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l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

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L’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930

 

L’Esposizione d’arte giapponese si inaugura a Roma il 26 aprile del 1930. É allestita al palazzo delle esposizioni.

La mostra è programmata più per ragioni diplomatiche e propagandistiche che per vero interesse per l’arte realizzata nel paese del sol levante.

L’Esposizione d’arte giapponese di Roma ha il merito di essere il primo evento ufficiale, in Italia, nell’ambito di questi tipo d’arte.

Il catalogo stampato per illustrare l’evento è privo di testo esplicativo. Composto dall’elenco delle cento settantasette opere esposte. Presentate con autore e titolo, con molte illustrazioni delle pitture. Tutte stampate a piena pagina e in bianco e nero.

La mostra si concluderà nel maggio dello stesso anno.

Gli appartenenti alla missione artistica giapponese sono guidati dal pittore Taikwan Yokoyama. Il nome è riportato nella traslitterazione usata dai giornali dell’epoca. A loro si deve all’allestimento e la trasformazione del palazzo delle esposizioni di via nazionale.

Il lavoro dei falegnami provenienti dal Giappone permise la realizzazione di originali soluzioni espositive. Queste ricreano le forme e gli spazi tipici delle case del sol levante.

Gli ambienti sono realizzati con l’uso di pilastrini in tronco di ciliegio. Il legno dell’albero è impiegato allo stato naturale. Come si presenta al momento del taglio. Senza scortecciatura e piallatura.

Le stanze sono allestite con pareti mobili, porte scorrevoli, con pochi ed essenziali mobili.

In Italia, si vedeva, per la prima volta, lo spazio abitativo come è nella realtà quotidiana giapponese.

In questi locali sono collocati i quadri portati per l’esposizione. Mai esposti prima d’ora, in Italia e in Europa.

Nell’Esposizione d’arte giapponese a Roma sono visibili delle opere di pittura giapponese ambientate come nella loro terra d’origine. Rispettando le collocazioni e le proporzioni tipiche dei gusti giapponesi.

Le opere pittoriche presenti all’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930 mirano a dare un quadro completo dell’arte giapponese. Descrivendo le diverse tendenze e delle diverse scuole che all’epoca operavano in Giappone.

Prima di questa data, il panorama sull’arte goapponese in Italia è assai limitato.

Un solo critico, Vittorio Pica, se ne è occupato.

Le conoscenze dell’intellettuale napoletano non erano dirette. Egli non si reco mai in Giappone. Tutte le informazioni, almeno sino al 1897, le ha ottiene attraverso le frequentazioni con Edmond de Goncourt.

Dal 1881, il letterato francese aveva iniziato con Pica un carteggio. Da questa corrispondenza e dalla successiva frequentazione, a Parigi, nel 1891, nasce nell’uomo di cultura italiano l’interesse per l’arte giapponese.

La conoscenza è, per la maggior parte, basata sull’analisi delle stampe giapponesi. Le Ukiyo-E ollezionate da Goncourt.

La raccolta letterato francese comprendeva fogli di importanti autori: Hokusai, Utamaro, Toyokuni e Hiroshighe.

Questa è una caratteristica degli arbori dell’interesse europeo per l’arte giapponese. Una attrattiva verso sle stampe e gli oggetti d’arte applicata.

Le prime considerate, in Giappone, forma d’arte di scarsa importanza. I secondi sono prodotti espressivamente per l’esportazione. Realizzati più per compiacere l’acquirente finale che come vera espressione d’arte del Giappone.

Questo rapporto e la conoscenza acquisita permettono a Pica di pubblicare L’arte dell’estremo Oriente.

Un libro edito nel 1894. Hai il merito di essere il primo testo in lingua italiana sull’argomento.

Il volume consacra il ruolo del Pica come divulgatore dell’arte giapponese.

Diversa è la situazione in Europa. Dove appaiono testi e riviste sull’argomento.

Fra il pubblicato, non si può non citare le due opere fondamentali. Alla base di tutti gli sviluppi futuri.

In ordine di stampa. Nel 1882, il testo di William Andeson, intitolato Japanese wood engravings.

Questa è la prima opera sull’arte giapponese scritta da un autore che si era recato per l’elaborazione in Giappone.

A questo seguì, nel 1883, lo scritto di Louis Gonse, intitolato L’art japonais.

Opera composta due tomi. Per la compilazione si avvale di Wakai Kenzaburo e Hayashi Tadamasa, due giapponesi presenti a Parigi.

Hayashi Tadamasa è un mercante d’arte giapponese. Intrattiene rapporti anche Edmond de Goncourt. É l’autore della traduzione dei testi in lingua giapponese inerenti all’opera di Utamaro. Un lavoro che permise la pubblicazione, nel 1891, della monografia intitolata O Utamaro. Le peintre des maisons vertes.

Nel panorama italiano, altri due eventi, precedenti a quello del 1930, sono da citate.

Il primo, avviene nel 1897, quando alla seconda biennale di Venezia è dedicata una sala alle opere degli artisti appartenenti alla Nihon bijutsu kyokai. Il secondo, nel 1905, è l’apertura del museo Chiossone a Genova.

Entrambi questi avvenimenti incidono sul punto di vista del Pica. Il critico che fino a quel momento è l’unico riconosciuto paladino italiano dell’arte giapponese.

Dopo la biennale molti critici scrivono sulle opere d’arte degli artisti giapponesi.

Esprimendo il proprio parere, da una parte, alimentando una concezione dissonate e la disinformazione.

Di contro, come nel vaso di Ugo Ojetti, introducono nel dibattito culturale l’opera di William Anderson. Aprendo a nuove istanze, più consone all’arte giapponese e al superamento della centralità dell’opera sull’argomento scritta dal Pica.

Da parte sua il Pica, ammirata la qualità degli oggetti esposti nel museo genovese, redige vari articoli di descrizione e commento. Tutti questi scritti sono pubblicati sulla rivista Emporium.

Gli articoli rispecchiando le idee espresse nel suo testo del 1894 ma risentono di due nuovi fattori. Il primo sono le conoscenze ottenute dalle frequentazioni con Edmond de Goncourt. Il secondo la lettura delle opere del Gonse e Anderson. Testi ora da lui introdotti in bibliografia.

All’Esposizione d’arte giapponese di Roma del 1930 seguirono recensioni sui giornali e pubblicazioni di volumi sull’argomento.

Il catalogo edito per illustrare la mostra l’Esposizione d’arte giapponese di Roma. Allestita presso il Palazzo delle Esposizioni. Comprende un elenco delle opere esposte e molte illustrazioni. Stampate in bianco e nero a piena pagina. É privo di testo critico.

Sull’argomento compaiono altri libri.

Di Pietro Silvio Rivetta La pittura moderna giapponese. Un piccolo libretto pubblicato, nello stesso anno della mostra, dall’istituto nazionale L.U.C.E. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo.

L’autore è conosciuto anche con lo pseudonimo di Toddi.

Con ben altra veste editoriale, a cura del barone Pompeo Aloisi, Ars Nipponica. Saggi raccolti in occasione della mostra Okura d’arte giapponese. Stampato a Tokyo, in lingua italiana. Contiene la traduzione in lingua italiana di molti scritti di rappresentanti della cultura giapponese dell’epoca. 

Entrambi gli autori non sono estranei alla cultura e all’arte del Giappone. Poichè tutte e due impiegati, in tempi molto diversi, nell’ambasciata italiana di Tokyo.

La conoscenza e la sensibilità per le forma d’arte giapponese maturate da Pietro Silvio Rivetta ben si colgono in alcune considerazioni presenti nel suo libro. 

Toddi sulle pagine del suo libro descrive la forma dei dipinti giapponesi ed esemplifica la concezione del paese d’origine.

Definenendoli pitture e non quadri. Volutamente in collooquio con l’esterno del dipinto. Quest’ultimo si pone come il fulcro di un più ampio oggetto artistico. Destinato a comprenetarsi con l’ambiente che lo circonda. 

Il libro scritto da Toddi appartiene alla collana intitolata L’arte per tutti. Una collezione composta di piccole monografie. Destinate a divulgare il gusto e la conoscenza storica dell’arte nel pubblico meno addentrato a questo tema.

La politica editoriale sulla collana si riassume con poche frasi. Pensò di fare dei volumetti. Dove sia nel testo che nelle illustrazioni. racchiudano tutto l’essenziale intorno ad un determinato argomento.

Libricini contenenti molte ed eccellenti illustrazioni. Almeno 24 tavole. Ben scelte e ciascuna accompagnata in margine dalla sua nota illustrativa. Brevissimo il testo, non più di 8 paginette, ma chiaro, sintetico ed esauriente. Redatto dai più autorevoli studiosi di quel argomento.

Il libretto scritto da Rivetta rispecchia tutte le caratteristiche elencate.

Pur appartenendo a una collana a scopo divulgativo contiene un innovativo intervento critico. Dove l’autore palesa conoscenza e sensibilità per l’arte giapponese. Ben denotata anche dalla, pur succinta, bibliografia.

É interessante esaminare e riassumere il testo elaborato, a commento della mostra romana, da Pietro Silvio Rivetta.

Usando le sue parole.

Nelle pagine che seguono sono riprodotte le opere di ventiquattro pittori giapponesi contemporanei.

Questa esposizione offre una possibilità unica. Non mai altrove. Nemmeno nello stesso Giappone. I pittori giapponesi appartenenti a due opposti gruppi.  Polarizzanti da un trentennio tutta l’arte pittorica tipicamente nazionale. Esposero insieme né in si gran copia le loro opere.

I due gruppi Rimangono rigidamente nella cerchia sostanziale della tradizione.

Più che nella tecnica si differenziano nel contenuto e nelle intenzioni dell’arte.

In quanto alcune vogliono essere realisticamente obiettive e quasi esaurirsi in se stesse. Mentre (l’altra fazione artistica ndr) aspira a lasciare il più ampio campo suggestivo e di fantasia a chi le contempli. Potendo da esse trarre ispirazione.

I due gruppi sono chiamati Tei ten e In ten.

Non facile è tracciare una rigida demarcazione dei due gruppi in base a meri criteri artistici. Alcuni autori od alcune opere potrebbero legittimamente emigrare dal Tei ten allo In ten o, in casi più rari, viceversa.

Non era possibile non disquisire sulla differenza nel formato fra le opere giapponesi e quelle europee.

Diciamo pitture, meglio che quadri.

In quanto l’idea di un dipinto rigorosamente squadrato e contenuto è non solo del tutto esotica. É addirittura in antitesi con la tradizionale funzione dell’arte nipponica.

Un dipinto giapponese non è che la parte centrale di un più ampio oggetto artistico, il kakemono. Destinato a fondersi in un certo qual modo all’ambiente e a creare, in esso e con esso, una determinata atmosfera.  

I kakemono sono mutati col variare delle stagioni o in particolari circostanze. (Per esempio: gli ospiti in visita ndr).

Concludendo. É facile da ciò intendere come la funzione stessa della pittura giapponese ne determini lo speciale carattere, decorativo e di suggestione. Il quale nettamente la distingue dalla pittura in stile europeo.

La aburae è la pittura ad olio. Questa tecnica non è neppur tentata per lavori di puro stile giapponese. Ai quali è anche rimasto estraneo ogni principio realistico di prospettiva e di ombre.

La pittura giapponese continua così tuttavia quella ininterrotta tradizione. Da dodici secoli continuamente si rinnova entro barriere rigide che nettamente la distinguono da ogni altra (forma pittorica non giapponese ndr).

I kakemono possono essere di due specie.

Avere nella parte centrale un dipinto a colori (tsukuri-e o pittura ornata). Oppure in bianco e nero (tsukuri-e o pittura a inchiostro di Cina).

Realizzato su seta. Oppure su quella peculiare carta assorbente che impedisce al pittore di correggere e modificare il tratta già segnato.

La legge del pennello (hippo) è quella medesima che regola la scrittura.

Presso questo popolo per quale ogni segno scritto è un immagine. Il calligrafo, in Giappone, è un artista quanto lo è il pittore. Ogni pittore è anche, nei sui dipinti, un calligrafo.

Questa legge vuole che ogni pennellata sia sicura, a pugno immobile, col solo movimento delle dita.

Questa virtuosità di esecuzione è anche uno degli elementi che van considerati da chi voglia percepire la pittura giapponese come la osserverebbe un giapponese. Ossia giudicata per ciò che, anche nelle intenzioni dell’autore, vuol valere e significare dinanzi agli occhi di un giapponese colto.

In merito a come un giapponese colto osserva la pittura. Tra i fiori di altea (titolo dell’opera esposta Ndr) di Sōmei Yuki c’è, quasi nascosto, un uccellino. Dettaglio secondario per lo spettatore europeo. Destinato a provocare una sentimentale associazione d’idee nel Giapponese. Come un usignolo fra i fiori di prugno inevitabilmente gli porta in mente, per tradizionale poetico simbolismo, l’immagine d’un idilliaco convegno di amanti.

Pietro Silvio Rivetta è autore di altre opere sul Giappone.

Per i tipi di Ulrico Hoepli, pubblica, nel 1941, Il paese dell’eroica felicita, Usi e costumi giapponesi.

Nel 1943, Nihongo no tebiki Avviamento facile alla difficile lingua nipponica.

Il Conte Pietro Silvio Rivetta (Roma 1886 – 1952).

Fu direttore del Travaso delle Idee. Scrittore e giornalista brillante. Versatile e capace di cogliere gli aspetti umoristici in tutte le materie affrontate.

Addetto all’ambasciata italiana a Tokyo nel 1910. Ottiene le cattedre di cinese e giapponese all’Istituto Orientale di Napoli. In seguito insegnò, a Roma, Giurisprudenza. 

Poliglotta. Tentò di adattare al mondo occidentale le dottrine orientali.

Il 21 marzodel 1943, il giorno equinozio di primavera, presso la Guaita del Monte Titano, fonda la Scuola del benessere integrale. Nata per divulgare la sua dottrina del massimo rendimento.

Suoi sono i volumi:

  • Geometria della realtà e Inesistenza della morte.
  • Manuale teorico pratico per la serenità in questa vita e nell’altra. Del 1946.

L’interesse per le stranezze e le possibilità combinatorie della lingua italiana lo spinsero a scrivere uno dei primi libri in italiano di Enigmistica. Il volume è  intitolato Metodo per risolvere i Cross Words PuzzlesEdito nel 1925. Dove i Cross Words Puzzles son le parole in croce.

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.

 

Nell’immagine. La copertina anteriore del libro di Pietro Silvio Rivetta. La pittura moderna giapponese. Edito dall’Istituto nazionale L.U.C.E. Nella collana L’arte per tutti. Stampato dall’Istituto Italiano d’arte grafiche di Bergamo. Nel 1930.

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Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono

Kottoya antiquariato giapponese Luca Piatti netsuke sennin

Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono

Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.

 

Il netsukè è un oggetto indossato con il compito di fissare i vari sagemono all’obi del kimono maschile.

Per questa ragione non può essere di dimensioni eccessive. Queste andrebbero a discapito della portabilità.

Deve essere privo di parti sporgenti che avrebbero l’inconveniente di impigliarsi nell’abito.

Per evitare quest’ultimo fastidio, era molto importante la forma geometrica del manufatto.

Questa, per i pezzi più antichi, è caratterizzata da un contorno triangolare.

Una caratteristica che, nel tempo e per svariate ragioni, è andata modificandosi. Affermando un perimetro ovale.

La traduzione del termine giapponese netsukè  è oggetto fissato, tsuké, all’estremità, ne, di una corda.

Quest’ultima passa entro due fori, chiamati himotoshi. Questi sono posti in punti ben studiati.

Tanto da non essere immediatamente visibili o, aumentandone di molto il valore, entro gli spazi vuoti della modellazione della figura.

I giapponesi e i collezioni più esperti preferiscono i netsukè realizzati in legno.

I collezionisti alle prime armi, il più delle volte, rivolgono il loro interesse verso quelli in avorio.

Più rari sono i netsukè realizzati usando materiali diversi dal legno e dall’avorio.

Questi netsukè sono di lacca. metallo. osso. denti d’animale. corno. pietre semi preziose. corallo e conchiglie.

A questo elenco necessita aggiungere tutto ciò che per una qualsiasi ragione può attirare l’attenzione di un netsukè-shi o del suo committente.

Può succedere che un netsukè sia composto da materiali diversi o con intarsi di altri materiali.

La produzione del netsukè diviene nel XVI secolo un arte indipendente.

Quest’ultimi sono pezzi molto difficili da reperire. Il mercato antiquario offre, in genere, manufatti databili dalla la fine del XVIII secolo, del XIX e del XX secolo.

La produzione ottocentesca, soprattutto quella della seconda metà del secolo, palesa un allontanamento dall’originale concetto di netsukè.

Questo distacco, agli occhi dei più puri e esigenti, fra mercanti e collezionisti, è identificata come una vera e propria decadenza.

Caratterizzata da una esasperata perfezione tecnica e una sofisticata estetica.

E’ in quest’ultimi esemplari che compare la firma dell’autore, mai presente in pezzi del XVII secolo e precedenti.

Gli esemplari più antichi sono caratterizzati

  • dalla mancanza della firma dell’autore.

  • da una rozzezza dì esecuzione.

  • dalla eccessiva semplicitàà

  • dal palesare degli influssi derivanti dalla cultura cinese.

 

Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.

Gli okimono sono delle statue di piccole dimensioni oppure dei gruppi di figure. Entrambe hanno solo funzione decorativa.

In Giappone la produzione degli okimono inizia quando questo paese cominciò ad aprirsi alle influenze della cultura occidentale.

Un periodo che possiamo far coincidere con l’ingresso delle navi nere del Commodoro Perry. Siamo nel 1853.

Gli okimono sono prodotti prevalentemente per soddisfare le richieste dei compratori esteri. Questo non esclude la presenza di acquirenti giapponesi.

Questi manufatti sono esposti e apprezzati nella Esposizione mondiale e industriale di Vienna del 1871,

Successivamente a New York e a Philadelphia del 1876- Poi a Parigi del 1878, 79 e 1900, Amsterdam del 1883, Chicago del 1893 e Londra del 1910.

In tutte queste esposizioni l’arte giapponese si presenta esponendo i suoi gruppi in avorio bianchi come neve.

Questi sono molto apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Molti articoli pieni di entusiasmo comparvero sulla stampa dell’epoca.

Gli okimono interessavano scrittori, artisti, critici, mercanti e collezionisti. Creando un vero movimento culturale e introducendo nel mercato dell’arte le opere prodotte in Giappone.

Manifestazioni analoghe avvengono anche in Giappone, con la Naikoko Kangyo Hakurankai che si tenne a Tokyo nel 1877, 1881, 1890, a Kyoto nel 1895 e a Osaka nel 1903.

I soggetti più popolari per gli okimono sono i Shishi Fukujin, i sette dei della fortuna, e fra tutti, i favoriti diventano Hotei e Daikoku.

Comune è anche la raffigurazione della Takarabune, la barca con a bordo i sette dei saggi.

Altri soggetti sono i samurai, raffigurati singolarmente o in scene di duello.

I Sennin, a raffigurare la persona che ha raggiunto l’immortalità.

Varie figure buddiste come Daruma o i RakanFuten, il dio del vento.

Da ultimo gli Oni, i diavoli. Sempre rappresentati con senso dell’umorismo, muscolosi e con viso grottesco, mostruoso e innaturale.

Il periodo di nascita e affermazione degli okimono è fra il 1860 e il 1900. Queste composizioniraffigurano, in preferenza, scene di vita domestica o agricola, pescatori e bambini. Più rari sono le raffigurazioni di uccelli, animali e fiori.

E’ durante questo periodo che si assiste a un notevole cambiamento negli usi del popolo giapponese.

Questo è molto evidente nell’abbigliamento, dove quello tradizionale comincia a lasciare il posto a quello occidentale, caratterizzato da tasche.

In contemporanea, si assiste all’introduzione delle sigarette che iniziano a rendere obsolete le borse da tabacco.

Gli okimono erano realizzati ad opera degli stessi fabbricanti di netsukè, chiamati netsukè-shi.

Anche per questa ragione possono essere considerati un evoluzione del netsukè.

Un elemento che andava perdendo la sua utilità e dunque la sua commerciabilità.

Il legno e avorio sono i materiali principali per la realizzazione dei netsukè, lo sono anche per gli okimono.

Col tempo l’uso del legno è sempre più diminuito a favore dell’uso dell’avorio. Il legno, usato in svariate essenze, poteva venire tinto e lucidato.

Gli okimono più preziosi sono realizzati con l’avorio d’elefante e  si presentano bianchi come la neve.

Sono prodotti, verso la fine del XIX secolo, dalla scuola di Tokyo. Sono opera di autori quali: Ishikawa Komei e Yoshida Homei.

Sino realizzati partendo da materiale proveniente dalle parti più pregiate delle zanne.

Il più delle volte sono caratterizzati dalla presenza nella composizione di piccoli elementi, come: pipe, attrezzi da lavoro, frecce e cosi via.

Ai fini dell’integrità della scultura necessita che tutte queste piccole parti non sono non state perse e rimesse. Per avere questa certezza è bene controllare le proporzioni. Analizzare le differenze nel colore, nel materiale e nella qualità d’esecuzione.

L’avorio proveniva in Giappone dall’India, dal Siam e dalla Cambogia. Solo una piccola parte, per mezzo di commercianti cinesi e arabi, arrivava dall’Africa.

Questo lungo tragitto lo faceva diventare una materia prima cara e preziosa e per questa ragione l’avorio è sempre lavorato con molta attenzione.

Gli artisti che usavano la parte migliore della zanna usualmente rivendevano gli scarti ad altri colleghi.

La sagoma delle sculture palesa questa caratteristica di oculatezza nell’uso.

La partenza avviene da un pezzo d’avorio ben conforme al soggetto che si pensava di realizzare.

Con questa logica si giustifica la forma triangolare dei primi netsukè.

Questo perché la materia prima di partenza è una scheggia di zanna. Una forma che ben si adatta alla struttura del pezzo.

Sempre per riutilizzare e ottimizzare gli scarti nascono gli okimono realizzati unendo avorio e legno, oppure avorio e metallo. In questi casi l’avorio è usato per realizzare la testa e i piedi. É questa un’affermazione con molte deroghe.

 

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.

Nell’immagine. Un netsukè scolpito nel XVIII secolo. Raffigura un Sennin. Questo è un asceta a cui erano riconosciute facoltà magiche. É ritratto con la parte superiore del vestito ricoperta di foglie e con un cesto fra le mani.

Questo Sennin è prodotto quando le motivazioni che hanno imposto la perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono non erano ancora manifeste.

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Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Il testo descrive le precauzioni e le da prestare a una lama giapponese. Segue il manuale pubblicato dalla Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai. NBTHK. É tradotto dall’originale in lingua giapponese. Sulla pubblicazione si sono opereate delle aggiunte.

Il popolo giapponese considera le Nihonto una una forma d’arte. Un tesoro nazionale da conservare e preservare. Questo al fine di poter portare rispetto agli avi. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Le Nihonto sono le lame prodotte in Giappone. Tutte solo realizzate seguendo la tecnica tradizionale. Fra queste la spada giapponese è la rappresentativa.

Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela.

Chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama da graffi e dalla ruggine.

 

Per conservare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae. Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto.

É norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero o kojiri. Tenendo saldamente il saya. Questo per evitare le cadute accidentali.

 

Per trasportare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno.

Il fodero o saya è assicurato dalla sola mano destra. 

La tsuka o manico è rivolto verso alto. La lama è diretta verso il basso. Questo metodo mira a previene pericolosi incidenti.

 

Per estrarre la spada dal fodero.

Per sfoderare la spada dal sacchetto in tessuto o dal saya si deve tenere la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.

La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto.

Il palmo della mano sinistra è rivolto verso l’alto e tiene saldamente il saya. La mano destra stringe lo tsuka.

A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki.

Se questo è ben serrato con il koiguchi necessita molta cautela. Questo per evitare di danneggiare l’apertura del fodero.

Assolutamente sono da evitare movimenti repentini. Probabile causa di ferite.

Sboccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero. Curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.

 

Per reinserire la spada dal fodero. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Analogamente all’operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra.

Con molta attenzione si posa il dorso della punta della lama nella parte inferiore del koiguchi. La punta della lama si chiama kissaki.

Si allinea il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto.

Con lentezza si reintroduce la spada nel saya. In fine con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.

 

Manutenzione. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese necessita di costanti cure. Questo al fine di impedire l’ossidazione della superficie del materiale costituente la lama.

Strumenti per la manutenzione:

  • Mekuginuki. Simile a un piccolo martello. Serve per estrarre il mekugi. Il perno che serve a unire la lama al manico. Il mekugi è in bambù o più raramente in metallo.

  • Uchiko. É una polvere di color bianco. É composta dello stesso materiale dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Per l’uso è avvolta in della carta chiamata Yoshinogami. Poi  riavvolta entro una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Con questo cartoccio si colpisce la lama su tutta la sua superfice. Per impatto la polvere attraversa i rivestimenti. Depositandosi su tutta la superficie metallica della lama. La polvere di Uchiko è elimata con della carta sottile.

  • Token Abura. Termine giapponese che si traduce in olio di choji. Un liquido di colore paglierino. Serve per proteggere la lama dalla ruggine

  • Aburagami è una carta molto leggera. Permette di depositare il Token abura sulla superficie della lama.

  • Niguigami è una carta molto spessa e morbida. Usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco e la polvere. Il passaggio della Niguigami asciuga anche la superficie dalla lama.

É buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili. Questo per evitare che dei residui di polvere o di materiale di durezza elevata siano depositati sulla carta per detergere o per dare l’olio. Queste impurità sono la causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.

Come avviene la manutenzione della spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi. Questa operazione permettere la rimozione dell’impugnatura o tsuka.

L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra. Serrandola con il palmo. Tenedo il mune rivolto verso sinistra. Di conseguenza il taglio è a destra.

La mano destra stretta a pugno picchia sulla sinistra.

I primi colpi devono essere leggeri. Questo per saggiare il fissaggio. Gli altri sono regolati di conseguenza.

Quando il codolo è libero, la lama è estratta con la mano destra.

Due precauzioni.

La prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo.

La seconda è per lame con corto nakago. Un tanto potrebbe fuori uscire al primo leggero colpo. Creando una pericolosa situazione.

Se presenti si levano le seppa e la tsuba. Giungendo all’habaki. Quest’ultimo è rimosso usando i pollici e gli indici di entrambi le mani.

Se oppone resistenza è rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno. Prima, per protezione, necessita averlo avvolto con uno straccio. 

Ora ci troviamo fra le mani la lama nuda. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

La lama è pulita usando la Nuguigami. La carta è appoggiata sul mune e ripiegata fino a raggiungere il tagliente da entrambi i lati.

Partendo dall’habaki, usando il dito indice ed il pollice, si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama.

Sempre nello stesso senso. Questo permette di rimuovere il vecchio olio e la polvere.

Una attenzione particolare si deve avere nella pulizia della punta o kissaki. Evitando sia la pressione che la frizione.

Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.

Per battuta stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama. Ioerazione da compiere su entrambi i lati. Partendo dal forte per giungere al kissaki.

Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’uchigo presdente sulla lama.

A questi punto è possibile ammirare e studiare la Nihonto in tutti i suoi particolari. Verificare la presenza di ruggine, difetti o altri danni.

La lama è ora pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami.

La carta è precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura.

Non troppo abbondante per evitare di sporcare l’ interno del saya. Non troppo scarsa per permettere una stesura uniforme.

La carta è passata sulla lama diverse volte per avere la certezza di avere ricoperto l’intera superficie della lama.

Per rimontare la spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Iniziamo reinserendo l’habaki e introduciamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, la tsuka.

Ora estraiamo la lama dal fodero.

Teniamo la spada per il manico con la mano sinistra. Con la lama rivolta verso l’alto battiamo sul kashira col palmo della mano destra. Questo fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.

Come conservare la spada giapponese. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Dopo aver acquistato una Nihonto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.

Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature. Usando lo Token Abura.

La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. Nel caso di foderi al loro interno sporchi e contaminati dalla ruggine è bene sostituirli. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya. Una semplice montatura di legno di magnolia.

In quest’ultima veste è preferibile far riposare la lama.

Questo perché qualora la superficie della Nihonto cominciasse ad arrugginirsi. Il fodero di legno può facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato. Usando della colla di riso. Non è possibile l’impiego di colle chimiche suk saya e sulla tsuka.

La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. É bene evitare operazioni fai da te.

Quali il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni possono aggravare la situazione perchè distorgono le geometrie della lama.  Aumentando notevolmente il lavoro del togishi.

A seguito dell’ operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Questo per la presenza di particelle di acqua nelle micro porosità dell’acciaio.

La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura.

Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.

La scelta del luogo dove conservare una Nihonto deve essere molto accurata.

Devono essere riposte in ambienti secchi.

In posizione orizzontale, questo per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki.

Entro scatole di legno o di lacca.

Non devono essere lasciate nella vicinanza di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine.

Si deve tener presente che la parte di legno della montatura richiede un minimo di umidità.

Glossario dei termini giapponesi presenti nel testo. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

  • Abura. La traduzione letterale dal giapponese è olio. Indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.

  • Forbitura. Termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.

  • Fuchi. Finitura in metallo. Posta all’estremo superiore della tsuka. É in suite con il kashira.

  • Habaki. Collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako. Al fine di fissare la lama nel fodero

  • Kashira. Finitura in metallo posta all’estremo inferiore della tsuka. É in suite con il fuchi.

  • Koi Guchi. L’imboccatura per la lama nel saya.

  • Koshirae. Il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu.

  • Kodogu. Tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama.

  • Nakago è il codolo della lama. É la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka.

  • Seppa. Rondelle che fanno da fermo alla tsuba.

  • Shirasaya. La montatura di riposo per la lama. Realizzata in legno di magnolia.

  • Tanto. Un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku. Pari a 30,3 cm.

  • Togishi. L’artigiano che realizza la forbitura della lama.

  • Tsuba. La guardia della spada giapponese.

  • Tsuka. L’impugnatura delle lame.

  • Kozuka. Il manico del kogatana.

  • Kogatana. Un piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero.

  • Kozuka hitsu. L’alloggiamento nella tsuba del kozuka.

  • Kogai. Lo spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero. Posto dalla parte opposta del kogatana.

  • Kogai hitsu. Alloggiamento nella tsuba del kogai. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione di quanto pubblicato è consentita solo con citazione della fonte e previa autorizzazione scritta. 

 

鍔 鐔 Tsuba.

 

Catalogo dei fabbri forgiatori di spade giapponesi 刀鍛冶 Katana kaji.

 

Tamahagane il metallo per forgiare le spade giapponesi.

 

Bashin Umabari o Kankyuto.

 

L’armatura e le armi del guerriero giapponese il bushi.

 

La spada giapponese Le caratteristiche delle Nihonto nel periodo Koto.

 

I samurai l’arco e la spada.

 

Katana e wakizashi le armi bianche del samurai.

 

Katana la spada giapponese Considerazioni sulle nihonto e sulle tsuba.

 

Tachi Katana e Wakisashi.

 

AURITI Giacinto – Dei samurai del bushido e dei 47 ronin.

 

Itto Ogami e il figlio Daigoro protagonisti della serie televisiva Samurai.

 

La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai.

 

Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale.

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Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa

Le ceramiche di Sumida Gawa o Sumida

Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa.

La fabbrica di ceramiche di Sumida o Sumida Gawa è attiva in Giappone dalla fine del XIX secolo.

I suoi prodotti sono oggi indicati con i nomi: Sumida o Sumida Gawa.

Altri vocaboli impiegati per indicare questa manifattura sono: Ware Poo, Banko e Asakusa Banko.

Fra tutti Ware Poo è il termine che può creare maggiore confusione. Questo perchè è il nome proprio di un vasaio cinese.  Autore e  produttore di ceramiche simili a quelle realizzate da Sumida.

Banko è una parola giapponese che serviva per indicare i souvenir venduti nella città di Tokyo.

L’attuale denominazione prende il nome da uno dei fiumi che scorrono per Tokyo. Il letto del fiume Sumida passa nelle vicinanza del distretto di Asakusa. Il luogo dove tradizionalmente sono collocate le fabbriche di ceramica operanti nella capitale del Giappone,

Questa adiacenza contribuisce ad identificare il nome del fiume con il nome della manifattura lì vicino situata.

Sia la fabbrica che le ceramiche che ha prodotto sono poco conosciute. Le scarse notizie attendibili hanno permesso l’affermarsi di dati spesso fra loro contrastanti e in parte sbagliati.

Le informazioni storiche certe sulla manifattura di Sumida sono poche.

Un riferimento è il catalogo, stampato nel 1916, dell’importatore A. A. Vantine & Co di New York.

Ove alcune pagine annoverano delle illustrazioni in bianco e nero dei pezzi della manifattura allora importati. Aggiungendo per ogni ceramica la descrizione, le dimensioni e il prezzo di vendita.

Sumida nasce dopo poco tempo l’apertura commerciale forzata del Giappone, imposta dal commodoro Matthew Calbraith Perry. Motivata dalla elevata richiesta in Europa e in America di prodotti provenienti dal Giappone.

La ceramica era prodotta per essere venduta al di fuori dei confini del paese del Sol Levante. In quei luoghi dove la moda del giapponesismo imponeva parte dell’arredo fatta con: ceramiche, avori, lacche e bronzi. Tutti di provenienza giapponese. Questo avveniva in una vera casa vittoriana. Nella quale non poteva mancare una stanza o almeno una parte della stessa dedicata all’oriente.

I manufatti cotti da questa fabbrica ceramica sono nella maggioranza di piccole dimensioni. Creati espressamente per essere esportati in Occidente. Al giorno d’oggi questi oggetti sono difficili da reperire ma, sempre facilmente identificabili.

Non può che stupire la grande varietà di forme allora in produzione e l’ironia dei decori che le ornavano, composti da figure applicate in rilievo.

Questa produzione ceramica non si riconosce con la classica ceramica giapponese. In quanto è in palese contrasto con i canoni tradizionali del Sol Levante. Le ceramiche di Sumida Gawa non presentano né il minimalismo né la delicatezza tipici dell’arte del Giappone.

Con tutta probabilità la produzione ceramica di Sumida si basa sul lavoro di tre generazioni di una singola famiglia.

Il capostipite è Inoue Ryosai ( 1828 – ? ). Seguito dal figlio Inoue Ryosai II, nato circa nel 1860, e dal nipote, Inoue Ryosai III ( 1888 – 1971 ).

Inoue Ryosai è un vasaio proveniente dalla città di Seto. Dal 1875 al 1900 lavorò a Tokyo. In questa metropoli, dalla fine degli anni novanta del XIX secolo, sviluppa uno stile personale. Questa maniera prevede l’applicazione sulla superficie dei suoi manufatti di un decoro costituito da figure umane e animali. Realizzate in rilievo. Unito all’uso di abbondante e fluente smalto.

Il figlio Inoue Ryosai II lavorò nella fornace di Tokyo.

Il nipote, Inoue Ryosai III, nel 1924, trasferì la sede della manifattura a Yokohama. In questo nuovo spazio introduce nella tavolozza dei nuovi colori, per esempio il color arancione.

Sumida conobbe il suo periodo di massimo splendore tra il 1800 e il 1920. Continuò il suo lavoro durante la seconda guerra mondiale e per un breve periodo dopo la fine delconflitto.

I tre ceramisti più importanti della manifattura di ceramiche di Sumida Gawa sono il fondatore Inoue Ryosai e gli allievi: Hara Gozan e Ishiguro Koko. Fra gli artisti attivi  alle ceramiche di Sumida Gawa sono da ricordare: Sakurai Fuji e Sezan.

Nelle ceramiche di Sumida Gawa non tutti i pezzi sono marcati.

Le firme degli autori, quando presenti, si trovano su un lato, in corrispondenza della base. Possono appaiono impresse nella pasta oppure manoscritte in caratteri squadrati di color blu. Dipinti su una placca smaltata in color bianco apposta sul pezzo.

Le ceramiche che presentano la firma di Inoue Ryosai I giunte ai niostri giorno sono poche.

Per le ceramiche di Sumida Gawa si conoscono settanta diversi marchi e le firme apposte dai ceramisti.

La produzione ceramica è costituita in prevalenza da oggetti d’uso domestico.  Abbiamo: teiere, posa ceneri e vasi.

La caratterizzata della ceramica è la pesantezza.

I prodotti il più delle volte sono smaltati con abbondanza. Tanto da provocare delle colate di smalto lungo le superfici e spesso anche delle goccioline lungo il corpo dell’oggetto.

L’argilla costituisce il materiale principale dell’oggetto ceramico. É cotta a bassa temperatura. Questa metodo ha il limite di rendere delicati i manufatti.

La forma impressa all’argilla è ottenuta con la lavorazione al tornio. In seguito completata con l’innesto di alcuni elementi decorativi tridimensionali realizzati in argilla e in porcellana.

Le forme plastiche delle ceramiche sono abilmente progettate. Queste per la metà superiore o poco meno sono parzialmente ricoperte da colate di smalto di due o più colori.

I colori degli smalti più comuni sono il: rosso arancio, il blu, il marrone, il nero, il verde, il viola e il bianco sporco.

La parte del corpo non invetriata è dipinta nei colori rosso, verde, nero e arancione.

Esistono pezzi completamente invetriati e pezzi completamente privi di smalto.

Spesso la decorazione è ispirata dall’umorismo. Realizzata con il pronunciato rilievo di scenette composte da figure umane e animali applicate.

Molte delle scene che ornano le ceramiche prodotte da Sumida Gawa descrivono delle favole appartenenti al folklore giapponese.

Lungo è elenco dei decori applicati.

Per i vegetali: bambù e diverse varietà di fiori e alberi.

Per gli animali, i più comuni sono: gli elefanti, i draghi, le tigri, i cervi, i leoni, gli orsi, volpi e i lupi.

Tutte le figure sono ambientate in paesaggi o in grotte. Queste ultime sono realizzate da fori che a volte diventavano delle maniglie. Altre volte questi incavi formano: case, montagne, laghi. Infine il più delle volte questi scenari sono delle formazioni rocciose come: cenge, massi e ripidi pendii.

Una grande varietà di generi umani abita queste ceramiche. Troviamo: contadini, samurai, donne vestite in kimono, pellegrini, funzionari governativi, bambini e rakan.

Quest’ultimo è un discepolo buddista. Caratterizzato dalle orecchie dai lunghi lobi, dalle folte sopracciglia e dalla magrezza tipica dell’asceta.

Fra tutti gli animali la scimmia vanta un posto di privilegio. Anche perchè è un animale molto spesso presente in numerosi racconti giapponesi.

Un esempio è il vaso realizzato da Inoue Ryosai I. Alto settantaquattro centimetri. Dove trecentocinquantaquattro figure di scimmia sono ambientate sulle e fra le case di un villaggio. Ora nella collezione del Museo Lightner a St. Augustine in Florida.

Un altra ceramica degna di menzione è quella realizzata da Ishiguro Koko. É ornata da cinquecento rakan. Vincitrice nel 1899 del primo premio in una mostra a Tokyo. Ora esposta al Walter Gorge Vincent Smith Art Museum a Springfield nel Massachusetts.

La complessità delle figure applicate è spesso sorprendente.

Le opere più antiche sono caratterizzate dalla ricchezza del modellato dei volti dei soggetti. In queste ceramiche il viso dei personaggi applicati è definito in ogni singolo particolare. Presenta gli occhi, le labbra, i e perfino e la lingua plasmati con accuratezzal Questo al fine di specificare con minuzia ogni singolo dettaglio.

Più tardi, forse a seguito della maggiore richiesta e della conseguente velocizzazione della produzione, tutti i particolari sono meno dettagliati ed elaborati. Riducendo una bocca in origine ricca di denti, a una sola linea.

Ancora più stupefacente è la grande ampiezza degli oggetti ceramici realizzati.

Nella produzione delle ceramiche di Sumida si possono trovare vasi in una gamma enorme di stili e forme. Porta vasi con e senza piedistallo. Vasi con coperchio e da appendere. Set per fumatori, umidificatori, barattoli per il tabacco, portacenere. Teiere, servizi da tè, caffè e cioccolata. Cesti, brocche e boccali. Le navi della fortuna. Figure di Buddha, pescatori, samurai e lottatori di sumo. Basi per lampade, brucia profumi, calamai, bugie, ornamenti da tavola, porta capelli e molto altro ancora.

Con l’approvazione della legge McKinley, dopo il 1891, per tutte le importazioni verso gli Stati Uniti d’America si deve specificare il paese d’origine. Per questa ragione alle ceramiche di Sumida è apposta una etichetta. Realizzata in carta con stampato in lingua inglese la scritta Japan oppure Made in Japan.

Questa etichetta è una vera rarità, al momento se ne conosce una sola apposta su una lampada.

Sorte analoga è riservata ai pezzi destinati Inghilterra, dove sull’etichetta è  stampata con la scritta Foreign.

Le false ceramiche di Sumida Gawa sono pochema,  esistono!

Nella maggioranza dei casi sono pezzi d’epoca con decori e colori simili a quelli usati da Sumida ma realizzati da altri ceramisti. Confusi o forzatamente attribuiti alla produzione della manifattura di Sumida.

 

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.

 

 

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I netsuke della collezione Lanfranchi

Giacinto Ubaldo Lanfranchi-IL-NETSUKE-UN-ARTE-GIAPPONESE.

I netsuke della collezione Lanfranchi

 

I netsuke della collezione creata da Giacinto Ubaldo Lanfranchi sono destinati per sua volontà testamentariaal Museo Poldi Pezzoli.

Questa decisione è presa dall’industriale di Palazzolo sull’Oglio nel 2005.

I netsuke della collezione Lanfranchi sono ora esposti in una mostra intitolata Netsuke. Sculture in palmo di mano. La raccolta Lanfranchi e opere da prestigiose collezioni internazionali. Aperta dal novembre 2008 al marzo 2009.

La collezione ora affidata al museo milanese è composta da oltre 415 oggetti.

Fra questi mancano alcuni esemplari pubblicati in quella che possiamo considerare la prima parziale catalogazione. Avvenuta del 1962. Conclusa con la pubblicazione del libro Il Netsuke, un’arte giapponese .

Alla figura del Lanfranchi collezionista riconosco un’ampia statura e una grande sensibilità. Ben più ampia di quella ora presa in considerazione che si limita al netsuke. Anche se, nell’ambito di questa collezione, a lui sono riconosciuti dei meriti che dal puro collezionismo esulano.

E’ l’autore della prima monografia in lingua italiana sull’argomento, intitolata Il Netsuke, un’arte giapponese.

Libro edito nel 1962. Un testo chiaro e ancora oggi attuale. Stampato per fare il punto sulle conoscenze acquisite e per dividerle con i collezionisti a lui contemporanei e con i futuri.

Il volume è composto da un testo pensato per poter meglio far comprendere lo spirito delle minute sculture che lui pubblicava.

Seguito dalla descrizione e illustrazione di ogni pezzo da lui selezionato e destinato ad essere introdotto nella sua raccolta.

Divide gli acquisti per: tipologia, materiale e soggetto. Su quest’ultimo, il significato del soggetto, incentra il saggio introduttivo.

Il volume si spinge sino ad analizzare la nascita dell’okimono. Spiegando le assonanze, le divergenze e le ragioni del mercato.

Questo suo contributo alla conoscenza del netsuke è ancora presente. Riproposto con la donazione della sua collezione al Museo milanese Poldi Pezzoli. Un omaggio che permette di allestire una mostra che in Italia non ha uguali.

Un evento che ha un respiro ben più ampio dei limiti territoriali italiani.

La mostra milanese è basata in prevalenza sui pezzi appartenenti alla collezione Lanfranchi. Integrata da prestiti di opere provenienti dalla collezione Trumpf ora al Linder Museum di Stoccarda e da collezionisti privati.

La mostra prosegue il desiderio collezionistico del Lanfranchi. Prendendo in considerazione, nei limiti del possibile, tutte le forme, i soggetti e i materiali usati.

Dalle sostanze più classiche. Quali: il legno, l’avorio e l’osso, Ai più inusuali: la madreperla, il corallo e l’avorio vegetale.

Coprendo un lasso di tempo che parte dal XVIII secolo e si conclude con gli okimono di tardo XIX secolo. Questo è un periodo che nella periodizzazione giapponese comprende parte del periodo Edo per giungere quasi alla fine di Meiji.

Un’esposizione che ripercorre il periodo aureo dell’arte del netsuke. Evidenziando ed escludendo dall’universo netsuke tutto ciò che non è pertinente.

 

Permettendo di chiarire i malintesi. Non trascurando gli ojime. Esposti in mostra come lo stesso Lanfranchi aveva ideato.

La mostra presenta pezzi che farebbero la gioia di qualunque direttore di museo o collezionista. Questi sono raffrontati a pezzi di qualità più usuale. In questo modo permettendo il confronto fra soggetti analoghi.

Consentendo al visitatore la possibilità di giudicare le differenze nella qualità dell’esecuzione. Il vero patrimonio conoscitivo del collezionista e del mercante.

Gli indiscussi capolavori sono ora usufruibili grazie al particolare momento in cui si è formata la collezione. Un periodo magico del mercato, difficilmente ripetibile.

Un periodo che ha visto, nelle aste internazionali, la comparsa e alienazione di pezzi provenienti da storiche collezioni straniere.

Alcuni dei netsuke esposti hanno contribuito a far nascere la storia in europea di quest’ornamento maschile.

Questo avviene perché con esattezza rintracciabili negli studi o nelle catalogazioni dei conoscitori di quest’arte degli ultimi decenni del XIX secolo.  Quando in Europa cominciarono ad arrivare dal Giappone i primi netsuke.

Avrei gradito che la scheda di ogni netsuke pubblicato sul catalogo della mostra appena conclusa al Poldi Pezzoli iniziasse riportando la descrizione scritta dal Lanfranchi.

Questa è fondamentale nel caso della Pietà in legno (1), al numero uno del catalogo della mostra milanese. Dove al Lanfranchi, collezionista avveduto, non è sfuggita l’innaturale grandezza e collocazione degli himotoshi (2).

Il netsuke raffigurante il mitico Tekkai (3), non appartenente alla collezione Lanfranchi ma, al Linder Museum.

É realizzato in corallo. La  figura mitologica ben descrive la genesi del netsuke. Dove è il soggetto che si adatta con eleganza all’andamento del ramo di corallo, non viceversa.

Questo riporta alla semplicità dei primi netsuke. Nati come dei semplici contrappesi, trovati e raccolti in natura e adattati all’uso.

Difficile soprassedere al messaggio di essenzialità trasmesso con il pezzo di tronco di bambù con ramo e foglia. <Opera firmata con kanji e sigillo di Mitsuhiro Ohara (4). Un netsuke raro e probabilmente unico.

Sempre per la qualità e rarità: il gambo di fior di loto con due granchi in legno di cachi, di scuola Mikuni (5). Il Dio della montagna dalle esagerate dimensioni (6) e la squisita eleganza della libellula posata su due pesche (7).

Quest’ultimo netsuke è realizzato in becco di tucano. Un materiale la cui naturale cromia. Questo crea inuna similitudine al Tekkai in corallo. Entrambi causano l’adattamento del soggetto del netsuke alle caratteristiche di forma e dimensione del pezzo di materiale selezionato. Permettendo di creare un insetto con il dorso del corpo e le ali colorate in rosso.

Per proseguire con il colore che dire della patina di color verde del vestito di Sesshu (8). Solo per l’intensità e la qualità diviene una pietra di paragone per tutti i futuri raffronti del collezionista esigente.

Il Lanfranchi collezionista ha fatto per il netsuke molto di più di molti addetti ai lavori. Dimostrando che solo chi tocca e vive con questi raffinati oggetti sarebbe bene che ne scrivesse. Per questo, tutta la mia stima al collezionista Lanfranchi.

 

 

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.


Note:

(1) Pietà in legno. É il numero 1 del catalogo Poldi Pezzoli.

(2) Sono i fori dove passa il cordoncino di riunione e sospensione del sagemono, gli oggetti sospesi.

(3) Tekkai è uno degli otto immortali del Taoismo. Numero 21 del catalogo Poldi Pezzoli.

(4) Calamo di bambù con ramo e foglia. Numero 140 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(5) Gambo di fior di loto. Numero 145 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(6) Dio della montagna, Numero 92 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(7) Libellula posata su due pesche, Numero 132 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(8) Sesshu Toyo, pittore. Numero 58 del catalogo del Poldi Pezzoli.