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I netsuke della collezione Lanfranchi

Giacinto Ubaldo Lanfranchi-IL-NETSUKE-UN-ARTE-GIAPPONESE.

I netsuke della collezione Lanfranchi

 

I netsuke della collezione creata da Giacinto Ubaldo Lanfranchi sono destinati per sua volontà testamentariaal Museo Poldi Pezzoli.

Questa decisione è presa dall’industriale di Palazzolo sull’Oglio nel 2005.

I netsuke della collezione Lanfranchi sono ora esposti in una mostra intitolata Netsuke. Sculture in palmo di mano. La raccolta Lanfranchi e opere da prestigiose collezioni internazionali. Aperta dal novembre 2008 al marzo 2009.

La collezione ora affidata al museo milanese è composta da oltre 415 oggetti.

Fra questi mancano alcuni esemplari pubblicati in quella che possiamo considerare la prima parziale catalogazione. Avvenuta del 1962. Conclusa con la pubblicazione del libro Il Netsuke, un’arte giapponese .

Alla figura del Lanfranchi collezionista riconosco un’ampia statura e una grande sensibilità. Ben più ampia di quella ora presa in considerazione che si limita al netsuke. Anche se, nell’ambito di questa collezione, a lui sono riconosciuti dei meriti che dal puro collezionismo esulano.

E’ l’autore della prima monografia in lingua italiana sull’argomento, intitolata Il Netsuke, un’arte giapponese.

Libro edito nel 1962. Un testo chiaro e ancora oggi attuale. Stampato per fare il punto sulle conoscenze acquisite e per dividerle con i collezionisti a lui contemporanei e con i futuri.

Il volume è composto da un testo pensato per poter meglio far comprendere lo spirito delle minute sculture che lui pubblicava.

Seguito dalla descrizione e illustrazione di ogni pezzo da lui selezionato e destinato ad essere introdotto nella sua raccolta.

Divide gli acquisti per: tipologia, materiale e soggetto. Su quest’ultimo, il significato del soggetto, incentra il saggio introduttivo.

Il volume si spinge sino ad analizzare la nascita dell’okimono. Spiegando le assonanze, le divergenze e le ragioni del mercato.

Questo suo contributo alla conoscenza del netsuke è ancora presente. Riproposto con la donazione della sua collezione al Museo milanese Poldi Pezzoli. Un omaggio che permette di allestire una mostra che in Italia non ha uguali.

Un evento che ha un respiro ben più ampio dei limiti territoriali italiani.

La mostra milanese è basata in prevalenza sui pezzi appartenenti alla collezione Lanfranchi. Integrata da prestiti di opere provenienti dalla collezione Trumpf ora al Linder Museum di Stoccarda e da collezionisti privati.

La mostra prosegue il desiderio collezionistico del Lanfranchi. Prendendo in considerazione, nei limiti del possibile, tutte le forme, i soggetti e i materiali usati.

Dalle sostanze più classiche. Quali: il legno, l’avorio e l’osso, Ai più inusuali: la madreperla, il corallo e l’avorio vegetale.

Coprendo un lasso di tempo che parte dal XVIII secolo e si conclude con gli okimono di tardo XIX secolo. Questo è un periodo che nella periodizzazione giapponese comprende parte del periodo Edo per giungere quasi alla fine di Meiji.

Un’esposizione che ripercorre il periodo aureo dell’arte del netsuke. Evidenziando ed escludendo dall’universo netsuke tutto ciò che non è pertinente.

 

Permettendo di chiarire i malintesi. Non trascurando gli ojime. Esposti in mostra come lo stesso Lanfranchi aveva ideato.

La mostra presenta pezzi che farebbero la gioia di qualunque direttore di museo o collezionista. Questi sono raffrontati a pezzi di qualità più usuale. In questo modo permettendo il confronto fra soggetti analoghi.

Consentendo al visitatore la possibilità di giudicare le differenze nella qualità dell’esecuzione. Il vero patrimonio conoscitivo del collezionista e del mercante.

Gli indiscussi capolavori sono ora usufruibili grazie al particolare momento in cui si è formata la collezione. Un periodo magico del mercato, difficilmente ripetibile.

Un periodo che ha visto, nelle aste internazionali, la comparsa e alienazione di pezzi provenienti da storiche collezioni straniere.

Alcuni dei netsuke esposti hanno contribuito a far nascere la storia in europea di quest’ornamento maschile.

Questo avviene perché con esattezza rintracciabili negli studi o nelle catalogazioni dei conoscitori di quest’arte degli ultimi decenni del XIX secolo.  Quando in Europa cominciarono ad arrivare dal Giappone i primi netsuke.

Avrei gradito che la scheda di ogni netsuke pubblicato sul catalogo della mostra appena conclusa al Poldi Pezzoli iniziasse riportando la descrizione scritta dal Lanfranchi.

Questa è fondamentale nel caso della Pietà in legno (1), al numero uno del catalogo della mostra milanese. Dove al Lanfranchi, collezionista avveduto, non è sfuggita l’innaturale grandezza e collocazione degli himotoshi (2).

Il netsuke raffigurante il mitico Tekkai (3), non appartenente alla collezione Lanfranchi ma, al Linder Museum.

É realizzato in corallo. La  figura mitologica ben descrive la genesi del netsuke. Dove è il soggetto che si adatta con eleganza all’andamento del ramo di corallo, non viceversa.

Questo riporta alla semplicità dei primi netsuke. Nati come dei semplici contrappesi, trovati e raccolti in natura e adattati all’uso.

Difficile soprassedere al messaggio di essenzialità trasmesso con il pezzo di tronco di bambù con ramo e foglia. <Opera firmata con kanji e sigillo di Mitsuhiro Ohara (4). Un netsuke raro e probabilmente unico.

Sempre per la qualità e rarità: il gambo di fior di loto con due granchi in legno di cachi, di scuola Mikuni (5). Il Dio della montagna dalle esagerate dimensioni (6) e la squisita eleganza della libellula posata su due pesche (7).

Quest’ultimo netsuke è realizzato in becco di tucano. Un materiale la cui naturale cromia. Questo crea inuna similitudine al Tekkai in corallo. Entrambi causano l’adattamento del soggetto del netsuke alle caratteristiche di forma e dimensione del pezzo di materiale selezionato. Permettendo di creare un insetto con il dorso del corpo e le ali colorate in rosso.

Per proseguire con il colore che dire della patina di color verde del vestito di Sesshu (8). Solo per l’intensità e la qualità diviene una pietra di paragone per tutti i futuri raffronti del collezionista esigente.

Il Lanfranchi collezionista ha fatto per il netsuke molto di più di molti addetti ai lavori. Dimostrando che solo chi tocca e vive con questi raffinati oggetti sarebbe bene che ne scrivesse. Per questo, tutta la mia stima al collezionista Lanfranchi.

 

 

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

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Note:

(1) Pietà in legno. É il numero 1 del catalogo Poldi Pezzoli.

(2) Sono i fori dove passa il cordoncino di riunione e sospensione del sagemono, gli oggetti sospesi.

(3) Tekkai è uno degli otto immortali del Taoismo. Numero 21 del catalogo Poldi Pezzoli.

(4) Calamo di bambù con ramo e foglia. Numero 140 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(5) Gambo di fior di loto. Numero 145 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(6) Dio della montagna, Numero 92 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(7) Libellula posata su due pesche, Numero 132 del catalogo del Poldi Pezzoli.

(8) Sesshu Toyo, pittore. Numero 58 del catalogo del Poldi Pezzoli.

 

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Galli e galline nella tradizione giapponese

Galli e Galline
Galli e galline nella tradizione giapponese.

Galli e galline assumono un ruolo articolato nella tradizione giapponese.

I galli e le galline sono gli attori di molte credenze della tradizione giapponese e di numerose raffigurazioni nell’arte.

Numerosi importanti artisti, di tutti i tempi, hanno raffigurato questi animali nelle loro opere.
In questi lavori compaiono come esseri viventi. Dotati di una vita propria. Degni del ruolo di soggetto dell’opera.

Il gallo è un animale coraggioso e dal buon carattere.

Generoso, perché si priva del cibo a favore delle galline, ma questo non basta a spiegare una cosi assidua presenza di polli.

Lo si incontra nelle credenze popolari.

Dove si pensa che con le piume di color bianco abbia la capacità di allontanare le figure dei morti. Con le piume rosse abbia il potere di proteggere dal fuoco.

Il gallo trova spazio fra i dodici animali che formano lo zodiaco giapponese.

In astrologia, non si fa distinzione e si può trovare, con uguale significato, sia l’uno, il gallo che l’altra, la gallina.
Se si appartiene a questo segno, un astrologo giapponese, individua nel coniglio l’elemento opposto.
Inoltre definirebbe una persona nata in questo periodo come: precisa, organizzata, decisa, sincera e capace a maneggiare il denaro. Forse, anche la positività di queste caratteristiche, aiuta a rafforzare la giapponese propensione verso il volatile.

Nella suddivisione stagionale dell’anno, identifica il periodo che comprende la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

In questa veste è effigiato assieme al fiore della peonia.
Simboleggiando l’annuncio della nuova stagione e augurando un anno felice.

Questa illustrazione conferisce all’animale il ruolo di portatore di bene.

Una funzione che può motivare la sua comparsa fra i Mon. Dove è raffigurato racchiuso in una forma circolare.

Il gallo trova corrispondenza anche con i mesi.

In poesia, quando i versi lo raffigurato all’aurora, fra salici piangenti, alludere al secondo mese dell’anno.
In pittura, rappresenta il terzo mese. Periodo durante il quale si svolgevano i combattimenti fra galli. Per lungo tempo una apprezzata forma di spettacolo.
La raffigurazione in queste cruente scene di lotta conferisce alla figura del gallo l’identificazione con la forza fisica e il coraggio. Questi quadri sono caratterizzati dalla raffigurazione degli speroni in forma molto sviluppata. A rappresentare il valoroso guerriero.

Non poteva mancare nell’antico metodo di misura del tempo giornaliero.

Dove rappresenta la sesta ora della sera. Dalle diciassette alle diciannove.

E’ animale sacro.

Per questo presente presso la corte imperiale e nei santuari shintoisti.
In questi luoghi sono rinchiusi nei recinti o liberi di passeggiare. Svolgono l’importante compito simbolico di risvegliare, con il loro canto, ogni mattina, il sole. Annunciando il suo sorgere.

La raffigurazione del gallo che canta è frequente nell’arte giapponese.

Una decorazione che allude a un appello rivolto agli Dei. Con il fine di scongiurare la sorte avversa e propiziare per l’uscita dalle tenebre. Qui l’animale si identifica con una simbolica manifestazione di luce che trova giustificazione nel mitologico canto congiunto fra Dei e gallo. Intonato per convincere la Dea Amaterasu ad uscire dalla caverna dove si era nascosta.

Il canto del gallo non è da meno. L’italiano “chicchiricchi”  si tramuta nel giapponese “kokekokko”.

La differenza è ben più sostanziale. Se il nostrano canto può durare dai tre ai quattro secondi. Quello di un gallo giapponese, dopo una accurata selezione, ha modificato il tono e la durata. Il primo diventando molto dolce e il secondo arrivando ai venti secondi.

Di galli dal lungo canto giapponesi, al momento, ne esistono quattro razze.

Conosciute con i nomi: Totenko, Tomaru, Minohiki e Koeyoshi.

In Giappone, presumibilmente dalla metà del periodo Edo, era allevata una razza di galli ornamentali caratterizzata dalla crescita continua delle penne della coda.

Nel maschio in casi fortunati può raggiungere la lunghezza di oltre otto metri.
Questi allevatori erano cosi apprezzati da essere esenti da tasse.
Le penne erano usate per decorate gli elmi e le aste delle lance.
Di questa razza non sono chiare le origini. Gli standard di purezza risalgono al periodo Taisho.
É ancora allevata, ma le grosse difficoltà la rendono rara e costosa.
Mi rimane un solo dubbio. Il gallo giapponese depone le uova ?.

 

 

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Tachi Katana e Wakisashi

La spada giapponese è un'arma e una creazione d'arte frutto della mentalità e della tradizione degli abitanti delle isole del Giappone

Tachi Katana e Wakisashi Le caratteristiche. L’evoluzione ed l’estetica

Tachi Katana e Wakisashi. Queste NihonTo sono l’argomento trattato nella conferenza intitolata Katana la spada giapponese.

Tenuta da Luca Piatti, domenica 5 marzo 2017. Presso Yamato Associazione culturale giapponese a Casale Monferrato, Alessandria.

 

La katana è l’arma giapponese più conosciuta. La Lama che per tutti noi è identificativa della figura del samurai.
Immedesimazione avvalorata dalla letteratura, dal cinema e dai fumetti giapponesi, i manga.
I samurai erano un gruppo sociale chiuso. Caratterizzato da specifiche norme di comportamento e da un ruolo predeterminato.

La katana è una NihonTō.

Quest’ultimo è una parola della lingua giapponese. Formata da Nihon che significa Giappone e Tō lama.
NihonTō definisce le lame forgiate in Giappone con la tecnica tradizionale.
Aggiungo subito una considerazione. Lo studio della storia, della tecnica costruttiva, del maneggio delle NihonTō è lungo e complesso,. Può diventare un vero e proprio percorso di vita. Al fine del quale nessuno potrà mai avere la presunzione di aver capito tutto.

Se la katana è la NihonTō più conosciuta, non è l’unica. Ci sono la tachi e la wakizashi e altre che in questa sede non prenderemo in considerazione.

Tachi, katana e wakisashi si distinguono anche in base alla lunghezza della lama, detta nagasa o ha watari.

Quest’ultima, in Giappone, è ancor ora calcolata in shaku.
Una antica unità di misura di lunghezza giapponese che, dal 1891, corrisponde a 30,3 centimetri.

Uno shaku equivale a 10 sun e a 100 bū.
La  tachi e la katana misurano più di due shaku La wakisashi misura più di uno shaku.

Per completezza, bisogna introdurre il tanto che è un coltello con la lama che misura meno di uno shaku.

La tachi è una spada portata appesa al fianco sinistro dell’armatura, la yoroi.

Il filo di taglio è rivolto verso il terreno. La curvatura della lama collocata verso il codolo.

É usata da un guerriero a cavallo contro un soldato appiedato.

La katana è una spada portata infilata nella cintura di chiusura dell’abito, la obi. Con il filo di taglio disposto verso il cielo.

La curvatura della lama è situata verso la punta. É impiegata in duello fra persone appiedate.

La tachi è l’arma dominante dalla fine del periodo Heian fino al primo Muromachi.

É una lama caratterizzata da una forte curvatura e una lunghezza compresa fra i 65 e i 70 cm. Se molto più lunga si chiama nodachi.
Passando da una forma intermedia, chiamata uchigatana, evolve verso la più nota katana.
Quest’ultima, ha una lunghezza attorno ai 70 cm ed è destinata a diventare la spada più diffusa in Giappone.
Sostituendo, in combattimento, la tachi a metà del periodo Muromachi, attorno al 1480.
In questo periodo, molte tachi, sino accorciate. Operazione attuata per adeguare la loro curvatura a quella della katana.
Questo intervento è effettuato nel codolo e si chiama suriagè.

La wakisashi è una spada con una lunghezza compresa fra i 30,3 e i 59,0 cm. Si porta affiancata alla katana. Infilata nell’obi, con il filo verso alto.

Fino alla fine del periodo Edo la katana e la wakisashi sono portate assieme. Formano il daishō, l’emblema dell’appartenenza alla classe dei samurai. 
Il periodo Edo è un lasso di tempo che inizia nel 1603 e si conclude nel 1868.
Dopo il 1868 è proibito per legge ai samurai di usare in pubblico il daishō.
La proibizione avviene con la proclamazione, in tempi diversi, dei tre editti di Haitorei,

 

Una NihonTō è contemporaneamente una raffinata forma artistica giapponese, tipica degli abitanti delle isole del Giappone e una terribile arma perché estremamente efficiente in combattimento. Una funzionalità amplificata dall’uso di una tecnica di scherma molto efficace.

Osservare una lama giapponese fa nascere sensazioni contrastanti. Quali la potenza, la paura, la bellezza e la meraviglia.
E’ lecito chiedersi cosa agli occhi del popolo giapponese ci può essere d’artistico in una lama, tanto da poter parlare di Token Bijutsu.
Un termine che tradotto significa Lame d’arte.

Per questo riconoscimento al primo punto si pongono le rigorose geometrie che costituiscono la lama. Formata dalla sezione di forme circolari o paraboliche.

Questa caratteristica è ben evidente nel kissaki, la punta della lama. Dove il fukura e il ko shinogi sono collegati fra loro da un ferreo rapporto geometrico.
Il fukura è la parte del filo di taglio appartenente alla punta della spada. Il ko shinogi è la linea diagonale che separa il kissaki dallo shinogi ji. Raccordando il shinogi con il mune.
Questo lo dico anche per avvalorare la mia iniziale considerazione sulle difficoltà nello studio delle lame giapponesi.

Al secondo punto per la definizione del valore artistico di una lama poniamo la tecnica di lavorazione del metallo che genera due forme decorative indipendenti.

La prima si ottiene con la ripiegatura del metallo che produce il primo elemento decorativo chiamato hada.
Formato da un assieme di righe o disegni presenti sulla superficie della lama. Si presentano di colore diverso rispetto al colore di fondo e dipendono dalla tecnica di forgiatura dello spadaio.
Gli hada più comuni sono il mokume, quando il decoro della superficie ha un aspetto simile agli anelli di crescita degli alberi. É anche l’hada più diffuso.
Segue l’itame. Una variante del precedente. Caratterizzata da anelli di crescita fra loro regolari.
Abbiamo poi il masame. Quando le linee diritte sono predominanti.

Mokume, itame e masame sono i tre hada di base ma, non esauriscono il vasto panorama delle possibilità.

Un’accenno al ayasugi. Un hada dove il disegno raffigurato ricorda le onde del mare. La sua presenza sulla lama permette l’attribuzione alla scuola di Gassan, sita nella città di Osaka.
Il secondo aspetto artistico della tecnica di lavorazione del metallo si manifesta durante l’operazione di tempra.
Questo lavoro fa nascere gli hataraki o le attività sull’acciaio. Questi costituiscono gli attributi estetici propri delle lame.
Sono delle formazioni cristalline di acciaio che differiscono dal contesto in cui sono collocate.
Creano sulla superficie del metallo particolari disegni. Questi derivano dal modo in cui il fabbro ha disposto sulla lama la mistura di argilla e cenere detta yakiba tsuchi.

Gli hataraki sono la firma irripetibile dello spadaio o della scuola.

La sensibilità artistica giapponese collega gli hataraki alla natura.
Così nella parte della lama sottoposta all’operazione di tempra, area che è chiamata yakiba, troveremo delle figure.
Queste raffigurano: Gli ashi o piedi. Gli yo o foglie. I sunagashi o increspature di sabbia. Gli hakikake che evocano l’effetto lasciato sui capelli da un colpo di spazzola. I kinsuji o linea d’oro, visibili sulla lama come una linea sottile e brillante di color nero. Gli inazuma, una linea a zig zag che evoca il fulmine. Gli uchinoke, delle piccole linee a forma di un quarto di luna. Queste sono una delle caratteristiche presenti nelle lame opera di grandi spadai. Per esempio sono visibili sulla tachi chiamata Mikazuki Mumechika.

Tutti questi hataraki e molti altri non descritti sono disposti al di sopra e al di sotto della linea di tempra, chiamata hamon.

Come si intuisce dal nome, questa linea è il risultato della operazione di tempra.

La sua forma deriva da come lo spadaio la disegna sulla lama. Tracciandola usando una mistura di cenere e argilla, la yakiba tsuchi.
Per gli hamon ci sono molteplici e complicate classificazioni.
Le principali sono:  il suguha, se diritto. Il notare, se ondulato e il gunome se composto da una successione di semicerchi. Quest’ultimi imitano la linea ondulata realizzata nell’affiancare le pedine usate nel gioco del go, le pietre.

L’hamon è composto da particelle chiamate nie e nioi. Entrambi di color bianco.

I nie sono visibili a occhio nudo.Per questa loro caratteristica sono paragonati alle stelle che brillano singolarmente in cielo.
I nioi sono punti molto più piccoli, tanto da non essere visibili a occhio nudo ma, percepibili solo come un insieme. Per questa ragione sono paragonati alla via lattea.

Le caratteristiche tecniche delle lame giapponesi sono la rigidità, l’infrangibilità e la grande capacità di taglio.

Il kote, il taglio della mano all’altezza del polso, è considerato realizzabile senza nessuna difficoltà da qualunque lama e da qualunque spadaccino.

La lama giapponese sia che sia una Tachi Katana o Wakisashi riesce a soddisfare dei requisiti fra loro in contrasto.

Questo perchè l’infrangibilità richiede un acciaio morbido e la capacità di mantenere l’affilatura richiede un acciaio duro.
Di contro un acciaio troppo duro rende la spada fragile e un acciaio troppo morbido diminuisce la capacità di taglio.

Il coesistere, nella giusta quantità, di tutte queste caratteristiche, fra loro in contrasto, è permesso dall’unico materiale costituente la lama, il tamahagane.

Un acciaio con alto contenuto di carbonio e di bassissime percentuali di zolfo e fosforo.

Il carbonio necessita in grande quantità. Perchè è l’elemento alla base della durezza del metallo.

Di contro la presenza di zolfo e fosforo dimimuisce le qualità ricercate nella lama.

La caratteristica principale di una lama giapponese risiede nella sua struttura.

Nessuna altra arma bianca al mondo è realizzata in questo modo.

Le NihonTō presentano una superficie esterna dura, chiamata kawagane, e un’anima interna, più tenera, chiamata shingane.

Il kawagane è la parte della lama che si vede, dura, rigida e affilata. Con alto contenuto di carbonio.

Formata ripiegando il metallo molte volte. Al fine di eliminare lo zolfo e il fosforo e produrre un numero di strati sovrapposti con lo scopo di rafforzare la lama.
Il metallo può essere ripiegato al massimo venti volte.
Una lama giapponese può avere un minimo di trentamila strati e un massimo di un milione di strati.
La ripiegatura permette anche la distribuzione uniforme del carbonio.

Lo shingane è inglobato nel kawagane.

È dunque la parte interna non visibile. Conferisce alla lama la necessaria elasticità.
È composta da acciaio a basso contenuto di carbonio. Questo materiale si ottiene aggiungendo del ferro al tamahagane.
Anche lo shingane è ribattuto molte volte con lo scopo di ridurne il peso.

Il kawagane si avvolge attorno allo shingane, formando lo sunobe, una barra in metallo a sezione rettangolare.

Questa barra, in seguito, è lavorata a caldo e a martello. In porzioni di circa quindici centimetri, a formare la forma della lama.

Sempre a martello si sagomerà il lato del tagliente.

Per ultimo, al sunobe, è tagliato, ad una estremità, un pezzo di metallo di forma triangolare. Questo per realizzare il kissaki.

A questo punto la lama è pronta per essere sottoposta all’operazione di tempra.
Una lama giapponese è frutto del lavoro dello spadaio, il kajishi e del forbitore, il tojishi. Quest’ultimo ha il compito di evidenziare sulla lama tutte le sue caratteristiche estetiche.
Sulla lama forbita è realizzato l’habaki. Un elemento in metallo che permette il fermo della lama entro il fodero.
Sempre sulla lama si reallizza la shirasaya. Una montatura in legno di magnolia pensata per conservare la lama.

In Giappone, si usa classificare le NihonTō in base all’epoca di forgia.

Le lame più antiche, quelle realizzate fino al medio periodo Heian, il 987, sono chiamate jokoto. Queste sono lame diritte.
Le lame forgiate dal 987 al 1596 sono chiamate koto, le vecchie lame.
Dal 1596 al 1781 sono chiamate shinto, le nuove lame.
Dal 1781 al 1876 sono chiamate shinshinto, le nuove nuove lame.
Il 1876 è l’anno di proclamazione del terzo editto di Haitorei. Dopo il 1876 troviamo le gendaito.
Tachi Katana e Wakisashi sono le NihonTo più conosciute e collezionate. Tutte necessitano di precauzioni e cure.