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Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono

Kottoya antiquariato giapponese Luca Piatti netsuke sennin

Perdita d’importanza del netsukè e affermazione dell’okimono

Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.

 

Il netsukè è un oggetto indossato con il compito di fissare i vari sagemono all’obi del kimono maschile.

Per questa ragione non può essere di dimensioni eccessive. Queste andrebbero a discapito della portabilità.

Deve essere privo di parti sporgenti che avrebbero l’inconveniente di impigliarsi nell’abito.

Per evitare quest’ultimo fastidio, era molto importante la forma geometrica del manufatto.

Questa, per i pezzi più antichi, è caratterizzata da un contorno triangolare.

Una caratteristica che, nel tempo e per svariate ragioni, è andata modificandosi. Affermando un perimetro ovale.

La traduzione del termine giapponese netsukè  è oggetto fissato, tsuké, all’estremità, ne, di una corda.

Quest’ultima passa entro due fori, chiamati himotoshi. Questi sono posti in punti ben studiati.

Tanto da non essere immediatamente visibili o, aumentandone di molto il valore, entro gli spazi vuoti della modellazione della figura.

I giapponesi e i collezioni più esperti preferiscono i netsukè realizzati in legno.

I collezionisti alle prime armi, il più delle volte, rivolgono il loro interesse verso quelli in avorio.

Più rari sono i netsukè realizzati usando materiali diversi dal legno e dall’avorio.

Questi netsukè sono di lacca. metallo. osso. denti d’animale. corno. pietre semi preziose. corallo e conchiglie.

A questo elenco necessita aggiungere tutto ciò che per una qualsiasi ragione può attirare l’attenzione di un netsukè-shi o del suo committente.

Può succedere che un netsukè sia composto da materiali diversi o con intarsi di altri materiali.

La produzione del netsukè diviene nel XVI secolo un arte indipendente.

Quest’ultimi sono pezzi molto difficili da reperire. Il mercato antiquario offre, in genere, manufatti databili dalla la fine del XVIII secolo, del XIX e del XX secolo.

La produzione ottocentesca, soprattutto quella della seconda metà del secolo, palesa un allontanamento dall’originale concetto di netsukè.

Questo distacco, agli occhi dei più puri e esigenti, fra mercanti e collezionisti, è identificata come una vera e propria decadenza.

Caratterizzata da una esasperata perfezione tecnica e una sofisticata estetica.

E’ in quest’ultimi esemplari che compare la firma dell’autore, mai presente in pezzi del XVII secolo e precedenti.

Gli esemplari più antichi sono caratterizzati

  • dalla mancanza della firma dell’autore.

  • da una rozzezza dì esecuzione.

  • dalla eccessiva semplicitàà

  • dal palesare degli influssi derivanti dalla cultura cinese.

 

Alla perdita d’importanza del netsukè consegue l’affermazione dell’okimono.

Gli okimono sono delle statue di piccole dimensioni oppure dei gruppi di figure. Entrambe hanno solo funzione decorativa.

In Giappone la produzione degli okimono inizia quando questo paese cominciò ad aprirsi alle influenze della cultura occidentale.

Un periodo che possiamo far coincidere con l’ingresso delle navi nere del Commodoro Perry. Siamo nel 1853.

Gli okimono sono prodotti prevalentemente per soddisfare le richieste dei compratori esteri. Questo non esclude la presenza di acquirenti giapponesi.

Questi manufatti sono esposti e apprezzati nella Esposizione mondiale e industriale di Vienna del 1871,

Successivamente a New York e a Philadelphia del 1876- Poi a Parigi del 1878, 79 e 1900, Amsterdam del 1883, Chicago del 1893 e Londra del 1910.

In tutte queste esposizioni l’arte giapponese si presenta esponendo i suoi gruppi in avorio bianchi come neve.

Questi sono molto apprezzati sia dal pubblico che dalla critica. Molti articoli pieni di entusiasmo comparvero sulla stampa dell’epoca.

Gli okimono interessavano scrittori, artisti, critici, mercanti e collezionisti. Creando un vero movimento culturale e introducendo nel mercato dell’arte le opere prodotte in Giappone.

Manifestazioni analoghe avvengono anche in Giappone, con la Naikoko Kangyo Hakurankai che si tenne a Tokyo nel 1877, 1881, 1890, a Kyoto nel 1895 e a Osaka nel 1903.

I soggetti più popolari per gli okimono sono i Shishi Fukujin, i sette dei della fortuna, e fra tutti, i favoriti diventano Hotei e Daikoku.

Comune è anche la raffigurazione della Takarabune, la barca con a bordo i sette dei saggi.

Altri soggetti sono i samurai, raffigurati singolarmente o in scene di duello.

I Sennin, a raffigurare la persona che ha raggiunto l’immortalità.

Varie figure buddiste come Daruma o i Rakan, Futen, il dio del vento.

Da ultimo gli Oni, i diavoli. Sempre rappresentati con senso dell’umorismo, muscolosi e con viso grottesco, mostruoso e innaturale.

Il periodo di nascita e affermazione degli okimono è fra il 1860 e il 1900. Queste composizioniraffigurano, in preferenza, scene di vita domestica o agricola, pescatori e bambini. Più rari sono le raffigurazioni di uccelli, animali e fiori.

E’ durante questo periodo che si assiste a un notevole cambiamento negli usi del popolo giapponese.

Questo è molto evidente nell’abbigliamento, dove quello tradizionale comincia a lasciare il posto a quello occidentale, caratterizzato da tasche.

In contemporanea, si assiste all’introduzione delle sigarette che iniziano a rendere obsolete le borse da tabacco.

Gli okimono erano realizzati ad opera degli stessi fabbricanti di netsukè, chiamati netsukè-shi.

Anche per questa ragione possono essere considerati un evoluzione del netsukè.

Un elemento che andava perdendo la sua utilità e dunque la sua commerciabilità.

Il legno e avorio sono i materiali principali per la realizzazione dei netsukè, lo sono anche per gli okimono.

Col tempo l’uso del legno è sempre più diminuito a favore dell’uso dell’avorio. Il legno, usato in svariate essenze, poteva venire tinto e lucidato.

Gli okimono più preziosi sono realizzati con l’avorio d’elefante e  si presentano bianchi come la neve.

Sono prodotti, verso la fine del XIX secolo, dalla scuola di Tokyo. Sono opera di autori quali: Ishikawa Komei e Yoshida Homei.

Sino realizzati partendo da materiale proveniente dalle parti più pregiate delle zanne.

Il più delle volte sono caratterizzati dalla presenza nella composizione di piccoli elementi, come: pipe, attrezzi da lavoro, frecce e cosi via.

Ai fini dell’integrità della scultura necessita che tutte queste piccole parti non sono non state perse e rimesse. Per avere questa certezza è bene controllare le proporzioni. Analizzare le differenze nel colore, nel materiale e nella qualità d’esecuzione.

L’avorio proveniva in Giappone dall’India, dal Siam e dalla Cambogia. Solo una piccola parte, per mezzo di commercianti cinesi e arabi, arrivava dall’Africa.

Questo lungo tragitto lo faceva diventare una materia prima cara e preziosa e per questa ragione l’avorio è sempre lavorato con molta attenzione.

Gli artisti che usavano la parte migliore della zanna usualmente rivendevano gli scarti ad altri colleghi.

La sagoma delle sculture palesa questa caratteristica di oculatezza nell’uso.

La partenza avviene da un pezzo d’avorio ben conforme al soggetto che si pensava di realizzare.

Con questa logica si giustifica la forma triangolare dei primi netsukè.

Questo perché la materia prima di partenza è una scheggia di zanna. Una forma che ben si adatta alla struttura del pezzo.

Sempre per riutilizzare e ottimizzare gli scarti nascono gli okimono realizzati unendo avorio e legno, oppure avorio e metallo. In questi casi l’avorio è usato per realizzare la testa e i piedi. É questa un’affermazione con molte deroghe.

 

 

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Nell’immagine. Un netsukè scolpito nel XVIII secolo. Raffigura un Sennin. Questo è un asceta a cui erano riconosciute facoltà magiche. É ritratto con la parte superiore del vestito ricoperta di foglie e con un cesto fra le mani.

Questo Sennin è prodotto quando le motivazioni che hanno imposto la perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono non erano ancora manifeste.

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Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

Il testo descrive le precauzioni e le da prestare a una lama giapponese. Segue il manuale pubblicato dalla Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai. NBTHK. É tradotto dall’originale in lingua giapponese. Sulla pubblicazione si sono opereate delle aggiunte.

Il popolo giapponese considera le Nihonto una una forma d’arte. Un tesoro nazionale da conservare e preservare. Questo al fine di poter portare rispetto agli avi. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Le Nihonto sono le lame prodotte in Giappone. Tutte solo realizzate seguendo la tecnica tradizionale. Fra queste la spada giapponese è la rappresentativa.

Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela.

Chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama da graffi e dalla ruggine.

 

Per conservare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae. Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto.

É norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero o kojiri. Tenendo saldamente il saya. Questo per evitare le cadute accidentali.

 

Per trasportare una Nihonto. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno.

Il fodero o saya è assicurato dalla sola mano destra. 

La tsuka o manico è rivolto verso alto. La lama è diretta verso il basso. Questo metodo mira a previene pericolosi incidenti.

 

Per estrarre la spada dal fodero.

Per sfoderare la spada dal sacchetto in tessuto o dal saya si deve tenere la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.

La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto.

Il palmo della mano sinistra è rivolto verso l’alto e tiene saldamente il saya. La mano destra stringe lo tsuka.

A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki.

Se questo è ben serrato con il koiguchi necessita molta cautela. Questo per evitare di danneggiare l’apertura del fodero.

Assolutamente sono da evitare movimenti repentini. Probabile causa di ferite.

Sboccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero. Curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.

 

Per reinserire la spada dal fodero. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Analogamente all’operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra.

Con molta attenzione si posa il dorso della punta della lama nella parte inferiore del koiguchi. La punta della lama si chiama kissaki.

Si allinea il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto.

Con lentezza si reintroduce la spada nel saya. In fine con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.

 

Manutenzione. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Una lama giapponese necessita di costanti cure. Questo al fine di impedire l’ossidazione della superficie del materiale costituente la lama.

Strumenti per la manutenzione:

  • Mekuginuki. Simile a un piccolo martello. Serve per estrarre il mekugi. Il perno che serve a unire la lama al manico. Il mekugi è in bambù o più raramente in metallo.

  • Uchiko. É una polvere di color bianco. É composta dello stesso materiale dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Per l’uso è avvolta in della carta chiamata Yoshinogami. Poi  riavvolta entro una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Con questo cartoccio si colpisce la lama su tutta la sua superfice. Per impatto la polvere attraversa i rivestimenti. Depositandosi su tutta la superficie metallica della lama. La polvere di Uchiko è elimata con della carta sottile.

  • Token Abura. Termine giapponese che si traduce in olio di choji. Un liquido di colore paglierino. Serve per proteggere la lama dalla ruggine

  • Aburagami è una carta molto leggera. Permette di depositare il Token abura sulla superficie della lama.

  • Niguigami è una carta molto spessa e morbida. Usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco e la polvere. Il passaggio della Niguigami asciuga anche la superficie dalla lama.

É buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili. Questo per evitare che dei residui di polvere o di materiale di durezza elevata siano depositati sulla carta per detergere o per dare l’olio. Queste impurità sono la causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.

Come avviene la manutenzione della spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi. Questa operazione permettere la rimozione dell’impugnatura o tsuka.

L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra. Serrandola con il palmo. Tenedo il mune rivolto verso sinistra. Di conseguenza il taglio è a destra.

La mano destra stretta a pugno picchia sulla sinistra.

I primi colpi devono essere leggeri. Questo per saggiare il fissaggio. Gli altri sono regolati di conseguenza.

Quando il codolo è libero, la lama è estratta con la mano destra.

Due precauzioni.

La prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo.

La seconda è per lame con corto nakago. Un tanto potrebbe fuori uscire al primo leggero colpo. Creando una pericolosa situazione.

Se presenti si levano le seppa e la tsuba. Giungendo all’habaki. Quest’ultimo è rimosso usando i pollici e gli indici di entrambi le mani.

Se oppone resistenza è rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno. Prima, per protezione, necessita averlo avvolto con uno straccio. 

Ora ci troviamo fra le mani la lama nuda. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

La lama è pulita usando la Nuguigami. La carta è appoggiata sul mune e ripiegata fino a raggiungere il tagliente da entrambi i lati.

Partendo dall’habaki, usando il dito indice ed il pollice, si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama.

Sempre nello stesso senso. Questo permette di rimuovere il vecchio olio e la polvere.

Una attenzione particolare si deve avere nella pulizia della punta o kissaki. Evitando sia la pressione che la frizione.

Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.

Per battuta stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama. Ioerazione da compiere su entrambi i lati. Partendo dal forte per giungere al kissaki.

Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’uchigo presdente sulla lama.

A questi punto è possibile ammirare e studiare la Nihonto in tutti i suoi particolari. Verificare la presenza di ruggine, difetti o altri danni.

La lama è ora pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami.

La carta è precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura.

Non troppo abbondante per evitare di sporcare l’ interno del saya. Non troppo scarsa per permettere una stesura uniforme.

La carta è passata sulla lama diverse volte per avere la certezza di avere ricoperto l’intera superficie della lama.

Per rimontare la spada. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Iniziamo reinserendo l’habaki e introduciamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, la tsuka.

Ora estraiamo la lama dal fodero.

Teniamo la spada per il manico con la mano sinistra. Con la lama rivolta verso l’alto battiamo sul kashira col palmo della mano destra. Questo fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.

Come conservare la spada giapponese. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Dopo aver acquistato una Nihonto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.

Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature. Usando lo Token Abura.

La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. Nel caso di foderi al loro interno sporchi e contaminati dalla ruggine è bene sostituirli. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya. Una semplice montatura di legno di magnolia.

In quest’ultima veste è preferibile far riposare la lama.

Questo perché qualora la superficie della Nihonto cominciasse ad arrugginirsi. Il fodero di legno può facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato. Usando della colla di riso. Non è possibile l’impiego di colle chimiche suk saya e sulla tsuka.

La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. É bene evitare operazioni fai da te.

Quali il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni possono aggravare la situazione perchè distorgono le geometrie della lama.  Aumentando notevolmente il lavoro del togishi.

A seguito dell’ operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

Questo per la presenza di particelle di acqua nelle micro porosità dell’acciaio.

La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura.

Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.

La scelta del luogo dove conservare una Nihonto deve essere molto accurata.

Devono essere riposte in ambienti secchi.

In posizione orizzontale, questo per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki.

Entro scatole di legno o di lacca.

Non devono essere lasciate nella vicinanza di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine.

Si deve tener presente che la parte di legno della montatura richiede un minimo di umidità.

Glossario dei termini giapponesi presenti nel testo. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

  • Abura. La traduzione letterale dal giapponese è olio. Indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.

  • Forbitura. Termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.

  • Fuchi. Finitura in metallo. Posta all’estremo superiore della tsuka. É in suite con il kashira.

  • Habaki. Collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako. Al fine di fissare la lama nel fodero

  • Kashira. Finitura in metallo posta all’estremo inferiore della tsuka. É in suite con il fuchi.

  • Koi Guchi. L’imboccatura per la lama nel saya.

  • Koshirae. Il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu.

  • Kodogu. Tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama.

  • Nakago è il codolo della lama. É la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka.

  • Seppa. Rondelle che fanno da fermo alla tsuba.

  • Shirasaya. La montatura di riposo per la lama. Realizzata in legno di magnolia.

  • Tanto. Un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku. Pari a 30,3 cm.

  • Togishi. L’artigiano che realizza la forbitura della lama.

  • Tsuba. La guardia della spada giapponese.

  • Tsuka. L’impugnatura delle lame.

  • Kozuka. Il manico del kogatana.

  • Kogatana. Un piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero.

  • Kozuka hitsu. L’alloggiamento nella tsuba del kozuka.

  • Kogai. Lo spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero. Posto dalla parte opposta del kogatana.

  • Kogai hitsu. Alloggiamento nella tsuba del kogai. Precauzioni e cure da prestare a una lama giapponese.

 

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鍔 鐔 Tsuba.

 

Catalogo dei fabbri forgiatori di spade giapponesi 刀鍛冶 Katana kaji.

 

Tamahagane il metallo per forgiare le spade giapponesi.

 

Bashin Umabari o Kankyuto.

 

L’armatura e le armi del guerriero giapponese il bushi.

 

La spada giapponese Le caratteristiche delle Nihonto nel periodo Koto.

 

I samurai l’arco e la spada.

 

Katana e wakizashi le armi bianche del samurai.

 

Katana la spada giapponese Considerazioni sulle nihonto e sulle tsuba.

 

Tachi Katana e Wakisashi.

 

AURITI Giacinto – Dei samurai del bushido e dei 47 ronin.

 

Itto Ogami e il figlio Daigoro protagonisti della serie televisiva Samurai.

 

La Neofinetia falcata l’orchidea del samurai.

 

Una cerimonia di harakiri descritta da Lord Redesdale.

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Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa

Le ceramiche di Sumida Gawa o Sumida

Le ceramiche di Sumida o Sumida Gawa.

La fabbrica di ceramiche di Sumida o Sumida Gawa è attiva in Giappone dalla fine del XIX secolo.

I suoi prodotti sono oggi indicati con i nomi: Sumida o Sumida Gawa.

Altri vocaboli impiegati per indicare questa manifattura sono: Ware Poo, Banko e Asakusa Banko.

Fra tutti Ware Poo è il termine che può creare maggiore confusione. Questo perchè è il nome proprio di un vasaio cinese.  Autore e  produttore di ceramiche simili a quelle realizzate da Sumida.

Banko è una parola giapponese che serviva per indicare i souvenir venduti nella città di Tokyo.

L’attuale denominazione prende il nome da uno dei fiumi che scorrono per Tokyo. Il letto del fiume Sumida passa nelle vicinanza del distretto di Asakusa. Il luogo dove tradizionalmente sono collocate le fabbriche di ceramica operanti nella capitale del Giappone,

Questa adiacenza contribuisce ad identificare il nome del fiume con il nome della manifattura lì vicino situata.

Sia la fabbrica che le ceramiche che ha prodotto sono poco conosciute. Le scarse notizie attendibili hanno permesso l’affermarsi di dati spesso fra loro contrastanti e in parte sbagliati.

Le informazioni storiche certe sulla manifattura di Sumida sono poche.

Un riferimento è il catalogo, stampato nel 1916, dell’importatore A. A. Vantine & Co di New York.

Ove alcune pagine annoverano delle illustrazioni in bianco e nero dei pezzi della manifattura allora importati. Aggiungendo per ogni ceramica la descrizione, le dimensioni e il prezzo di vendita.

Sumida nasce dopo poco tempo l’apertura commerciale forzata del Giappone, imposta dal commodoro Matthew Calbraith Perry. Motivata dalla elevata richiesta in Europa e in America di prodotti provenienti dal Giappone.

La ceramica era prodotta per essere venduta al di fuori dei confini del paese del Sol Levante. In quei luoghi dove la moda del giapponesismo imponeva parte dell’arredo fatta con: ceramiche, avori, lacche e bronzi. Tutti di provenienza giapponese. Questo avveniva in una vera casa vittoriana. Nella quale non poteva mancare una stanza o almeno una parte della stessa dedicata all’oriente.

I manufatti cotti da questa fabbrica ceramica sono nella maggioranza di piccole dimensioni. Creati espressamente per essere esportati in Occidente. Al giorno d’oggi questi oggetti sono difficili da reperire ma, sempre facilmente identificabili.

Non può che stupire la grande varietà di forme allora in produzione e l’ironia dei decori che le ornavano, composti da figure applicate in rilievo.

Questa produzione ceramica non si riconosce con la classica ceramica giapponese. In quanto è in palese contrasto con i canoni tradizionali del Sol Levante. Le ceramiche di Sumida Gawa non presentano né il minimalismo né la delicatezza tipici dell’arte del Giappone.

Con tutta probabilità la produzione ceramica di Sumida si basa sul lavoro di tre generazioni di una singola famiglia.

Il capostipite è Inoue Ryosai ( 1828 – ? ). Seguito dal figlio Inoue Ryosai II, nato circa nel 1860, e dal nipote, Inoue Ryosai III ( 1888 – 1971 ).

Inoue Ryosai è un vasaio proveniente dalla città di Seto. Dal 1875 al 1900 lavorò a Tokyo. In questa metropoli, dalla fine degli anni novanta del XIX secolo, sviluppa uno stile personale. Questa maniera prevede l’applicazione sulla superficie dei suoi manufatti di un decoro costituito da figure umane e animali. Realizzate in rilievo. Unito all’uso di abbondante e fluente smalto.

Il figlio Inoue Ryosai II lavorò nella fornace di Tokyo.

Il nipote, Inoue Ryosai III, nel 1924, trasferì la sede della manifattura a Yokohama. In questo nuovo spazio introduce nella tavolozza dei nuovi colori, per esempio il color arancione.

Sumida conobbe il suo periodo di massimo splendore tra il 1800 e il 1920. Continuò il suo lavoro durante la seconda guerra mondiale e per un breve periodo dopo la fine delconflitto.

I tre ceramisti più importanti della manifattura di ceramiche di Sumida Gawa sono il fondatore Inoue Ryosai e gli allievi: Hara Gozan e Ishiguro Koko. Fra gli artisti attivi  alle ceramiche di Sumida Gawa sono da ricordare: Sakurai Fuji e Sezan.

Nelle ceramiche di Sumida Gawa non tutti i pezzi sono marcati.

Le firme degli autori, quando presenti, si trovano su un lato, in corrispondenza della base. Possono appaiono impresse nella pasta oppure manoscritte in caratteri squadrati di color blu. Dipinti su una placca smaltata in color bianco apposta sul pezzo.

Le ceramiche che presentano la firma di Inoue Ryosai I giunte ai niostri giorno sono poche.

Per le ceramiche di Sumida Gawa si conoscono settanta diversi marchi e le firme apposte dai ceramisti.

La produzione ceramica è costituita in prevalenza da oggetti d’uso domestico.  Abbiamo: teiere, posa ceneri e vasi.

La caratterizzata della ceramica è la pesantezza.

I prodotti il più delle volte sono smaltati con abbondanza. Tanto da provocare delle colate di smalto lungo le superfici e spesso anche delle goccioline lungo il corpo dell’oggetto.

L’argilla costituisce il materiale principale dell’oggetto ceramico. É cotta a bassa temperatura. Questa metodo ha il limite di rendere delicati i manufatti.

La forma impressa all’argilla è ottenuta con la lavorazione al tornio. In seguito completata con l’innesto di alcuni elementi decorativi tridimensionali realizzati in argilla e in porcellana.

Le forme plastiche delle ceramiche sono abilmente progettate. Queste per la metà superiore o poco meno sono parzialmente ricoperte da colate di smalto di due o più colori.

I colori degli smalti più comuni sono il: rosso arancio, il blu, il marrone, il nero, il verde, il viola e il bianco sporco.

La parte del corpo non invetriata è dipinta nei colori rosso, verde, nero e arancione.

Esistono pezzi completamente invetriati e pezzi completamente privi di smalto.

Spesso la decorazione è ispirata dall’umorismo. Realizzata con il pronunciato rilievo di scenette composte da figure umane e animali applicate.

Molte delle scene che ornano le ceramiche prodotte da Sumida Gawa descrivono delle favole appartenenti al folklore giapponese.

Lungo è elenco dei decori applicati.

Per i vegetali: bambù e diverse varietà di fiori e alberi.

Per gli animali, i più comuni sono: gli elefanti, i draghi, le tigri, i cervi, i leoni, gli orsi, volpi e i lupi.

Tutte le figure sono ambientate in paesaggi o in grotte. Queste ultime sono realizzate da fori che a volte diventavano delle maniglie. Altre volte questi incavi formano: case, montagne, laghi. Infine il più delle volte questi scenari sono delle formazioni rocciose come: cenge, massi e ripidi pendii.

Una grande varietà di generi umani abita queste ceramiche. Troviamo: contadini, samurai, donne vestite in kimono, pellegrini, funzionari governativi, bambini e rakan.

Quest’ultimo è un discepolo buddista. Caratterizzato dalle orecchie dai lunghi lobi, dalle folte sopracciglia e dalla magrezza tipica dell’asceta.

Fra tutti gli animali la scimmia vanta un posto di privilegio. Anche perchè è un animale molto spesso presente in numerosi racconti giapponesi.

Un esempio è il vaso realizzato da Inoue Ryosai I. Alto settantaquattro centimetri. Dove trecentocinquantaquattro figure di scimmia sono ambientate sulle e fra le case di un villaggio. Ora nella collezione del Museo Lightner a St. Augustine in Florida.

Un altra ceramica degna di menzione è quella realizzata da Ishiguro Koko. É ornata da cinquecento rakan. Vincitrice nel 1899 del primo premio in una mostra a Tokyo. Ora esposta al Walter Gorge Vincent Smith Art Museum a Springfield nel Massachusetts.

La complessità delle figure applicate è spesso sorprendente.

Le opere più antiche sono caratterizzate dalla ricchezza del modellato dei volti dei soggetti. In queste ceramiche il viso dei personaggi applicati è definito in ogni singolo particolare. Presenta gli occhi, le labbra, i e perfino e la lingua plasmati con accuratezzal Questo al fine di specificare con minuzia ogni singolo dettaglio.

Più tardi, forse a seguito della maggiore richiesta e della conseguente velocizzazione della produzione, tutti i particolari sono meno dettagliati ed elaborati. Riducendo una bocca in origine ricca di denti, a una sola linea.

Ancora più stupefacente è la grande ampiezza degli oggetti ceramici realizzati.

Nella produzione delle ceramiche di Sumida si possono trovare vasi in una gamma enorme di stili e forme. Porta vasi con e senza piedistallo. Vasi con coperchio e da appendere. Set per fumatori, umidificatori, barattoli per il tabacco, portacenere. Teiere, servizi da tè, caffè e cioccolata. Cesti, brocche e boccali. Le navi della fortuna. Figure di Buddha, pescatori, samurai e lottatori di sumo. Basi per lampade, brucia profumi, calamai, bugie, ornamenti da tavola, porta capelli e molto altro ancora.

Con l’approvazione della legge McKinley, dopo il 1891, per tutte le importazioni verso gli Stati Uniti d’America si deve specificare il paese d’origine. Per questa ragione alle ceramiche di Sumida è apposta una etichetta. Realizzata in carta con stampato in lingua inglese la scritta Japan oppure Made in Japan.

Questa etichetta è una vera rarità, al momento se ne conosce una sola apposta su una lampada.

Sorte analoga è riservata ai pezzi destinati Inghilterra, dove sull’etichetta è  stampata con la scritta Foreign.

Le false ceramiche di Sumida Gawa sono pochema,  esistono!

Nella maggioranza dei casi sono pezzi d’epoca con decori e colori simili a quelli usati da Sumida ma realizzati da altri ceramisti. Confusi o forzatamente attribuiti alla produzione della manifattura di Sumida.

 

 

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

Galli e galline nella tradizione giapponese.

L’elefante e l’arte giapponese.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.

 

 

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Il tagliapietre giapponese una fiaba ambientata in Giappone

Il tagliapietre giapponese

Il tagliapietre giapponese è una fiaba ambientata in Giappone

 

Sfogliando un libro di favole, scritto da Maria Bersani e intitolato Storie di angeli a pagina 79, si trova la fiaba intitolata il tagliapietre giapponese.

Iniziamo a leggere la fiaba.

Dalla mattina alla sera, quant’era lungo il giorno, si udiva il battere cadenzato e sonoro del tagliapietre che lavorava all’angolo della strada. Il lavoro era penoso, il guadagno scarso e il piccolo giapponese, seduto per terra, curvo come un vecchio, fra tutte quelle pietre aride e bianche, sospirava spesso della sua misera condizione.

Un giorno, nel quale il sole ardeva spietato nel cielo, senza una nube e con il biancheggiare delle pietre che pareva togliere la vista, il tagliapietre, indolenzito, dopo essersi rizzato e aver asciugato il viso inondato di sudore, esclamò: vorrei essere ricco! Dev’essere bello sdraiarsi all’ombra e non dover più rompere pietre.

Non aveva ancora finito di parlare che gli apparve un vecchio monaco. Il tagliapietre fu preso dalla più viva meraviglia. La figura appena comparsa lo avvolse con uno sguardo raggiante d’amore e toccandolo leggermente gli disse: sia fatto secondo il tuo desiderio.

Il tagliapietre diventò ricco, ebbe case con ampi giardini e eleganti abiti.

Era felice, ma un giorno vide passare un daimyo. Il nobile sedeva in una portantina dorata e uno stuolo di samurai, dalle brillanti armature, armati con lunghe spade e luccicanti lance, lo circondava. Ecco uno più felice di me, disse l’uomo tutto scontento e desiderò essere feudatario ed andare per le strade portato e scortato. Riapparì nuovamente il vecchio monaco, lo guardò fisso con un lieve sorriso e gli disse: sia nuovamente fatto secondo il tuo desiderio.

Il ricco mercante divenne daimyo. Un giorno d’estate, di un’estate ardentissima che inaridiva le fonti e disseccava ogni erba, il daimyo, uscendo a passeggio, si dispiacque di quel caldo eccessivo che gli toglieva le forze e gli abbronzava il viso, senza nessun riguardo alla sua potentissima maestà. Vorrei essere sole, disse sbuffando. Era un desiderio un poco strano, ma il vecchio monaco non parve affatto stupirsi. Sia fatto come tu desideri!, disse col suo fine sorriso.

Il tagliapietre divenne sole, una radiosa stella che mandava miriadi di raggi ai quattro cantoni del cielo e ardeva la terra, dissecando le erbe e abbronzando, senza nessun riguardo, il viso dei potenti. Un giorno una grossa nube gli si parò davanti. Era grigia come il piombo e greve come la pioggia; i raggi del sole le battevano contro senza poter attraversarla o scioglierla. Ecco qualcuno che mi resiste!, disse il sole, guardando crucciato la grossa cortina scura. Subito desiderò diventare nube. Apparve il vecchio monaco e il nuovo desiderio fu esaudito.

La nube si allargò nel cielo e mise tutta la terra in ombra. Fu dapprima un cader rado di grossi goccioloni, poi la pioggia gonfiò i fiumi, allagò i campi, sradicando le piante, rovesciando le case, devastando ogni cosa nella cieca furia selvaggia. Solo un grosso macigno stava immobile, insensibile alla violenza dell’acqua. La nube che velava il cielo si indignò che quello sciocco macigno osasse resistere: era dunque più forte di lei? Vorrei essere io quella roccia! sospirò. Il vecchio monaco senti quel richiamo, apparve e disse: sia fatto quel che desideri.

Allora la nube divenne macigno all’angolo della strada. Era grande, arido, immobile e bianco. Il mattino seguente venne un anziano tagliapietre, aveva un grosso scalpello acuminato, sedette in terra presso il sasso e cominciò a colpirlo con molta forza, staccando grossi pezzi e alzando un turbinio di polvere e di schegge. Che storia è questa ? gridò il macigno, questo villano è dunque più forte di me?

Il vecchio monaco udito il grido del suo protetto gli apparve, radioso e sorridente come sempre. Fammi diventare un tagliapietre! gli disse la pietra con il più vivo desiderio. Il monaco si chinò un poco, lo toccò, e subito il macigno tornò ad essere il piccolo uomo giapponese, curvo e affaticato che dal mattino alla sera, quant’era lungo il giorno, lavorava all’angolo della strada, faticando molto e guadagnando poco, ma da allora, fu sempre felice della condizione che gli dei gli avevano assegnato e non desiderò altro.

Ora scegli tu chi vuoi diventare: il tagliapietre, il ricco signore, il daimyo, il sole, la nuvola, il macigno …..

Qui finisce la storia del tagliapietre giapponese una fiaba ambientata in Giappone.

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Galli e galline nella tradizione giapponese

Galli e Galline
Galli e galline nella tradizione giapponese.

Galli e galline assumono un ruolo articolato nella tradizione giapponese.

I galli e le galline sono gli attori di molte credenze della tradizione giapponese e di numerose raffigurazioni nell’arte.

Numerosi importanti artisti, di tutti i tempi, hanno raffigurato questi animali nelle loro opere.
In questi lavori compaiono come esseri viventi. Dotati di una vita propria. Degni del ruolo di soggetto dell’opera.

Il gallo è un animale coraggioso e dal buon carattere.

Generoso, perché si priva del cibo a favore delle galline, ma questo non basta a spiegare una cosi assidua presenza di polli.

Lo si incontra nelle credenze popolari.

Dove si pensa che con le piume di color bianco abbia la capacità di allontanare le figure dei morti. Con le piume rosse abbia il potere di proteggere dal fuoco.

Il gallo trova spazio fra i dodici animali che formano lo zodiaco giapponese.

In astrologia, non si fa distinzione e si può trovare, con uguale significato, sia l’uno, il gallo che l’altra, la gallina.
Se si appartiene a questo segno, un astrologo giapponese, individua nel coniglio l’elemento opposto.
Inoltre definirebbe una persona nata in questo periodo come: precisa, organizzata, decisa, sincera e capace a maneggiare il denaro. Forse, anche la positività di queste caratteristiche, aiuta a rafforzare la giapponese propensione verso il volatile.

Nella suddivisione stagionale dell’anno, identifica il periodo che comprende la fine dell’inverno e l’inizio della primavera.

In questa veste è effigiato assieme al fiore della peonia.
Simboleggiando l’annuncio della nuova stagione e augurando un anno felice.

Questa illustrazione conferisce all’animale il ruolo di portatore di bene.

Una funzione che può motivare la sua comparsa fra i Mon. Dove è raffigurato racchiuso in una forma circolare.

Il gallo trova corrispondenza anche con i mesi.

In poesia, quando i versi lo raffigurato all’aurora, fra salici piangenti, alludere al secondo mese dell’anno.
In pittura, rappresenta il terzo mese. Periodo durante il quale si svolgevano i combattimenti fra galli. Per lungo tempo una apprezzata forma di spettacolo.
La raffigurazione in queste cruente scene di lotta conferisce alla figura del gallo l’identificazione con la forza fisica e il coraggio. Questi quadri sono caratterizzati dalla raffigurazione degli speroni in forma molto sviluppata. A rappresentare il valoroso guerriero.

Non poteva mancare nell’antico metodo di misura del tempo giornaliero.

Dove rappresenta la sesta ora della sera. Dalle diciassette alle diciannove.

E’ animale sacro.

Per questo presente presso la corte imperiale e nei santuari shintoisti.
In questi luoghi sono rinchiusi nei recinti o liberi di passeggiare. Svolgono l’importante compito simbolico di risvegliare, con il loro canto, ogni mattina, il sole. Annunciando il suo sorgere.

La raffigurazione del gallo che canta è frequente nell’arte giapponese.

Una decorazione che allude a un appello rivolto agli Dei. Con il fine di scongiurare la sorte avversa e propiziare per l’uscita dalle tenebre. Qui l’animale si identifica con una simbolica manifestazione di luce che trova giustificazione nel mitologico canto congiunto fra Dei e gallo. Intonato per convincere la Dea Amaterasu ad uscire dalla caverna dove si era nascosta.

Il canto del gallo non è da meno. L’italiano “chicchiricchi”  si tramuta nel giapponese “kokekokko”.

La differenza è ben più sostanziale. Se il nostrano canto può durare dai tre ai quattro secondi. Quello di un gallo giapponese, dopo una accurata selezione, ha modificato il tono e la durata. Il primo diventando molto dolce e il secondo arrivando ai venti secondi.

Di galli dal lungo canto giapponesi, al momento, ne esistono quattro razze.

Conosciute con i nomi: Totenko, Tomaru, Minohiki e Koeyoshi.

In Giappone, presumibilmente dalla metà del periodo Edo, era allevata una razza di galli ornamentali caratterizzata dalla crescita continua delle penne della coda.

Nel maschio in casi fortunati può raggiungere la lunghezza di oltre otto metri.
Questi allevatori erano cosi apprezzati da essere esenti da tasse.
Le penne erano usate per decorate gli elmi e le aste delle lance.
Di questa razza non sono chiare le origini. Gli standard di purezza risalgono al periodo Taisho.
É ancora allevata, ma le grosse difficoltà la rendono rara e costosa.
Mi rimane un solo dubbio. Il gallo giapponese depone le uova ?.

 

 

Significati reconditi degli animali nella tradizione del Giappone e della Cina.

L’elefante e l’arte giapponese.

Glossario dei termini giapponesi inerenti le stampe giapponesi ukiyoe.

I netsuke della collezione Lanfranchi.

La perdita d’importanza del netsukè e l’affermazione dell’okimono.

Inro 印籠 Netsuke 根付 Sagemono 下げ物  Suzuribako 硯箱.

Il cloisonné prodotto in Giappone la tecnica artistica la storia e il mercato.

Le ceramiche di Sumida Gawa.

Kintsugi o Kintsukuroi Il restauro della ceramica in Giappone.

La tecnica e il metodo del Kintsugi in Giappone.

l’Esposizione d’arte giapponese a Roma nel 1930.

Delle isole del Giappone Descrizioni tratte dai libri antichi.

Due milanesi nell’estremo oriente Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, Siberia e Russia.