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Uno strano serpente si trova in Val Vigezzo

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Uno strano serpente si trova in Val Vigezzo.

La Val Vigezzo è situata in Piemonte. Nella provincia del Verbano Cusio Ossola. È una delle sette valli che si diramano dalla Val d’Ossola.

In questa zona sono numerose le segnalazioni di uno strano serpente che si presenta in varie forme.

Nel comune di Re due sono le località conosciute con presenze inerenti la criptozoologia.

La prima si trova di fronte alla frazione Folsogno nella località Giavina de la bisàa.

Qui è possibile incontrare durante i mesi estivi un serpente con sulla testa una cresta di color rosso e quattro alette. Lungo più di cinquanta centimetri.

È chiamato Sarpent de la Cresta.

Sembrerebbe avere un morso letale per l’uomo e uno sguardo che provocherebbe grave turbamento.

La seconda è nella frazione Dissino nella località In la costa.

Qui vivono serpenti dal corpo sottile ed occhi smisuratamente grandi. Sono chiamati Sarpent dai ugiai.

Questi rettili quando visti da una donna incinta provocherebbero danni al feto.

Nel periodo estivo sul monte Druogno nelle vicinanze della frazione di Albogno si può avvistare un pericolosissimo serpente descritto con tratti felini. Ha degli occhi ipnotici.

É chiamato Sarpent gatt.

Oltre allo strano serpente abitante in Val Vigezzo. In questa località esistono due altri animali enigmatici.

La Splorcia. Un animale ibrido. Caratterizzato dal muso di maiale, le ali di pipistrello, le zampe di rospo e la coda di scorpione. È considerata particolarmente pericolosa per i bambini.

La Vaina. Un animale che emettendo sibili e stridii percorre sentieri di montagna. La tradizione locale vuole che quando la Vaina passa fra le gambe di un viandante. Quest’ultimo può rimanere ucciso.

Il Sarpent gatt sembrerebbe avere simili o quasi sparsi su tutte le Alpi e in Sardegna.

Il nome varia a seconda della località dell’avvistamento. È conosciuto come Tatzelwurm o Tatzlwurm in Austria. Stollenwurm o Stollwurm sul Massiccio del Giura. Arassas nelle Alpi francesi. Nei paesi di lingua tedesca i nomi si moltiplicano: Hergstutzen, Dazzelwurm, Praatzelwurm, Bergstutz, Springwurm o Beißwurm.

Tutti sono accumunati da una coda tozza. Dall’essere muniti di quattro zampe corte o due zampe anteriori. Dall’emissione un verso stridulo simile a un fischio.

La leggenda attribuisce a questo animale la capacità di uccidere con lo sguardo e di bere il latte dalle mucche.

Un animale simile è avvistato anche in Sardegna. Qui è chiamato Scultone.

Nell’immagine: La stampa raffigura l’incontro di Andreas Roduner con un Tatzelwurm. L’illustrazione tratta dal terzo volume del libro del naturalista e medico svizzero Johann Jakob Scheuchzer intitolato Ouresiphoitēs Helveticus, sive Itinera per helvetiae. Edito a Leida dall’editore Pieter van der Aa nell’anno 1723. 

 

 

Criptozoologia in Piemonte L’Abbazia di Staffarda e il Lago d’Orta

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Criptozoologia in Piemonte L’Abbazia di Staffarda e il Lago d’Orta

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Criptozoologia in Piemonte L’Abbazia di Staffarda e il Lago d’Orta

 

 

La criptozoologia in Piemonte trova nell’Abbazia di Staffarda e sul Lago d’Orta due rappresentativi riferimenti.

l’Abbazia di Staffarda si trova in Provincia di Cuneo.

Il Lago d’Orta è suddiviso tra la provincia di Novara e quella del Verbano Cusio Ossola. 

La criptozoologia ha come campo di studio i criptidi. Degli animali la cui l’esistenza è basata solo su indizi. Una fauna non riconosciuta dalla zoologia.

 

L’Abbazia di Staffarda è fondata nel 1135 ed è situata presso Revello. Un comune in Provincia di Cuneo.

Edificata in pianura nelle vicinanza del fiume Po ed abitata da monaci cistercensi.

Sotto la loro direzione conobbe un rapido sviluppo che la portò a diventare un importante centro di commercio.

Nel chiostro adiacente alla Chiesa è esposta una costola animale di grandi dimensioni.

L’osso è lungo circa 150 centimetri e largo 15.

Una leggenda attribuisce il resto come appartenete allo scheletro di un pesce.

L’enorme animale è trovato nelle vicinanza dell’Abbazia durante un periodo di carestia.

Compare a seguito delle preghiere dei monaci. Iniziate per invocare del cibo.

A supplica conclusa c’è il ritrovamento di un pesce di grandi proporzioni. La cui carne sfamò i religiosi per diversi mesi.

La costola è esposta con la descrizione piscis prodigios.

Il Lago d’Orta è una località affascinante.

Conosciuto in epoca romana con il nome di Cusius. Ora è suddiviso tra la provincia di Novara e quella del Verbano Cusio Ossola.

Il territorio è evangelizzato da due fratelli greci. Provenienti dall’isola di Egina. Sono i Santi Giuliano e Giulio.

Il primo fonda la chiesa a Gozzano. Un paese situato nell’estremità sud del lago.

Il secondo sostiene una impresa ben più difficile.

Nel lago di fronte alla città di Orta si trova l’isola di San Giulio.

Una famosa leggenda vuole il lago abitato da draghi ed altri rettili.

Con l’aiuto di Dio. Giulio scacciò dall’isola tutti gli animali mostruosi.

Liberandola dalle pericole presenze. Questo per poter fondare una chiesa. Da dedicare agli apostoli Pietro e Paolo.

Gli animali allontanati si rifugiarono lungo le sponde del lago.

Spostandosi ad ovest verso l’abitato di Pella ed a est sulla riva orientale della penisola di Orta.

Uno di questi animali è chiamato dagli abitanti del luogo l’Orchera.

Scacciata dall’isola, trovò una nuova residenza all’interno di una grotta. Da quel momento chiamata il Bus de l’Orchera.

La caverna è situata nel golfo di Bagnera. Una frazione del comune di Orta San Giulio.

Sembrerebbe che questa leggenda trovi una conferma nel ritrovamento di una gigantesca vertebra all’interno della caverna.

La scoperta risale al XVII secolo. Questo resto è ora conservato sull’isola di San Giulio. Nella sacrestia della chiesa.

La tradizione vuole che portando con sé la terra rossa presente sull’isola di San Giulio ci si possa salvare dal morso dei serpenti.

Nell’immagine : Orta. Antica incisione raffigurante il centro della città di Orta San Giulio. Impressa nel XIX secolo. Tecnica bulino su matrice in acciaio. Dimensioni della parte incisa 15,0 x 23,0 cm. Dimensioni del foglio 23,0 x 32,0 cm. Disegnato da Birket Foster. Inciso da J. J. Crew.

 

 

Uno strano serpente si trova in Val Vigezzo

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La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino

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La ceramica prodotta a Montelupo Fiorentino.

Montelupo Fiorentino è un comune in provincia di Firenze. Famoso per la straordinaria tradizione della ceramica prodotta dai suoi forni.

Il centro abitato è situato alla confluenza del fiume Pesa e Arno.
Nato da un piccolo castello e da un borgo. É edificato alle porte della città di Firenze.

Acquisisce importanza a seguito della produzione della maiolica.

Destinata sia alle esigenze dei cittadini fiorentini che all’esportazione.
Sono documentati ritrovamenti di ceramica montelupina nelle Filippine, in Scozia e in America Centrale. In quest’ultimo territorio la ceramica giunse a seguito dei primi insediamenti di europei nel luogo.
I primi manufatti conosciuti risalgono alla fine del Duecento.
In questo periodo iniziale dai forni montelupini uscì della ceramica con decori di ispirazione ispano moresca. Dove i soggetti erano dipinti in color blu e la decorazione in prevalenza in verde.
Nel Trecento e nel Quattrocento la produzione ceramica a Montelupo Fiorentino era quantitativamente molto consistente.

Durante il Rinascimento la località divenne uno dei centri di produzione di maiolica più attivi. 

 
Risale alla metà del Quattrocento l’apertura da parte di maestranze monte lupine di fornaci nella vicina città di Firenze.
Questo spostamento fornì un importante contributo allo sviluppo della ceramica quattrocentesca nella città medicea.
 

Sempre in questo periodo degli artisti ceramici impiegati presso le numerose fabbriche di Montelupo Fiorentino cambiarono città.

Andarono a lavorare a Faenza, Cafaggiolo e si spinsero fino in Sicilia insediandosi a Caltagirone.

Questi spostamenti permisero in quelle località d’arrivo la nascita di una tradizione ceramica. 
 

La produzione di ceramica a Montelupo Fiorentino nel Cinquecento e nel Seicento è caratterizzata dalla realizzazione di manufatti ad uso farmaceutico. Un esempio fu la fornitura per le farmacie fiorentine dei domenicani di San Marco e di Santa Maria Novella.

Fra le  maioliche ad uso farmaceutico prodotte a Montelupo Fiorentino è frequente il versatore. Anche chiamato: brocchetta o orciolo. Si caratterizza per il corpo di forma ovoidale e dalla presenza del pippolo, un beccuccio a tubetto.

Nell’ immagine sono raffigurati il fronte e il retro di due versatori. Entrambi prodotti a Montelupo Fiorentino nel XVI secolo.

Fausto Berti nel suo libro intitolato La maiolica di Montelupo Secoli XIV  XVII. Edito nel 1986. Ritiene che esemplari con questo ornamento non possano essere datati prima degli inizi del XVI secolo.

Entrambi presentano dei decori tipici. Uno a foglia di vite. L’altro a palmetta persiana.

Gaetano Ballardini ha definito quest’ultimo motivo decorativo a palmetta e rosetta persiana.

Raffigura un fiore a forma di grappolo. Composto da otto petali appuntiti. Elemento che si ripete sulla superficie decorata.

Questo decoro si diffonde nella maiolica italiana nella seconda metà del XV secolo. Trovando ampio riscontro in Romagna, Toscana e Umbria.

Per il Liverani questo decoro raffigura un turgido frutto a pigna. Visto sia in sezione orizzontale che verticale.
Può presentare delle varianti che lo ravvicinano a volte  al fiore del cardo.

Il decoro è di ispirazione medio orientale. I prototipi si riscontrano a partire dal XIII secolo sopra ceramiche, stoffe e tappeti persiani.

Questo elemento decorativo fu tra i più apprezzati dai vasai monte lupini. Lo utilizzarono per tutto il Cinquecento. Presentandosi con variazioni nell’esecuzione e nei colori. Uscì dall’uso solo agi inizi del seicento.

 

Il Seicento e il Settecento vedono l’affermazione del più famoso decoro montelupino. Nasce una nuova tipologia chiamata gli arlecchini. 

Nome conferito per alludere alla grande ricchezza cromatica della decorazione.

Con minore frequenza la categoria degli arlecchini è chiamata dei mostacci o delle bambocciate.

A questa famiglia ceramica appartengono dei piatti concavi di buone dimensioni. Il diametro si aggira attorno ai 33 cm.

Il soggetto raffigurato è un personaggio del quotidiano. Rappresentato con tono caricaturale e dipinto con ricchi colori.

I pigmenti usati per dipingere queste ceramiche sono vivacissimi. Tipici della tavolozza ceramica di questa località.

Troviamo: il giallo antimonio. Il giallo arancio ottenuto con la ferraccia, antico nome usato per definire la ruggine del ferro. I verdi ramina. I bruno viola ottenuti dal manganese. Infine l’azzurro derivante dal cobalto.

Gli altri due nomi: mostacci o bambocciate. Alludono al soggetto raffigurato.

Un repertorio di personaggi tratti dalla cronaca. Un quotidiano fatto di: gentiluomini, paggi e bravi.
Raffigurati con corsetti a righe. Pantaloni rigonfi. Cappelli piumati.
Con lunghi baffi. I mustache. Da questo particolare nasce il termine mostacci.
Armati di spade, alabarde e moschetti.
Qualche volta a cavallo. Altre volte immersi in scorci di paesaggio.
Sempre dipinti con intento caricaturale. I personaggi più raffigurati furono quelli più temuti: i soldati Lanzichenecchi al soldo di Carlo V.

Questi artisti fanno dell’ironia la loro arma vincente. Con i loro pennelli sbeffeggiando le paure e ironizzando sul presente.

 

Interpretano un racconto intriso di una vivace cultura popolare.

 

Nell’ immagine: Il fronte e il retro del versatore P e del versatore PA. Entrambi prodotti a Montelupo Fiorentino nel XVI secolo.

 

Versatore P con decoro a foglia di vite.
Altezza 24,5 cm.
Diametro della base 8,9 cm.
Diametro della bocca 7,7 cm.
Cartiglio anepigrafo.
Nella parte del corpo sottostante alla base dell’ansa è tracciata la lettera P. Dipinta in color blu.
Il motivo decorativo che ricopre la superficie è realizzato con la tipica versione montelupina del decoro a foglie bipartite di vite, fiori, frutti e viticci. Tutto il decoro è dipinto in color blu.

 

 

Versatore PA con decoro a palmetta persiana.
Altezza 24,5 cm.
Diametro base 8,1 cm.
Diametro bocca 7,4 cm.
Cartiglio anepigrafo.
Nella parte del corpo sottostante alla base dell’ansa è tracciata la lettera PA. Dipinta in color blu.
Il motivo decorativo che ricopre la superficie è realizzato con la tipica versione montelupina del decoro a palmetta persiana.

 

 

 

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Libri antichi – Pietro Micca e l’assedio della città di Torino del 1706

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Libri antichi – Pietro Micca e l’assedio della città di Torino del 1706.

Libri antichi – Pietro Micca e l’assedio della città di Torino del 1706.

La città di Torino e i torinesi vissero e subirono l’assedio della città del 1706. Pietro Micca è una delle figure storiche che più sono legate a questo episodio storico.

L’assedio è un evento causato dalla guerra per la successione al trono di Spagna.

Una contesa che si protrasse per più di dieci anni. Conclusa con i trattati di Utrecht del 1713 e Rastadt del 1714.

Il conflitto vedeva l’alleanza fra Spagna e Francia.

Il Ducato di Savoia si trovò immischiato nella guerra solo a causa della sua collocazione geografica.

Lo stato sabaudo confinava con la Francia e con il milanese. Territorio all’epoca sotto il dominio spagnolo.

Di fatto diventando un ostacolo nel collegamento fra i due alleati. La soluzione per i due stati associati fu di tentare l’annessione.

Per questa ragione il 12 maggio del 1706 la città di Torino è assediata da 44.000 soldati francesi e spagnoli. Comandati dal duca La Feuillade.

Di contro la capitale sabauda è difesa da soli 10.500 militari.

L’assedio vede i francesi e gli spagnoli sferrare frequenti assalti alle fortificazioni che cingevano la città. Aggressioni sempre respinte.

Il non felice esito degli attacchi fa cambiare tattica. Gli assalitori iniziarono a scavare gallerie sotterranee per cercare di entrare nella città sabauda.

Proprio in uno di questi cunicoli si svolse il famoso episodio che vide come protagonista Pietro Micca.

Pietro Micca è un militare sabaudo. Nasce a Sagliano Micca. Località ora in provincia di Biella. il 6 marzo 1677. Trovò la morte a Torino nella notte tra il 29 e 30 agosto del 1706. Si fece esplodere in una galleria. Con lo scopo di impedire ai soldati francesi di introdursi nella Cittadella. 

Un sacrificio personale ed un episodio saliente avvenuti durante l’assedio di Torino del 1706.

Il suo gesto passò sotto silenzio presso i contemporanei. Per trasformarsi per tutto il XIX secolo in simbolo di amor patrio.

Nell’Ottocento l’avvenimento diventò il soggetto di molteplici quadri, romanzi, canzoni e rappresentazioni teatrali.

L’apice è raggiunto nel 1906 quando sono celebrate le sue onoranze.

 

Le milizie a difesa della capitale sabauda pur minori per numero riuscirono a costringere i nemici ad una precipitosa ritirata.

Cedimento che avvenne  il 7 settembre. A seguito della vittoriosa battaglia condotta dal principe Eugenio e dal duca Vittorio Amedeo II.

Due sono i cronisti di questo episodio.

Il conte Giuseppe Maria Solaro della Margarita.

Comandante dell’Artiglieria sabauda. Autore del Journal historique du siège de la ville et de la citadelle de Turin. L’année 1706. Avec le veritable plan. Edito a Amsterdam. Dal libraio Pierre Mortier. Nel 1708. in 4°. pagine 2, 165, 3.

Don Francesco Antonio Tarizzo.

Un sacerdote originario di Favria Canavese. Autore del Ragguaglio istorico dell’assedio, difesa, e liberazione della città di Torino. Edito in Torino. Dallo stampatore Gio. Battista Zappata nel 1707. In vendita presso nella bottega del libraro Marone. in 4°. pagine 8, 103, 1. Arricchito da 2 tavole e una carta geografica.

Eugenio di Savoia Soissons, principe di Savoia Carignano e conte di Soissons è una figura di spicco per l’esito vittorioso della battaglia.

Più noto come Principe Eugenio, è da giovanissimo al servizio degli Asburgo. All’epoca alleati con i piemontesi.

La sua strategia permise la vittoria sulle truppe francesi e la liberazione della città di Torino dall’assedio. Di fatto eliminando l’esercito francese dalla penisola.

Uno dei testi che illustrano l’operato del Principe Eugenio durante l’assedio di Torino del 1706 è volgarizzato dal Pietro Savi. Un appartenete alla Compagnia di Gesù. Autore del libro intitolato Fatti d’arme di Eugenio in Italia. Stampato a Torino. A spese di Giovanni Martin mercante libraio, nel 1767, in 16° ( 16,5 x 9,5 cm ), pagine 195, frontespizio figurato, 3 finalini figurati xilografici.

Nel 2005 Guido Amoretti e Piergiuseppe Menietti diedero alle stampe il libro intitolato Torino 1706. Cronache e memorie di una città assediata.

Il testo descrive le azioni militari. Arricchite dalle biografie dei protagonisti. Ricostruisce le ripercussioni sulla città e alla popolazione basandosi sui censimenti dell’epoca. In conclusione fornisce l’itinerario fra le testimonianze ancora presenti nella Torino moderna.

 

Nell’ immagine. Il frontespizio del libro di Pietro Savi intitolato Fatti d’arme di Eugenio in Italia. Stampato a Torino. nel 1767.in 16°. pagine 195. Pieno marocchino coevo.

 

Una favolosa asta di libri introvabili.

Appunti di un bibliofilo

Morgana Mario Della crescente rarità dei libri antichi.

Manuali Hoepli curiosità e criteri di valutazione.

Secco Suardo Il restauratore dei dipinti. Le vicende editoriali di un manuale Hoepli.

Cesare Pavese e il romanzo Moby Dick di Herman Melville.

Libri antichi di letteratura Herman Melville Moby Dick.

Collezionare le edizioni del De Imitatione Christi o Imitazione di Cristo.

Ettore Zapparoli Blu Nord e Il silenzio ha le mani aperte.

Giambattista Bazzoni e il Falco della rupe o la guerra di Musso.

J R R Tolkien La nascita e la bibliografia italiana del Signore degli anelli.

La rivista Xilografia fondata e diretta da Francesco Nonni.

La xilografia nel Novecento Adolfo De Carolis Cesare Ratta L’Eroica.

Le Haydine di Giuseppe Carpani e il plagio realizzato da Stendhal.

Mario Borsa La caccia nel milanese dalle origini ai giorni nostri.

Padre Girolamo Maria Moretti il fondatore della grafologia italiana.

Pauline Reage HISTOIRE D’O.

Libri antichi – Pietro Micca e l’assedio della città di Torino del 1706

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Libri antichi – Libri in miniatura editi dalla tipografia Salmin a Padova

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Libri antichi – Libri in miniatura editi dalla tipografia Salmin a Padova

 

I fratelli Salmin a Padova nella loro Tipografia patavina alla Minerva stamparono tre libri in miniatura.

Per la realizzazione di queste edizioni minuscole impiegarono con successo il carattere chiamato occhio di mosca.

Con questo carattere tipografico diedero alle stampe Il famoso Dantino.

Datato 9 giugno 1878. La più piccola edizione della Divina Commedia di Dante Alighieri mai impressa. Caratteristica non tanto riferita alle pur minime dimensioni fisiche del volume. Quanto al tipo di carattere impiegato.

Usufruendo del successo ottenuto i fratelli Antonio e Luigi Salmin stamparono altri due libri in miniatura.

Il primo di questi libri antichi è l’edizione a stampa di una lettera di Galileo diretta a Madama Cristina di Lorena. Il minuscolo libro è intitolato: Galileo a madame Cristina di Lorena (1615). Fu edito nel 1897. Composto da 206 pagine. Con l’antiporta figurato con il ritratto inciso di Galileo. Venduto in brossura editoriale di color grigio chiaro. Impressa alla copertina anteriore e al dorso. Misura 15,0 x 92,0 millimetri.

Di certo uno dei libri in miniatura realizzati a caratteri mobili più piccoli nel mondo.

Una consapevolezza presente anche negli stampatori. Autori della frase apposta in calce. Dove si legge:“stampato coi caratteri del Dantino onde superare qualsiasi altra minuscola edizione Maggio 1897”.

Come per la composizione del “Dantino” anche il “Galileo a madame Cristina di Lorena” è composto dall’operaio tipografo Giuseppe Gech. In questo secondo libro il suo lavoro consistette nell’assemblare 24102 caratteri delle dimensioni di uno spillo. Da maneggiare con le pinzette. Mettendo a grande prova la propria vista.
Una vera passeggiata al confronto della composizione dei 496.000 caratteri contenuti nelle 500 pagine della Divina Commedia di Dante Alighieri.

A Giuseppe Gech si deve la frase che compare sull’ultima pagina del Galileo: “onde superare qualsiasi minuscola edizione”.

L’edizione del Galileo è presentata all’Esposizione generale italiana di Torino nel 1898. Occasione durante la quale da tutti è considerato un gioiello dell’arte tipografica.

Non sembra impossibile che in quella occasione apparisse fasciato da un astuccio a forma di libro. Realizzato in metallo. Un anello posto sulla custodia lo rendeva simile a un pendaglio.

Il secondo è una pregevole edizione del romanzo di Alessandro Manzoni intitolato I promessi sposi.

Impressa nel 1902. Usando un carattere con corpo 4. Esattamente il doppio di quello adoperato nelle due precedenti edizioni. Anche questo libro rimane di ridotte dimensioni. Misura 60 × 40 millimetri. Lo spessore è di 30 millimetri. Composto da circa mille pagine. Per i più pignoli XV, 1097, (4). Un antiporta figurato con il ritratto dell’autore. Era commercializzato in due versioni. Una edizione numerata composta da cento esemplari con figure. Rilegato con la dura e resistente pelle di zigrino. Con fregi con tagli in oro. Una seconda comune e priva di figure.

 

Libri antichi Una curiosità bibliografica I libri in miniatura o microscopici.

Libri antichi Libri in miniatura il Dantino edito dalla tipografia Salmin a Padova.

Appunti di un bibliofilo.