di due o più colori.

I colori degli smalti più comuni sono il: rosso arancio, il blu, il marrone, il nero, il verde, il viola e il bianco sporco.

La parte del corpo non invetriata è dipinta nei colori rosso, verde, nero e arancione.

Esistono pezzi completamente invetriati e pezzi completamente privi di smalto.

Spesso la decorazione è ispirata dall’umorismo. Realizzata con il pronunciato rilievo di scenette composte da figure umane e animali applicate.

Molte delle scene che ornano le ceramiche prodotte da Sumida Gawa descrivono delle favole appartenenti al folklore giapponese.

Lungo è elenco dei decori applicati.

Per i vegetali: bambù e diverse varietà di fiori e alberi.

Per gli animali, i più comuni sono: gli elefanti, i draghi, le tigri, i cervi, i leoni, gli orsi, volpi e i lupi.

Tutte le figure sono ambientate in paesaggi o in grotte. Queste ultime sono realizzate da fori che a volte diventavano delle maniglie. Altre volte questi incavi formano: case, montagne, laghi. Infine il più delle volte questi scenari sono delle formazioni rocciose come: cenge, massi e ripidi pendii.

Una grande varietà di generi umani abita queste ceramiche. Troviamo: contadini, samurai, donne vestite in kimono, pellegrini, funzionari governativi, bambini e rakan.

Quest’ultimo è un discepolo buddista. Caratterizzato dalle orecchie dai lunghi lobi, dalle folte sopracciglia e dalla magrezza tipica dell’asceta.

Fra tutti gli animali la scimmia vanta un posto di privilegio. Anche perchè è un animale molto spesso presente in numerosi racconti giapponesi.

Un esempio è il vaso realizzato da Inoue Ryosai I. Alto settantaquattro centimetri. Dove trecentocinquantaquattro figure di scimmia sono ambientate sulle e fra le case di un villaggio. Ora nella collezione del Museo Lightner a St. Augustine in Florida.

Un altra ceramica degna di menzione è quella realizzata da Ishiguro Koko. É ornata da cinquecento rakan. Vincitrice nel 1899 del primo premio in una mostra a Tokyo. Ora esposta al Walter Gorge Vincent Smith Art Museum a Springfield nel Massachusetts.

La complessità delle figure applicate è spesso sorprendente.

Le opere più antiche sono caratterizzate dalla ricchezza del modellato dei volti dei soggetti. In queste ceramiche il viso dei personaggi applicati è definito in ogni singolo particolare. Presenta gli occhi, le labbra, i e perfino e la lingua plasmati con accuratezzal Questo al fine di specificare con minuzia ogni singolo dettaglio.

Più tardi, forse a seguito della maggiore richiesta e della conseguente velocizzazione della produzione, tutti i particolari sono meno dettagliati ed elaborati. Riducendo una bocca in origine ricca di denti, a una sola linea.

Ancora più stupefacente è la grande ampiezza degli oggetti ceramici realizzati.

Nella produzione delle ceramiche di Sumida si possono trovare vasi in una gamma enorme di stili e forme. Porta vasi con e senza piedistallo. Vasi con coperchio e da appendere. Set per fumatori, umidificatori, barattoli per il tabacco, portacenere. Teiere, servizi da tè, caffè e cioccolata. Cesti, brocche e boccali. Le navi della fortuna. Figure di Buddha, pescatori, samurai e lottatori di sumo. Basi per lampade, brucia profumi, calamai, bugie, ornamenti da tavola, porta capelli e molto altro ancora.

Con l’approvazione della legge McKinley, dopo il 1891, per tutte le importazioni verso gli Stati Uniti d’America si deve specificare il paese d’origine. Per questa ragione alle ceramiche di Sumida è apposta una etichetta. Realizzata in carta con stampato in lingua inglese la scritta Japan oppure Made in Japan.

Questa etichetta è una vera rarità, al momento se ne conosce una sola apposta su una lampada.

Sorte analoga è riservata ai pezzi destinati Inghilterra, dove sull’etichetta è  stampata con la scritta Foreign.

Le false ceramiche di Sumida Gawa sono pochema,  esistono!

Nella maggioranza dei casi sono pezzi d’epoca con decori e colori simili a quelli usati da Sumida ma realizzati da altri ceramisti. Confusi o forzatamente attribuiti alla produzione della manifattura di Sumida.

 

 

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