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Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale

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Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale

L’autore dello scritto è Lord Redesdale, colui che è il primo spettatore non giapponese a una cerimonia di harakiri 腹 切.

Il diplomatico presiede al rituale di suicidio con il ruolo di testimone.

In questa occasione diviene il cronista dell’episodio di harakiri.

Fornendo una descrizione che comparirà sulle pagine di appendice del suo libro intitolato Tales of old Japan. In italiano Racconti dell’antico Giappone.

Il brano descrive un esempio di seppuku. Avvenuto nella sua forma più onorata. Imposto a seguito di una sentenza di morte.

Per chi trasgrediva la legge era prevista la pena di morte e il seppuku concedeva al condannato la possibilità di togliersi la vita da solo.

Si afferma cosi il principio che il seppuku è una forma di autopunizione o di espiazione delle proprie colpe. Concesso, solo a chi, pur avendo trasgredito alle regole, è degno del massimo rispetto da parte di chi aveva pronunciato la condanna.

Quando si verificavano queste condizioni, il condannato è guardato con grande rispetto e il trapasso è onorato da una cerimonia solenne.

Il condannato è Taki-Zenzaburō. Un ufficiale al servizio del principe di Bizen. Condannato per essere l’autore dell’ordine, impartito nel febbraio del 1868, di incendiare il quartiere occidentale di Hiogo. L’odierna Kōbe.

La cerimonia è ordinata dall’imperatore in persona. Ha luogo alle 22,30 nel tempio dei Seijukuji a Hiogo.

Si svolse nella sala principale del tempio. Una grande sala con il tetto molto alto, Sostenuto da pilastri in legno scuro. Dal soffitto pendono una grande quantità di lampade dorate e di ornamenti buddisti. Di fronte al massimo altare, con il pavimento coperto da stuoie bianche e da una stuoia in feltro scarlatta.

Dopo che i testimoni si sono accomodati. Entra Taki-Zenzaburō. É descritto come un uomo robusto, di trentadue anni e di nobile aspetto. Vestito con un abito da cerimonia, dalle caratteristiche maniche in canapa che sono indossate solo nelle grandi occasioni.

É accompagnato dal kaishaku e da tre ufficiali che indossavano il jimbaori, una armatura da guerra con fregi in oro.

L’incarico del kaishaku è svolto da un parente o da un amico del condannato. In questo caso è il pupillo di Taki-Zenzaburō. Scelto per la sua grande bravura con la spada.

Col kaishaku alla sua sinistra. Taki-Zenzaburō avanzò fra i testimoni, cui rivolse il saluto che gli è reso con grande deferenza.

Lentamente e con grande dignità il condannato sali sulla parte rialzata del pavimento.

Si prostrò due volte davanti all’altare e si sedette sul tappeto rosso con la schiena rivolta all’altare.

Il kaishaku è inginocchiato dalla parte della sua mano sinistra.

Uno dei tre ufficiali si fece avanti portando un vassoio. Dove avviluppato nella pergamena, c’è un pugnale. Lungo una trentina di centimetri, con punta e taglio affilati come un rasoio.

Dopo essersi prostrato, l’ufficiale prese il pugnale e lo porse al condannato. Questi lo prese con referenza. Alzandolo prima alla testa con entrambi le mani e poi tenendolo dritto di fronte a sé.

Un nuovo inchino e pronunciò le parole:. Io, e soltanto io, diedi sconsideratamente l’ordine di sterminare gli stranieri di Kōbe. Replicando, ancora il mio ordine quando essi cercarono scampo. Per questo crimine io ora mi lacero il ventre. prego tutti voi presenti di concedermi l’onore di assistere a questo atto.

Dopo essersi nuovamente inchinato, egli si slacciò gli indumenti e rimase a busto nudo.

Quindi, secondo la tradizione, egli ripiegò le braccia sopra le ginocchia per evitare di cadere riverso indietro. Un nobile giapponese deve sempre morire cadendo in avanti.

Con mano ferma, raccolse il pugnale che giaceva davanti a lui, contemplandolo con desiderio, quasi con affetto.

Per un momento ancora si concentrò, quasi a raccogliere tutte le sue forze nell’istante supremo. Poi affondato il pugnale sotto la cintura, gli fece percorrere tutta la lunghezza del suo ventre, da sinistra a destra. Eseguendo, infine, un ultimo brusco movimento verso l’alto che squarciò completamente l’addome.

Durante tutto il tempo di questa allucinante operazione egli non mosse un solo muscolo del volto.

Solo quando estrasse il pugnale cadde in avanti allungando il collo; allora, per un istante, gli si lesse negli occhi un lampo di panico, ma non emise una sola sillaba.

In quel momento, il kaishaku, che, sempre inginocchiato, aveva seguito con attenzione ogni movimento del condannato, balzò in piedi facendo roteare in aria la spada.

Fu questione di un istante: con un agghiacciante tonfo sordo la testa rotolò per terra, spiccata dal corpo con un solo colpo.

Segui un silenzio di morte. Rotto soltanto dal rumore del sangue che fluiva dal corpo che giaceva inerte di fronte a noi. Quel corpo in cui pochi istanti prima aveva palpitato il cuore di un uomo nobile e valoroso.

É orribile.

Il kaishaku, eseguito un lungo saluto, ripulì la spada con un pezzo di carta che teneva già pronto allo scopo. Quindi si ritirò dal luogo della cerimonia. Contemporaneamente il pugnale insanguinato è portato via con solenne cerimoniosità. Come prova di sangue dell’avvenuta esecuzione.

La rito è terminata e lasciamo il tempio.

La cerimonia riceve dal luogo e dall’ora un’ulteriore solennità. Un cerimoniale caratterizzato da un’estrema dignità e dal formalismo tipico dei modi di tutti i giapponesi di rango.

Benché profondamente impressionati da una scena tanto orribile. Non è possibile non restare contemporaneamente ammirati dal contegno fermo e virile del condannato. Dalla freddezza con cui il kaishaku ha saputo compiere il suo ultimo incarico per il suo signore. Niente avrebbe potuto più efficacemente dimostrare la forza dell’educazione.

I samurai fin dalla più tenera età imparano a considerare il harakiri come una cerimonia a cui un giorno potrebbero essere chiamati a partecipare. Vuoi come protagonisti. Vuoi come assistenti.

Nelle famiglie di antica tradizione cavalleresca il bambino è istruito al rito e familiarizzato all’idea del harakiri. Visto come un modo onorevole di espiare una colpa o di far fronte a un rovescio di fortuna. Se mai giunge quest’ora, egli è preparato ad affrontare un cimento cui l’educazione giovanile ha già tolto gran parte della paura.

Solo in Giappone si impara che l’estremo tributo d’affetto da portare a un caro amico è quello di fungere da suo esecutore ?.

(Tratto con modifiche e aggiunte da J. Seward, HaraKiri, Mediterranee.

Lord Redesdale è l’appellativo nobiliare adottato da Algernon Bertram Freeman-Mitford. Primo barone Redesdale, 24 febbraio 1837 – 17 agosto 1916. Diplomatico inglese e scrittore.

Giunse nel Paese del Sol Levante nel 1866 e vi rimase fino al 1870. In questo lasso di tempo ricopre il ruolo di secondo segretario della legazione d’Inghilterra in Giappone.

L’edizione originale di Tales of old Japan è del 1871. Illustrata dall’artista giapponese Odake. Edita in due volumi, a London (Londra), dall’editore Macmillan and Co.

É un libro di grande successo. Vanta nove edizioni e 22.000 copie vendute.

Il volume è un’antologia composta da fiabe popolari e da racconti che descrivono la vita giapponese prima della restaurazione Meiji. Il periodo durante il quale AB Mitford è il testimone diretto di un epoca che vede il potere dell’imperatore riaffermarsi su quello degli shōgun.

 

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La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai

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La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai

kottoya antiquariato giapponese di Luca Piatti orchidea Neofinetia falcata

La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai

La Neofinetia falcata è un’orchidea per lungo tempo rimasta appannagio dei soli samurai.

Scopriamo dunque che anche i samurai avevano il pollice verde.

Come si addice a una casta di guerrieri non potevano dirigere i loro sforzi verso tutte le forme del mondo vegetale. Anche in questo caso lo spirito del bushido era rispettato.

Un solo fiore. La Neofinetia Falcata. Un’orchidea di piccole dimensioni e di grande bellezza.

Per la sensibilità occidentale non è altro che una delle tante varietà di orchidea in commercio.

Facilmente reperibile. Dal costo contenuto.

Non è così nella terra del Sol Levante. Dove era e tutt’ora è un simbolo.

Una pianta di alto rango e altamente considerata. Dalla storia unica.

Ienari Tokugawa fu undicesimo Shogun del Giappone. Ha retto le sorti del paese dal 1773 al 1837.

Il suo grande amore per questa orchidea lo fece diventare un fervente collezionista. La sua raccolta era ragguardevole. Degna del suo rango. Composta da duecento esemplari.

La coltivazione di questa orchidea era permessa solo nelle abitazioni dei samurai.

I feudatari non si allontanavano dai loro gioielli verdi. Le piante erano parte usuale del bagaglio da portare durante gli spostamenti periodici verso Edo, l‘odierna Tokyo.

Questa usanza ben aiuta a spiegare il soprannome di Orchidea dei Samurai.

E’ lecito chiedersi come mai una casta guerriera abbia trovato assonanza con un’orchidea.

La spiegazione risiede nell’aspetto del fiore. Una forma ben nota ai samurai. Da loro identificava come una raffigurazione del Kabuto, l’elmo da guerra.

Era assegnato anche all’impianto nel vaso un valore simbolico.

Quando ben eseguito rappresentava simbolicamente il coraggio e la corretta formazione del bushi.

In Giappone questa orchidea è chiamata Fuuran.

Abbreviazione del più completo nome Keiran Ichimei Fuuran. Termine che possiamo tradurre in Orchidea del vento. Nome ancora usato per definire la pianta nella forma più comune in natura.

Il nome scientifico è Neofinetia Falcata. Ci dice che appartiene al genere Neofinetia.

Per molto tempo rappresentato dall’unica varietà, la Falcata.

Nome che sta ad indicare la curvatura dello sperone del fiore. Forma ripresa anche dalle foglie.

Nel 1996 si è aggiunta una seconda specie la Richardsiana. Caratterzzata da uno sperone più corto. La pianta cresce spontanea in Cina e Korea.

La terza specie è del 2004. É la Xichangensis. Una varietà ancora in dubbio. Se confermata si caratterizza dallo sperone corto. Diretto sul davanti e con fiore tendente al rosa.

La Fuuran fiorisce in estate. Il fiore comunemente è di colore bianco. Profuma la sera ed è dotato di un lungo sperone.

Quest’ultimo misura dai quattro ai sei centimetri nella varietà Falcata. Un centimetro nella varietà Richardsiana.

La lunghezza dello sperone è dovuta alle caratteristiche dell’insetto impollinatore, una farfalla notturna.

Solo con il periodo Meiji, 1868 – 1912, la coltivazione di questa orchidea ha potuto svincolarsi dall’appannaggio dei samurai. Da allora le Fuuran poterono essere possedute e coltivate da chiunque.

I ricchi commercianti dell’epoca influirono sul prezzo delle piante. Tanto da far aumentare in modo considerevole il valore.

Con il loro interesse inizia un’autentica mania ancora esistente. Impersonificata dalla associazione orchidofila Nihon Fuukiran Kai. Società Giapponese delle Neofinatie.

L’amore dei giapponesi per le forme atipiche è noto. Questo è ben rappresentato dal fortunato reperimento in natura di una pianta di Fuuran con fiori o vegetazione differenti dalla forma conosciuta e comune.

Questo esemplare atipico è posto sotto accurata osservazione. Coltivato con cura e se mantiene la variante è elevata a Fuukiran.

Attualmente in questa categoria ne esistono registrate 171 varietà.

Il loro elenco viene pubblicato seguendo la composizione tipica delle locandine stampate per i tornei di Sumo. Il nome delle Fuukiran è impresso con lo stile riservato ai nomi dei lottatori.

Se volessimo pensare al valore economico di queste varietà potremmo identificarlo con il costo di una casa con giardino.

In Giappone e in Cina troviamo raffigurazioni e libri su questa orchidea fin dal XVII secolo.

Il nome Neofinetia deriva dal botanico francese Achille Finet, 1862 – 1913. Uno studioso di orchidee giapponesi e cinesi.

La specie è ufficialmente segnalata da Carl Peter Thunberg. Compare nel suo libro intitolato Flora Japonica. Edito nel 1794.

Saper che le orchidee in Giappone sono coltivate con successo da secoli non è una consolazione. Ed aumenta lo sgomento chi fra noi lotta per far fiorire la propria pianta almeno una volta.

Non consola di certo conoscere dei maldestri tentativi europei del XIX secolo.

Affidiamoci allora alla facile reperibilità e il contenuto costo della forma classica dell’orchidea dei samurai.

Ci permetteranno di scoprire se il samurai nascosto dentro di noi ha il pollice verde.

 

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Tabacco e tabacchiere

Tabacco e tabacchiere

Tabacco e tabacchiere.

Il tabacco e le tabacchiere sin dalla loro comparsa appartengono alla moda e al costume.

 

 

Il tabacco come argomento e le tabacchiere come oggetto sono da sempre il desiderio di agguerriti collezionisti e il tema preferito di loquaci intrattenitori.

Per i più, non è possibile ignorare il tabacco e tabacchiere. Il primo, con Bacco e Venere, è legato all’immaginario comune e le seconde, nel tempo, diventate un vero objets de vertu.

L’uso del tabacco e delle tabacchiere trova il suo periodo di maggior splendore nel Settecento. Un successo che copre l’intero secolo.

 

Questa fortuna accomuna gli abitanti di tutti i paesi dell’Europa. Per loro fiutare il tabacco, preso dalle tabacchiere, diviene una prassi comune. Un abitudine che riunisce sia gli uomini e sia le donne.

É in questo secolo che si afferma questa nuova moda che accomuna gli appartenenti a tutte le classi sociali e di ogni età.

La conseguenza di questa moda è la diffusione del tabacco e la nascita delle tabacchiere. Quest’ultime diventate un contenitore necessario per racchiudere e trasportare il tabacco.

 

Per tutto il Settecento, alla produzione francese di tabacchiere, è riconosciuto un assoluto primato. Questo avviene per la loro grande varietà e qualità. Tabacco e tabacchiere.

Le caratteristiche di queste realizzazioni francesi provocano, in qualunque osservatore, una incondizionata  ammirazione. Questa è alla base della loro affermazione e diffusione, conferendo, alla Francia, il primato per la tabacchiera.

 

Di questo prezioso oggetto scopriremo la storia, le caratteristiche e moltissime curiosità. Tabacco e tabacchiere.

 

 

Il primo passo è il dividere le tabacchiere in due categorie: la tabacchiera da tasca e la tabacchiera da tavolo.

Alla prima tipologia appartengono quelle con delle dimensioni compatibili con il palmo della mano. Tabacco e tabacchiere.

Dove il coperchio è fornito di cerniera. É questa una caratteristica che permette di facilitare la presa di tabacco.

Nella seconda troviamo quelle di grandi dimensioni. Tabacco e tabacchiere.

Con il coperchio completamente estraibile e dove questa copertura può presentarsi forata. Questi buchi hanno uno scopo pratico, quello di impedire l’eccessivo essiccamento della polvere di tabacco contenuta.

 

Le tabacchiere sono realizzate in tutta Europa. Possono essere prodotte da un semplice artigiano o da maestro orafo e decoratore. Tabacco e tabacchiere.

 

Si diversificano per il luogo di produzione, per i materiali utilizzati e per le tematiche decorative. Quest’ultime due peculiarità sono fortemente dipendenti dalla cultura artistica del luogo di fabbricazione.

Questa egemonia locale non esclude reciproche influenze. Tabacco e tabacchiere.

 

Le creazioni francesi influenzeranno le realizzazioni settecentesche dei produttori viennesi, scandinavi, russi e di quelli del primo Ottocento svizzeri.

Questa influenza esercitata della Francia è dovuta a due fattori:. Al trasferimento degli artisti parigini in località estere. Unito alla riconosciuta e indiscussa qualità della produzione realizzata in quel paese. 

Le tabacchiere italiane risentono della presenza sul suolo nazionale dell’opera dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze. Delle manifatture della porcellana di Doccia e Capodimonte e dei produttori romani di micro mosaico. Tabacco e tabacchiere.

 

Le tabacchiere tedesche sono caratterizzate dall’uso e dall’assemblaggio di tessere di pietre dure. Riunite da un reticolo realizzato in oro.

Dove su di una pietra di base sono aggiunte delle tessere scolpite. Fra quest’ultime le più particolari sono quelle la cui lavorazione imita i fiori e gli insetti.

Le tabacchiere inglesi e in parte quelle olandesi sono caratterizzate dalla tecnica dello sbalzo a forte rilievo. Tabacco e tabacchiere.

Per la realizzazione di questi manufatti non è inusuale l’impiego delle pietre dure.

Questo uso prevede la levigazione del minerale sino a portarlo ad un sottile piano regolare, in seguito, da impreziosire con bordure metallo. Privilegiata fra tutte le gemme semipreziose è l’agata.

 

Un ulteriore uso nelle tabacchiere delle pietre dure è nella realizzazione delle tabatière de châsse. Tabacco e tabacchiere.

Questa tecnica prevede l’impiego di minerali assemblati in composizioni di fantasia.

A questo tipo appartiene la tabacchiera della Gilbert Collection di Los Angeles. Tabacco e tabacchiere.

Dove sul coperchio troviamo una creazione che raffigura un cacciatore con un cane. Il soggetto è intagliato in un’agata di color miele. L’animale ha la testa mobile e montata in oro. Porta un collare con la scritta Fidèle et Sincère.

Rosette di diamanti contornano gli occhi del quadrupede, i bottoni della giacca del cacciatore e la superficie in corrispondenza alla cerniera di chiusura. Tabacco e tabacchiere.

 

 

I materiali più vari realizzano le tabacchiere.

Fra i più comuni troviamo: la Madreperla, la Conchiglia, la.  Pietra dura,  l’Avorio, la lacca applicata nel modo di Vernis Martin[1], la.  Porcellana e la Tartaruga con decorazione in piqué d’or.

Le più preziose sono realizzate in oro.

Con decorazione incisa, cesellata, smaltata e adornate di pietre preziose. Fra tutte gemme i brillanti sono impiegati con abbondanza. Tabacco e tabacchiere.

 

In Francia nascono le prime tabacchiere realizzate con oro a più colori. Tabacco e tabacchiere.

 

Il nobile metallo in lega con l’argento diviene di color verde. Con il rame rosso. Con il ferro blu e con il platino bianco.

 

Il decoro prevedeva l’uso contemporaneo di diverse sfumature di colore. Tutte saldate su un supporto, sul quale appaiono in rilievo. Così assemblate creano composizioni di delicata eleganza e straordinario effetto. Tabacco e tabacchiere.

 

L’orafo Louis Roucel[2] è il maestro indiscusso di questa lavorazione.

 

Un secondo esempio di uso dell’oro come colore è con la tecnica del piquè[3].

Dove il metallo diviene elemento decorativo. Da inserire su superfici di tartaruga scura o bionda. La stessa tecnica è impiegata anche usufruendo dell’argento. Tabacco e tabacchiere.

 

Le tabacchiere non erano realizzate solamente con l’utilizzo di materiali preziosi.

 

Ne esistono di più popolari, prodotte: in Cuoio sbalzato, in Corno e in Legno. Fra quest’ultime ve ne sono in bosso, laccate e in radica.

Altre sono in cartone, con decori per lo più di genere galante o caricaturale. Realizzato a pittura o più normalmente ritagliando e incollando le immagini. Tabacco e tabacchiere.

Tabacchiere erano realizzate con la buccia rivoltata, messa a forma ed essiccata del bergamotto, il Citrus bergamia. La scorza dell’agrume è ricca di olio essenziale, una caratteristica che rendeva per lungo tempo profumato il contenitore.

 

Tabacco e tabacchiere sono fra loro fortemente congiunti.

 

La tabacchiera non poteva esiste senza il diffondersi dell’uso del tabacco e dell’abitudine di fiutarlo.

Questo costume permette alla tabacchiera di diventare una accessorio di moda, da esibire in società. Con il compito di proteggere l’aroma del tabacco, conservandolo sfuso e sempre disponibile. Tabacco e tabacchiere.

 

Il tabacco arriva in Europa agli inizi del XVI secolo.

 

Giunge dall’America e si diffonde in Portogallo. Da lì in Spagna, poi in Francia, Inghilterra e Italia. Tabacco e tabacchiere.

Inizialmente è apprezzato per le sue proprietà terapeutiche.

 

Jean Nicot è l’ambasciatore di Francia in Portogallo. Nel 1561 invia il tabacco alla regina Caterina de’ Medici, da impiegare come farmaco contro l’emicrania. Tabacco e tabacchiere.

L’uso medicinale e la presenza di un personaggio reale sono i due punti di forza. Questi aprono le porte al tabacco nell’alta società. In quel periodo il tabacco è appellato:. Herbe Catherine,  À la Reine,  Médicées,  À Nicot e  À l’ambassadeur. Tabacco e tabacchiere.

In Italia il tabacco arriva a Roma nel 1560. Quando il nunzio in Portogallo il cardinale Prospero di Santacroce[4] dona alcuni semi di tabacco a papa Pio IV.

 

In Inghilterra il tabacco arriva con l’ammiraglio e navigatore Francis Drake, importato direttamente dalla Virginia. Tabacco e tabacchiere.

Nel XVII secolo l’uso voluttuario del tabacco era così affermato tanto da essere sottoposto a delle limitazioni.

 

Nel 1635 Papa Urbano VIII proibì il consumo durante le cerimonie religiose.

 

Altre barriere sono poste da influenti figure. Tabacco e tabacchiere.

Per esempio:. Luigi XIV non aderì a questo costume, tanto da criticare chi, in sua presenza, ne faceva uso.

In questo periodo il tabacco era usato per fumare, per priser o alla presa, oppure per realizzare decotti e suffumigi.

 

Era commercializzato in carotte, dei piccoli blocchi, formati da foglie pressate. Tabacco e tabacchiere.

Per l’uso necessitava un rapes à tabac.

 

Una grattugia, di forma oblunga, realizzata in ferro e contenuta in un astuccio. Il suo uso permetteva di ridurre in polvere la carotte. 

Alcune volte ad una estremità del contenitore era presente un astuccio, con il compito di conservare il tabacco già grattugiato e pronto all’uso. Tabacco e tabacchiere.

I rapes à tabac potevano essere da tasca, con lunghezza massima dai 15 ai 20 cm. Oppure da tavolo, con ingombro superiore ai 20 cm.

Dopo il 1725 inizia la vendita del tabacco in polvere. 

 

Con la conseguente perdita di importanza del rapes à tabac e affermazione della tabacchiera. Tabacco e tabacchiere.

 

Le prime tabacchiere risalgono al XVII secolo. Sono prodotte in Francia e suddivisibili in tre tipologie.

 

La poire à priser o secouette.

Un contenitore dal corpo ovale, con stretto collo chiuso da un tappo. Costruito in legno o avorio. Tabacco e tabacchiere.

Sulla curva parete esterna presentano degli ornati a rilievo. Il meticoloso decoro poteva raffigurare dei gruppi di figure oppure degli ornamenti vegetali.

 

La soulier à la poulaine.

É una tabacchiera di forma allungata. Ricercata sia per la sua originalità che per la sua funzionalità, in quanto garantiva una sicura presa. Tabacco e tabacchiere.

In italiano soulier si traduce in scarpa e la tipologia prende il nome di scarpa alla poulaine. É questa una calzatura a forma di babbuccia. Dalla punta estremamente lunga, anche più di quella scarpa. Usata dalla nobiltà europea nel corso del XV secolo. Tabacco e tabacchiere.

 

La à puoce.

Di forma trapezoidale, con fianchi arrotondati. Inizialmente lo spazio interno era unico. Col tempo e più frequentemente dal XVIII secolo iniziò ad essere diviso in due scomparti. Ognuno con proprio coperchio. Destinati a due diversi tipi di tabacco.

 

Da queste tre varietà prende inizio la produzione francese del Settecento che presenta caratteri di grande varietà e si diffonderà ovunque. Tabacco e tabacchiere.

 

Molte sono le curiosità legate a questo oggetto.

 

Le tabacchiere diplomatiche[5]. Regalate e rivendute, a poco meno del prezzo di vendita, da chi le aveva cedute. Tabacco e tabacchiere.

 

Marengo[6] è il famoso cavallo da guerra di Napoleone I. Da un suo zoccolo si ricava una tabacchiera. Data in dono agli ufficiali delle guardie del generale Angerstein.

 

La tempera su tavola realizzata da Giovanni Bellini intitolata il Compianto sul Cristo morto è ceduta in cambio di una tabacchiera. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

 

 

 

Antica tabacchiera raffigurante Guglielmo 1° imperatore di Germania anche detto Wilhelm Friedrich Ludwig Deutscher Kaiser.

 

 

 

 

 

Cartoline d’epoca La nascita e i cambiamenti. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

 

 

Fermacarte di vetro Presse papiers en verre Glass paperweight.

 

 

 

 

 

Peltri raffigurati nei quadri e una breve storia del peltro. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

 

 

Note:.

 

[1]  La Vernis Martin è una vernice per laccatura. Inventata in Francia, nel XVIII secolo, dai fratelli Martin. Realizzata con coppale, mescolato a una tinta di base e con punteggiature in oro. Era applicata a strati sovrapposti. Lasciata seccare e dipinta da validi pittori. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

[2]  Louis Roucel è uno degli orafi più famosi del suo tempo. Attivo a Parigi, circa dal 1756 al 1784. La sua prima opera conosciuta è una scatola datata 29 juillet 1756 (29 luglio 1756). Cofirmata con Pierre André Jacquemin, gioielliere di Luigi XV, attivo dal 1751 al 1773 e probabilmente suo primo maestro d’arte. Nel 1759 Roucel collaborava con Jean Ducrollay, l’orafo fornitore della casa reale. Entrambi vivevano nella casa a Place Dauphine. Tabacco e tabacchiere.

Nel 1763 diviene maestro orafo e acquisisce il proprio marchio. Nel 1764 è nominato orfèvre du roi. Dal 1763 al 1776 fornì alla famiglia reale gioielli e scatole d’oro. La maggior parte delle scatole di Roucel sono tabatières à cage. La sua ultima opera conosciuta è datata 1777 – 79. Si ritira dall’attività prima della sua morte che avviene il 6 marzo 1787 a Puteaux, un villaggio ad ovest di Parigi. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

[3]  Il piquè è una tecnica nota anche in: Italia, Spagna, Germania, Olanda e Inghilterra. Ne esistono diversi tipi: Il piqué point quando la superficie è decorata con piccoli punti. Quando la superficie è decorata con fili di metallo interni a solchi realizzati con un bulino è un piqué coilé . Il piqué incruste quando la superficie è decorata con sagome. Il piqué brodè chiamato anche piqué posè, quando sullo stesso piano sono presenti contemporaneamente il piqué coilé e il piqué incruste. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

[4]  Prospero Publicola de Santa Croce, Roma, 24 settembre 1514 – Roma, 8 novembre 1589. Cardinale nominato da papa Pio IV. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

[5]  La tabacchiera diplomatica nasce nel XVII. Era di commissione reale. Destinata dal sovrano ai rappresentanti di altri Paesi. In genere realizzata in oro con brillanti. Recava il ritratto in miniatura dell’offerente. Diversa categoria è quella delle tabacchiere storico politiche che per forma e ornato ricordano fatti o personaggi storici. Tabacco e tabacchiere.

 

 

 

[6]  Marengo è il nome del cavallo che Napoleone Bonaparte cavalcò durante la vittoriosa battaglia che si svolse sul fiume Bormida. Una località ora nei pressi dell’attuale Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. In quella località Napoleone Bonaparte sconfisse gli austriaci. Tabacco e tabacchiere.

Dopo Waterloo, il cavallo viene catturato e portato in Inghilterra. É il trofeo di guerra di Lord Petre, in seguito acquistato dal generale J.J. Angerstein.

Marengo morì di vecchiaia. Il suo scheletro è conservato alla National Army Museum di Londra.

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Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia

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Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

É questo il titolo di un libro che narra il resoconto di un viaggio compiuto dal milanese A. Stabilini. Avvenuto nei primi decenni del XX secolo.

Il libro è composto al ritorno dall’avventura in estremo oriente e ne descrive l’esteso itinerario percorso.

L’autore a suo modo narra delle località visitate. Parlandone con semplicità. Senza troppa cura nella scrittura dei vocaboli tratti dalla lingua dei paesi che stava visitando. Sempre con immediatezza, riportando ciò che in prima persona vedeva. Paragonandolo al quello che meglio conosceva, il suo quotidiano di italiano.

Una curiosità letteraria che merita di non rimanere sconosciuta, in quanto ricca di notizie non sempre così facili da reperire.

Dalla prefazione: Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Descrizione del viaggio da me fatto con mio figlio che dedico a mia moglie Carolina ed ai numerosi amici. Perche tutti esternarono il desiderio di leggere le mie impressioni sulle città e paesaggi visti. Durante il lungo l’immenso cammino.

Queste pagine non hanno pretese letterarie. Sono un figlio del lavoro. Un ex birraio e ristoratore. Invocherò quindi un’altra volta il detto del Bidel de la Class de Asen. Ovvero Se i me gent m’avessen fa studia. …. e mi aves imparàa. Chissà cosa saria diventà.

Dalle pagine che parlano del soggiorno in Giappone: Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

22 maggio 1913. Passato lo stretto di Shimonoseki. S’entra nel mar interno giapponese. Una specie di mediterraneo. V’è un enormità di giunche di pescatori, che spiega l’enorme consumo di pesce che si fa in Giappone. Alle sei pomeridiane sono nell’ampia baia di Kobe. Un importante città e uno dei porti giapponesi più animati.

Kobe è più grande e molto più ricca di negozi di Nagasaki. É anch’essa rimasta completamente giapponese.

D’europeo non v’è quasi nulla. Tranne i moderni mezzi di locomozione:bicicletta, tram, automobili. Quanto alla gente, si stenta a farsi capire.

24 maggio. 49° giorno di viaggioò.Alle 11 del mattino s’entrò nella vastissima baia di Yokohama. Passando fra tre o quattro isolotti formidabilmente fortificati. La baia è anche baia di Tokio, ma i grandi bastimenti si fermano a Yokohama. Questo perché a Tokio l’acqua è troppo bassa. Cosicché Yokohama serve di porto a Tokio. Da cui dista solo tre quarti d’ora di treno.

Appena sbarcati andammo alla pensione italiana Dentici. Secondo indirizzo datoci dal signor Bianchi di Milano. Egli è l’ex direttore della casa Dall’Oro in Yokohama. Mio antico avventore prima ancora di andare in Giappone in giovanissima età. Credo nel 1882. Ove rimase 24 anni. Essendo festa non trovammo nessuno in casa Dall’Oro. Erano andati a Tokio a spasso.

In casa Dentici si stette benissimo, sia per la cucina che pel vino. Il signor Dentici venne in Giappone quarant’anni fa. All’epoca del giro del mondo del duca di Genova a bordo della vecchia fregata Vittor Pisani. Sulla quale il Dentici lavorava come cuoco e pasticcere.

Egli è il primo che fabbricò il pane all’europea in Giappone e questo è l’inizio della sua fortuna. E’ siciliano e sposò una francese che sarà stata bella in gioventù.

Ora che il Dentici ha sessantotto anni e li porta giovanilmente, parla abbastanza bene il francese, l’inglese e il giapponese. Come tutta la sua famiglia.

Il Signor Casati da Monticello Brianza è il direttore della casa Dall’Oro in Yokohama. Questo da quando rimpatriò il Signor Bianchi. Ci ricevette calorosamente.

Offrendoci vermouth e sigari italiani. Invitandoci a colazione in casa sua pel sabato 31 maggio. Promettendoci un ossobuco e risotto magistrali. Accompagnato con barbera autentico. Una vera cuccagna. A tante migliaia di chilometri da Milano.

Essendo alloggiati a Yokohama, i primi due giorni si visitò la città. Questa per una parte è completamente europeizzata. Mentre il resto è ancora tale e quale a quarantanni fa. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Yokohama è la Genova del Giappone, come pure la città più europeizzata. Conta un gran numero d’importantissime case di commercio. Ha il suo più importante centro nel Benten Dori. Il quartiere giapponese elegante. Sede di molti lussuosissimi bazar pieni di fotografie, vasi di bronzo e porcellana, seterie di gran valore, ceramiche giapponesi, oggetti d’arte in avorio, ecc. ecc.

Animatissimo è l’aspetto delle vie. Pulite e ben tenute. V’è un quartiere di Yokohama in cui alla sera il popolo si reca per divertirsi. E’ pieno di cinematografi, teatri, concerti, baracche di legno per lo più. É straordinariamente illuminato. I fanali elettrici si confondono con le migliaia di lampade giapponesi di carta colorata, con effetto carnevalesco.

E’ qui che una sera, guidati dal figlio del Dentici, entrammo in un teatro giapponese. Dove si rappresentava una commedia incominciata la sera prima. Le produzioni cinesi e giapponesi durano delle giornate consecutive. Il teatro si chiude alla notte e la rappresentazione prosegue l’indomani.

In uno dei molti cinematografi si mostravano delle scene della guerra italo-turca, con somma lusinga pel nostro patriottismo.

Di notte per le strade di Yokohama si odono dei fischi dolcissimi di flauti di legno. Sono uomini cechi girellanti in cerca di elemosina.  Suonano continuamente per non farsi investire dai rickshaw. I risciò che corrono veloci.

Ad un’ora di ferrovia da Yokohama v’è Kamakura. Anch’essa degna d’una visita pel suo Daibut-su. Una colossale statua di Budda seduto in posa contemplativa e solenne. Per la sua gigantesca mole di bronzo ricorda il nostro San Carlone d’Arona.

Tokio fino al 1868 si chiamava Yedo. É una sterminata città. Vasta forse come Londra e, benché molto meno popolata di questa, conta sempre più di due milioni di abitanti. Giace alla foce del fiume Sumidagawa, da cui si staccano molti canali che traversano la città in ogni senso. E’ talmente grande che si stenta a capire dove cominci e dove finisca. Tanto più che manca di muraglie e confini apparenti.

Arrivando a Tokio per la stazione di Shimbashi, ci si presenta subito un immenso stradone detto Ginza. Larghissimo e interminabile. Molto europeizzato nelle costruzioni, nelle botteghe e nel pavimento. É tagliato da parecchie altre grandi vie moderne.

Qui si crederebbe di arrivare in una grande città europea o americana. Ma quasi tutto il resto di Tokio è un infinita sequela di strade storte, di stradicciole e viottoli fiancheggiate dalle solite graziose casettine di legno. Abitazioni caratteristiche d’ogni città del Giappone. Quasi tutte uguali col loro largo tetto sormontato da un altro più piccolo. Aprendosi interamente sulla via per mezzo di imposte mobili in modo da formare a pian terreno bottega, e di sopra veranda. Molte hanno ancora le finestra coi vetri di carta. Quasi tutte una tinta grigio scura, che riuscirebbe monotona se non fosse ravvisata dai vivaci colori delle insegne delle botteghe.

Il suolo delle abitazioni è coperto da fitte stuoie che servono da tappeto, da sedile e da letto.

Il giapponese non ha bisogno di molta mobilia. Passando davanti ai negozi se ne vedono i proprietari accosciati a terra come tanti Budda in attesa di compratori. Di notte, per dormire, stendono sul pavimento dei materassi che al mattino arrotolano, e tutto è fatto. Anche per mangiare siedono a terra colle gambe incrociate.

Salendo su un’altura boscosa detta Atago si domina gran parte della città. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Un mare di casette dai tetti color piombo vi si stende dinanzi.  Dandovi l’idea dell’immensità di Tokio. La quale, benché ricchissima di vegetazione, non è poi tutta un giardino come dissero molti scrittori e giornalisti. Da questa altura per una buona metà della città. Quella che guarda verso la baia, non si vede una pianta all’infuori di quelle che coronano le grandi arterie. L’altra metà, dal lato opposto, è invece verdeggiatissima di grandi parchi e giardini privati cinti da mura.

Fummo in parecchi di questi parchi. Bellissimi per frondosità d’alberi e varietà di fiori. Il più grande dei quali è l’Uyeno Park.

Ive trovasi un giardino zoologico che raccoglie gli animali più rari. Dove vidi un orso bruno del Kamcialka d’una grossezza non mai vista in vita mia. Volli assaggiare le ciliegie, di cui il parco era pieno. Erano amare come il tossico, sicché dovetti sputare per mezz’ora. Seppi poi che non sono che alberi di guarnizione e che si fa una grande festa quando fioriscono.

Il famoso palazzo imperiale si trova nel centro della città. É circondato da un largo fossato per tre chilometri circa e da una triplice cerchia di mura composte di grossi macigni quadrati. Sarà stato una inespugnabile fortezza medioevale.

Nessuno può passare per le sue massicce e monumentali porte di stile cinese, custodite da sentinelle. Fanno eccezione degli ambasciatori. I quali pure non entrano che per cause specialissime o quando sono invitati dal Mikado a qualche solennità. É quest’ultimo l’appellativo conferito agli imperatori del Giappone. Di modo che il vero palazzo imperiale non lo si può vedere. Trovandosi esso nel mezzo del vasto recinto e completamente nascosto da alti alberi.

Il quartiere che circonda le sacre imperiali mura è occupato dai ministeri, dalle ambasciate e dalle grandi banche internazionali. In mezzo a questi moderni edifici si allarga una magnifica piazza ornata di giardini. Nella quale non si crederebbe d’essere in Giappone, se non si vedesse questo piccolo popolo giallo tanto diverso.

Nelle vicinanze del palazzo Imperiale v’è il Museo storico militare. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Questo non teme confronto di quello degli Invalidi a Parigi, per la profusione e la varietà del materiale esposto. Dalle più antiche e primitive armi giapponesi ai più moderni e perfezionati mezzi d’offesa. Nulla manca in questa magnifica raccolta. Vi è messa ben in vista, non senza ostentazione, una gran quantità d’armi e trofei. Tutti tolti ai russi nella terribile guerra del 1904-5. Compresi gli istrumenti d’intere bande musicali di cosacchi e di fanteria. Non si può dar loro torto: hanno vinto!.

Una delle cose più rimarchevoli di Tokio è il gran numero di ponti che attraversano il Suminagawa e i molti canali che intersecano la città. Fra essi è celebre il Nippon Bassi. Ponte che serve ai giapponesi come punto di partenza per la misura delle distanze.

Ma la bellezza maggiore di Tokio sta nei suoi templi. Alcuni dei quali veramente stupendi. La vicinanza d’un tempio è indicata dal Toriè. Una specie di portale formato da due tronchi d’albero leggermente inclinati l’uno verso l’altro. Riuniti in alto da due traverse quadrate, l’una sovrapposta all’altra e sporgenti ai lati. Generalmente un tempio giapponese sorge in mezzo a un gran parco cui dà il nome. Ad esempio i templi di Shiba, Uyèno, Asakusa e Kamido nei parchi omonimi. Sulla collina di Takanawa v’è il tempio di Sengakuji. Colle tombe dei quarantasette samurai suicidatesi mediante harakiri per ordine dello Shogun.

I samurai sono guerrieri al soldo dei grandi principi detti Daimios. I quarantasette soldati, per vendicare la morte del loro signore assassinato da un signorotto suo nemico, uccisero quest’ultimo e tutte le persone del suo seguito.

Lo Shogun, per punirli, ordinò loro il suicidio, ed essi ubbidirono. Lo Harakiri, come tutti sanno, consiste nello sventrarsi con sciabola o pugnale. Questa barbara usanza è tutt’altro che scomparsa fra i giapponesi. Vedi ad esempio il suicidio del generale Nogi per la morte del Mikado.

Molti di questi templi, quasi tutti di architettura cinese, contengono ricchezze incalcolabili. Specialmente quelli di Shiba, di Asakura e degli Shogun.

Lavori in legno dorato, lacca e avorio eseguiti dai più grandi artisti giapponesi. Ogni tempio racchiude un’infinità di Budda grossi e piccini, in tutte le pose. Veri mostri per lo più. Ognuno dei quali ha una virtù sua propria almeno secondo i credenti.

Nelle grandi solennità questi luoghi sono completamente aperti. In modo che la ressa dei fedeli non ha bisogno di entrare per far le sue devozioni. Il credente si accosta al tempio. Ne sale i pochi gradini. Getta una moneta in una grande urna esposta al pubblico sulla porta d’ingresso. S’inchina religiosamente al Budda, che si vede stando fuori battendo le palme in atto riverente e poi se ne va.

Ebbimo la ventura di capitare al tempio di Asakura proprio il 28 maggio. Il giorno dell’anniversario della vittoria navale di Tsushima.

Qui assistiamo questa una semplice e suggestiva cerimonia. Il popolo, in folla enorme, ringrazia gli Dei del favore accordato alle armi giapponesi. Nel parco omonimo abbondano i luoghi di divertimento. Come circhi equestri, teatrini all’aperto, arene di lotta, ecc.

Il mezzo di locomozione più comune a Tokio e in tutto il Giappone è il rickshaw. Il risciò. E’ comicissimo vedere un giapponese, nel suo costume nazionale, guidare un automobile. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

All’ultima sera, il 1° giugno, andammo a dare un’occhiata al famoso Yoshiwara. Il cui nome accende ancora molte fantasie. Nulla di straordinario. E’ un quartiere cinto da mura. Popolato di casa da tè. Nelle quali non si entra solo a prendere il thè.

Alle nove o alle dieci di sera queste case s’illuminano di mille e mille lanterne di carta multicolori e la folla passeggia davanti alle verande. Sulle quali, dietro sottili sbarre di bambù dorato, sono esposte le ragazze vestite nei più fantastici e variopinti costumi. Uno spettacolo pittoresco e nulla più.

Vi sono poi innumerevoli teatrini e concertini in cui le geishe regnano sovrane. Esse cantano e strimpellano e a tempo perso fanno concorrenza alle altre.

Una particolarità di Tokyo e Yokohama sono i venditori di giornali.

Giovanotti tarchiati che corrono come matti arrestandosi di tanto in tanto. Per farsi sentire dal pubblico non gridano come in Europa e in America. Hanno un mazzo di campanelli attaccati alla cintola, che agitati furiosamente nella corsa sfrenata, producono una musica stranissima, mai udita altrove.

Di giorno e di notte, poi, in ogni città del Giappone, degli uomini conducono carrette a mano. Nel mezzo delle quali sta una specie di cassone rotondo, di metallo, da cui esce continuamente un fischio sottile e fortissimo come d’una minuscola locomotiva. Accompagnato da un’incessante fuga di vapore.

Sono gli aggiustatori di pipe, piccole pipettine in metallo. Le quali durano poco nelle mani dei giapponesi d’ambo i sessi.

Per l’abitudine che hanno questi di picchiarle fortemente per svuotarle dalla cenere. Da ciò il numero infinito di questi carretti ambulanti e sibilanti.

Partiti il 2 giugno alle 11 e mezzo da Yokohama, si giunse a Kioto alle 4 antimeridiane del 3 di giugno. Diciassette ore sono un po troppe per fare 500 chilometri.

Ebbimo, però, in compenso, il piacere di vedere meglio il paesaggio. Ad un certo punto, poche stazioni dopo Kamakura, ci è dato al fine vedere, tra le nubi diradate dal vento, il celeberrimo Fuji Yama. Il vulcano sacro al popolo giapponese. Dalla cima eternamente nevosa. Questa da Tokio e da Yokohama, data la grande distanza, è visibile solo con il tempo eccezionalmente limpido. E’ molto più alto del nostro Etna e la sua candida sommità sembra inaccessibile.

Le stazioni sono numerosissime, essendo la linea piena di città e di borgate. Appena il treno si ferma, è assalito da falange di venditori di tutti i generi.

Questi gridano con voci abbastanza intonate formando una cantilena che si risente da un capo all’altro del Giappone. Nessuna differenza da una stazione all’altra. Vi si vedono per lo più cestine di bambù contenenti la colazione completa per un giapponese. Cibo che noi però non potremmo mangiare. Essi aprono le cestine che contengono altri piccoli panieri. In uno v’è il riso cotto che sembra amido compresso e serve loro come il pane. In altri vi sono frutti, salse e intingoli da spaventare un europeo. Essi invece afferrano le loro bacchettine e in meno che non si dica fanno scomparire il contenuto del cesto.

Mangiano seduti sul canapè del vagone con le gambe raccolte sul medesimo. Questa è la loro abituale posa specie nelle donne. Bevono thè o caffè allungatissimo, vera acqua sporca.

Oppure sakè. Versandolo da boccalini in maiolica entro piccoli tazzini di terracotta. Il sakè è un loro liquore fatto col riso fermentato. Si beve caldo o freddo a piacere. Il suo sapore sembra una mistura di vino bianco e di grappa. I giapponesi ne sono ghiottissimi. Il sakè ha i suoi ubriaconi come da noi il vino.

I vagoni di prima e seconda classe sono lunghissimi, coi sedili disposti per il lungo, come i nostri tramvai. Perciò sono molto comodi, specie per i giapponesi. I quali, appena montati, tanto uomini che donne, stendono sul divano, se c’è posto, un panno della lunghezza della loro piccola persona. Su questo si sdraiano comodamente, dormendo la più parte del viaggio. Di tanto in tanto, si rizzano a sedere alluso orientale come piccoli Budda. Accendono la sigaretta o la pipetta che svuotano con quattro boccate. Poi la sbattono fortemente contro le sputacchiere infisse al pavimento lungo il vagone, Indi si sdraiano ancora. Ogni due o tre ore prendono pasti con il solito cestino, tornando a fumare e poi nuovo sdraiamento.

Il paesaggio giapponese è bellissimo e fertilissima è la campagna. La coltivazione è di frumento, orzo e di tutti gli ortaggi da noi usati. I frutti sono come i nostri, ma meno buoni salvo le nespole.

Quelle però che occupano il massimo del terreno sono le risaie. Ora si stanno coltivando con un sistema tutto diverso dal nostro. I giapponesi arano con un piccolo aratro tirato da un solo bue. Formano dei campetti quadrati che poi riempiono d’acqua. Quando l’acqua è ben assorbita dal terreno, con zappe dentate come forche, lo zappano. Formando le campate sulle quali trapiantano le gambette di riso che hanno seminato in un appartato quadro del campo. Le posano in file regolari lungo le campate. I poveri contadini devono così lavorare delle settimane nel fango fino alle ginocchia, come pure i poveri buoi.

Le risaie arrivano fino ai limiti delle città e paesi senza che alcuno si preoccupi della malaria.

Ai finestrini dei vagoni vi sono le zanzariere. Non so nelle casi campestri, poiché le zanzare sono, come le rane, un’altra popolazione del paese. Quest’ultime sono così numerose, che il loro gracidare copre il rumore del treno in moto. Facendo un chiasso di cui in nessun paese v’è l’eguale e che noi udimmo per tutto il percorso.

I giapponesi, per vero dire, sono così riguardosi e gentili cogli europei. Mai ebbimo a ricevere da loro il benché minimo sgarbo.

I giapponesi hanno un carattere molto somigliante con noi italiani. Sono buoni, modesti, senza pretese, ma guai a maltrattarli! Si rivoltano e tanto peggio allora per quel prepotente europeo.

3 giugno – Giunti a Kioto alle quattro del mattino.

Usciti dall’albergo in richshaw impiegammo una buona oretta a giungere al palazzo del Mikado. Essendo Kioto estesissima. Con innumerevoli pagode e grandi parchi. Essa fu la capitale del Giappone per oltre mille anni, fino al 1000 circa. Epoca in cui la capitale è trasportata a Yedo. Città che nel 1868 mutò il nome in Tokio.

Kioto è la culla dell’arte, della storia e della tradizione giapponese. É la città che meno d’ogni altra ha subito l’influenza europea.

Il palazzo del Mikado, bruciato sessant’anni or sono, è rifabbricato nello stesso stile. Esso si compone di un grande quadrato con fossato in giro e mura di blocchi massicci. Il gran portone d’entrata ha il solito stile cinese. Col tetto sporgente a schiena di pesce. Molti fronzoli di legno massiccio e porte spaventose per robustezza. Un secondo quadrato, compreso nel primo, non è che un piazzale largo alberato intorno al palazzo. Quest’ultimo, a sua volta, è un grande quadrato tutto di legno. I cui lati sono formati da lunghissimi cameroni. Suddivisi in tante stanze per mezzo di paraventi decorati e dipinti con gran cura dai migliori artisti giapponesi e cinesi. Anche i soffitti sono ornati di fregi bellissimi. V’è la sala del trono con il posto per il Mikado. Seduto su sontuosi tappeti, riceveva i suoi guerrieri e dignitari. La sala delle guardie, quelle delle udienze e tante altre.

Ma se si levassero i paraventi resterebbe un solo ambiente. Vale a dire un grande porticato quadrangolare e nulla di più.

Gli interpreti governativi che ci accompagnavano rifiutarono assolutamente la mancia. L’altro palazzo è quello dello Shogun decaduto. Lontano dal primo una mezz’ora. Non è del tutto uguale internamente nelle decorazioni, ma la sua struttura e la quadratura esterna sono le stesse.

Spiegherò piuttosto ciò che era lo Shogun. Egli era una specie di papa giapponese che con l’andare dei secoli aveva finito per acciuffare anche il potere civile. Il Mikado, imperatore, era divenuto un personaggio decorativo. Venerato dal popolo come un’essere leggendario, ma senza più alcuna autorità. Questi viveva a Kioto. Lo Shogun a Yeddo, dove governava assoluto.

Il suo palazzo di Kioto gli è regalato dai Daimios. Ovvero i principi e i capi di provincia a vita. Con successione ereditaria come dinastie, né più né meno. Ma venuto al trono il Mikado Mutsu-Hito. Uomo intelligentissimo e istruito da francesi ed inglesi. Capì che era giunto il momento di farla finita collo Shogun e di fare l’imperatore sul serio. Incominciò a poco a poco  a crearsi un piccolo esercito all’europea armato di buoni fucili. Un po’ per anno l’accrebbe fino a quando si credette abbastanza forte per abbattere lo Shogun e tutti i suoi satelliti. É verso l’anno 1867 che intimò allo Shogun di non più immischiarsi negli affari politici e di limitarsi alla sua autorità spirituale.

Ma il Mikado aveva fucili e cannoni. I Daimios e samurai dello Shogun, per quanto numerosi e prodi guerrieri, dopo sette anni di sanguinosa guerra civile sono distrutti.

5 giugno. 61° giorno di viaggio. Alle quattro del pomeriggio si lasciò Kobe col piroscafo Awaji Jusen Maru (vedi nota) della compagnia giapponese Nipon Jusen Kaisha.

Alle sei, mentre si navigava per la seconda volta nel meraviglioso mare interno giapponese, suona il gong. Fa un frastuono d’inferno, per avvertici che è l’ora del pranzo.

In fretta, avendo molto appetito, s’entrò nella sala da pranzo di seconda classe, colla speranza di trovare un buon pranzetto.

Quale non fu la nostra sorpresa, vedendo i nostri posti apparecchiati alla giapponese. Bacchettine incartate al posto di posate. La tavola davanti a noi piena dei loro piattini di salse nere, gialle, rosse. Con carne di chissà quale bestia e scodelle di riso stracotto in luogo del pane. Un complesso da rovesciare lo stomaco ad un galantuomo anche senza il mare mosso.

Non potemmo trattenerci dal dire al cameriere che per noi quel cibo era impossibile.

Il cameriere è un buon giapponesino pieno di belle maniere. Invece d’offendersi ci disse con tutta pacatezza che pagando due Yen e mezzo al giorno a testa extra. Pari a 6,50 lire italiane. Incominciando dall’indomani ci servirebbe all’europea. Cioè col servizio di prima classe. Cosicché per la prima notte si dormi a pancia vuota.

Nei cinque giorni che durò il viaggio, ci ammanì una cucina europea peggiore della giapponese.

Il secondo giorno di navigazione, il 6 giugno, uscimmo dallo stretto di Shimonoseki. Essendo di pieno meriggio si vide in lontananza l’isola di Tsushima. Il luogo ove è disfatta la flotta russa dai giapponesi. Nel 1905.

9 giugno. Entrando nel Mar Giallo. Il piroscafo gettò l’ancora a dieci chilometri al largo di Taku in Cina.

 

Cosa aggiungere, ben poco. 

Pur con somma semplicità e senza nessuna pretesa. L’autore ha individuato molte delle caratteristiche più vere dei giapponesi e della terra del Sol Levante.

Questo avviene in sole due settimane di soggiorno. 

Il tutto con semplicità e senza mai dimenticare di essere italiano, lombardo e milanese.

 

 

Curiosità della lingua del Giappone. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

I nomi delle navi civili giapponesi oggigiorno terminano sempre con il suffisso –maru 丸. Letteralmente cerchio.

Maru è anche il nome delle fortificazioni interne ai castelli giapponesi. Quindi potrebbe indicare una sorta di nome propiziatorio dato in passato alle imbarcazioni.

Curiosamente. Il suffisso –maru 丸 è usato anche per i nomi maschili di bambini e ragazzi. Per gli animali domestici o per gli oggetti importanti come strumenti musicali, spade e armature.

 

A. Stabilini Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia

Nell’immagine. Un particolare della fotografia scattata da Kusaskabe Kimbei (1841-1934). Intitolata Tre giovani maiko. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Pubblicato il

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

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L’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

 

L’Esposizione d’arte giapponese si inaugura a Roma il 26 aprile del 1930. É allestita al palazzo delle esposizioni.

La mostra è programmata più per ragioni diplomatiche e propagandistiche che per vero interesse per l’arte realizzata nel paese del sol levante.

L’Esposizione d’arte giapponese di Roma ha il merito di essere il primo evento ufficiale, in Italia, nell’ambito di questi tipo d’arte.

Il catalogo stampato per illustrare l’evento è privo di testo esplicativo. Composto dall’elenco delle cento settantasette opere esposte. Presentate con autore e titolo, con molte illustrazioni delle pitture. Tutte stampate a piena pagina e in bianco e nero.

La mostra si concluderà nel maggio dello stesso anno.

Gli appartenenti alla missione artistica giapponese sono guidati dal pittore Taikwan Yokoyama. Il nome è riportato nella traslitterazione usata dai giornali dell’epoca. A loro si deve all’allestimento e la trasformazione del palazzo delle esposizioni di via nazionale.

Il lavoro dei falegnami provenienti dal Giappone permise la realizzazione di originali soluzioni espositive. Queste ricreano le forme e gli spazi tipici delle case del sol levante.

Gli ambienti sono realizzati con l’uso di pilastrini in tronco di ciliegio. Il legno dell’albero è impiegato allo stato naturale. Come si presenta al momento del taglio. Senza scortecciatura e piallatura.

Le stanze sono allestite con pareti mobili, porte scorrevoli, con pochi ed essenziali mobili.

In Italia, si vedeva, per la prima volta, lo spazio abitativo come è nella realtà quotidiana giapponese.

In questi locali sono collocati i quadri portati per l’esposizione. Mai esposti prima d’ora, in Italia e in Europa.

Nell’Esposizione d’arte giapponese a Roma sono visibili delle opere di pittura giapponese ambientate come nella loro terra d’origine. Rispettando le collocazioni e le proporzioni tipiche dei gusti giapponesi.

Le opere pittoriche presenti all’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930 mirano a dare un quadro completo dell’arte giapponese. Descrivendo le diverse tendenze e delle diverse scuole che all’epoca operavano in Giappone.

Prima di questa data, il panorama sull’arte goapponese in Italia è assai limitato.

Un solo critico, Vittorio Pica, se ne è occupato.

Le conoscenze dell’intellettuale napoletano non erano dirette. Egli non si reco mai in Giappone. Tutte le informazioni, almeno sino al 1897, le ha ottiene attraverso le frequentazioni con Edmond de Goncourt.

Dal 1881, il letterato francese aveva iniziato con Pica un carteggio. Da questa corrispondenza e dalla successiva frequentazione, a Parigi, nel 1891, nasce nell’uomo di cultura italiano l’interesse per l’arte giapponese.

La conoscenza è, per la maggior parte, basata sull’analisi delle stampe giapponesi. Le Ukiyo-E ollezionate da Goncourt.

La raccolta letterato francese comprendeva fogli di importanti autori: Hokusai, Utamaro, Toyokuni e Hiroshighe.

Questa è una caratteristica degli arbori dell’interesse europeo per l’arte giapponese. Una attrattiva verso sle stampe e gli oggetti d’arte applicata.

Le prime considerate, in Giappone, forma d’arte di scarsa importanza. I secondi sono prodotti espressivamente per l’esportazione. Realizzati più per compiacere l’acquirente finale che come vera espressione d’arte del Giappone.

Questo rapporto e la conoscenza acquisita permettono a Pica di pubblicare L’arte dell’estremo Oriente.

Un libro edito nel 1894. Hai il merito di essere il primo testo in lingua italiana sull’argomento.

Il volume consacra il ruolo del Pica come divulgatore dell’arte giapponese.

Diversa è la situazione in Europa. Dove appaiono testi e riviste sull’argomento.

Fra il pubblicato, non si può non citare le due opere fondamentali. Alla base di tutti gli sviluppi futuri.

In ordine di stampa. Nel 1882, il testo di William Andeson, intitolato Japanese wood engravings.

Questa è la prima opera sull’arte giapponese scritta da un autore che si era recato per l’elaborazione in Giappone.

A questo seguì, nel 1883, lo scritto di Louis Gonse, intitolato L’art japonais.

Opera composta due tomi. Per la compilazione si avvale di Wakai Kenzaburo e Hayashi Tadamasa, due giapponesi presenti a Parigi.

Hayashi Tadamasa è un mercante d’arte giapponese. Intrattiene rapporti anche Edmond de Goncourt. É l’autore della traduzione dei testi in lingua giapponese inerenti all’opera di Utamaro. Un lavoro che permise la pubblicazione, nel 1891, della monografia intitolata O Utamaro. Le peintre des maisons vertes.

Nel panorama italiano, altri due eventi, precedenti a quello del 1930, sono da citate.

Il primo, avviene nel 1897, quando alla seconda biennale di Venezia è dedicata una sala alle opere degli artisti appartenenti alla Nihon bijutsu kyokai. Il secondo, nel 1905, è l’apertura del museo Chiossone a Genova.

Entrambi questi avvenimenti incidono sul punto di vista del Pica. Il critico che fino a quel momento è l’unico riconosciuto paladino italiano dell’arte giapponese.

Dopo la biennale molti critici scrivono sulle opere d’arte degli artisti giapponesi.

Esprimendo il proprio parere, da una parte, alimentando una concezione dissonate e la disinformazione.

Di contro, come nel vaso di Ugo Ojetti, introducono nel dibattito culturale l’opera di William Anderson. Aprendo a nuove istanze, più consone all’arte giapponese e al superamento della centralità dell’opera sull’argomento scritta dal Pica.

Da parte sua il Pica, ammirata la qualità degli oggetti esposti nel museo genovese, redige vari articoli di descrizione e commento. Tutti questi scritti sono pubblicati sulla rivista Emporium.

Gli articoli rispecchiando le idee espresse nel suo testo del 1894 ma risentono di due nuovi fattori. Il primo sono le conoscenze ottenute dalle frequentazioni con Edmond de Goncourt. Il secondo la lettura delle opere del Gonse e Anderson. Testi ora da lui introdotti in bibliografia.

All’Esposizione d’arte giapponese di Roma del 1930 seguirono recensioni sui giornali e pubblicazioni di volumi sull’argomento.

Il catalogo edito per illustrare la mostra l’Esposizione d’arte giapponese di Roma. Allestita presso il Palazzo delle Esposizioni. Comprende un elenco delle opere esposte e molte illustrazioni. Stampate in bianco e nero a piena pagina. É privo di testo critico.

Sull’argomento compaiono altri libri.

Di Pietro Silvio Rivetta La pittura moderna giapponese. Un piccolo libretto pubblicato, nello stesso anno della mostra, dall’istituto nazionale L.U.C.E. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo.

L’autore è conosciuto anche con lo pseudonimo di Toddi.

Con ben altra veste editoriale, a cura del barone Pompeo Aloisi, Ars Nipponica. Saggi raccolti in occasione della mostra Okura d’arte giapponese. Stampato a Tokyo, in lingua italiana. Contiene la traduzione in lingua italiana di molti scritti di rappresentanti della cultura giapponese dell’epoca. 

Entrambi gli autori non sono estranei alla cultura e all’arte del Giappone. Poichè tutte e due impiegati, in tempi molto diversi, nell’ambasciata italiana di Tokyo.

La conoscenza e la sensibilità per le forma d’arte giapponese maturate da Pietro Silvio Rivetta ben si colgono in alcune considerazioni presenti nel suo libro. 

Toddi sulle pagine del suo libro descrive la forma dei dipinti giapponesi ed esemplifica la concezione del paese d’origine.

Definenendoli pitture e non quadri. Volutamente in collooquio con l’esterno del dipinto. Quest’ultimo si pone come il fulcro di un più ampio oggetto artistico. Destinato a comprenetarsi con l’ambiente che lo circonda. 

Il libro scritto da Toddi appartiene alla collana intitolata L’arte per tutti. Una collezione composta di piccole monografie. Destinate a divulgare il gusto e la conoscenza storica dell’arte nel pubblico meno addentrato a questo tema.

La politica editoriale sulla collana si riassume con poche frasi. Pensò di fare dei volumetti. Dove sia nel testo che nelle illustrazioni. racchiudano tutto l’essenziale intorno ad un determinato argomento.

Libricini contenenti molte ed eccellenti illustrazioni. Almeno 24 tavole. Ben scelte e ciascuna accompagnata in margine dalla sua nota illustrativa. Brevissimo il testo, non più di 8 paginette, ma chiaro, sintetico ed esauriente. Redatto dai più autorevoli studiosi di quel argomento.

Il libretto scritto da Rivetta rispecchia tutte le caratteristiche elencate.

Pur appartenendo a una collana a scopo divulgativo contiene un innovativo intervento critico. Dove l’autore palesa conoscenza e sensibilità per l’arte giapponese. Ben denotata anche dalla, pur succinta, bibliografia.

É interessante esaminare e riassumere il testo elaborato, a commento della mostra romana, da Pietro Silvio Rivetta.

Usando le sue parole.

Nelle pagine che seguono sono riprodotte le opere di ventiquattro pittori giapponesi contemporanei.

Questa esposizione offre una possibilità unica. Non mai altrove. Nemmeno nello stesso Giappone. I pittori giapponesi appartenenti a due opposti gruppi.  Polarizzanti da un trentennio tutta l’arte pittorica tipicamente nazionale. Esposero insieme né in si gran copia le loro opere.

I due gruppi Rimangono rigidamente nella cerchia sostanziale della tradizione.

Più che nella tecnica si differenziano nel contenuto e nelle intenzioni dell’arte.

In quanto alcune vogliono essere realisticamente obiettive e quasi esaurirsi in se stesse. Mentre (l’altra fazione artistica ndr) aspira a lasciare il più ampio campo suggestivo e di fantasia a chi le contempli. Potendo da esse trarre ispirazione.

I due gruppi sono chiamati Tei ten e In ten.

Non facile è tracciare una rigida demarcazione dei due gruppi in base a meri criteri artistici. Alcuni autori od alcune opere potrebbero legittimamente emigrare dal Tei ten allo In ten o, in casi più rari, viceversa.

Non era possibile non disquisire sulla differenza nel formato fra le opere giapponesi e quelle europee.

Diciamo pitture, meglio che quadri.

In quanto l’idea di un dipinto rigorosamente squadrato e contenuto è non solo del tutto esotica. É addirittura in antitesi con la tradizionale funzione dell’arte nipponica.

Un dipinto giapponese non è che la parte centrale di un più ampio oggetto artistico, il kakemono. Destinato a fondersi in un certo qual modo all’ambiente e a creare, in esso e con esso, una determinata atmosfera.  

I kakemono sono mutati col variare delle stagioni o in particolari circostanze. (Per esempio: gli ospiti in visita ndr).

Concludendo. É facile da ciò intendere come la funzione stessa della pittura giapponese ne determini lo speciale carattere, decorativo e di suggestione. Il quale nettamente la distingue dalla pittura in stile europeo.

La aburae è la pittura ad olio. Questa tecnica non è neppur tentata per lavori di puro stile giapponese. Ai quali è anche rimasto estraneo ogni principio realistico di prospettiva e di ombre.

La pittura giapponese continua così tuttavia quella ininterrotta tradizione. Da dodici secoli continuamente si rinnova entro barriere rigide che nettamente la distinguono da ogni altra (forma pittorica non giapponese ndr).

I kakemono possono essere di due specie.

Avere nella parte centrale un dipinto a colori (tsukuri-e o pittura ornata). Oppure in bianco e nero (tsukuri-e o pittura a inchiostro di Cina).

Realizzato su seta. Oppure su quella peculiare carta assorbente che impedisce al pittore di correggere e modificare il tratta già segnato.

La legge del pennello (hippo) è quella medesima che regola la scrittura.

Presso questo popolo per quale ogni segno scritto è un immagine. Il calligrafo, in Giappone, è un artista quanto lo è il pittore. Ogni pittore è anche, nei sui dipinti, un calligrafo.

Questa legge vuole che ogni pennellata sia sicura, a pugno immobile, col solo movimento delle dita.

Questa virtuosità di esecuzione è anche uno degli elementi che van considerati da chi voglia percepire la pittura giapponese come la osserverebbe un giapponese. Ossia giudicata per ciò che, anche nelle intenzioni dell’autore, vuol valere e significare dinanzi agli occhi di un giapponese colto.

In merito a come un giapponese colto osserva la pittura. Tra i fiori di altea (titolo dell’opera esposta Ndr) di Sōmei Yuki c’è, quasi nascosto, un uccellino. Dettaglio secondario per lo spettatore europeo. Destinato a provocare una sentimentale associazione d’idee nel Giapponese. Come un usignolo fra i fiori di prugno inevitabilmente gli porta in mente, per tradizionale poetico simbolismo, l’immagine d’un idilliaco convegno di amanti.

Pietro Silvio Rivetta è autore di altre opere sul Giappone.

Per i tipi di Ulrico Hoepli, pubblica, nel 1941, Il paese dell’eroica felicita, Usi e costumi giapponesi.

Nel 1943, Nihongo no tebiki Avviamento facile alla difficile lingua nipponica.

Il Conte Pietro Silvio Rivetta (Roma 1886 – 1952).

Fu direttore del Travaso delle Idee. Scrittore e giornalista brillante. Versatile e capace di cogliere gli aspetti umoristici in tutte le materie affrontate.

Addetto all’ambasciata italiana a Tokyo nel 1910. Ottiene le cattedre di cinese e giapponese all’Istituto Orientale di Napoli. In seguito insegnò, a Roma, Giurisprudenza. 

Poliglotta. Tentò di adattare al mondo occidentale le dottrine orientali.

Il 21 marzodel 1943, il giorno equinozio di primavera, presso la Guaita del Monte Titano, fonda la Scuola del benessere integrale. Nata per divulgare la sua dottrina del massimo rendimento.

Suoi sono i volumi:

  • Geometria della realtà e Inesistenza della morte.
  • Manuale teorico pratico per la serenità in questa vita e nell’altra. Del 1946.

L’interesse per le stranezze e le possibilità combinatorie della lingua italiana lo spinsero a scrivere uno dei primi libri in italiano di Enigmistica. Il volume è  intitolato Metodo per risolvere i Cross Words Puzzles. Edito nel 1925. Dove i Cross Words Puzzles son le parole in croce.

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

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Nell’immagine. La copertina anteriore del libro di Pietro Silvio Rivetta. La pittura moderna giapponese. Edito dall’Istituto nazionale L.U.C.E. Nella collana L’arte per tutti. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo. Nel 1930.