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Il marmo impiegato per il duomo di Milano

Il marmo impiegato per il duomo di Milano

Il marmo impiegato per il duomo di Milano.

Il marmo impiegato nella costruzione del duomo di Milano.

 

Una delle pietre più significative adoperate per la realizzazione del Duomo di Milano è il marmo di Candoglia.

É questa una roccia caratterizzata da due tonalità di colore. Quella bianca e rosa, ben visibile nella cattedrale milanese e quella, meno avvenente, dalla colorazione grigia.

Il nome deriva dal luogo ove la pietra è cavata, Candoglia, una località appartenente al comune di Mergozzo, sito in Val d’Ossola. Ci troviamo in Piemonte, nella provincia del Verbano Cusio Ossola, sulla sponda destra del Lago Maggiore. Il marmo impiegato per il duomo di Milano.

Questo è un ampio territorio caratterizzato da una ricca presenza di pietre da taglio. Qui troviamo sia marmi sia graniti ma, non mancano le beole e la Pietra di San Carlo.

Quest’ultima è una roccia calcarea di color rosso. Il suo giacimento comprende il territorio limitrofo alla città di Arona e su estende sino ad Angera, dove affiora in corrispondenza della Rocca.

Un altro materiale roccioso legato alla figura di San Carlo è il granito rosa di Baveno, un elemento costruttivo impiegato soprattutto in architettura.

Questo utilizzo avviene a partire dal XVI secolo, quando trova nell’operato dell’architetto e pittore Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi, uno dei suoi impieghi più felici. Il marmo impiegato per il duomo di Milano.

Pellegrino Tibaldi è l’ideatore prediletto da Carlo Borromeo, è l’architetto della Fabbrica del Duomo, colui che materializza le costruzioni monumentali volute da San Carlo.

La zona di estrazione, dal bacino lacustre, si estende e comprende la Val d’Ossola. Una vallata percorsa in buona parte dal fiume Toce che presenta una grande varietà di materiali lapidei, tutti impiegati nell’edilizia. Qui, dal Montorfano, un rilievo isolato situato nel comune di Mergozzo, si estrae un granito di color bianco, nero e verde. Altre cave si trovano ad Ornavasso e a Candoglia.

 

Il marmo impiegato per il duomo di Milano

 

Dai tempi di Roma imperiale. Il marmo impiegato peri l duomo di Milano.

 

Lo sfruttamento di queste cave risale all’epoca imperiale della città di Roma.  Un utilizzo ostacolato dalle difficoltà di trasporto e definitivamente abbandonato durante il tempo delle invasioni barbariche.

 

Quando inizia a Candoglia l’estrazione dei marmi per la realizzazione del duomo di Milano ?.

 

 

La prima ricerca dei milanesi dell’approvvigionamento di marmo destinato alla Fabbrica della. Chiesa maggiore della nostra città di Milano, ignora Candoglia e inizia nel territorio di Lesa e nella regione del Vergante. Il marmo impiegato per il duomo di Milano.

Il marmo impiegato per il duomo di Milano

Solo nel 1390, in data 10 aprile, si menziona la vallata del Toce. In quel giorno è approvata la spesa per la costruzione di una strada che raccorda Candoglia con la riva del Lago.

A fondo valle i blocchi di marmo erano lavorati e preparati per la messa in opera. Il marmo impiegato per il duomo di Milano.

A lavoro ultimato, la pietra sbozzata proseguiva il suo cammino.

Il trasporto avveniva a bordo di barconi, caratterizzati da un fondo piatto e da una prua triangolare.

Queste imbarcazioni solcavano il Lago Maggiore, navigavano il Ticino e infine entravano nel Naviglio.

Da dove giungevano a Milano, nel Laghetto. Qui il marmo era caricato su carri e portato al cantiniere del Duomo. Dove permetterà la realizzazione di 3400 statue e 135 guglie.

 

 

 

 

AA.VV. – I marmi italiani.

 

 

 

 

CONSIGLIO ANTONIO – Guida tecnica per l’impiego razionale del marmo.

 

 

 

 

AA.VV. – Marmi Antichi da Collezione La Raccolta Grassi del Museo Nazionale Romano.

 

 

 

 

NERI DAMIANO – Scultori francescani del seicento in Italia.

 

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Libri antichi – Mario BORSA La caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri

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Libri antichi – Mario BORSA La caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri.

Libri antichi – Mario BORSA La caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri

Moltissimi sono i libri antichi che parlano di caccia. Fra questi è molto ricercato il volume scritto da Mario Borsa. Intitolato la caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri.

Rara è l’edizione originale con legatura di lusso. Il libro era commercializzato anche in brossura editoriale con sovraccoperta editoriale. Nel 2002 ha avuto una ristampa.

La descrizione dell’opera in edizione originale è la seguente.

Mario Borsa. LA CACCIA NEL MILANESE DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI. Duecentotrenta illustrazioni. Venti tavole. Quattro tricromie. Milano, Ulrico Hoepli. senza data (1924).

in 4° (30,5 x 21.5 cm ). pagine XV,1nn,356. 230 illustrazioni nel testo in bianco e nero. 20 tavole in bianco e nero protette da velina. 4 tavole a colori applicate su cartoncino protette da velina. Una è posta all’antiporta. Legatura editoriale con ricche impressioni in rilievo e otto borchie metalliche ai piatti. Taglio superiore in oro.

La rilegatura è definita dal Ceresoli: “splendida legatura ad imitazione dei lavori quattrocenteschi“.

Mario Borsa nasce a Regina Fittarezza,  una località del comune di Somaglia. In provincia di Lodi.  Nuore a Milano il 6 ottobre 1952. Abitò in via Caronti a Milano. L’estate era solito trascorrerla a a Barzio, comune della Valsassina nei pressi di Lecco.

Giornalista e scrittore. Fu redattore capo con funzioni direttoriali del Secolo dal 1911 al 1918.  Direttore del Corriere della Sera tra il 1945 e il 1946. Fu uno dei maggiori orientalisti italiani. Fra i suoi libri: La libertà di stampa. Milano. Corbaccio. 1925. Ripubblicato nel 1945 da Dall’Oglio.

Il libro la caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri si apre con la prefazione dell’autore.

Dove si leggono le frasi. Così è nato questo libro. Dall’amore per la caccia e per i racconti i caccia. Buona parte delle ordinanze di caccia viscontee e sforzesche che ho riportato sono inediti. Queste sono delle lettere e dei documenti dell’epoca. Non tutti gli editti degli spagnoli e degli austriaci sulla caccia, da me citati, sono pubblicati.  Inediti sono pure i reclami, le suppliche, le relazioni, i processi, i provvedimenti finanziari,  ecc.

L’opera è divisa in capitoli. Il testo tratta della caccia durante sette periodi: Le origini. Il medioevo. I Visconti. Gli Sforza. Gli Spagnuoli, ( Spagnoli sic ). Gli Austriaci. Ai giorni nostri.

Le numerose illustrazioni propongono quadri, disegni, incisioni, miniature e opere varie tutte inerenti al soggetto della caccia. 

Sono riprodotte alcune illustrazioni tratte dalla cacce fantastiche dello Stradano.

Altre immagini raffigurano degli oggetti usati per la caccia. Vedremo: punte di freccia silicee e balestre.

Molte pagine trattano della Falconeria.

A pagina 62 si legge “ Il Giulini ci dice che i milanesi cacciavano con falcone perfino in città!  … Le castellane uscivano in pubblico tenendo il falco sul pugno elegantemente inguantato. I cavalieri se lo portavano dietro in guerra e lo davano in consegna al loro scudiero. I Vescovi salivano con esso sull’altare deponendolo accanto al Vangelo“.

Documenta le cacce che si svolsero nelle valli del Ticino. Dell’Adda. Del lodigiano. In Brianza. A Morimondo, Pavia nel maniero di Mirabello entro il parco. A Binasco. Abbiategrasso. Bereguardo. Vigevano. La Bicocca. Nel Parco di Monza. A Cà del Bosco Baracca a Besate. Sul lago di Pusiano e in molte altre località.

Tutte basandosi su materiale d’archivio, per l’epoca, in gran parte inedito.

Cfr. Catalogo Hoepli 56. Ceresoli 109. Edizione originale. Artistica. Con la riproduzione di tavv. e figg. di opere antiche sulla caccia. Unite a miniature tratte da mss. inediti di antiche opere italiane sullo stesso argomento. Opera documentaria di interesse storico venatorio. Volume che si presenta con differenti tipi di legature editoriali. In brossura e in pergamena. Mai ci era dato di trovare con questa splendida legatura ad imitazione dei lavori quattrocenteschi.“

Mario Borsa diede alle stampe anche un secondo libro sulla caccia. Si intitola: Aria di bosco. Ciance di un cacciatore. Milano, Baldini e Castoldi. 1948.

 

Una favolosa asta di libri introvabili.

Appunti di un bibliofilo

Morgana Mario Della crescente rarità dei libri antichi.

Manuali Hoepli curiosità e criteri di valutazione.

Secco Suardo Il restauratore dei dipinti. Le vicende editoriali di un manuale Hoepli.

Cesare Pavese e il romanzo Moby Dick di Herman Melville.

Libri antichi di letteratura Herman Melville Moby Dick.

Collezionare le edizioni del De Imitatione Christi o Imitazione di Cristo.

Ettore Zapparoli Blu Nord e Il silenzio ha le mani aperte.

Giambattista Bazzoni e il Falco della rupe o la guerra di Musso.

J R R Tolkien La nascita e la bibliografia italiana del Signore degli anelli.

La rivista Xilografia fondata e diretta da Francesco Nonni.

La xilografia nel Novecento Adolfo De Carolis Cesare Ratta L’Eroica.

Le Haydine di Giuseppe Carpani e il plagio realizzato da Stendhal.

Mario Borsa La caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri.

Padre Girolamo Maria Moretti il fondatore della grafologia italiana.

Pauline Reage HISTOIRE D’O.

Pietro Micca e l’assedio della città di Torino del 1706.

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El Tredesin de Marz

108 Guido Bisagni Tributo alle pietre della Valsusa Olio su tela 120 x 100 cm

El Tredesin de Marz

 

El Tredesin de Marz per chi non parla la lingua locale del territorio milanese è Il tredicesimo giorno del mese di marzo.

In contemporanea una data e il nome di un’antica pietra scolpita e benvoluta dai cittadini milanesi.
Il giorno in cui questo sasso è ricordato e riportato a nuova gloria.
Una giornata di festa per la città di Milano da lunghissimo tempo.
Un anniversario nel quale convivono il ricordo di antiche tradizioni celtiche e la devozione a San Barnaba.
Un ambivalenza che rispecchia la tradizione delle popolazioni che abitavano quel territorio a festeggiare in quel giorno la rinascita del Sole e l’arrivo della Primavera. Dall’altra l’inizio della cristianizzazione del territorio dell’Insubria; promossa da colui il quale è considerato il primo vescovo di Milano.
El Tredesin de Marz è un sasso. Modellato in una forma rotonda. Con un foro centrale dal quale scaturiscono tredici scanalature radiali.
In origine conservato presso la basilica di San Dionigi. E’ ora custodito alla Crocetta. Inglobato nel pavimento della navata centrale della chiesa intitolata a Santa Maria al Paradiso, in corso di Porta Vigentina al civico 14.
Una lapide in marmo bianco 
è collocata appena sotto al manufatto.
La scritta incisa recita: “Il tredici marzo del cinquantaduesimo anno del Signore, San Barbara Apostolo nel mentre predicava ai milanesi in Vangelo di Cristo, non lungi dalle mura di via marina, a porta orientale, in questa pietra rotonda piantò il vessillo della Croce.
Chiare frasi che illustrano la leggenda. Tradizione alla base della grande cura che ha motivato la custodia del sasso e non ne ha mai permesso la collocazione in qualche magazzino.

In questo giorno nella chiesa di Santa Maria al Paradiso è celebrata una messa. Si rievocano le gesta compiute da San Barnaba ponendo nel foro centrale del blocco di roccia una croce in legno. Nelle strade circonstanti prende vita una colorata vendita di piante e di fiori.

 

Nell’immagine:
Un opera realizzata da 108 Guido Bisagni. Intitolata Tributo alle pietre della Valsusa. Olio su tela 120 x 100 cm. 
Nel quadro tutto l’interesse dell’artista per lo studio delle pietre arcaiche incise.

Il dipinto era esposto a Ferrara negli spazi del Padiglione d’Arte Contemporanea. Durante la mostra dedicata ai Pittori fantastici nella Valle del Po.

Il critico d’arte Camillo Langone nel testo del catalogo descrive l’opera di 108 con queste parole.
108 ci porta in una valle laterale per rivelarci, da astrattista ma non troppo, le misteriose pietre coppellate. Sulla tela di Tributo alle pietre della Valsusa emergono queste incisioni preistoriche scavate nella roccia e connesse, si ipotizza, ad antichissimi riti fecondità“.

 

Pier Luigi Ighina LA SCOPERTA DELL’ATOMO MAGNETICO

Pier Luigi Ighina LA SCOPERTA DELL’ATOMO MAGNETICO Seconda edizione ampliata e corretta

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Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia

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Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

É questo il titolo di un libro che narra il resoconto di un viaggio compiuto dal milanese A. Stabilini. Avvenuto nei primi decenni del XX secolo.

Il libro è composto al ritorno dall’avventura in estremo oriente e ne descrive l’esteso itinerario percorso.

L’autore a suo modo narra delle località visitate. Parlandone con semplicità. Senza troppa cura nella scrittura dei vocaboli tratti dalla lingua dei paesi che stava visitando. Sempre con immediatezza, riportando ciò che in prima persona vedeva. Paragonandolo al quello che meglio conosceva, il suo quotidiano di italiano.

Una curiosità letteraria che merita di non rimanere sconosciuta, in quanto ricca di notizie non sempre così facili da reperire.

Dalla prefazione: Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Descrizione del viaggio da me fatto con mio figlio che dedico a mia moglie Carolina ed ai numerosi amici. Perche tutti esternarono il desiderio di leggere le mie impressioni sulle città e paesaggi visti. Durante il lungo l’immenso cammino.

Queste pagine non hanno pretese letterarie. Sono un figlio del lavoro. Un ex birraio e ristoratore. Invocherò quindi un’altra volta il detto del Bidel de la Class de Asen. Ovvero Se i me gent m’avessen fa studia. …. e mi aves imparàa. Chissà cosa saria diventà.

Dalle pagine che parlano del soggiorno in Giappone: Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

22 maggio 1913. Passato lo stretto di Shimonoseki. S’entra nel mar interno giapponese. Una specie di mediterraneo. V’è un enormità di giunche di pescatori, che spiega l’enorme consumo di pesce che si fa in Giappone. Alle sei pomeridiane sono nell’ampia baia di Kobe. Un importante città e uno dei porti giapponesi più animati.

Kobe è più grande e molto più ricca di negozi di Nagasaki. É anch’essa rimasta completamente giapponese.

D’europeo non v’è quasi nulla. Tranne i moderni mezzi di locomozione:bicicletta, tram, automobili. Quanto alla gente, si stenta a farsi capire.

24 maggio. 49° giorno di viaggioò.Alle 11 del mattino s’entrò nella vastissima baia di Yokohama. Passando fra tre o quattro isolotti formidabilmente fortificati. La baia è anche baia di Tokio, ma i grandi bastimenti si fermano a Yokohama. Questo perché a Tokio l’acqua è troppo bassa. Cosicché Yokohama serve di porto a Tokio. Da cui dista solo tre quarti d’ora di treno.

Appena sbarcati andammo alla pensione italiana Dentici. Secondo indirizzo datoci dal signor Bianchi di Milano. Egli è l’ex direttore della casa Dall’Oro in Yokohama. Mio antico avventore prima ancora di andare in Giappone in giovanissima età. Credo nel 1882. Ove rimase 24 anni. Essendo festa non trovammo nessuno in casa Dall’Oro. Erano andati a Tokio a spasso.

In casa Dentici si stette benissimo, sia per la cucina che pel vino. Il signor Dentici venne in Giappone quarant’anni fa. All’epoca del giro del mondo del duca di Genova a bordo della vecchia fregata Vittor Pisani. Sulla quale il Dentici lavorava come cuoco e pasticcere.

Egli è il primo che fabbricò il pane all’europea in Giappone e questo è l’inizio della sua fortuna. E’ siciliano e sposò una francese che sarà stata bella in gioventù.

Ora che il Dentici ha sessantotto anni e li porta giovanilmente, parla abbastanza bene il francese, l’inglese e il giapponese. Come tutta la sua famiglia.

Il Signor Casati da Monticello Brianza è il direttore della casa Dall’Oro in Yokohama. Questo da quando rimpatriò il Signor Bianchi. Ci ricevette calorosamente.

Offrendoci vermouth e sigari italiani. Invitandoci a colazione in casa sua pel sabato 31 maggio. Promettendoci un ossobuco e risotto magistrali. Accompagnato con barbera autentico. Una vera cuccagna. A tante migliaia di chilometri da Milano.

Essendo alloggiati a Yokohama, i primi due giorni si visitò la città. Questa per una parte è completamente europeizzata. Mentre il resto è ancora tale e quale a quarantanni fa. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Yokohama è la Genova del Giappone, come pure la città più europeizzata. Conta un gran numero d’importantissime case di commercio. Ha il suo più importante centro nel Benten Dori. Il quartiere giapponese elegante. Sede di molti lussuosissimi bazar pieni di fotografie, vasi di bronzo e porcellana, seterie di gran valore, ceramiche giapponesi, oggetti d’arte in avorio, ecc. ecc.

Animatissimo è l’aspetto delle vie. Pulite e ben tenute. V’è un quartiere di Yokohama in cui alla sera il popolo si reca per divertirsi. E’ pieno di cinematografi, teatri, concerti, baracche di legno per lo più. É straordinariamente illuminato. I fanali elettrici si confondono con le migliaia di lampade giapponesi di carta colorata, con effetto carnevalesco.

E’ qui che una sera, guidati dal figlio del Dentici, entrammo in un teatro giapponese. Dove si rappresentava una commedia incominciata la sera prima. Le produzioni cinesi e giapponesi durano delle giornate consecutive. Il teatro si chiude alla notte e la rappresentazione prosegue l’indomani.

In uno dei molti cinematografi si mostravano delle scene della guerra italo-turca, con somma lusinga pel nostro patriottismo.

Di notte per le strade di Yokohama si odono dei fischi dolcissimi di flauti di legno. Sono uomini cechi girellanti in cerca di elemosina.  Suonano continuamente per non farsi investire dai rickshaw. I risciò che corrono veloci.

Ad un’ora di ferrovia da Yokohama v’è Kamakura. Anch’essa degna d’una visita pel suo Daibut-su. Una colossale statua di Budda seduto in posa contemplativa e solenne. Per la sua gigantesca mole di bronzo ricorda il nostro San Carlone d’Arona.

Tokio fino al 1868 si chiamava Yedo. É una sterminata città. Vasta forse come Londra e, benché molto meno popolata di questa, conta sempre più di due milioni di abitanti. Giace alla foce del fiume Sumidagawa, da cui si staccano molti canali che traversano la città in ogni senso. E’ talmente grande che si stenta a capire dove cominci e dove finisca. Tanto più che manca di muraglie e confini apparenti.

Arrivando a Tokio per la stazione di Shimbashi, ci si presenta subito un immenso stradone detto Ginza. Larghissimo e interminabile. Molto europeizzato nelle costruzioni, nelle botteghe e nel pavimento. É tagliato da parecchie altre grandi vie moderne.

Qui si crederebbe di arrivare in una grande città europea o americana. Ma quasi tutto il resto di Tokio è un infinita sequela di strade storte, di stradicciole e viottoli fiancheggiate dalle solite graziose casettine di legno. Abitazioni caratteristiche d’ogni città del Giappone. Quasi tutte uguali col loro largo tetto sormontato da un altro più piccolo. Aprendosi interamente sulla via per mezzo di imposte mobili in modo da formare a pian terreno bottega, e di sopra veranda. Molte hanno ancora le finestra coi vetri di carta. Quasi tutte una tinta grigio scura, che riuscirebbe monotona se non fosse ravvisata dai vivaci colori delle insegne delle botteghe.

Il suolo delle abitazioni è coperto da fitte stuoie che servono da tappeto, da sedile e da letto.

Il giapponese non ha bisogno di molta mobilia. Passando davanti ai negozi se ne vedono i proprietari accosciati a terra come tanti Budda in attesa di compratori. Di notte, per dormire, stendono sul pavimento dei materassi che al mattino arrotolano, e tutto è fatto. Anche per mangiare siedono a terra colle gambe incrociate.

Salendo su un’altura boscosa detta Atago si domina gran parte della città. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Un mare di casette dai tetti color piombo vi si stende dinanzi.  Dandovi l’idea dell’immensità di Tokio. La quale, benché ricchissima di vegetazione, non è poi tutta un giardino come dissero molti scrittori e giornalisti. Da questa altura per una buona metà della città. Quella che guarda verso la baia, non si vede una pianta all’infuori di quelle che coronano le grandi arterie. L’altra metà, dal lato opposto, è invece verdeggiatissima di grandi parchi e giardini privati cinti da mura.

Fummo in parecchi di questi parchi. Bellissimi per frondosità d’alberi e varietà di fiori. Il più grande dei quali è l’Uyeno Park.

Ive trovasi un giardino zoologico che raccoglie gli animali più rari. Dove vidi un orso bruno del Kamcialka d’una grossezza non mai vista in vita mia. Volli assaggiare le ciliegie, di cui il parco era pieno. Erano amare come il tossico, sicché dovetti sputare per mezz’ora. Seppi poi che non sono che alberi di guarnizione e che si fa una grande festa quando fioriscono.

Il famoso palazzo imperiale si trova nel centro della città. É circondato da un largo fossato per tre chilometri circa e da una triplice cerchia di mura composte di grossi macigni quadrati. Sarà stato una inespugnabile fortezza medioevale.

Nessuno può passare per le sue massicce e monumentali porte di stile cinese, custodite da sentinelle. Fanno eccezione degli ambasciatori. I quali pure non entrano che per cause specialissime o quando sono invitati dal Mikado a qualche solennità. É quest’ultimo l’appellativo conferito agli imperatori del Giappone. Di modo che il vero palazzo imperiale non lo si può vedere. Trovandosi esso nel mezzo del vasto recinto e completamente nascosto da alti alberi.

Il quartiere che circonda le sacre imperiali mura è occupato dai ministeri, dalle ambasciate e dalle grandi banche internazionali. In mezzo a questi moderni edifici si allarga una magnifica piazza ornata di giardini. Nella quale non si crederebbe d’essere in Giappone, se non si vedesse questo piccolo popolo giallo tanto diverso.

Nelle vicinanze del palazzo Imperiale v’è il Museo storico militare. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

Questo non teme confronto di quello degli Invalidi a Parigi, per la profusione e la varietà del materiale esposto. Dalle più antiche e primitive armi giapponesi ai più moderni e perfezionati mezzi d’offesa. Nulla manca in questa magnifica raccolta. Vi è messa ben in vista, non senza ostentazione, una gran quantità d’armi e trofei. Tutti tolti ai russi nella terribile guerra del 1904-5. Compresi gli istrumenti d’intere bande musicali di cosacchi e di fanteria. Non si può dar loro torto: hanno vinto!.

Una delle cose più rimarchevoli di Tokio è il gran numero di ponti che attraversano il Suminagawa e i molti canali che intersecano la città. Fra essi è celebre il Nippon Bassi. Ponte che serve ai giapponesi come punto di partenza per la misura delle distanze.

Ma la bellezza maggiore di Tokio sta nei suoi templi. Alcuni dei quali veramente stupendi. La vicinanza d’un tempio è indicata dal Toriè. Una specie di portale formato da due tronchi d’albero leggermente inclinati l’uno verso l’altro. Riuniti in alto da due traverse quadrate, l’una sovrapposta all’altra e sporgenti ai lati. Generalmente un tempio giapponese sorge in mezzo a un gran parco cui dà il nome. Ad esempio i templi di Shiba, Uyèno, Asakusa e Kamido nei parchi omonimi. Sulla collina di Takanawa v’è il tempio di Sengakuji. Colle tombe dei quarantasette samurai suicidatesi mediante harakiri per ordine dello Shogun.

I samurai sono guerrieri al soldo dei grandi principi detti Daimios. I quarantasette soldati, per vendicare la morte del loro signore assassinato da un signorotto suo nemico, uccisero quest’ultimo e tutte le persone del suo seguito.

Lo Shogun, per punirli, ordinò loro il suicidio, ed essi ubbidirono. Lo Harakiri, come tutti sanno, consiste nello sventrarsi con sciabola o pugnale. Questa barbara usanza è tutt’altro che scomparsa fra i giapponesi. Vedi ad esempio il suicidio del generale Nogi per la morte del Mikado.

Molti di questi templi, quasi tutti di architettura cinese, contengono ricchezze incalcolabili. Specialmente quelli di Shiba, di Asakura e degli Shogun.

Lavori in legno dorato, lacca e avorio eseguiti dai più grandi artisti giapponesi. Ogni tempio racchiude un’infinità di Budda grossi e piccini, in tutte le pose. Veri mostri per lo più. Ognuno dei quali ha una virtù sua propria almeno secondo i credenti.

Nelle grandi solennità questi luoghi sono completamente aperti. In modo che la ressa dei fedeli non ha bisogno di entrare per far le sue devozioni. Il credente si accosta al tempio. Ne sale i pochi gradini. Getta una moneta in una grande urna esposta al pubblico sulla porta d’ingresso. S’inchina religiosamente al Budda, che si vede stando fuori battendo le palme in atto riverente e poi se ne va.

Ebbimo la ventura di capitare al tempio di Asakura proprio il 28 maggio. Il giorno dell’anniversario della vittoria navale di Tsushima.

Qui assistiamo questa una semplice e suggestiva cerimonia. Il popolo, in folla enorme, ringrazia gli Dei del favore accordato alle armi giapponesi. Nel parco omonimo abbondano i luoghi di divertimento. Come circhi equestri, teatrini all’aperto, arene di lotta, ecc.

Il mezzo di locomozione più comune a Tokio e in tutto il Giappone è il rickshaw. Il risciò. E’ comicissimo vedere un giapponese, nel suo costume nazionale, guidare un automobile. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

All’ultima sera, il 1° giugno, andammo a dare un’occhiata al famoso Yoshiwara. Il cui nome accende ancora molte fantasie. Nulla di straordinario. E’ un quartiere cinto da mura. Popolato di casa da tè. Nelle quali non si entra solo a prendere il thè.

Alle nove o alle dieci di sera queste case s’illuminano di mille e mille lanterne di carta multicolori e la folla passeggia davanti alle verande. Sulle quali, dietro sottili sbarre di bambù dorato, sono esposte le ragazze vestite nei più fantastici e variopinti costumi. Uno spettacolo pittoresco e nulla più.

Vi sono poi innumerevoli teatrini e concertini in cui le geishe regnano sovrane. Esse cantano e strimpellano e a tempo perso fanno concorrenza alle altre.

Una particolarità di Tokyo e Yokohama sono i venditori di giornali.

Giovanotti tarchiati che corrono come matti arrestandosi di tanto in tanto. Per farsi sentire dal pubblico non gridano come in Europa e in America. Hanno un mazzo di campanelli attaccati alla cintola, che agitati furiosamente nella corsa sfrenata, producono una musica stranissima, mai udita altrove.

Di giorno e di notte, poi, in ogni città del Giappone, degli uomini conducono carrette a mano. Nel mezzo delle quali sta una specie di cassone rotondo, di metallo, da cui esce continuamente un fischio sottile e fortissimo come d’una minuscola locomotiva. Accompagnato da un’incessante fuga di vapore.

Sono gli aggiustatori di pipe, piccole pipettine in metallo. Le quali durano poco nelle mani dei giapponesi d’ambo i sessi.

Per l’abitudine che hanno questi di picchiarle fortemente per svuotarle dalla cenere. Da ciò il numero infinito di questi carretti ambulanti e sibilanti.

Partiti il 2 giugno alle 11 e mezzo da Yokohama, si giunse a Kioto alle 4 antimeridiane del 3 di giugno. Diciassette ore sono un po troppe per fare 500 chilometri.

Ebbimo, però, in compenso, il piacere di vedere meglio il paesaggio. Ad un certo punto, poche stazioni dopo Kamakura, ci è dato al fine vedere, tra le nubi diradate dal vento, il celeberrimo Fuji Yama. Il vulcano sacro al popolo giapponese. Dalla cima eternamente nevosa. Questa da Tokio e da Yokohama, data la grande distanza, è visibile solo con il tempo eccezionalmente limpido. E’ molto più alto del nostro Etna e la sua candida sommità sembra inaccessibile.

Le stazioni sono numerosissime, essendo la linea piena di città e di borgate. Appena il treno si ferma, è assalito da falange di venditori di tutti i generi.

Questi gridano con voci abbastanza intonate formando una cantilena che si risente da un capo all’altro del Giappone. Nessuna differenza da una stazione all’altra. Vi si vedono per lo più cestine di bambù contenenti la colazione completa per un giapponese. Cibo che noi però non potremmo mangiare. Essi aprono le cestine che contengono altri piccoli panieri. In uno v’è il riso cotto che sembra amido compresso e serve loro come il pane. In altri vi sono frutti, salse e intingoli da spaventare un europeo. Essi invece afferrano le loro bacchettine e in meno che non si dica fanno scomparire il contenuto del cesto.

Mangiano seduti sul canapè del vagone con le gambe raccolte sul medesimo. Questa è la loro abituale posa specie nelle donne. Bevono thè o caffè allungatissimo, vera acqua sporca.

Oppure sakè. Versandolo da boccalini in maiolica entro piccoli tazzini di terracotta. Il sakè è un loro liquore fatto col riso fermentato. Si beve caldo o freddo a piacere. Il suo sapore sembra una mistura di vino bianco e di grappa. I giapponesi ne sono ghiottissimi. Il sakè ha i suoi ubriaconi come da noi il vino.

I vagoni di prima e seconda classe sono lunghissimi, coi sedili disposti per il lungo, come i nostri tramvai. Perciò sono molto comodi, specie per i giapponesi. I quali, appena montati, tanto uomini che donne, stendono sul divano, se c’è posto, un panno della lunghezza della loro piccola persona. Su questo si sdraiano comodamente, dormendo la più parte del viaggio. Di tanto in tanto, si rizzano a sedere alluso orientale come piccoli Budda. Accendono la sigaretta o la pipetta che svuotano con quattro boccate. Poi la sbattono fortemente contro le sputacchiere infisse al pavimento lungo il vagone, Indi si sdraiano ancora. Ogni due o tre ore prendono pasti con il solito cestino, tornando a fumare e poi nuovo sdraiamento.

Il paesaggio giapponese è bellissimo e fertilissima è la campagna. La coltivazione è di frumento, orzo e di tutti gli ortaggi da noi usati. I frutti sono come i nostri, ma meno buoni salvo le nespole.

Quelle però che occupano il massimo del terreno sono le risaie. Ora si stanno coltivando con un sistema tutto diverso dal nostro. I giapponesi arano con un piccolo aratro tirato da un solo bue. Formano dei campetti quadrati che poi riempiono d’acqua. Quando l’acqua è ben assorbita dal terreno, con zappe dentate come forche, lo zappano. Formando le campate sulle quali trapiantano le gambette di riso che hanno seminato in un appartato quadro del campo. Le posano in file regolari lungo le campate. I poveri contadini devono così lavorare delle settimane nel fango fino alle ginocchia, come pure i poveri buoi.

Le risaie arrivano fino ai limiti delle città e paesi senza che alcuno si preoccupi della malaria.

Ai finestrini dei vagoni vi sono le zanzariere. Non so nelle casi campestri, poiché le zanzare sono, come le rane, un’altra popolazione del paese. Quest’ultime sono così numerose, che il loro gracidare copre il rumore del treno in moto. Facendo un chiasso di cui in nessun paese v’è l’eguale e che noi udimmo per tutto il percorso.

I giapponesi, per vero dire, sono così riguardosi e gentili cogli europei. Mai ebbimo a ricevere da loro il benché minimo sgarbo.

I giapponesi hanno un carattere molto somigliante con noi italiani. Sono buoni, modesti, senza pretese, ma guai a maltrattarli! Si rivoltano e tanto peggio allora per quel prepotente europeo.

3 giugno – Giunti a Kioto alle quattro del mattino.

Usciti dall’albergo in richshaw impiegammo una buona oretta a giungere al palazzo del Mikado. Essendo Kioto estesissima. Con innumerevoli pagode e grandi parchi. Essa fu la capitale del Giappone per oltre mille anni, fino al 1000 circa. Epoca in cui la capitale è trasportata a Yedo. Città che nel 1868 mutò il nome in Tokio.

Kioto è la culla dell’arte, della storia e della tradizione giapponese. É la città che meno d’ogni altra ha subito l’influenza europea.

Il palazzo del Mikado, bruciato sessant’anni or sono, è rifabbricato nello stesso stile. Esso si compone di un grande quadrato con fossato in giro e mura di blocchi massicci. Il gran portone d’entrata ha il solito stile cinese. Col tetto sporgente a schiena di pesce. Molti fronzoli di legno massiccio e porte spaventose per robustezza. Un secondo quadrato, compreso nel primo, non è che un piazzale largo alberato intorno al palazzo. Quest’ultimo, a sua volta, è un grande quadrato tutto di legno. I cui lati sono formati da lunghissimi cameroni. Suddivisi in tante stanze per mezzo di paraventi decorati e dipinti con gran cura dai migliori artisti giapponesi e cinesi. Anche i soffitti sono ornati di fregi bellissimi. V’è la sala del trono con il posto per il Mikado. Seduto su sontuosi tappeti, riceveva i suoi guerrieri e dignitari. La sala delle guardie, quelle delle udienze e tante altre.

Ma se si levassero i paraventi resterebbe un solo ambiente. Vale a dire un grande porticato quadrangolare e nulla di più.

Gli interpreti governativi che ci accompagnavano rifiutarono assolutamente la mancia. L’altro palazzo è quello dello Shogun decaduto. Lontano dal primo una mezz’ora. Non è del tutto uguale internamente nelle decorazioni, ma la sua struttura e la quadratura esterna sono le stesse.

Spiegherò piuttosto ciò che era lo Shogun. Egli era una specie di papa giapponese che con l’andare dei secoli aveva finito per acciuffare anche il potere civile. Il Mikado, imperatore, era divenuto un personaggio decorativo. Venerato dal popolo come un’essere leggendario, ma senza più alcuna autorità. Questi viveva a Kioto. Lo Shogun a Yeddo, dove governava assoluto.

Il suo palazzo di Kioto gli è regalato dai Daimios. Ovvero i principi e i capi di provincia a vita. Con successione ereditaria come dinastie, né più né meno. Ma venuto al trono il Mikado Mutsu-Hito. Uomo intelligentissimo e istruito da francesi ed inglesi. Capì che era giunto il momento di farla finita collo Shogun e di fare l’imperatore sul serio. Incominciò a poco a poco  a crearsi un piccolo esercito all’europea armato di buoni fucili. Un po’ per anno l’accrebbe fino a quando si credette abbastanza forte per abbattere lo Shogun e tutti i suoi satelliti. É verso l’anno 1867 che intimò allo Shogun di non più immischiarsi negli affari politici e di limitarsi alla sua autorità spirituale.

Ma il Mikado aveva fucili e cannoni. I Daimios e samurai dello Shogun, per quanto numerosi e prodi guerrieri, dopo sette anni di sanguinosa guerra civile sono distrutti.

5 giugno. 61° giorno di viaggio. Alle quattro del pomeriggio si lasciò Kobe col piroscafo Awaji Jusen Maru (vedi nota) della compagnia giapponese Nipon Jusen Kaisha.

Alle sei, mentre si navigava per la seconda volta nel meraviglioso mare interno giapponese, suona il gong. Fa un frastuono d’inferno, per avvertici che è l’ora del pranzo.

In fretta, avendo molto appetito, s’entrò nella sala da pranzo di seconda classe, colla speranza di trovare un buon pranzetto.

Quale non fu la nostra sorpresa, vedendo i nostri posti apparecchiati alla giapponese. Bacchettine incartate al posto di posate. La tavola davanti a noi piena dei loro piattini di salse nere, gialle, rosse. Con carne di chissà quale bestia e scodelle di riso stracotto in luogo del pane. Un complesso da rovesciare lo stomaco ad un galantuomo anche senza il mare mosso.

Non potemmo trattenerci dal dire al cameriere che per noi quel cibo era impossibile.

Il cameriere è un buon giapponesino pieno di belle maniere. Invece d’offendersi ci disse con tutta pacatezza che pagando due Yen e mezzo al giorno a testa extra. Pari a 6,50 lire italiane. Incominciando dall’indomani ci servirebbe all’europea. Cioè col servizio di prima classe. Cosicché per la prima notte si dormi a pancia vuota.

Nei cinque giorni che durò il viaggio, ci ammanì una cucina europea peggiore della giapponese.

Il secondo giorno di navigazione, il 6 giugno, uscimmo dallo stretto di Shimonoseki. Essendo di pieno meriggio si vide in lontananza l’isola di Tsushima. Il luogo ove è disfatta la flotta russa dai giapponesi. Nel 1905.

9 giugno. Entrando nel Mar Giallo. Il piroscafo gettò l’ancora a dieci chilometri al largo di Taku in Cina.

 

Cosa aggiungere, ben poco. 

Pur con somma semplicità e senza nessuna pretesa. L’autore ha individuato molte delle caratteristiche più vere dei giapponesi e della terra del Sol Levante.

Questo avviene in sole due settimane di soggiorno. 

Il tutto con semplicità e senza mai dimenticare di essere italiano, lombardo e milanese.

 

 

Curiosità della lingua del Giappone. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

I nomi delle navi civili giapponesi oggigiorno terminano sempre con il suffisso –maru 丸. Letteralmente cerchio.

Maru è anche il nome delle fortificazioni interne ai castelli giapponesi. Quindi potrebbe indicare una sorta di nome propiziatorio dato in passato alle imbarcazioni.

Curiosamente. Il suffisso –maru 丸 è usato anche per i nomi maschili di bambini e ragazzi. Per gli animali domestici o per gli oggetti importanti come strumenti musicali, spade e armature.

 

A. Stabilini Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia

Nell’immagine. Un particolare della fotografia scattata da Kusaskabe Kimbei (1841-1934). Intitolata Tre giovani maiko. Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto Cina Giappone Siberia e Russia.

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

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